UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

giovedì 22 ottobre 2020

IN MEMORIA DI ROBERTO CARUSI
di Daniela Airoldi Bianchi*

Roberto Carusi
 
Seguendo le orme di Don Milani - figura importante per il mondo del cosiddetto cristianesimo del dissenso, di cui Carusi faceva in qualche modo parte - Roberto aveva preferito alla carriera universitaria il dedicarsi agli studenti della scuola dell’obbligo. E per 40 anni insegnò, con una passione e una competenza rara, in tutte le periferie di Milano: Quarto Oggiaro, Comasina, Via Padova. È stata una figura caleidoscopica, impossibile da racchiudere in un’unica vocazione: scrittore, intellettuale finissimo, è stato uomo di teatro fin dal 1973 - partecipò alla fondazione del Teatro Tascabile di Bergamo con Renzo Vescovi - fu e poi accanto a Padre David Maria Turoldo curando molti allestimenti teatrali delle opere turoldiane. Con il Teatro Officina iniziò a collaborare come drammaturgo curando spettacoli dedicati a Padre David - da: Lo scandalo della speranza (1997) fino a I volti della povertà (2011) - e a Papa Giovanni XXIII - da Come gli uccelli dell’aria (2004) fino a E venne un uomo chiamato Giovanni (2014). Recensore per la rubrica Teatro del mensile “Rocca” di Assisi, aveva per il teatro una passione pari a quella per la poesia (fu fra i fondatori de La casa della Poesia, al Parco Trotter). Ha insegnato teatro per trent’anni al centro anziani di via Mozart e collaborato, spesso dando la propria voce, con la Compagnia marionettistica Carlo Colla. Instancabile animatore del quartiere dove abitava lo si trovava impegnato ovunque: dal doposcuola della Parrocchia di S. Gabriele alla presentazione di libri al bar Ligera di via Padova, dalla biblioteca rionale alle riunioni del Municipio 2. In ottobre è stato ospite al Pio Albergo Trivulzio per un percorso di riabilitazione motoria a seguito di un lungo allettamento ospedaliero e si è scoperto ricoverato in un padiglione dedicato proprio a Turoldo. Salvo che girando per i corridoi e le sale non trovava - con sua grande costernazione - nessuna targa, nessuna scritta che spiegasse chi fosse Turoldo. Ha posto il tema ad una dottoressa che lo aveva in cura e insieme hanno creato delle targhe con foto di Padre Turoldo e una breve descrizione della sua testimonianza, ora affisse sui muri di quel Padiglione. Questo è l’ultimo atto che Roberto ha fatto nella sua vita, dedita alla memoria di David Maria Turoldo: il giorno dopo si è spento.
Non c’è retorica alcuna nel dire una verità che tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo possono testimoniare: mai un conflitto con nessuno e un sorriso, sempre, per tutti. Roberto era così: un galantuomo d’altri tempi, che ha vissuto la sua vita con grazia lieve e limpido rigore.
 
[*Responsabile progetti del Teatro Officina di Milano]

MERITI



“L’onestà non è un merito, 
ma la più elementare premessa
dei comportamenti di una 
persona perbene”.
Laura Margherita Volante

VIRUS


“Un virus ha dichiarato la Terza guerra 
mondiale all’Umanità.
Di fronte al suo impetuoso e rapido assalto, 
tutto il mondo è diventato una Caporetto”.
Nicolino Longo

BENI PREZIOSI



“La collana mia più bella, e infinitamente più preziosa
di quelle in diamanti, perle e lapislazzuli,
sono, e saranno sempre, le braccia di mia figlia
attorno al mio collo”.
Alina Madalina Moga

mercoledì 21 ottobre 2020

URGENTE


I funerali di Roberto Carusi si svolgeranno
domani 22 ottobre alle ore 14,45
nella chiesa di San Gabriele Arcangelo
Via Termopili n. 7 a Milano.

LIBERTÈ EGALITÈ FRATERNITÈ
di Franco Astengo
 


Un grande socialista svedese, Ernest Wigforss (un ministro, non un sognatore) rifiutava la formula per cui la “politica è l’arte del possibile”. Avrebbe rifiutato anche il marketing politico “L’arte dell’impossibile” con cui, in “Borgen”, la protagonista Birgitte Nyborg si ripresenta con un nuovo partito ed una nuova “comunicatrice” fotogenica rubata alla televisione. Secondo Wigforss per ogni socialista democratico la politica è invece “l’arte delle possibilità”. Ovvero usare la capacità politica per spostare il confine di ciò che è concesso. Il concetto di Wigforss illumina meglio quanto stiamo dicendo: occorre affermare e praticare che esistono ulteriori possibilità, e che sono migliori del presente. E poi occorre contendere il confine. Ed occorre dire che questa ricerca continuerà, che il socialismo democratico è (come diceva sempre Wigforss) “utopie provvisorie.” (da Paolo Borioni: Se il liberismo non è di sinistra, Il socialismo non è una bestemmia, dal blog “Striscia Rossa”)
 
“...Noi abbiamo conosciuto il grande romanzo della sinistra, lo abbiamo vissuto e cantato, e le generazioni che ci hanno preceduto ne hanno fatto parte per secoli, per millenni, ancor prima che i patrioti della fraternità, della libertà, dell’eguaglianza alla Convenzione si schierassero nei seggi alla sinistra. E’ romanzo che racconta di infinite sconfitte e lampi di vittoria, di mirabili gesta e immani sacrifici, improvvisi trionfi e repentini tradimenti, eroi e martiri, com’è nella natura delle grandi storie è romanzo di migliaia di capitoli e milioni di capoversi, miliardi di immagini, infiniti autori, così che ognuno ha un posto per sé, il suo piccolo o grande racconto del tutto” (Maurizio Maggiani stralcio da “Sinistra” L’Espresso n.43 del 18 ottobre 2020).
 
