UNA NUOVA ODISSEA...

DA JOHANN GUTENBERG A BILL GATES

Cari lettori, cari collaboratori e collaboratrici, “Odissea” cartaceo ha compiuto 10 anni. Dieci anni di libertà rivendicati con orgoglio, senza chiedere un centesimo di finanziamento, senza essere debitori a padroni e padrini, orgogliosamente poveri, ma dignitosi, apertamente schierati contro poteri di ogni sorta. Grazie a tutti voi per la fedeltà, per la stima, per l’aiuto, per l’incoraggiamento che ci avete dato: siete stati preziosi in tutti questi dieci anni di vita di “Odissea”. Insieme abbiamo condiviso idee, impegni, battaglie culturali e civili, lutti e sentimenti. Sono nate anche delle belle amicizie che certamente non saranno vanificate. Non sono molti i giornali che possono vantare una quantità di firme prestigiose come quelle apparse su queste pagine. Non sono molti i giornali che possono dire di avere avuto una indipendenza di pensiero e una radicalità di critica (senza piaggeria verso chicchessia) come “Odissea”, e ancora meno quelli che possono dire di avere affrontato argomenti insoliti e spiazzanti come quel piccolo, colto, e prezioso organo. Le idee e gli argomenti proposti da "Odissea", sono stati discussi, dibattuti, analizzati, e quando occorreva, a giusta ragione “rubati”, [era questa, del resto, la funzione che ci eravamo assunti: far circolare idee, funzionare da laboratorio produttivo di intelligenza] in molti ambiti, sia culturali che politici. Quelle idee hanno concretamente e positivamente influito nella realtà italiana, e per molto tempo ancora, lo faranno; e anche quando venivano avversate, se ne riconosceva la qualità e l’importanza. Mai su quelle pagine è stato proposto qualcosa di banale. Ma non siamo qui per tessere le lodi del giornale, siamo qui per dirvi che comincia una una avventura, una nuova Odissea...: il gruppo redazionale e i responsabili delle varie rubriche, si sono riuniti e hanno deciso una svolta rivoluzionaria e in linea con i tempi ipertecnologici che viviamo: trasformare il giornale cartaceo in uno strumento più innovativo facendo evolvere “Odissea” in un vero e proprio blog internazionale, che usando il Web, la Rete, si apra alla collaborazione più ampia possibile, senza limiti di spazio, senza obblighi di tempo e mettendosi in rapporto con le questioni e i lettori in tempo reale. Una sfida nuova, baldanzosa, ma piena di opportunità: da Johann Gutenberg a Bill Gates, come abbiamo scritto nel titolo di questa lettera. In questo modo “Odissea” potrà continuare a svolgere in modo ancora più vasto ed efficace, il suo ruolo di laboratorio, di coscienza critica di questo nostro violato e meraviglioso Paese, e a difenderne, come ha fatto in questi 10 anni, le ragioni collettive.
Sono sicuro ci seguirete fedelmente anche su questo Blog, come avete fatto per il giornale cartaceo, che interagirete con noi, che vi impegnerete in prima persona per le battaglie civili e culturali che ci attendono. A voi va tutto il mio affetto e il mio grazie e l'invito a seguirci, a collaborare, a scriverci, a segnalare storture, ingiustizie, a mandarci i vostri materiali creativi. Il mio grazie e la mia riconoscenza anche ai numerosi estimatori che da ogni parte d’Italia ci hanno testimoniato la loro vicinanza e la loro stima con lettere, messaggi, telefonate.

Angelo Gaccione
LIBER

L'illustrazione di Adamo Calabrese

L'illustrazione di Adamo Calabrese

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA

FOTOGALLERY DECENNALE DI ODISSEA
(foto di Fabiano Braccini)

Buon compleanno Odissea

Buon compleanno Odissea
1° anniversario di "Odissea" in Rete (Illustrazione di Vittorio Sedini)


"Fiorenza Casanova" per "Odissea" (Ottobre 2014)

I DOSSIER

LA LOTTA DEGLI ESPOSTI ALL’AMIANTO IN ITALIA
di Michele Michelino*


Il 30 maggio scorso si è tenuto a Padova presso il Dipartimento di Filosofia,
Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell’ Università degli Studi,
un incontro seminariale dal titolo:
Nocività, salute, lavoro: esperienze italiane e internazionali
pubblichiamo l’interessante intervento dell’amico e collaboratore Michele Michelino
presidente del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio
di Sesto San Giovanni, Milano.



