UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

sabato 31 ottobre 2015

PER RIMANERE UMANI
BRUEGHEL E FLAUBERT A GENOVA

G. Flaubert ritratto da Nadar
In occasione dell’eccezionale presenza del dipinto Le Tentazioni di sant’Antonio Abate, attribuito a Pieter Brueghel il Giovane, presso la Galleria Nazionale di Palazzo Spinola (Piazza Pellicceria, 1 Genova) il prossimo 14 novembre, a partire dalle ore 10, una giornata di studi a cura di Chiara Pasetti cercherà di indagare i diversi temi che legano Flaubert al dipinto: Le Tentazioni di sant’Antonio Abate. Interventi di Farida Simonetti (Direttrice Galleria Nazionale di Palazzo Spinola), Bruna Donatelli (docente di Letteratura francese all’Università Roma Tre), Mauro Manica (psichiatra e psicoanalista), Francesco Surdich (docente di Storia delle esplorazioni e scoperte geografiche all’Università di Genova), Armando Massarenti (Responsabile della “Domenica-Il Sole24ore”). Alle ore 17.30, lettura teatrale in prima nazionale, tratta da La Tentazione di sant’Antonio di Gustave Flaubert, per la drammaturgia di Chiara Pasetti: in scena Andrea Gattinoni. Nella primavera del 2016 è prevista una seconda giornata di studi, che coinvolgerà storici e critici d’arte, incentrata esclusivamente sul dipinto, per approfondirne le vicende critiche, l’attribuzione e i dati tecnici. 
Per info sulle iniziative in programma: www.palazzospinola.beniculturali.it; Tel. 010.2705300.

Il dipinto di P. B. che ispirò Flaubert

"In mezzo a tutti i miei dolori, sto finendo il mio sant’Antonio. È l’opera di tutta la mia vita, perché la prima idea mi è venuta nel 1845, a Genova, davanti a un quadro di Bruegel, e da quel momento non ho mai smesso di pensarci. Dichiaro che sant’Antonio è la mia opera preferita. Non è un’opera teatrale e nemmeno un romanzo. Non so che genere assegnargli e non so se mai lo pubblicherò..."
Gustave Flaubert, 1872

Tormentata e unica è la rielaborazione della storia di Antonio da parte di Gustave Flaubert (1821-1880). Egli la scoprì a Genova nel 1845 a Palazzo Balbi, rimanendo folgorato davanti al quadro attribuito a Pieter Bruegel Le Tentazioni di sant’Antonio Abate (ora eccezionalmente esposto presso la Galleria Nazionale di Palazzo Spinola) e da allora non smise di pensarci e di compiere letture a riguardo. Il progetto lo occupò a partire dal 1846; la prima versione de La Tentazione di sant’Antonio venne completata nel 1849 ma, aspramente criticata dagli amici, venne a malincuore accantonata (fu poi pubblicata postuma). Nel 1856, lo stesso anno in cui uscì Madame Bovary sulla Revue de Paris, riprese in mano il testo senza modificarne il plan, e ne pubblicò alcuni frammenti che vennero letti e molto apprezzati da Charles Baudelaire. Ma anche questo secondo tentativo fu lasciato cadere. Molti anni dopo, Flaubert si decise a tornare sul suo sant’Antonio, a cui non aveva mai smesso di lavorare, e modificandone sostanzialmente i quadri e il plan, tagliando molte scene della prima versione e inserendone altre, lo pubblicò nel 1874.
Benché non sia mai stata pensata per essere portata in palcoscenico (tranne una messinscena con la regia di Maurice Béjart, rappresentata all’Odéon-Théâtre de l’Europe di Parigi nel marzo del 1967), dal punto di vista formale l’opera si presenta come un dramma suddiviso in atti, scene e dialoghi; temporalmente abbraccia una sola notte, dal tramonto all’alba, in cui Antonio deve fronteggiare un’angosciante ridda di apparizioni che alla fine lo riconducono a se stesso quale origine e bersaglio delle tentazioni. 
In questa lettura teatrale (monologo) concepita e realizzata appositamente per Palazzo Spinola, data l’attuale presenza del dipinto che Flaubert ammirò nel 1845, si vuole dare voce alle diverse tentazioni del santo-eremita, mostrando in particolare l’aspetto onirico-allucinatorio dell’opera di Flaubert, che la musica ha il compito di sottolineare. Tutto il testo (che è tratto dall’edizione francese Gallimard, «Bibliothèque de la Pléiade») è costruito sull’asse desiderio-tentazione-visione-allucinazione, che fa da perno alla storia e da cui muovono tutte le scene. Si è scelto di mantenere anche l’aspetto narrativo (che in alcuni punti funziona come un vero e proprio testo di regia) allo scopo di creare un intreccio teatralmente vivo tra dialoghi e situazioni narrate. Perché Flaubert fu tanto affascinato dalla storia dell’eremita Antonio, che gli creava «un’esaltazione sconvolgente»? Perché definì la Tentazione «l’opera di tutta la mia vita», e Baudelaire scrisse che conteneva «la camera segreta del suo spirito»? Cosa vide nel quadro di Brueghel che altri non seppero vedere? È vero, come egli scrisse, che in Sant’Antonio era lui, il santo, e alla fine quasi se ne dimenticò?
Chiara Pasetti

L'EVENTO
Come documenta la locandina che riproduciamo qui sotto, un interessante Convegno a cura della nostra collaboratrice Chiara Pasetti si aprirà alle ore 10 del 14 Novembre alla Galleria Nazionale di Palazzo Spinola. Un'occasione preziosissima non solo per seguire la giornata di studio e la lettura drammaturgica, ma anche per vedere il dipinto e la ricca quadreria del Palazzo.




SALE E PEPE   
di Laura Margherita Volante


Il sale della politica. Marino.
Expo. L’albero della speranza o si inchina al potere o si inginocchia a pregare…
Chi alimenta aspettative invano… è a digiuno.
Facebook è la cortina dietro cui i soggetti diventano oggetto del nulla
Halloween è espressione del disorientamento da delirio collettivo.
Chi ha passione non cede all’irragionevolezza.
La razionalità tramortisce l’intuito.
La qualità non si misura dalla quantità. Bastava l’Infinito di Leopardi per farne un genio.
Messina. Il ponte sullo stretto o lo stretto sotto il ponte? Il ponte crolla, lo stretto resiste.
Chi ha la coda di paglia è buonista.
La verità è per i coraggiosi.
Alluvioni. In auto, oltre la gomma di scorta, sono indispensabili un gommone e due remi.
Di fronte ad un problema mai deprimersi, se no raddoppia.

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EXPO: IL CANCRO E LA FIERA DEGLI:“O bej...O bej” 
di Emilio Molinari     

E se non ci facessimo abbagliare dal Paese dei Balocchi?
In questa riflessione di Emilio Molinari, l’Expo visto da un’altra prospettiva.

Expo. In mondo di ricchi gli anziani rovistano fra i rifiuti
Giorni or sono l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha inserito le carni trattate come alimenti certamente cancerogeni e le carni rosse come possibili cancerogene; e l'OMS non è l'ultima associazione di vegetariani incazzati.
Eppure possiamo esserne certi: questa denuncia non scuoterà minimamente né la politica, né i media che da anni ci tempestano e che per 6 mesi ci hanno martellato sulle grandi virtù di Expo. Quasi tutti i media, anche alcuni a noi vicini, hanno sistematicamente oscurato ogni argomento e ogni iniziativa critica nel merito dei contenuti della Esposizione Internazionale: l'imbroglio del titolo, la vuota pomposità della Carta, la cementificazione, gli scandali e lo sperpero di danaro mentre cresce la miseria nel mondo, in Italia e in città.
I convegni critici e propositivi fatti a Milano: a Palazzo Marino e al Teatro dell'Elfo non sono esistiti, nonostante gli interventi di importanti personalità straniere e la partecipazione di centinaia di persone.
Ogni critica ad Expo è diventata ‘No Expo’ e imbalsamata (o stroncata sul nascere), con la sola immagine della manifestazione del 1° Maggio, della Milano offesa dalle scritte e dalla violenza dei black block. Anche le migliaia di persone che quel giorno manifestarono le loro critiche sono state azzerate dai disordini.
Expo sono milioni di persone felici e pazienti in lunghe file, con occhi rapiti dal fascino estetico di questo o quel padiglione, osannanti: che bello! Bellissimo! Contenti di esserci anche loro, in mezzo a tanti. Via, un colpo di spugna su tutti i mali di Milano che con Expo si assolve e scopre d'essere: la capitale morale d'Italia.
Viva la nuova fiera degli “o bej...o bej” (oh belli!... oH belli!...) che per chi non è milanese, è l'antica fiera di S. Ambrogio che prende il nome dall'esclamazione dei bambini e dei provinciali calati a Milano di fronte a tante meraviglie.
Questa è diventata Expo nell'immaginario collettivo: La fiera delle meraviglie, bellissima! Interessante! Ci siamo divertiti!