“(...) da coloro che vivono nel disagio materiale e stanno nelle periferie abbandonate (le baraccopoli digitali, per dirla con il filosofo Luciano Floridi) lontano dalla cittadella iperconnessa e benestante. Se ne vedono le conseguenze nei buchi neri dell’educazione a distanza, dove si incrociano digital e cultural divide. E se il cosiddetto lavoro agile diventa non l’eccezione bensì la regola, il tema dei livelli adeguati di connessione diviene un capitolo fondamentale dello stato innovatore democratico (Vincenzo Vita, Essere o non Essere digitali, questo è il problema. “Il Manifesto” 21 ottobre 2020)
 
“C’è un vuoto culturale, in Italia e in Occidente, fra due estremi: il pauperismo ostile alla modernità da una parte e, dall’altra, l’accettazione acritica di qualunque cosa la globalizzazione porti con sé
” (Federico Fubini Sul vulcano. Come riprenderci il futuro in questa globalizzazione fragile. Longanesi 2020).
 
Tra le letture di questi giorni ho scelto queste tre citazioni perché mi è parso si trattasse di testi attraverso la cui lettura potrebbe essere possibile riassumere per punti alcuni elementi di dibattito.
Un dibattito che stenta a decollare in una dimensione concreta ma che necessariamente dovremmo cercare di portare avanti nell’opera di costruzione di una sinistra politica al riguardo della quale non ci si può limitare alla constatazione del “non esistere”.
Stiamo tenendo assieme il lamento sul passato e la neghittosità del presente. Su questo punto è il caso di riflettere:
 
1). Il vuoto culturale è l’emergenza prioritaria da valutare per poter riprendere a disegnare un futuro possibile davanti all’emergere di contraddizioni in parte già viste e consumate nell’imperante logica dello sfruttamento umano e della natura e in altre inedite, da quella sanitaria a quella del “digital divide”. Contraddizioni che debbono essere raccolte in un’analisi concreta per poterne fronteggiare gli effetti negativi presentando un progetto di cambiamento sistemico;
 
2). Fraternità, Libertà, Eguaglianza non possono continuare a significare semplici richiami all’antico ma debbono costituire nuovi punti di partenza. Non dobbiamo arrenderci ad una modernità senza principi, basata sull’individualismo competitivo. La nostra storia non si è fermata alla rovina del tentativo di inveramento statuale che ha attraversato il ‘900 nelle diverse versioni della sinistra. Ci sono interi popoli che ancora aspirano a inserirsi in quella scia di liberazione e il concetto di classe sociale non è certo desueto anche (e soprattutto) nel tempo della digitalizzazione;
 
3). “Utopie provvisorie”: una definizione felice. Esiste l’Utopia con la U maiuscola che sempre deve illuminare il nostro cammino e ancora le diverse utopie da costruire cammin facendo. Utopie provvisorie da costruire tenendo ben presente la realtà storica. Ed è proprio dalla storia che è necessario ripartire, non per soffermarci semplicisticamente a rimirare le “magnifiche sorti e progressive” ma per comprendere, proiettandoci nel futuro la dinamica dell’umano, le tensioni che si esprimono nella ricerca del divenire, il pensiero che si alimenta tornando alle glorie e alle difficoltà del passato.
 
Due domande, infine: perché viviamo tanta timidezza a riprendere un discorso chiaro sul socialismo possibile? Perché ci autolimitiamo in ricerche separate invece di tentare di confluire in un crogiolo dal quale far uscire la nuova immagine dell’eguaglianza? Grazie per la vostra attenzione e grazie in anticipo se qualcuna/o vorrà rispondermi.

IL PENSIERO DEL GIORNO



“A causa del coronavirus, ognuno di noi è diventato 
la vecchia signora con la falce in mano 
nei confronti dell’altro”.
Nicolino Longo

 

FUORI DAI DENTI


Laura Margherita Volante

“Perché si dice che per avere successo ci vuole anche fortuna?
Già questo è sbagliato. Il successo deve esserci per meriti a prescindere.  
Avere la fortuna di andare da Costanzo. Avere la fortuna 
di trovare chi ti promuove con i canali giusti e che contano… 
Perché?
I meriti non devono essere servi della dea fortuna.
Ecco perché si dice avere una botta di culo… 
è un canale aperto agli stronzi”.
Laura Margherita Volante

 MODA E MODI


“In alcune epoche il vestire era un vero supplizio
e richiedeva l'intervento di altre mani per indossarlo”.  
Giuseppe Denti

SCIOPERO!

Cliccare sula locandina per ingrandire


martedì 20 ottobre 2020

LUTTI NOSTRI
ROBERTO CARUSI È MORTO
di Angelo Gaccione


Carusi legge Turoldo
fra Kohler con la tromba e Gaccione


Milano. Ieri a tarda sera, ho appreso della scomparsa di Roberto Carusi. Un messaggio tramite WhatsApp di Luisa Cozzi, che avevo incontrato alcune ore prime alla Libreria Popolare di Via Tadino per una intervista per il suo bel programma televisivo “Poetando” su Rete 55, mi informava della ferale notizia. Avevo saputo che Carusi era stato ricoverato in ospedale, durante il ricordo in Piazza Diaz per il 38° anniversario dell’omicidio, ad opera della mafia siciliana, del generale Dalla Chiesa, di sua moglie Setti Carraro e di Domenico Russo. Lo avevo poi sentito telefonicamente il 29 settembre e mi era parso fiducioso e sereno, tant’è che avevamo pensato ad una comune iniziativa appena lo avrebbero mandato a casa. Evidentemente la situazione era molto più grave e i medici gliela avevano tenuta nascosta. L’ultima volta che ci eravamo visti, era stato il 9 febbraio di quest’anno al Giardino Turoldo di Largo Corsia dei Servi, dove era venuto (disponibile come sempre) a leggere versi del “frate partigiano”; lettura che era continuata dentro la Basilica di San Carlo al Corso, dove c’era stata anche la presenza di un coro musicale, la celebrazione della messa da parte di padre Giuseppe Zaupa, e la condivisione della mensa. In quella occasione il trombettista Raffaele Kohler aveva suonato “Il Silenzio” e “Bella ciao”. Una serie di foto ha immortalato quella giornata. Poi è esploso il virus maligno, e ci ha segregati tutti: ha impedito ogni contatto, ha fatto saltare ogni progetto, cancellato ogni iniziativa a Milano e fuori, e la tromba di Kohler ha potuto suonare “Oh mia bella Madunina” da dietro la cancellata della sua finestra il 14 marzo, come si vede dal video messo in Rete e rilanciato anche dalla Rai.


Carusi mentre legge al Giardino Turoldo

Nato a Firenze il 29 luglio del 1939, Carusi è stato parte integrante della vita teatrale, poetica e culturale di Milano. Sempre generoso, ha messo a disposizione di autori, circoli, librerie, teatri, la sua bella e calda voce per letture che rendeva toccanti e coinvolgenti. Per Turoldo nutriva una vera e propria venerazione, ed ha accolto immediatamente l’invito sia per le giornate di giugno del 2019, così come per la giornata del febbraio di quest’anno.

 

La copertina del libro

Non sono dell’umore giusto per scrivere di tutto quanto sarebbe necessario per dare conto della figura di Carusi. Devo però, fra i tanti suoi libri, segnalare il più recente: Cattolico di ventre ebreo, che è quello più dolorosamente autobiografico, uscito da Mursia con una nota introduttiva di Guido Oldani. Appena il Coronavirus ce lo permetterà, tutti noi che lo abbiamo apprezzato e conosciuto e quanti lo hanno visto attivo nei teatri e nei circoli, compreso la Casa della Poesia del Parco Trotter di cui era stato tra i fondatori e per diversi anni vicepresidente, dovremo tributargli il giusto omaggio.

domenica 18 ottobre 2020

ELOGIO DEL DISSENSO 
di Angelo Gaccione

Giuseppe Deiana
(foto Archivio Odissea)


Il libro di Giuseppe Deiana Dissento dunque sono, riflette su una serie di problemi che hanno riguardato (e riguardano) la società italiana dall’immediato dopoguerra - e per tutto il Novecento -, fino ai giorni nostri. Sono urgenze che hanno costretto istituzioni e opinione pubblica ad interrogarsi, e per molti aspetti restano conti aperti, nodi irrisolti. Il tema di fondo, come si evince chiaramente dal titolo, è più latamente il dissenso, più miratamente l’obiezione. Dissenso e obiezione che dalla questione militare al consumo di droghe; dall’aborto al testamento biologico; dalle vaccinazioni alla sperimentazione farmacologica sugli animali; dal divorzio ai matrimoni fra persone dello stesso sesso, e via enumerando, hanno aperto un conflitto giuridico, etico-morale, culturale, politico, religioso, normativo, istituzionale, fino a determinare dei veri e propri cortocircuiti sociali. Deiana disegna anche gli svolgimenti storici dei temi presi in esame, dà voce ai protagonisti, alle forze in campo e a quanti vi hanno apportato il loro contributo sul piano teorico. Tantissime sono infatti le citazioni di autori e libri come si può vedere nella ricca sezione bibliografica.
Personalmente vorrei affrontare il libro dall’impalcatura che lo sorregge tutto: l’atto della disubbidienza, l’atto dell’obiezione, perché le persone “che obiettano, dissentono e disubbidiscono per passione civile, coniugando pensiero critico e azione trasformatrice”, sono le sole in grado di aprire una via al progresso più universalmente inteso, e dare nutrimento ad una democrazia che è divenuta cachettica. Sono queste persone a “porre rimedio alla disumanizzazione della società”, come annota giustamente Deiana. Il pensiero critico è già di per sé disubbidienza e contiene i germi dell’azione trasformatrice. Per obiettare è necessario aver maturato un pensiero critico; convinzioni profonde radicate in una coscienza vigile; consapevolezza di entrare in collisione, di pagare un prezzo commisurato al valore delle proprie idee e della propria coscienza morale. In una parola: esporsi, ma anche scegliere da che parte situarsi rispetto ad un comando illogico o criminale, ad una pratica disumana, ad una prospettiva aberrante. Scrive Deiana: “Al fondo della cultura dell’obiezione di coscienza c’è una scelta etico-esistenziale, nel senso che obiettare significa scegliere da che parte stare di fronte al male; dalla parte dell’io individualistico, oppure della responsabilità verso la collettività; dalla parte del potere oppure di quella dei cittadini”. Solo chi obietta pone un argine al male. Solo chi disubbidisce, dissente, oppone il suo no, imprime un corso diverso alla storia del mondo. È da costoro che germogliano i giusti che divengono esempio per il resto dell’umanità; e sono le loro scelte estreme, spesso pagate con la vita, che fanno grandi le nazioni.  
Ho sempre provato un’ammirazione smisurata per uomini e donne di questa levatura. Ne provo ammirazione perché agiscono sapendo di pagare di persona, assumendosene la responsabilità, offrendo il loro corpo in ostaggio, la propria libertà, senza coinvolgere altri o procurando del male ad altri. Agiscono quando c’è bisogno di agire, senza aspettare; senza calcolare opportunisticamente l’immaturità dei tempi, del ciclo della storia, di essere soli ed isolati. In fondo, il progresso scientifico - e del pensiero -, ha dato il meglio di sé quando delle figure esemplari hanno disubbidito, hanno obiettato a verità che la ragione e la coscienza non potevano accettare. Deiana fa giustamente i nomi di Giordano Bruno, Lutero, Gandhi, Mandela, Don Lorenzo Milani; tutte figure dalla personalità straordinaria, che hanno obiettato e pagato in epoche e tempi diversi. Hanno obiettato anche molti altri uomini a noi più contemporanei e che fanno ora parte della storia del dissenso del nostro Paese. Dal teorico nonviolento Aldo Capitini al suo giovane seguace Pietro Pinna; da Mario Gozzini a padre Ernesto Balducci, a Danilo Dolci a padre David Maria Turoldo, a decine e decine di testimoni di Geova, di radicali, di anarchici, di militanti della sinistra socialista, quasi tutti processati, vessati, emarginati perché si sono opposti al militarismo e alla guerra in tempo di pace, e i cui nomi dimenticati dai più, sono però presenti nelle cronache dei giornali.
Ho detto che ho una particolare ammirazione per l’obiezione individuale perché obbliga ad agire qui e ora, e può essere attuata senza coinvolgere o far del male agli altri. In questo ho molta più simpatia per il pensiero libertario che per il marxismo: il primo dà maggior peso e valore alla responsabilità individuale, all’agire personale. E in questo orizzonte si colloca lo stesso personalismo di Emmanuel Mounier, che va rivalutato. Una frase come questa di Bakunin è molto più fertile di tante prediche teoriche attendiste che spostano l’agire alle calende greche: “Voglio continuare ad essere quest’uomo impossibile, fino a quando non cambieranno le persone attualmente possibili”. E in una democrazia dove da tempo il diritto di voto è diventato un voto senza diritti, come ho più volte scritto, il dissenso, l’obiezione, l’opposizione, sono rimasti gli unici antidoti alla completa deriva. A maggior ragione lo sono nei regimi oppressivi, dittatoriali, teocratici, e nel sistema del capitalismo globale che ha fuso tutte le bandiere. La sola speranza è che queste pratiche e questi princìpi, diventino di massa e universali, e non solamente dell’uomo impossibile bakuniano. Prima che il disastro ambientale e quello nucleare, azzerino il tempo. 