Expo. Multinazionali e cibo spazzatura
Per favore!!! non rompeteci... con le multinazionali, Nestlè, Mac Donald, i mutamenti climatici, gli affamati e il Land Grabbing, la privatizzazione dell'acqua...
È qui... Qui in questo popolo festante, che sta il fallimento di quanti per ruolo istituzionale, ruolo nei media o per cultura, militanza politica o associativa sociale e solidale, hanno rinunciato a svolgere il loro ruolo critico, si sono accomodati nelle pieghe di Expo. Non hanno contrastato la cortina di fumo che veniva gettata su questo evento, contribuendo ad escludere dal pensiero della gente, l'inganno di quella festa e la realtà del mondo che stava fuori: quella delle periferie del mondo e delle nostre stesse periferie e quello di nasconderci la realtà del nostro stesso vivere quotidiano. A partire dal cosa mangiamo? Dal perché della fame, della sete, della miseria di miliardi di persone, mentre produciamo 1/3 in più di quello che ci serve?
Perché abbiamo perso la sovranità sul nostro cibo?
Perché ci nascondiamo cosa c'è nel nostro piatto, cosa ci fanno mangiare: la chimica, l'agro industria e le multinazionali?
Ed ecco che all'ultimo atto arriva il richiamo dell'OMS a disturbare.
La parola d'ordine è immediata: ignorare l'allarme, minimizzare, ridurre tutto a un problema di moderazione e di educazione alimentare, escludere che ciò riguarda il Made in Italy. Il mare di prodotti chimici che entrano nella filiera alimentare negli allevamenti e nella conservazione della carne estera e italiana non c'entrano, i pesticidi ecc. non c'entrano? La pubblicità martellante che spinge a consumare e a mangiare cibo spazzatura non c'entra?

Expo. Allevamenti intensivi. Tu ci vivresti così?
Si sono persino dovuti vietare le uova da allevamenti come questi.
I meno abbienti a 1000 euro al mese come cavolo si educano alla sana alimentazione?
Nel libro “Il dilemma dell'onnivoro” di Micheal Pollan, l'autore ha preso un vitello e lo ha seguito lungo tutto il suo cammino verso il macello, analizzando il suo mangime di mais, il grasso degli scarti o gli oli esausti della sua dieta ingrassante. E alla fine mentre va a morire per arrivare sulla nostra tavola lo guarda e dice: sei un manzo o un barile di petrolio? Quel barile di petrolio è ciò che denuncia l'OMS, ed è ciò che concorre a produrre cancro e disastrosi mutamenti climatici.
Ma... è meglio celebrare il successo di EXPO e non pensare che alla fine, il suo vero senso è quello di essere stato una grande e pianificata operazione di diseducazione di massa, una bella festa di massa, mentre sotto i nostri occhi, il mondo va alla deriva.






PER RIMANERE UMANI
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VERGATI
Lunedì 9 novembre alle ore 18, alla libreria Feltrinelli
di via Manzoni n. 12, a Milano, Cesare Vergati presenta il suo nuovo libro:
L’Uomo umido. Diocreme in Vincoli”, edito da Excogita.
Ingresso Libero.
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Un nuovo dizionario meneghino

La copertina del volume
Cherubini, Banfi, Angiolini, Arrighi, Antonini, erano i vocabolari milanesi consultabili fino a qualche anno fa; mancava una nuova opera, che oltre a racchiudere il sapere meneghino dei secoli scorsi, aggiornasse, con nuovi vocaboli una lingua, quella milanese che, data da molti per finita, al contrario è andata evolvendosi. Grazie al contributo della Vallardi Editrice, ecco il nuovo Dizionario Milanese (italiano-milanese e milanese-italiano) edito nel 2001 e ristampato nel 2014 con oltre 40.000 lemmi che, tenendo conto del lessico moderno riporta naturalmente anche le parole arcaiche, affiancando le voci colte e letterarie ai termini economici, tecnici, scientifici e ai neologismi che di volta in volta la nostra lingua ha attinto da altri idiomi (celti, latini, spagnoli, tedeschi, francesi, ecc.). La Vallardi non poteva che affidare il compimento di tale opera al Circolo Filologico Milanese, importante istituzione meneghina che dal 1872 propone corsi di lingue, importanti manifestazioni culturali, dotata di una ricca biblioteca di pubblica consultazione. Scrive il Presidente m° Valerio Premuroso nella prefazione del volume: "Questo Dizionario rappresenta l'opera più impegnativa realizzata dalla sezione di Cultura Milanese del Circolo Filologico".
Il coordinamento, la ricerca e la revisione di quest'opera è stata affidata a due importanti personaggi milanesi, Claudio Beretta e Cesare Comoletti, docenti presso il Filologico, di cui sono stati anche Presidenti, nel corso di sei lustri di studio e insegnamento. Grazie anche ai collaboratori che hanno affiancato Beretta e Comoletti, la realizzazione di quest'opera consegna alla nostra e alle generazioni future l'eredità linguistica ricevuta dai grandi del passato: Bonvesin de la Riva, Carlo Maria Maggi, Giuseppe Tanzi, Carlo Porta e Delio Tessa, per citarne solo alcuni.
Un prezioso "Livre de chevet" che non dovrebbe mancare in ogni casa e che
conferma la qualità delle scelte culturali del Circolo Filologico e di quelle editoriali di Vallardi.

Roberto Marelli

giovedì 29 ottobre 2015

Salviamo la vita delle api!
di Salviamo la Foresta

Non solo le api, anche i bombi ed altri insetti impollinatori sono seriamente minacciati dagli insetticidi neonicotinoidi. L’industria chimica è in guerra con la natura. Le sostanze neonicotinoidi sono le più pericolose fabbricate dall’uomo. In agricoltura con questi veleni si eliminano, oltre alle piaghe, anche innumerevoli insetti benefici come le api. Per favore chiedetene la proibizione.
Le multinazionali chimiche BASF, Dow e Syngenta producono insetticidi altamente pericolosi di uso agricolo. I così chiamati neonicotinoidi eliminano tutti gli insetti incluse le api e bombi. Anche Monsanto e Dupond vendono sementi trattate con queste sostanze.
I pesticidi non solo uccidono nei campi agricoli. Sono sufficienti minime quantità di veleno che aderiscono al pulviscolo per diffondere a larga distanza l’effetto mortale di questi insetticidi. Come è successo nell’aprile del 2008 nella Valle del Reno, in Germania. Il raccolto di mais trattato con neonicotinoidi ha causato la morte massiccia delle api. In Italia dal 2008 il crollo delle api è stato del 40%, una cifra allarmante considerando che l’Italia è il terzo paese al mondo per produzioni legate all’apicoltura. A causa della morte delle api in Europa, la Commissione Europea ha limitato fortemente l’uso di neonicotinoidi clotiandina, tiametoxam e imidacloroprid, così come la sostanza fipronil. Le compagnie BASF, Bayer e Syngenta hanno presentato tre denunce al Tribunale Europeo. La Dow Chemicals ha prodotto il nuovo insetticida sulfoxaflor, altamente velenoso.
È anche una neurotossina. Nonostante questo, la Commissione Europea a luglio 2015 ha autorizzato l’uso del sulfoxaflor.
Negli USA, apicultori ed ambientalisti celebrano invece un successo giuridico. Lo scorso settembre 2015, la corte d’appello della California ha dato loro ragione proibendo l’uso del sulfoxaflor. L’agenzia statunitense di protezione ambientale non avrebbe dovuto approvare la sostanza, perché è altamente pericolosa per le api e gli studi presentati non hanno potuto dimostrare la non pericolosità per le api. Per favore, esigete la proibizione definitiva dei neonicotinoidi ed altri insetticidi neuroattivi  come il fipronil e il sulfoxaflor nell’Unione Europea. Firmate l’appello di “Salviamo la Foresta” in Rete.