La copertina del libro
 
Giuseppe Deiana
Dissento dunque sono.
Essere obiettori e dissenzienti nella società plurale
Mimesis Ed. 2019
Pagg. 198 € 20,00

IL PENSIERO DEL GIORNO



“Gli uomini di domani saranno gli uomini di ieri:
con altri pantaloni, ma con le stesse teste”.
Nicolino Longo

IL PENSIERO DEL GIORNO



“La democrazia è finita nel cesso
e la politica ha il pulsante…”.
Laura Margherita Volante

POVERO SAN FRANCESCO… 



Cari Frati del Sacro Convento di Assisi 
non sappiamo chi abbia deciso il sorvolo delle frecce tricolori durante la celebrazione della festa di San Francesco d'Assisi. Tale esibizione a bassa quota sul Sacro Convento il 4 ottobre ha messo in pericolo l'incolumità dei pellegrini e fatto tremare le pareti con gli affreschi di Giotto come in un terremoto. Le frecce tricolori sono strumenti bellici, annuncio di guerra, foriere di morte, altamente inquinanti e pericolose. Ci stupiamo perciò che i frati e il loro addetto stampa, Enzo Fortunato, abbiano dato il loro assenso 
e che si siano entusiasmati per tale spettacolo di vana potenza militare e tecnologica, che oggi è seriamente messa in crisi da un invisibile coronavirus!
 Basta con l'idolatria degli strumenti di morte!
Convertiamoci invece all'impegno per il disarmo, la custodia del creato e la Fratellanza universale. 
 
https://www.facebook.com/padre.enzo.fortunato/videos/783113265858627
https://youtu.be/fHQwJBxvG14
 
Rocco Altieri
Presidente del Centro Gandhi onlus
Via Santa Cecilia, 30
56127 Pisa
Telefono 050542573


FRATI E MILITARI



Chi scrive è un vecchio obiettore di coscienza degli anni 66/68, con quattro rifiuti di indossare la divisa militare, che hanno comportato 26 mesi di carcere militare. Sono sostenitore della tesi della responsabilità personale in pace e in guerra. Per non arrivare a questa, perché con le armi odierne c’è il rischio addirittura di togliere, se non tutta, una gran parte della nostra presenza umana in quella Casa Comune che è la nostra Terra, come dimostrato da un virus infinitesimale che ci sta colpendo.
Non sono credente, ma, dalla mia parte del letto, ho il Cantico delle Creature, di quel Francesco che si è spogliato, non solo metaforicamente, delle sue ricchezze, ma ha parlato di Pace in una guerra di allora. Ebbene sentire queste notizie, tanto lontane dalla sua vita vissuta così intensamente, amandola fino in fondo, mi hanno rammaricato. Con i militari si parla, ma dovrebbero dirci, come i politici del resto, cosa rimarrebbe di noi cittadini di qualsiasi Paese, in caso di una guerra nucleare. E riconoscere che una guerra di tal fatta non sarebbe conveniente per nessuno. Bisogna dirlo al mondo: a militari, pacifisti, politici, frati e suore di qualsiasi credo e religione.  
Giuseppe Bruzzone  

 


UNA BRUTTA STORIA
COMUNICATO STAMPA



La segreteria USI Sanità ASST Santi Paolo Carlo rende noto ai mezzi di informazione, alla cittadinanza, ai lavoratori tutti che il giorno 7/10/2020 è stata depositata DENUNCIA QUERELA per APPROPRIAZIONE INDEBITA
dal legale rappresentante Avv. Sergio Onesti (dello studio Avv. R. Fortunato - Avv. S. Onesti) sottoscritta da 10 Infermieri altamente specializzati del Dipartimento Urgenza Emergenza “Sala di Emodinamica e sala Angiografica” ASST (presidio S. Carlo).
CONTRO l’ASST S. Paolo S. Carlo rappresentata dal Direttore Generale Dottor Matteo Stocco. Le motivazioni che hanno portato alla denuncia-querela per appropriazione indebita sono:
1) L'ASST Santi Paolo e Carlo dopo aver beneficiato dell’impegno e della dedizione dei propri infermieri ammirati da tutta la popolazione durante l’emergenza sanitaria (COVID 19), comunica attraverso La Direzione “Risorse Umane “della sopracitata ASST, tramite raccomandata agli Infermieri ricorrenti in data 26/02/2020 la decisione di recuperare le competenze indebitamente percepite in quanto era stato riscontrato “un non meglio specificato errore nella delibera N. 1890 del 30/11/2018”. Delibera che prevedeva un progetto per “l’attivazione temporanea di un turno aggiuntivo di reperibilità infermieristica Emodinamica/Angiografica, con importo economico maggiorato a seguito della convenzione con ASST FBF- Sacco, per prestazioni interventistiche.
Le predette sale sono inserite nelle loro rispettive reti dell’EMERGENZA TERRITORIALE quindi si rendeva indispensabile implementare il numero del personale infermieristico reperibile, per assicurare gli interventi endovascolari salvavita in emergenza.
2) La condotta autoritaria ed illegittima della ASST si è manifestata
non avendo evaso:
• documentazione specifica ed esaustiva così come richiesto dai lavoratori;
• sospensione del provvedimento chiesta dai delegati RSU - USI ;
• diffida per sospendere ogni iniziativa di recupero forzoso, presentata dal legale Avv. S. Onesti con invito a comunicare quale provvedimento giudiziario giustificava l'operazione dell’ASST.
Con assoluto disprezzo nei confronti dei diritti dei tanto decantati infermieri
che in quel periodo in piena emergenza sanitaria venivano additati come “eroi”.
3) Esauritasi la fase più critica della pandemia l’ASST, senza alcuna comunicazione preventiva, ha trattenuto indebitamente dalla busta paga degli Infermieri interessati una somma tra E. 200/250 mensili a partire da agosto c. a. fino al raggiungimento della somma “dell’errore non meglio specificato” , trattenuta ancora in atto, che durerà circa 6 mesi; con un recupero totale di circa E. 12,500.
4) Il recupero forzoso messo in atto dalla ASST Santi Paolo e Carlo è illegittimo, non potendo qualsiasi Datore di lavoro e tanto più quello pubblico prelevare dalle buste paga dei dipendenti importi di vario genere se non in forza di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria. È di tutta evidenza che la condotta della ASST integri gli estremi del reato di appropriazione indebita aggravata non solo in danno dei lavoratori, ma anche in danno della ASST FBF Sacco.
Questo è uno dei provvedimenti repressivi e di cancellazione dei diritti che ha attuato questa Amministrazione durante e dopo la fase emergenziale di pandemia da Covid 19, dando però una spinta decisiva al declino delle relazioni sindacali con la firma del Contratto Collettivo Integrativo Aziendale del 16/06/2020 accordo siglato solo dalla minoranza della R.S.U.
Il personale sanitario dopo aver vissuto, sulla propria pelle, l’emergenza sanitaria che ha acuito fino allo stremo le condizioni di qualità di vita lavorativa pessima, che da sempre caratterizza i lavoratori ospedalieri e cioè:
• impossibilità di organizzazione della vita personale;
• turni massacranti con ripetuti salti di riposo per carenza di personale;
• organizzazione militaresca all’interno dei reparti con ricatti continui per usufruire di diritti come le ferie, vestizione, permessi, congedo, part time, pausa mensa, Dispositivi di Protezione Individuali insufficienti, spesso mancanti;
• salario inadeguato;


“Altro che conciliare il tempo per la famiglia e le esigenze di lavoro”.
Assunzioni subito e assunzioni stabili e aumento del salario sul tabellare.
Stanchi di tutti questi soprusi sui “tanto decantati eroi” da parte di tutti,
l’U.S.I. Sanità dell’ASST Santi Paolo Carlo comunicherà l’imminente data di inizio dello stato di agitazione di tutti i lavoratori contro il CCIA firmato dalla minoranza della R.S.U. che ha svenduto i diritti acquisiti peggiorando gli accordi già in essere da anni.
MILANO 15 OTTOBRE 2020                                                        
USI-Sanità
ASST San Paolo e San Carlo

venerdì 16 ottobre 2020

VIRUS


“Non oso nemmeno più augurare
buona giornata, per evitare che mi mandino
affanculo…”.
Laura Margherita Volante

MODA E MODI



Gli abiti prima ci hanno coperto 
ora ci stanno spogliando
”.
Giuseppe Denti

IL PENSIERO DEL GIORNO



“Il rigo della vita, dopo tante virgole e punti e virgola,
arriva sempre a un punto in cui la morte mette punto”.
Nicolino Longo

LE 95 TESI DI MARTIN LORETO
di Giuseppe Natale


Un gruppo di abitanti di Via Padova e dintorni ha elaborato “95 tesi di Martin Loreto” sulla città mercificata e sui quartieri popolari del municipio 2  di Milano (via Padova, viale Monza…).
 