***
L’Europa dei migrantes
di Giovanni Bianchi

Dopo Maastricht
L’Europa del dopo Maastricht è l’Europa dei migrantes. Un’Europa cioè che prova ad andare oltre il drastico giudizio prodiano che suonava: “C’è una dose di schizofrenia nella politica europea: l’analisi guarda al futuro, ma la prassi pensa solo al presente immediato”.
Come al solito il cambiamento di rotta discende da una discontinuità non programmata, perché diventa sempre più evidente che le discontinuità accadono e raramente possono essere previste. Si tratta di un approccio tanto più importante se si tiene conto dell’ultima mappa politica a disposizione: l’enciclica di papa Francesco “Laudato Si’ ”.
Nel testo pontificio l’invito “globale”, insieme teorico e pratico, è fare politica e governare non per rispondere alle emergenze, perché in questo modo, aggiunge il Papa, si cerca di risolvere i problemi creandone degli altri. Si tratta cioè di superare definitivamente non soltanto il trattato di Maastricht (7 febbraio 1992) per la semplice ragione che non può essere la logica economica a determinare la crescita di un nuovo grande soggetto politico mondiale, ma anche di muoversi in coerenza e oltre il minimalismo europeo di Monnet, che già allora faceva osservare che consolidare i singoli Stati dell’Unione è impossibile senza una visione geopolitica adeguata. Ne consegue il senso delle dimensioni che l’Unione deve avere riguardo a se stessa. Possiamo cioè anche diventare “Stati Uniti” d’Europa, ma la differenza l’hanno già indicata gli Stati Uniti d’America definendoci per tempo, con la proverbiale malagrazia di teocon e neocon, “figli di Venere”, diversi dai figli di Marte. Figli di Venere perché l’Europa spende troppo in Stato Sociale e troppo poco in armamenti. E sarà ben osservare subito che si tratta sì di un problema di welfare, ma che attiene alla cittadinanza stessa di questa Europa nel mondo globale: perché il welfare europeo è elemento essenziale della cittadinanza europea, anche per rifugiati ed immigrati. Si pensi soltanto per le vite quotidiane dei nuovi europei al ruolo centrale rivestito dalla Sanità, anche nel nostro Paese. Il sans papier che si infortuna viene comunque curato e ricoverato da una struttura ospedaliera; ed è da rimarcare la circostanza che nessun medico leghista se la sia sentita finora di “fare obiezione”.


Un nuovo protagonismo europeo
Tutto anzi concorre a sottolineare la necessità di un nuovo protagonismo europeo nel mondo: quello che la vicenda ucraina, prima di quella siriana, denuncia come una drammatica necessità. Una spinta tale da mettere in crisi e comunque in tensione la stessa leadership tedesca, i guai della quale hanno radici più lontane della Grecia e di Volkswagen.
Senza proprio risalire ad Adamo ed Eva, si può dire infatti che i dilemmi della leadership tedesca incominciano con il “ruvido” allontanamento di Kohl voluto da Angela Merkel. E forse sarà bene nel contempo non dimenticare che proprio Helmuth Kohl usava ripetere di voler salvare la Germania da se stessa. Allo stesso modo è utile non dimenticare i pieni e i vuoti delle culture politiche del Vecchio Continente. La scarsa voce della tradizione di sinistra in Europa, dove i partiti comunisti avevano lasciato alle socialdemocrazie un protagonismo aborrito. I comunisti infatti -a lungo ammaliati dalle sirene dell’internazionalismo moscovita- si sono mostrati più che tiepidi rispetto all’Europa. Salvo eccezioni, come in Italia quella di Giorgio Napolitano, e salvo aver riconosciuto il peso permanente nella storia europea giocato da Jacques Delors. C’erano oltrecortina infatti quelli che vedevano nell’Unione la Nato, e quindi quelli che poi -ex area Comecon e patto di Varsavia- hanno preferito entrare prima nella Nato che in Europa. I polacchi ne sono l’esempio più eclatante.
Con l’avvertenza, non solo per ragioni di completezza, di non lasciare fuori dal quadro “a sinistra” il contributo creativo dei verdi tedeschi: da Fischer a Kohn-Bendit. Quel Kohn-Bendit che dando l’addio al Parlamento europeo ha dichiarato che “l’Europa ha il cuore freddo”.
Siamo cioè a uno degli innumerevoli casi nei quali il congedo dal Novecento obbliga a ripensare le posizioni dei padri, nel caso specifico, di De Gasperi e Spinelli, entrambi intenti a ripetere che l’Europa doveva pensarsi come una tappa verso il governo mondiale.


Una democrazia inedita
Una forma della democrazia cioè inedita e la più adatta a rispondere ai quesiti e ai bisogni di una globalizzazione galoppante.  Vale anche la pena rammentare il discorso che Papa Giovanni Paolo II fece in Slovenia nel maggio del 1996: “Questa è l’ora della verità per l’Europa. I muri sono crollati, le cortine di ferro non ci sono più, ma la sfida circa il senso della vita e il valore della libertà rimane più forte che mai nell’intimo delle intelligenze e delle coscienze”.
Sarebbe bene tenerne ancora conto per dedurne un modo nuovo di guardare alle culture e al deposito dell’illuminismo, e conseguentemente agli arnesi di lavoro adatti a ripensare e ricostruire l’Unione. È qui che ci imbattiamo nell’assenza di una visione e di una politica mediterranea senza le quali la costruzione europea manca ad un tempo di fondamenti e di prospettiva. Era sempre il Papa polacco che celebrando il 10 settembre del 1983 i “Vespri d’Europa” nella Heldenplatz di Vienna, proponeva un’Europa dall’Atlantico agli Urali, dal Mare del Nord al Mediterraneo. Quel Mediterraneo negletto che ha strappato a Predrag Matvejevic un’espressione sconsolata del tipo: “Dopo la caduta del muro di Berlino è stata costruita un’Europa separata dalla ‘culla dell’Europa’.”
Dobbiamo ripercorrere un cammino a partire dalle “primavere arabe”, e dal loro spreco, dall’affermazione di papa Francesco che è cominciata la terza guerra mondiale, a capitoli e pezzetti… È in questo quadro che la crisi economica globale e la vocazione dell’Unione Europea chiedono di essere ripensate insieme con uno sguardo in grado di andare oltre le contingenze. Uno sguardo del quale si è mostrato recentemente capace Gian Paolo Calchi Novati, in una conversazione al Cespi di Sesto San Giovanni, proponendo una lunga riflessione a partire dal centenario della Grande Guerra, che ha visto i potenti della terra pronunciare all’unanimità un mea culpa postumo. Resta il fatto che la guerra continua ad apparire la “sola arma a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia”. Solo la Chiesa cattolica e il Vaticano hanno mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa che risale all’invettiva di Pio XI contro “l’inutile strage”.
Non fa solo sfoggio di ironia e Calchi Novati quando nota che “le crisi del Medio Oriente non soffrono per una mancata attenzione del resto del mondo, ma per un eccesso di interferenze. Tipico, malgrado il luogo comune corrente, è il caso della guerra civile in Siria”.
Centrale risulta, non soltanto per l’analisi, il ruolo del Medio Oriente. Neppure soltanto per ragioni di geopolitica che lo vedono al crocevia di tre continenti, ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali: il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare.