Come si sa, 503 anni fa, il 31 ottobre del 1517, Martin Lutero espone le sue 95 tesi contro la vendita delle indulgenze e si ribella, in nome della libertà e della giustizia, al Papato di Roma primo responsabile del degrado morale nel governo della Chiesa cattolica. Dà così l’avvio alla rivoluzione protestante e getta le fondamenta di una nuova etica religiosa, quella protestante, che alimenterà lo spirito e l’ideologia del nascente capitalismo.
Oggi, invece, se non si vuole precipitare nel disastro totale si pone il problema di come superare il capitalismo.
La coincidenza del numero delle tesi e l’assonanza/consonanza dei nomi dell’autore rimandano a una suggestione tinta di simpatica ironia, che nella profonda diversità dei contenuti fanno intravedere un analogo spirito di critica radicale e di ribellione, allora contro il predominio della Chiesa di Roma oggi contro il neoliberismo capitalistico e la speculazione finanziario/immobiliare che portano alla disumanizzazione della società e alla rovina degli ambienti urbani e naturali.
Nel pomeriggio di domenica 11 ottobre 2020, presso la sede dell’ANPI di Crescenzago in Piazza Costantino a Milano, le tesi sono state presentate nella forma del classico gioco della tombola. Conviviale e con chiacchiere, l’esperimento della Tombolata di Martin Loreto è piaciuta ai partecipanti  che si sono divertiti nel percorso di conoscenza giocando ad allenare il loro spirito critico che magari era dormiente da un  bel po’ di tempo.
A mio parere incontri come questo, con le modalità ludiche sui temi scottanti della nostra epoca, sono da replicare e moltiplicare con convinzione fantasia e rigore. Possono servire molto a svegliare le coscienze, a favorire lo spirito critico, a rafforzare le motivazioni per l’impegno civile e politico, sociale e culturale. Cercherò ora di presentare in modo essenziale le 95 tesi.



[1 - 7]. Vivere bene e liberi. Nelle prime sette tesi si afferma il sacrosanto diritto per tutte e tutti a vivere bene e ad essere liberi. Vivere bene deve volere significare la soddisfazione per tutti gli esseri umani dei propri bisogni senza condizionamenti e ricatti. Essere liberi (non la libertà in astratto) vuol dire poter vivere “non come mezzi per l’accumulazione della ricchezza né come fini in sé, ma piuttosto come modi del mondo”. Senza farsi imporre i ritmi frenetici della metropoli, “rivendicando la specificità temporale della vita nel territorio”.
 
[8 - 20]. Territorio e pratiche ecologiche. I diritti fondamentali della e delle persone si calano nella realtà quotidiana del territorio. Inteso quest’ultimo come spazio fisico e relazionale per viverci bene, in un intreccio di legami di solidarietà e mutualità da sciogliere in “pratiche ecologiche”, partecipando alla vita del quartiere e prendendosi cura dell’altro perché nessuno rimanga da solo nel rischio continuo di ricatti e prepotenze. Questo stile di pensiero e azione è politico in modo diverso dalla politica. Serve anche un “atto di fede” (laica) nel credere nei “legami di mutualità” e nel “farsi carico dei problemi del territorio”. Il politico va organizzato e gestito dal basso, perché non si può delegare. Lapidaria e piena di senso la tesi 18: “La vita non ha la stessa velocità del denaro!”.
 
[21 - 34]. Politiche amministrative. Le politiche delle amministrazioni del Comune di Milano (e in generale delle grandi città) sui quartieri vanno nella direzione opposta a quella del vivere bene per tutte le persone in un ambiente ecologico sano. Il Centro invade i quartieri popolari e promuove gli investitori privati per “mettere a profitto il territorio” e renderlo competitivo, come una merce qualsiasi, sul mercato globale. Le persone che abitano il territorio non contano o contano assai poco di fronte all’avanzare dei grandi capitali privati, nazionali e internazionali. Smantellato il sistema produttivo del primo capitalismo, Milano viene trasformata in una “città-vetrina da consumare”, dopo quella da bere! Rimanervi o venire a viverci costa tanti sacrifici.


[35 - 41]. Gentrification. La parola chiave per conoscere e capire il processo di mercificazione della città è gentrification (gentry, persona di condizione sociale medio-alta; processo di trasformazione di un quartiere popolare in quartiere residenziale di ricchi e/o mediamente agiati).
La città viene intesa e gestita come una merce, il cui prezzo diventa sempre più caro. Per il costo della vita in aumento, gli abitanti più poveri ed emarginati dei quartieri vengono costretti a lasciare le loro case e i loro luoghi. È l’espulsione dei ceti popolari mentre avanza l’espandersi dei profitti dei cementificatori e degli operatori immobiliari. Domina su tutto il capitale aggressivo della grande finanza. Ogni fazzoletto di spazio libero è buono per cementificare e costruire case e vendere/affittare appartamenti di caratura medio-alta. Frenetica diventa la promozione di location per il tempo libero e per lo svago, per le manifestazioni mercantili, artistiche e culturali in cui predominano marketing ed immagine attraenti e modaioli.
I sindaci e le giunte delle grandi città, nel nostro caso del Comune di Milano, finiscono per rappresentare sempre meno o per non rappresentare affatto le istanze dei cittadini, in particolare di quelli disagiati. Diventano amministratori delegati degli interessi dei poteri forti del capitalismo finanziario e della rendita fondiaria e urbana. La conclamata “lotta alla povertà” si trasforma “nell’eliminazione fisica dei poveri”.
 