Tre faglie
Tre sono le faglie con le quali il Medio Oriente è costretto a misurarsi: l’esplosione in un conflitto armato a tutto campo della storica scissione all’interno dell’Islam fra la Sunna e la Shia. Un conflitto sottostimato nelle sue ragioni per l’abitudine di una vulgata marxista spuria e filistea consueta a ricondurre alle sole ragioni economiche i conflitti e la loro importanza. Dimentichi come siamo in quanto europei non soltanto delle guerre di religione che hanno caratterizzato l’ingresso dell’Europa nell’età moderna dopo la Riforma, ma anche delle ragioni più profonde che hanno determinato il conflitto nei Balcani Occidentali, abituandoci alla  dissoluzione di quella che oramai tutti chiamano ex Jugoslavia.
Dimentichi anche che il settarismo in campo musulmano è stato rinfocolato dalla rivoluzione khomeinista, e più in generale dalla diffusione dell’islamismo a livello di politica come reazione agli insuccessi delle ideologie occidentali e mondane.
Quelle ideologie cui si sono ispirati i movimenti nazionali e lo stesso socialismo dei Paesi in via di sviluppo, conosciuto sotto il nome di ba’th.
Messa nel conto la circostanza che l’arabicità è stata via via soppiantata come fattore di legittimazione dell’Islam, si può facilmente intendere come l’islamismo si stia ponendo a livello globale in un rapporto che oscilla fra istanze nazionali e transnazionali. I tentativi di riedizione di un nuovo califfato poggiano infatti su questa spinta.
E ancora, non è possibile sottovalutare l’importanza come fattore continuo di crisi la controversia permanente Palestina-Israele. Una decolonizzazione avvenuta a metà nei territori arabi che avevano fatto parte dell’Impero Ottomano.
A quasi mezzo secolo dalla guerra dei sei giorni e a più di vent’anni dagli accordi di Oslo (il 13 settembre 1993 Rabin e Arafat si strinsero la mano in una delle fotografie più note del Novecento), siamo tuttora confrontati con la persistente occupazione di terre arabe da parte di Israele, e con i travagliati processi di integrazione del Medio Oriente nel sistema globale.
E pensare che proprio la politica estera italiana fu la più avvertita nei decenni trascorsi intorno al tema del Mediterraneo. Gli incontri promossi a Firenze dal sindaco Giorgio La Pira non furono infatti e non debbono essere considerati una fuga in avanti.
Il cautissimo Aldo Moro aveva l’abitudine di ripetere: non dobbiamo scegliere il Mediterraneo dal momento che ci siamo in mezzo. E quella che può forse essere considerata la personalità politica e imprenditoriale più propulsiva della prima Repubblica, Enrico Mattei, fu in grado non solo di interloquire con i governi mediorientali, ma anche di contribuire a creare in quei Paesi nuova classe dirigente. Insomma l’Europa che si appresta ad accogliere migrazioni bibliche di immigrati dovrebbe non essere smemorata del proprio passato prossimo.


Le sorprese
Perfino talune rilevazioni circa il Dna di questi Paesi risultano insieme sorprendenti ed istruttive. Nella vicina Tunisia (11 milioni di abitanti) i rilievi sul genoma della popolazione dicono di una popolazione composta per il 15% di arabi, per il 35% di berberi, per il 30% di europei (circa il 25% di italiani) e per il 20% di uomini provenienti dall’Africa Nera e dall’Egitto. Proprio l’impeto delle ultime immigrazioni dovrebbe spingerci a consultare con più attenzione gli studi di Le Goff relativi all’Europa. Furono i geografi greci a consegnare agli uomini del medioevo europeo un bagaglio di cognizioni tuttora attuali. Nel processo di cristianizzazione campeggia ovviamente Sant’Agostino. E prima di lui Girolamo: la sua Bibbia latina si imporrà a tutto il medioevo. Le Confessioni agostiniane risulteranno un modello per la soggettività europea. La Città di Dio, testo scritto dopo il sacco di Roma di Alarico e dei suoi Goti nel 410 -un episodio che aveva terrorizzato le vecchie popolazioni romane e le nuove popolazioni cristiane- dà conto dei timori e del terrore dello spirito del tempo. Dopo Agostino, quelli che potremmo chiamare, sempre con Le Goff, i “fondatori culturali”: Boezio, al quale il medioevo deve tutto quello che saprà di Aristotele fino alla metà del secolo XII. La logica vetus. Quindi Cassiodoro, Isidoro di Siviglia, Beda. Gregorio Magno, il grande riformatore. Con il governo di vescovi e monaci si instaurerà in tutta Europa una nuova misura del tempo e la riorganizzazione dello spazio, tali da tenere in conto le trasformazioni operate da una quotidianità e da una convivenza caratterizzate da meticciati molteplici.
L’Europa dei guerrieri e dei contadini. L’Europa delle molte controversie, a partire da quella intorno all’anno mille come data di partenza della cristianità medievale.
Sono Scandinavi, Ungheresi e Slavi a contribuire a quest’Europa meticcia. Con una pace monitorata dalla Chiesa. Il medioevo dei cosiddetti “secoli bui” è infatti corso da energie che attraversano molteplici accoglienze, vicinanze, confronti. Il villaggio si raccoglie intorno alla chiesa e al cimitero. E sempre il medioevo proverà a rafforzare anche i rapporti tra i vivi e i morti: tra il mondo e l’altro mondo, perché i due mondi si tengono nel vissuto della “comunione dei santi”.
Non tutto è dunque inedito.(Ma bisognerebbe studiare.) E non ci stiamo provando per la prima volta. Quali dunque i compiti di questa Europa?
Secondo Romano Guardini l’Europa ha il compito della critica della potenza. Quest’Europa che ha sul suo volto i segni del passato, ma negli occhi il futuro dell’Angelus di Benjamin.
Tutto concorre a dire, di fronte ai timori xenofobi e ai rigurgiti paurosi delle piccole patrie, che non è logico dimenticare, soprattutto nella stagione della globalizzazione, l’ammonimento minimalista di Jean Monnet: i Paesi europei sono troppo piccoli per garantire ai loro popoli la prosperità e lo sviluppo necessari, e devono costituirsi in una federazione.
Devono cioè tessere la tela di una cittadinanza reale all’altezza di se stessi e della stagione storica attraversata dalle sfide della globalizzazione: vedi caso, il sogno e il progetto di Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli. Aveva anche ragione William Penn: il cittadino per essere tale deve avere di fronte un governo. Vale per gli 82 milioni di tedeschi, i 63 milioni di francesi,i 62 milioni di britannici, i 60 milioni di italiani. E per tutti gli altri.
La strada è tutto sommato segnata. Occorrono la voglia e il coraggio di percorrerla.


L'ALBERO DELLA VITA MILANO 2015
Cala il sipario sull'albero della vita. La Grande Esposizione si è conclusa e l'albero che si ramifica sul cielo ha messo le radici per un futuro più luminoso? Resta lo spettacolo di luci e persone venute da ogni parte del mondo a ravvivare la speranza per il nostro pianeta. L'unica cosa preziosa che abbiamo. Teniamone conto.


Terra forzata

La terra forzata
non alla fine sta
di un mondo giunto al pettine
resteranno sane le ossa
se mutiamo modo d'essere
un poco per tanto tempo
Dario Francesco Pericolosi 

martedì 27 ottobre 2015

PER RIMANERE UMANI
Omaggio ad Alda Merini


lunedì 26 ottobre 2015

MUSICA. UNA RASSEGNA CHE VA DRITTA AL CUORE
di Angelo Gaccione

La locandina del concerto del 31 Ottobre
cliccare sull'immagine per ingrandire
Milano. C’è sempre qualcosa di straordinariamente nobile nei giovani artisti e nei loro appassionati sostenitori, soprattutto quando si tratta di musicisti e cantanti di sicuro talento (come questi provenienti dalla Russia, ed impegnati nella rassegna “Una Musica Per l’Anima”) e dagli scarsi mezzi finanziari. Tanto più nobili i loro sforzi e la loro passione, proprio perché dotati di pochi mezzi economici, e dunque costretti a sfidare le innumerevoli difficoltà che una Rassegna internazionale come questa comporta. Soprattutto in termini di promozione pubblicitaria e di attenzione da parte degli organi di stampa. Volentieri dunque, “Odissea” offre la sua prima pagina per una validissima e dignitosa rassegna che iniziata il 3 Ottobre scorso al Salone di Sant'Antonio Abate di via Sant'Antonio 5, con un concerto che aveva nel programma   la musica del Romanticismo di Mendelssohn, Schumann e Chopin, si concluderà il   20 Dicembre nella bella Chiesa di Sant’Antonio, nel cuore di Milano (tra l’Università Statale e il Duomo), con un importantissimo concerto che comprenderà autori come Bach, Haendel, Pergolesi. Tutta questa rassegna è dislocata attraverso un gruppo di magnifiche chiese, in cui oltre alla bellezza celestiale della musica (fondamentalmente di carattere sacro) e delle voci, è possibile ammirare tavole e pale d’altare di alcuni dei più celebri pittori della tradizione lombarda, o che a Milano hanno nei secoli operato. Non si dimentichi che in Sant’Antonio suonò anche un Mozart diciassettenne, e pare che da una committenza venuta proprio da quella parrocchia, abbia approntato ed eseguito, nel 1773, quel dolcissimo mottetto sacro scritto in lingua latina che è: “Exultate, jubilate”. La rassegna in questione si avvale della bravissima pianista Marina Slutskaja-Spiegelberg in maniera preminente, e in maniera altrettanto preminente di due voci: la soprano Ekaterina Korotkova (figura minuta, un po’ timida, ma dalla voce eterea), e del tenore Vitaliy Kovalchuk (figura spavalda, molto sicuro di sé e dotato di una voce molto potente). Avremo modo nei prossimi appuntamenti di riapprezzarli, così come apprezzeremo la soprano Irina Belousova e Ekaterina Morosova e un quartetto d’archi “Decus String Quartet” accompagnato da organo e tromba. Un elogio particolare va rivolto a Natalia Tyurkina, per l’impegno organizzativo che profonde, e per la capacità di saper tessere utili legami. Direttrice artistica dei “Musicisti Russi”, è lei la vera anima di questa rassegna.  