[42 - 60]. NOLO. L’analisi si cala nel vivo dei quartieri in cui vivono le e gli autori delle tesi. È la porzione di territorio tra Via Venini/Viale Monza/Piazzale Loreto/Via Padova nella fascia Nord del Municipio 2 di Milano, che entra nella sfera di influenza di NOLO, acronimo di Nord Loreto, uno degli ultimi brand, molto coccolato dai mass media, diventato famoso per le sue iniziative ed eventi modaioli, comunicativi ed artistici sponsorizzati dal Comune di Milano e da enti privati. Il manifesto di NOLO con il logo del Comune è dappertutto negli spazi pubblicitari: un bel volto di donna meticcia dal sorriso tranquillizzante invita a “vederci a Nolo”. “Milano che è sempre quella perché non è mai la stessa”, slogan accattivante che chi lo capisce è bravo. Vuol dire per caso che Milano è sempre la città degli affari (eppur si chiamava “capitale morale…”) nelle sue diverse modalità? Non possono mancare parole e slogan in inglese, tanto per farsi capire da tutti! Yes Milano!... E per non dire esplicitamente di volere un quartiere residenziale medio-alto si scrive neighborhood by neighborhood… Capito?
Di fatto, consapevolmente o meno, Nolo diventa una specie di cavallo di Troia nella cui pancia porta le truppe della speculazione edilizia e dell’abitare a danno dei ceti poveri e disagiati. Prepara e contribuisce a sviluppare il processo di gentrification, facendolo passare come modalità di riqualificazione e rigenerazione del territorio. In realtà si porta avanti la trasformazione dell’uso dell’abitare e degli spazi sociali. Entrano così in crisi stili di vita solidaristiche e interrelazioni multietniche e multiculturali.
“Aprono ovunque agenzie immobiliari, nuovi bar, minimarket, esercizi commerciali trendy”. La rincorsa al guadagno e al profitto di pochi come contrappasso all’impoverimento e l’emarginazione e, alla fine, all’espulsione di tante sempre più numerose persone vittime del carovita e della precarietà, dello sfruttamento lavorativo e sociale e del lavoro gratuito e del non lavoro.
In queste tesi Nolo viene sottoposto a critica serrata, in quanto “operazione di facciata” e di “marketing” che, contrapponendo “degrado” a “decoro”, non affronta i reali problemi delle persone e dei ceti popolari per migliorarne le condizioni. Anzi li inasprisce opponendo il decoro alla povertà, insistendo sul “degrado” inteso sprezzantemente come stigma dei quartieri di cui si vuole cancellare storia e memoria. “Tutto al solo fine di […] rendere giustificabile il trasferimento del popolo indesiderato ed ormai fuori luogo, e l’avvento di quello in tinta con le nuove esigenze, le nuove regole, i nuovi prezzi. Il popolo decoroso”.


                                  


[61 - 83]. Gentrification paura e sicurezza. Il discorso ritorna sulla ‘gentrificazione’, politica che opera un ricambio di popolazione. Si fa largo ed occupa spazio un popolo di consumatori, di turisti, di “fantasmi” che affollano i fine settimana, affittano e comprano, a prezzi sempre più alti, case e appartamenti. Ci guadagnano i proprietari e gli speculatori. Saltano i rapporti di mutualità e si rafforzano i meccanismi della concorrenza e della diffidenza. Scatta e si diffonde la paura. “Ognuno ha bisogno di difendere la propria fortuna, aumentano le cancellate, la richiesta di telecamere e anche quella di polizia e militari”.
La sicurezza non come diritto per tutti, ma come repressione degli emarginati. La lotta al degrado e la sicurezza dei pochi diventano il leitmotiv della politica dominante che non vuole affrontare la situazione concreta, e quindi dimostra di non voler migliorare la vita di tutti e dell’intero ambiente urbano; di non voler tutelare il Bene comune.
 
[84 - 95]. Per un’altra vita di quartiere. Nelle tesi finali si insiste ancora sulla necessità di comprendere, per contrastarlo, il “meccanismo della gentrification”. Senza mitizzare il passato, ma anche senza farsi ingannare dai proclami ufficiali, dietro i quali si camuffano gli interessi di pochi e la corsa frenetica al denaro e al business facile, è necessario e urgente elaborare e praticare “nuovi modelli socioeconomici territoriali ed autocentrati sui bisogni degli abitanti”. Per un’altra vita di quartiere e di città e di benessere per tutte e tutti.

 
Sono, a mio avviso, tesi stimolanti che offrono adeguate chiavi di lettura della realtà urbana contemporanea. Pur con lacune e carenze di analisi, in particolare per quanto riguarda il nuovo scenario che, già a partire dai cambiamenti climatici e dagli sconvolgimenti ambientali, si aggrava ulteriormente con la pandemia del coronavirus e richiede proposte e interventi radicali e urgenti proprio nella direzione indicata dalle tesi. Queste però abbisognano di approfondimenti e di definizione di obiettivi e mezzi efficaci. Intanto ci sono tutti i presupposti teorico-pratici nelle “95 tesi” che denotano la maturità etico-politica e la consapevolezza civile di tanta cittadinanza attiva, che però non trova udienza né nelle istituzioni né nei mass media. E che a maggior ragione deve affinare gli strumenti di resistenza.

giovedì 15 ottobre 2020

LA RESPONSABILITÀ SOCIALE DEL FILOSOFO
di Giorgio Riolo

Giuseppe Prestipino

Giuseppe Prestipino e la annosa questione del rapporto 
élite e popolo. 


Non è un caso, per Prestipino e per chi scrive, che si prenda a prestito da Lukács il titolo di un saggio del pensatore ungherese pubblicato postumo. Per designare una nozione fondamentale, di cui si dirà, e per prendere le mosse per un breve ricordo del filosofo e militante italiano, “socialista e comunista”, come amava definirsi, recentemente scomparso. La cui personalità era così particolare, così composta e misurata, così rigorosa, così aliena da narcisismi, pose, sicumere, opportunismi, aspetti molto diffusi nel mondo intellettuale e nel mondo politico, anche a sinistra, tanto che molti di noi lo considerano come modello di intellettuale militante a cui ispirarsi. Il primo colloquio con lui mi colpì molto. In un convegno del 1985 per il centenario della nascita degli amati e studiati Lukács e Bloch, alla mia osservazione sconfortata del fatto che i dilaganti postmoderno, pensiero debole, Heidegger, Nietzsche ecc. avessero fatto breccia anche a sinistra, come momenti costitutivi e fondamentali per molti intellettuali in quell’area collocati, pacatamente, sobriamente Prestipino mi ricordava che “è colpa anche nostra” per quello che stava accadendo. Intendendo con ciò che molto marxismo ferreo e granitico, scolastico, autoreferenziale, semplificato e piatto, che ci stava alle spalle, improntato allo scientismo, all’economicismo, al determinismo ecc., avente i caratteri del “sapere assoluto”, produceva l’effetto della dinamica opposta, del pendolo storico della fuga nel “relativismo culturale”, nella ricerca di un pensiero più alla moda. Poi, soprattutto dopo il fatidico 1989, avremmo designato quella deriva postmoderna come “egemonia culturale della filosofia complessiva del neoliberismo”. Prestipino, con altri studiosi marxisti, si muovevano invece avendo in sé gli anticorpi per evitare le speculari derive del “sapere assoluto” e del “relativismo culturale”. Si trattava della salutare e assidua frequentazione degli scritti di Gramsci, Lukács, Bloch. E, sottolineatura personale, della salutare formazione complessiva umanistica che considerava la letteratura e i grandi classici come componente decisiva della formazione politica.