ALCUNI INTERPRETI
Ekaterina Korotkova

Vitaliy Kovalchuk


Sofiya Chaykina

Irina Belousova


Morimo Tokimodo




                   Marina Slutskaja-Spiegelberg
IL CONIGLIO BIANCO
All’area Zelig di viale Monza a Milano, debutta uno spettacolo che è molto di più di un semplice omaggio al genio di Giorgio Gaber

Claudio Taroppi
Come simbolo hanno una lisca di pesce (sono i Fishbonecreek) e stanno in quel di Candelo, in provincia di Biella. Chi non ha visto quella meraviglia che è il ricetto di Candello (praticamente un borgo di poche anime, ma che borgo!), si è perso davvero qualcosa. Come insegna dello spettacolo “Il coniglio bianco”, hanno scelto, ovviamente, un coniglio di questo colore; stilizzato con le lettere bianche del nome Gaber, perché lo spettacolo è apertamente ispirato al teatro canzone del geniale musicista milanese, e a quel felice connubio che è stata l’accoppiata Gaber-Luporini. Da quel lungo sodalizio sono nati spettacoli divenuti celeberrimi; i monologhi, la parola, i testi che hanno magistralmente sorretto le musiche, hanno dato il senso pieno di quello sguardo acuto sulla realtà della società italiana che a partire dagli anni della contestazione, si è poi spinto fino agli anni della crisi e alla loro degenerazione. Sociologia e poetica; utopia e costume; indignazione e presa di coscienza; ironia e sberleffo… Si potrebbe continuare per un lungo tratto, perché c’era tutto questo ed altro ancora nelle musiche e nei testi di quelle due geniali intelligenze. Dunque hanno fatto benissimo Claudio Taroppi (voce) e Alessio Mazzolotti (regista), a montare con i loro testi e le continue citazioni gaberiane-luporiniane, questa divertente e stimolante riflessione su quegli anni e su quel suo geniale interprete, senza trascurare gli anni nostri, servendosi di quello stile e di quella fortunata formula.

L'Area Zelig gremita di spettatori
L’area Zelig di viale Monza si presta benissimo. La scena essenziale di Roberta Gaito (materiale di cartone, quel poco che serve, da cui si ricava una poltrona, un paio di abat-jour, un leggio, un paio di parallelepipedi su cui Giorgio Tusa ha disegnato al tratto nero la forma di due chitarre), la proiezione fissa su fondo nero del coniglio bianco ricavato dalle lettere luminose, un paio di microfoni e la chitarra classica di Simone Spreafico che di tanto in tanto si alterna al canto o fa da spalla a Taroppi che guida bene tutto l’ordito facendo scivolare il paio d’ore di spettacolo senza che il fitto pubblico quasi se ne accorga. Divertendolo ed obbligandolo a pensare, perché in fondo era questo l’intento di Gaber e dei suoi spettacoli. Se c’è un filo che tiene insieme l’intero ordito di questo “Coniglio bianco”, direi che va rintracciato nella “consapevolezza”- in quegli anni si sarebbe detto “coscienza” - del nostro essere uomini e nel nostro essere nel mondo, in un mondo sempre più manipolato, in cui il rischio è di divenire tutti, irrimediabilmente dei replicanti. L’antidoto, forse, resta quello a cui ci invita Gaber: la vigile intelligenza, la verifica diretta, il dubbio, il rifiuto di delegare spogliandoci della nostra responsabilità. 
Angelo Gaccione                                                      

domenica 25 ottobre 2015

DORFLES E I SUOI INCONTRI

Gillo Dorfles
Ieri 24 ottobre, nella sala conferenze del Palazzo Reale di Milano Gillo Dorfles, nato a Trieste nel 1010, era presente in occasione dell’uscita del grosso volume di 857 pagine!Gli artisti che ho incontrato”, edito da Skira, accompagnato dal curatore Luigi Sansone e Aldo Colonnetti. Un pubblico attento lo ha seguito con affetto nelle sue stringate, acute, ironiche, anche se un po’ comprensibilmente affaticate, risposte. L’antologia, di cui vorrei parlarne più diffusamente in seguito, inizia con “Aeropittura e Futurimo” su “L’Italia Letteraria” 1930 e termina con una recensione su “F. Franchi e M. Tosini. Il segno e la luce” del 2015. Una lunga storia di preferenze verso le ricerche artistiche più innovative (una volta - e ancora oggi - si diceva spavaldamente ricerche ‘d’avanguardia’). Dorfles critico, filosofo, pittore, non smette il suo tono preciso, distaccato, il suo amabile ‘understatement’ che smonta le domande più accigliate e pretenziose. Anche su di un termine a cui aveva dedicato un libro, un termine sfuggente e ambiguo come ‘Kitsch’, risponde con un sorriso: “Oggi? Una volta c’era un gusto popolare ed elitario. Oggi c’è solo un gusto,. oggi è il paradiso del Kitsch”(Giorgio Colombo)


sabato 24 ottobre 2015

MAFIOPOLI
Un appuntamento da non mancare

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venerdì 23 ottobre 2015

NESSUNA GUERRA – NESSUNA NATO

A Roma il 26 ottobre, dalle ore 10:30 alle 17:30, presso il Centro Congressi Cavour
Convegno internazionale per l’uscita dell’Italia e dell’Europa dalla NATO
Parteciperanno esponenti parlamentari e dei movimenti anti-guerra da tutta Europa per denunciare la mega-esercitazione Nato in corso nel Mediterraneo, primo passo verso nuove aggressioni NATO in Africa e nel mondo intero. Verrà creata una rete europea "No guerra, No NATO".
Patrick Boylan

Il Comitato No Guerra No Nato terrà a Roma, il 26 ottobre, un incontro internazionale, aperto a tutti, intitolato “Contro la Guerra: per un’Italia neutrale, per un’Europa Indipendente”.
L’evento si prefigge l’obiettivo di creare una rete internazionale per una politica di pace e neutralità. Si terrà dalle ore 10,30 alle ore 17,00 presso il Centro Congressi Cavour, in via Cavour 50/a.
Prende spunto da “Trident Juncture”, le esercitazioni militari della Nato che si svolgono tuttora nel Mediterraneo e fino al 6 novembre – il più grande dispiegamento di forze aeronavali e terrestre dalla caduta del muro di Berlino. "In pratica, si sta sperimentando la prossima grande guerra per determinare il nuovo padrone del mondo", spiega la senatrice Paola De Pin, dal comitato organizzatore. Ma l'incontro del 26 va oltre e mira ad aprire un dibattito europeo sullo sviamento del ruolo della NATO – da prodotto della Guerra Fredda  in teoria puramente difensiva, all'attuale strumento di attacco e di aggressione su scala mondiale.
Non solo ma, come si è appena detto, gli organizzatori mirano anche a creare un comitato europeo congiunto permanente "per un’Europa indipendente e neutrale".   Per questo hanno stilato una folta lista di invitati, proveniente da dieci paesi europei più gli Stati Uniti.
La discussione sarà aperta e, per partecipare, non è necessario accettare tutti gli elementi della piattaforma del comitato organizzatore, visibile qui e qui.
Si può firmare la petizione del comitato "No Guerra No Nato" per l'uscita dell'Italia dalla Nato e per un'Italia neutrale durante l'incontro oppure subito, cliccando qui.
"Ci auguriamo," spiega Pino Cabras, un altro degli organizzatori dell'evento, "di poter creare, tramite i contatti stabiliti durante l'incontro, un’alleanza tra tutte le forze democratiche, di pace, per la sovranità dei popoli, contro le guerre volute da un’infima minoranza di cinici profittatori.  Contiamo sulla presenza di tutti i lettori di PeaceLink."
Lista degli interventi
Dimitrios Konstantakopoulos, Greece, The Delphi Initiative; former member, Central Committee of Syriza
Tatiana Zhdanoka, Latvia, acting MEP, Green Party
Javier Couso Permuy, Spain, acting MEP, GUE
Filipe Ferreira, Portugal, member of Conselho Português para a Paz e Cooperação
George Loukaides, Cyprus, member of Cyprus Parliament
Ingela Martensson, Norway, former Swedish MP, member of Women for Peace committee
Kristine Karch, Germany, Co-Chair of the Int. network “No to war – no to NATO”; board member of INES (International Network of Engineers and Scientists for Global Responsibility)
Webster Tarpley, USA, Tax Wall Street Party / United Front Against Austerity
Marios Kritikos, Greece, vice president of Adedy, labor confederation
Ingeberg Breines, Norway, president of International Peace Bureau
Paola De Pin, Italy, Member of the Senate, Green party
Bartolomeo Pepe, Italy, Member of the Senate, Green party
Reiner Braun, Germany, ICC member, int.l network “No to War- no to NATO”; Co-president of IPB
Roberto Cotti, Italy, Member of the Senate, Five Star Movement
Carlo Sibilia, Italy, member of the Lower Chamber, Five Star Movement
Mirko Busto, Italy, member of the Lower Chamber, Five Star Movement
Paolo Bernini, Italy, member of the Lower Chamber, Five Star Mouvement
Giulietto Chiesa, Italy, former MEP, journalist, founder of PandoraTV
Ferdinando Imposimato, Italy, honorary president of the Supreme Court of Cassation
Manlio Dinucci, Italy, journalist, co founder of the Committee No War No Nato
Fulvio Grimaldi, Italy, journalist, co founder of the Committee No War No Nato
Alex Zanotelli, Italy, missionary
Enzo Brandi, Italy, engineer, activist of the No War Network - Rome
Pino Cabras, Italy, editor-in-chief of Megachip.info
Massimo Zucchetti, Italy, professor, University of Turin
Don Renato Sacco, Italy, national coordinator of Pax Christi organization
Vauro Senesi, Italy, journalist, cartoonist
Giorgio Cremaschi, Italy, union official
Antonio Mazzeo, Italy, journalist
Fabio D’Alessandro, No Muos Committee
Messaggi in testo e in video
Yanis Varoufakis, Greece, former Finance minister, economist
Franco Cardini, Italy, historian
Jeremy Corbyn, UK, Leader of the Labour Party
Gojko Raicevic, Montenegro, chairman No War No Nato movement
Josefina Fraile Martín, Spain, president of Terra SOS-tenible
ANEMOI, Spain, III República movement
Paolo Becchi, Italy, professor, University of Genoa


giovedì 22 ottobre 2015

MOBILITARSI CONTRO LA MORTE
TAVOLA SARDA DELLA PACE
MESA SARDA DE SA PAXI


Cagliari. A tutti i componenti il coordinamento.
Cari amici,
come deciso il 18 ottobre scorso, nel convegno della Marcia al Cineteatro di Laconi, la Tavola Sarda della Pace propone una manifestazione contro la esercitazione NATO denominata “ Trident Juncture”, da tenersi a Cagliari sabato 31 ottobre prossimo.
Per preparare al meglio tale manifestazione è convocata un'assemblea organizzativa, che si terrà sabato 24 ottobre p.v. , alle ore 16,30 , presso il centro civico comunale  (Piazza Othoca) di Santa Giusta.
Chiediamo a tutti di collaborare alla massima diffusione di questo invito, attraverso mail, fb, sms o altro.
I portavoce
Cannavera, Uda, Murgia, Cadoni, Pisu                                                                                                              



PALESTINA E POETI
Stato d'assedio
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Sulla rappresentanza
di Giovanni Bianchi


Gestire o comunicare?
Stephen Hawking, il più famoso scienziato del mondo, vuoi per essere netto, vuoi per stupire, ha detto in un’intervista: “Credo che la sopravvivenza della specie umana dipenderà dalla sua capacità di vivere in altri luoghi dell’universo, perché il rischio che un disastro distrugga la Terra è grande”.
In effetti intere generazioni già vivono in un mondo che non è più il loro. La mia tra queste. Si tratta dei reduci del Novecento, affaticati da un problema che costituisce il congedo dal secolo alle nostre spalle. Un secolo per il quale sembra più facile la rimozione che il congedo. Le contraddizioni infatti ed anche le aporie del Novecento restano tuttora in attesa del buon scriba in grado di discernere cose buone e cose meno buone. Perché, come ci ha insegnato Le Goff, la storia dipende dalle domande che le rivolgiamo. E una delle domande centrali è quanto sia cambiata la politica.
Surfare – il nuovo verbo coniato dalle giovani sociologhe americane – è infatti la metafora (ovviamente veloce) in grado di dare conto del ritmo e della natura delle politiche in atto. Indica l'atto di chi su una tavoletta sa stare in equilibrio sulle immense onde dell'oceano. Né può ad un reduce del cattolicesimo democratico (il sottoscritto) sfuggire in proposito il riproporsi di alcuni stilemi e qualche reminiscenza (inconscia) di un italico marinettismo di quasi un secolo fa. Ma continuiamo a viaggiare per metafore con l'intento di sistemarle all'interno di un puzzle che aiuti a costruire una improbabile mappa delle politiche odierne e i suoi cartelli indicatori. Volendo quindi dare a ciascuno il suo, è opportuno ricordare che la metafora "società liquida" discende da Zygmunt Bauman. Che alla società liquida corrisponde la politica senza fondamenti (Mario Tronti), populismi ed ex-popoli compresi. E perfino la cosiddetta anti-politica, il cui confine con la politica è da sempre poroso, ossia percorribile nei due sensi: dalla politica all’antipolitica e dall’anti alla politica (Hannah Arendt).
Si può anche utilmente aggiungere che alla società liquida fanno riferimento i partiti "gassosi" (Cacciari) e che ai partiti gassosi corrisponde il dispiegarsi di politiche in confezione pubblicitaria, nel senso che evitano la critica del prodotto da piazzare ed hanno progressivamente sostituito la propaganda politica di un tempo per veicolare il messaggio pubblicitario utile a suscitare non tanto senso di appartenenza, quanto piuttosto un'emozione imparentata con il tifo sportivo (Ilvo Diamanti).
Quel che dunque manca in queste politiche è soprattutto un punto di vista dal quale osservare la realtà, anche se ci imbattiamo in una condizione inedita nella quale i conti prima che con la realtà vanno fatti con la sua rappresentazione. La rappresentazione cioè ha sussunto in sé il mondo intero e le politiche chiamate a descriverlo, e sempre meno a cambiarlo.
Ma sarebbe fuori strada chi pensasse che il problema sia soltanto e essenzialmente teorico. È invece anzitutto, come sempre quando si parla di politica, un problema urgentemente pratico. Ha ragione papa Francesco quando afferma che i fatti valgono più delle idee. Dostoevskij nell’Idiota sostiene a sua volta: "Ci si lamenta di continuo che in questo paese manchino gli uomini pratici. Di politici, invece, ce ne sono molti".
Come sempre l'ironia aiuta e svolge una preliminare funzione abrasiva, anche se è sempre papa Francesco ad avvertirci di evitare l'eccesso diagnostico, perché anche di sola diagnosi si muore. Riusciamo a prescriverci ogni volta, dopo la diagnosi, almeno un'aspirina?
Come affrontare il tema con uno sguardo non congiunturale?
Questa politica ha questa “leggerezza” perché il capitalismo finanziario e consumistico sta portando a termine la trasformazione del mondo come propria rappresentazione: un'operazione impressionante, e comunque da capire. Non ci chiediamo se il Paese sia vivibile (e come) o più giusto, ma come possa essere competitivo e politicamente scalabile. Il cittadino al quale questa politica si rivolge è sempre più un consumatore e come tale vede, ascolta e si comporta. Lo sguardo di una critica puntuale viene così escluso, per cui quello che il Sessantotto chiamava con la grossa Minerva “il sistema”, viene generalmente accettato come naturale, come naturali restano il Cervino e Portofino e Taormina. La politica postmoderna è tale perché anche le ultime radici vengono strappate. Tutta la politica italiana è oramai senza fondamenti, non solo Beppe Grillo e Casaleggio.
Per molti versi la comunicazione ha sostituito la gestione. E la comunicazione deve, in sé e per sé, rendersi attraente per piazzare il prodotto politico che propone. Per questo fa sorridere gli showman odierni un’affermazione come quella di De Gasperi, il nostro più grande statista repubblicano, per il quale un politico dovrebbe promettere ogni volta un po’ meno di quel che è sicuro di mantenere…
Non ci siamo proprio: la comunicazione, che deve stupire, attrarre, motivare, non ha tempo per queste sottigliezze etiche, e quindi ogni volta propone esattamente il contrario di quel che De Gasperi pensava dovesse essere politicamente proposto. Non di rado sfiorando la smemoratezza dell’interlocutore e il voltafaccia di chi propone.