Avendo in sé, inoltre, gli anticorpi del continuo riferirsi, nella propria elaborazione teorica, al corso storico reale, all’impegno politico e sociale. Prestipino aveva una sensibilità politica e sociale che gli veniva dalla sua formazione e dalla sua militanza politica. Prima nel Pci, già dagli anni Quaranta. Dal suo impegno come consigliere regionale nella Assemblea Regionale Siciliana (era nato nel 1922 a Gioiosa Marea in provincia di Messina) e dal suo far parte del Comitato Centrale del partito e poi, dalla fine degli anni Novanta, nel Prc, dopo il tragico coinvolgimento nel 1999 del governo D’Alema nella sciagurata Guerra dei Balcani.
Tra i suoi numerosi libri e saggi, cito qui solo il fondamentale Realismo e utopia. In memoria di Lukács e Bloch del 2002 (presso Editori Riuniti) come modello di rigorosa elaborazione propriamente filosofica ma con la continua, feconda, necessaria interazione con la storia, la società, la politica, agita e non solo studiata. È un libro impegnativo, anche nelle dimensioni, ma Prestipino è riuscito a cogliere bene, entro un confronto con i classici della filosofia, la “nuova proposta teorica complessiva” che si poteva enucleare a partire dalla “complementarietà” di Lukács e Bloch.



Il realismo del pensatore ungherese, fondato sulla “ontologia dell’essere sociale” (Prestipino, “ontologia dell’essere-in-comunità”), e “l’utopia concreta” e “il principio speranza” di Bloch, nelle loro divergenti prospettive, tuttavia miravano a un obiettivo comune. Una “rifondazione” e una “rinascita” del marxismo all’altezza dei problemi del loro, e del nostro, tempo. Il retroterra era la fondazione di un’etica necessaria per un marxismo dal volto umano e per un socialismo e un comunismo anch’essi dal volto umano. Né “sapere assoluto”, né “relativismo culturale”. Un tertium teorico come corrispettivo, nel mondo delle idee, del necessario tertium, nella pratica politica e nella pratica sociale, tra opportunismo-moderatismo ed estremismo, velleitario e inconcludente.
Prestipino ha sempre tenuto in seria considerazione il rapporto uomo-società-natura. La sua attenzione a questo complesso problematico è attestata in ogni suo scritto e intervento. Come diceva, una società di liberi ed eguali, una società dove, kantianamente, l’essere umano (donna e uomo) è un fine e non semplicemente ed esclusivamente un mezzo, si fonda su una concezione e una pratica per le quali la natura non è semplicemente ed esclusivamente un mezzo, ma un fine in sé, al pari dell’essere umano. Segnalo in questo senso, oltre al libro sopraccitato, Modelli di strutture storiche (presso Bibliotheca), un suo libro del 1993 purtroppo trascurato.
 

La personalità di Prestipino, la sua fisionomia intellettuale, politica e morale, ci consente di fare qui, nella brevità di un articolo, un veloce riferimento alla annosa questione del rapporto “élite” e “popolo”. Due nozioni oggi da riempire con altri contenuti sociologici rispetto alla morfologia sociale con cui aveva a che fare e su cui rifletteva Antonio Gramsci, soprattutto in riferimento alla storia italiana, nei suoi Quaderni del carcere.
Così come la storia in generale e la storia dei movimenti sociali e politici in particolare mostrano, il ruolo dei gruppi dirigenti è decisivo. Là dove c’è organizzazione il pericolo della verticalità delle gerarchie, dei ferrei rapporti gerarchici e del consolidarsi di oligarchie è veramente reale. Da qui la deriva della separatezza dei gruppi dirigenti. In ogni dove, non solo nel mondo politico.
Le élite non si possono eliminare, ma contenere-trasformare sì. Allora occorre un supplemento nella formazione culturale e nell’etica pubblica, unito a una rigorosa selezione di detti gruppi dirigenti. Anche per scongiurare quella che famosi studiosi della politica hanno designato come “circolazione delle élite”, nella quale vengono e si fanno coinvolgere esponenti provenienti dal movimento operaio, socialista e comunista. Con relativi privilegi, riconoscimento e scalata nello status sociale ecc.
La democrazia è ancora una volta la posta in gioco. La democrazia partecipativa come soluzione è il tertium tra democrazia rappresentativa, per più versi in crisi e delegittimata, e democrazia diretta. Questo nella società capitalistica in generale, soprattutto nell’epoca del dirigismo e dello spossessamento politico a opera del neoliberismo. E, per quanto ci riguarda, negli organismi e nelle organizzazioni sociali e politiche della sinistra. Forme politiche e forme organizzative su cui lavorare, riviste e riformate, in vista di quella democrazia partecipativa.
Prestipino ha molto riflettuto su tutti questi temi e sui quali ha dato contributi importanti fino a tempi recenti.
 

 

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