Il suicidio delle culture


Tutto il riformismo col quale ci stiamo confrontando parte dalla confusa consapevolezza di questa condizione, ossia parte da una obiettiva ottica di competitività costretta a considerare immodificabili, grosso modo, le regole del gioco reale. Quelle che stanno dietro la rappresentazione e la determinano.
Le regole del gioco le detta cioè lo statuto vincente del capitalismo globale, finanziario e consumistico. È così, per tutti e dovunque, piaccia o non piaccia. Era così perfino nel Vaticano di papa Benedetto. Prendere una distanza critica rispetto a questo quadro significa "gufare".
Allo stesso modo non esistono più i libri: esistono e-book e instant-book. Non si tratta più di fare pubblicità al libro; il libro vale la pena di essere pubblicato se ha buone possibilità di essere venduto. E tu vendi il libro se sei presente e conosciuto nel mondo pubblicitario. È la pubblicità dell'autore che legittima il libro, non la bellezza delle pagine, e non la statura dell'autore che legittimano la pubblicità e quindi la vendita. È il segno di una "civiltà" e della sua cultura. È la rappresentazione che garantisce la natura del mondo, non viceversa. E più di un esperto si è spinto a dire che la politica è chiamata a governare le emozioni degli elettori, non i problemi dei cittadini. Siamo ancora una volta all'ostracizzato, e da me invece citatissimo, mantra del Manifesto del 1848: Tutto ciò che è solido si dissolve nell'aria. Anzi, si è dissolto. E noi ne contempliamo la rappresentazione. Anzi, la viviamo.
Viviamo tra macerie scintillanti e ologrammi che camminano e manifestano sulla piazza di Madrid. La rappresentazione globale infatti  svela la dissoluzione delle vecchie culture politiche, e quindi le rende inefficaci, zoppicanti, fastidiose al grande pubblico, impresentabili. Nessuno le ha uccise. Ha ragione Toynbee: si sono suicidate. La fine della politica non è ancora decretata, ma ha cessato d'essere un'ipotesi di scuola. Il "primato della politica" è invece defunto, per tutti. Anche se vigorosi reduci in carica paiono non essersene accorti. E la tardiva pietà degli ultimi intellettuali italiani prova ad abbinare nel compianto la tomba della socialdemocrazia con quella del cattolicesimo democratico.
Intorno al primato della politica si raccoglievano tutte le culture del Novecento e tutto l'arco costituzionale del nostro Paese. Tangentopoli più che una corruzione inguardabile è una sepoltura malinconica, che manda l’odore del cadavere di Lazzaro prima della resurrezione. C'è in giro ancora qualche richiamo della foresta, ma le foreste non ci sono più, per nessuno.

Le ragioni della governabilità


Il tema più urgente ma anche più ostico da affrontare è quello della rappresentanza, che non a caso si colloca tra le trasformazioni del sociale e la decadenza delle istituzioni. Un ruolo che diventa drammatico in un Paese come il nostro che vive di emergenze, le quali si succedono a ritmo convulso sull’onda di un lungo e apparentemente placido trasformismo.
Un trasformismo peraltro che non vive soltanto delle proprie inerzie, ma anche di una incredibile capacità di trasformazione: per cui le riforme in qualche modo avvengono, ma costantemente fuori progetto e per così dire fuori programma. Questo impedisce al Paese di uscire definitivamente dalle secche di una navigazione preoccupata e pasticciona, ma nel contempo riesce ad evitare di esporlo a rischi letali. Per questo si è diffusa l’idea che l’Italia ogni volta ricominci la corsa dopo l’ultima Caporetto.
A dirigere il traffico in tanta nebbia e confusione è da ultimo il principio di governabilità. Usato talvolta come una clava, dal momento che la governabilità non è pensata in termini di sviluppo coerente con la democrazia repubblicana, ma viene esercitata ogni volta “a risparmio di democrazia”, producendo di fatto un’antitesi nella polarità governaabilità/democrazia, e quindi diffondendo l’idea tra i cittadini che la democrazia così come è stata fin qui vissuta risulti uno spreco. Anche la vulgata, che racconta che negli ultimi decenni avremmo vissuto troppo al di sopra delle nostre possibilità, contribuisce a riprodurre questa distanza e questa sfiducia nei confronti della democrazia post-resistenziale.
La stessa rimozione di Berlusconi dal governo operata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano muove nella logica e nell’orizzonte di questa governabilità: si rimanda a casa l’incapace Berlusconi, che aveva ottenuto alle elezioni 18 milioni di voti. Il Paese accetta la situazione e anche gli elettori di Forza Italia si ritrovano tutto sommato dentro lo schema che punisce il loro leader: anche il loro cuore batte dalla parte della governabilità – per impulso berlusconiano – piuttosto che da quella della democrazia.
E’ in questo quadro di condivisione di un senso comune che affiora nel Paese e nel suo corpo sociale che si allarga ed emerge quella che è stata chiamata (Emanuele Ferragina) la “maggioranza invisibile”: in termini macro, 4 milioni di precari, 3 milioni di disoccupati, 11 milioni di pensionati. Un tessuto sociale non riconducibile ai classici schemi di classe, ma che rimanda all’estendersi di un tessuto di classe media impoverita, e fortemente impoverita.
I “trenta gloriosi” restano definitivamente alle spalle, mentre nella percezione ideologica e nel senso comune, così come nei programmi scolastici, continua a funzionare l’idea di un progresso e di una promozione sociale così come si presentavano nella stagione del boom economico e nella generalizzazione dell’attesa di una ascesa sociale alla portata dei più.
A questo punto le sociologie asservite alla logica dominante del pensiero unico (che è quella generale del turbocapitalismo globale, che esalta le disuguaglianze, ed è quella in termini sistemici e sottosistemici codificata da Niklas Luhmann) introducono come discriminante, fuorviante, la categoria del giovanilismo. Alla generazione spetta il compito di occultare e legittimare le ragioni economiche delle disuguaglianze crescenti.
Ovviamente, per capirne di più, è necessario accompagnare l’analisi economica e sociologica con quella storica. Fare i conti cioè con la fine del fordismo e con l’avvento in Italia del neoliberismo nel biennio 1990 – 1992. Anni nei quali anche nel nostro Paese l’economia viene sottratta al controllo dello Stato, in sintonia con quanto avviene a livello europeo con il trattato di Maastricht. Dove la logica colpisce con più mirata attenzione è nel mondo del lavoro, quando nel 1997 il cosiddetto “pacchetto Treu” apre più decisamente a una flessibilizzazione del mercato del lavoro, in seguito perfezionata dalla legge Biagi, che potrebbe essere anche firmata come legge Sacconi.
Rispetto a queste scelte decisamente strutturali, i governi, i loro programmi, le campagne pubblicitarie hanno il compito di intrattenere la platea dei cittadini- consumatori (sempre più consumatori e sempre meno cittadini) proponendo loro le coperture legittimatrici della democrazia mediatica. Nel frattempo hanno luogo le esequie silenziose della socialdemocrazia e del suo analogo cattolico-democratico. Entrano in agonia  i sindacati, che scelgono l’arrocco: difendere cioè chi ha la tessera – la maggioranza pensionati – rispetto a quanti cercano di sopravvivere, ovviamente giovani, nel mare infido dei diversi precariati.
È infatti a partire dagli anni Novanta che le classi medie vedono aprirsi al loro interno una divaricazione: una piccola parte si accoda ai ceti più ricchi, mentre la gran parte si impoverisce, diventando limitrofa a quelle che papa Francesco definirà “periferie esistenziali”. Sopra tutto questo prova a stendere un velo pietoso e pubblicitario la “terza via” blairiana, che anche tra noi trova estimatori e seguaci. È questa condizione che viene rappresentata elettoralmente dalle elezioni  del 2013, con il 56% dei precari che votano Grillo. E infatti la performance renziana non va oltre il numero di voti assoluti conquistati da Walter Veltroni in gara con Berlusconi. È questa una rapida fotografia che ci consegna il problema di come pensare una politica in grado di ricostituire le ragioni di una rappresentanza democratica.

Il tema del potere

Una ricerca che non dovrebbe essere fatta a prescindere dal ruolo del potere: dove sta, e come può essere affrontato. Dov’è finito il potere e dove è finita la democrazia.
Bisognerà tornare sull’argomento con gli strumenti della teologia politica tedesca, assai più raffinati di quelli italiani. Per ora è utile osservare che la fine dei partiti distrugge in Italia la figura del “militante politico”, cui si sostituisce progressivamente il “volontario”. E le crisi che non a caso attraversano in questa fase il mondo del volontariato possono insieme alludere ai suoi rischi di decadenza, come ad inedite potenzialità di sviluppo.
Può servire la metafora riassuntiva proposta da papa Bergoglio nell’enciclica Laudato Si’: la metafora della casa comune, che raccoglie e supera quella dei beni comuni. Fare casa comune
 –pare suggerire la logica del Papa– è possibile a partire dalle periferie esistenziali, confrontandosi con le lobby di potere. Non è una sostituzione del Cristo povero al Cristo eterno, né significa procedere sulla strada dell’immanentizzazione del cristianesimo: la via per giungere al Cristo eterno è quella del Cristo povero. I Vangeli sono univoci in tal senso, e Simone Weil non a caso ricordava che  questa  terra è l’unico luogo che ci è dato per la nostra testimonianza.

I conti con il cattolicesimo democratico


Dopo questa ricognizione troppo rapida diventa possibile rifare i conti con passato e futuro del cattolicesimo democratico. A partire da una discontinuità: quella prodotta da papa Francesco, che indica il superamento concreto della dicotomia, già accennata, tra il Cristo povero e il Cristo eterno. Siamo cioè ricondotti alla parabola del Buon Samaritano (Luca 10, 25-37). Un programma stilato duemila anni fa. Il dilemma, che non è soltanto di Eugenio Scalfari, verte sul rapporto tra cristianesimo e  illuminismo. In nome di esso ci si chiede se sia “politico” papa Francesco, e se lo sia in particolare quando si batte contro il potere temporale della Chiesa. Torna utile ribadire che politica e potere non coincidono. Emanuele Severino è stato il più preciso in Italia: non noi riprendiamo il potere, ma i poteri prendono noi.
Va ancora ribadito che il confine tra politico e  impolitico è un confine poroso, ossia attraversabile nei due sensi: ciò che è politico può diventare impolitico, e ciò che è anti può diventare politico (Hannah Arendt).  Rispunta il grande Hegel: sempre la politica nasce da quel che politico non è. Insomma, siamo comunque confrontati, in particolare con le posizioni di papa Francesco, con il problema di una nuova laicità. Non soltanto perché Chiesa e Stato si contendono da tempo lo spazio della coscienza e quello pubblico, ma soprattutto perché sono le condizioni della quotidianità a spostare il confine.
Anche in questo caso lo sguardo storico può aiutare. Quando e su che cosa il mondo cattolico rompe con il fascismo? Sulle leggi razziali e sul primato educativo: la Chiesa cattolica finalmente si schiera e prende le distanze da una deriva, anche interna, che aveva fin lì equivocato sui Patti Lateranensi. Magistrale in questo senso l’intervento sulla cultura democratica e l’opinione cattolica svolto da Dossetti nel “testamento” di Pordenone del 2004.
Si tratta di valutare seriamente, e perfino nei dettagli, l’utilità della tradizione cattolico democratica in vista della creazione di un nuovo “punto di vista”; un punto di vista che può anche implicare un patto generazionale tra antichi reduci e nuovi politici.
Giorgio Campanini nella sua diagnosi prova a legittimare la lunga marcia del cattolicesimo democratico verso sinistra, a partire dagli abbès démocrates francesi e da Tocqueville. Non omette Campanini di menzionare i radiomessaggi di Pio XII e la solerte e intelligente divulgazione fattane da Guido Gonella. Indi il Codice di Camaldoli e la Costituzione Repubblicana, la tragedia di Aldo Moro, la permanente esclusione del Pci dal potere.
Si tratta cioè di “non solo riconoscere, ma lealmente rispettare le diversità senza demonizzare le differenze”.
Per Guido Formigoni si tratta anzitutto di precisare i termini, di rivalutare il ruolo della Dc insieme all’impegno sociale e politico dei credenti, senza ridurre il cattolicesimo democratico a un piccolo gruppo di intellettuali autodefinitisi tali. Così pure non vanno dimenticati gli sforzi di rinnovamento e le metamorfosi della Democrazia Cristiana, la “ricomposizione” proposta da padre Bartolomeo Sorge dell’area cattolica, la fine del cosiddetto prepolitico, Le numerose riviste prodotte da gruppi intellettuali differenziati, il cattolicesimo sociale “radicalizzato sulle questioni della pace e della povertà”. Si aggiungano la grande esperienza nazionale dell’Ulivo e la fondazione del PD (2007). Quindi il ruolo dello ruinismo e la  controffensiva nei confronti della secolarizzazione operata dal Papa polacco, mentre i vescovi italiani assumevano in proprio il compito della mediazione. Per Pier Luigi Castagnetti si tratta di porsi coraggiosamente la domanda se abbia ancora un senso parlare di cattolicesimo democratico. In particolare quando ci si confronta con questi partiti à la carte. Sempre secondo Castagnetti: “Non si può parlare dunque della dissipazione di un’esperienza, ma della avvenuta re-invenzione di una modalità di presenza in un tempo storico profondamente cambiato”. Per la storica Daniela Saresella non va dimenticato nella ricostruzione storica che il primo cattolico democratico si chiama Romolo Murri, scomunicato prima come modernista e poi personalmente (1909). E quindi eletto nelle liste del  Partito Radicale. Né vanno omessi i dialoghi Murri/ Turati. L’attenzione per la questione sociale e il mondo socialista, che pone con forza la questione della laicità. Lo stesso Luigi Sturzo scrive sulle riviste di Murri. Murri poi diventa fascista confondendo il proprio itinerario spirituale con quello del fascismo. Neppure vanno consegnate all’oblio polemiche più recenti come quelle sul referendum del 1974, e quelle successive condotte dagli organi di stampa di CL con gli articoli di Fontolan e Socci. Il 1980 è l’anno dell’uccisione di Piersanti Mattarella, mentre il 1990 vede il siciliano Leoluca Orlando  fondare la Rete. L’equivoco persistente è rappresentato dall’unità politica dei cattolici. Ragione per la quale l’Ulivo risulta la migliore esperienza del cattolicesimo democratico. Secondo Savino Pezzotta va dedicata maggiore attenzione alla riflessione sull’economia odierna. Come pure va ricordato che il cristianesimo è il generatore della secolarizzazione, non l’altro rispetto alla secolarizzazione medesima.
Frattanto il governo è diventato l’unico miraggio comune a tutte le  culture del fare politica. Ad essere conseguentemente abbandonata  la tensione alla rappresentanza. Circostanza che obbliga a interrogarsi sulla natura dei processi democratici nazionali.
Mentre è finito il tempo dei movimenti, la politica sindacale si è trasformata in politica di adattamento alla fase. Ci imbattiamo in una grande indifferenza rispetto al tema delle disuguaglianze. Per cui il problema diventa sempre più come resistere alla mercatizzazione della società, che è anche mercatizzazione del lavoro. Nel quadro di un capitalismo che è sempre più cognitivo che economico. E senza dimenticare che distruggere il sindacato significa comunque distruggere un modello di società. Come pure intervenire con il piccone su quei “corpi intermedi” – secondo il lessico della dottrina sociale della Chiesa – che risultano soggetti mutevoli ma non eliminabili della partecipazione dal basso e garanzia di sussidiarietà. Dobbiamo anche chiederci se sia possibile parlare di ispirazione cristiana in una società multietnica e multireligiosa.

Ritorna il tema del che fare. E probabilmente sarà utile cominciare a fare le “piccole cose”.
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