La storia della lotta contro l’amianto in Italia, -detto anche asbesto, il più economico e “ miglior termo-dispersore al mondo”- è una storia di anni di battaglie collettive di uomini e donne che spesso sono rimasti senza volto e senza nome, ma sono riusciti a sfondare il muro di omertà e di complicità eretto da un sistema industriale basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo che, pur di realizzare il massimo profitto, non ha esitato consapevolmente di mandare a morte centinaia di miglia lavoratori nelle fabbriche, le loro mogli e figli e anche tanti cittadini che mai hanno visto una fabbrica.
La nostra è una storia che è costata enormi sacrifici economici e umani ed è tuttora costellata dalle conseguenze mortali sui lavoratori e sulla popolazione. Se non si bonificherà il territorio, continuerà l’inquinamento degli esseri umani, degli animali e della natura e si continuerà a morire.
Nonostante il ricatto fra occupazione e lavoro, la lotta dei lavoratori per la tutela dei loro diritti, della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro è stata una lunga lotta che non ha fine. Una lotta difficile e drammatica di sfruttati che hanno dovuto guadagnarsi il pane in luoghi di lavoro nocivi, esposti a sostanze cancerogene, dove si lavorava l’amianto o dove quest’agente killer era, ed è, presente.
La pericolosità dell’amianto e il danno letale che provocava alla salute di chi ne veniva in contatto era noto fin dall’inizio del Novecento.
In Italia fino agli anni 30’ la silicosi e l’asbestosi erano patologie non riconosciute come professionali, ma alla fine degli anni 30 -anche grazie agli studi del prof. Vigliani, oltre che per porre fine al contenzioso e per assecondare lo sforzo bellico in una fase particolare della 2° Guerra Mondiale, quando le sorti del conflitto sembravano ormai segnate- il legislatore approvò la legge 455 del 12/4/1943 con la quale era finalmente stabilita la “Estensione dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali alla silicosi e all’asbestosi”. Si trattava di un sia pur minimo riconoscimento per i lavoratori dell’amianto che si erano ammalati. Lo Stato italiano era dunque consapevole, fin dagli inizi degli anni ’40, del rischio morbigeno legato all’esposizione a polveri e fibre di amianto aerodisperse nell’ambiente lavorativo.
Un ritardo, quello dello Stato Italiano, ingiustificato e colpevole, perché già nel 1983 l’allora Comunità Europea (Cee), tramite la direttiva 477, aveva dichiarato fuori legge l’amianto. Tuttavia per sei anni nessun governo accoglie le seppur timide indicazioni comunitarie e nel 1989 l’Italia viene giudicata inadempiente, ma la sanzione europea non comporta alcuna reazione immediata. Bisognerà attendere il 27 marzo di tre anni dopo perché la legge 257 venga approvata dal Parlamento.


Con questa legge viene sancito il divieto di estrazione, importazione, lavorazione, utilizzazione, commercializzazione, trattamento e smaltimento ed esportazione dell’amianto e dei prodotti che lo contengono. La messa al bando è affiancata da una proroga di due anni per permettere agli industriali di smaltirlo. Questo significa che per 9 anni lo Stato Italiano, cioè tutti i governi che si sono succeduti, sono stati responsabili e complici delle lobbies dell’amianto e di Confindustria nella mattanza di centinaia di migliaia di operai e di loro famigliari. Ci sono volute grandi mobilitazioni, battaglie politiche e sindacali, e anche battaglie giudiziarie per far approvare finalmente, nel 1992, dopo un lungo presidio di due giorni e due notti dei lavoratori dell’Eternit di Casale Monferrato, della Breda, e rappresentanti di molte altre fabbriche italiane sotto il parlamento, una legge che mettesse al bando la produzione e la commercializzazione di questa sostanza killer e disponesse un insieme di norme rivolte a tutelare la salute degli esposti, prevedendo misure di risarcimento per coloro che avevano dovuto svolgere una attività così pericolosa.  Purtroppo l’amianto provoca malattie e morte, anche molti anni dopo che si smesso di lavorarlo a causa dei lunghi tempi di latenza di tali patologie.
Questo materiale, contenuto in oltre 3 mila prodotti -dai mastici ai sigillanti, dalle pasticche dei freni alle corde, dalle conduttore di acqua potabile alle intercapedini e stucchi per strutture anche pubbliche, come asili, ospedali e scuole- era considerato il “miglior termodispersore al mondo”. Così pratico e a buon mercato da essere finito anche sui tetti: 2,5 miliardi di metri quadrati è la superficie di coperture in eternit in Italia, equivalente a circa 32 milioni di tonnellate di cemento-amianto. Conveniente ma mortale: quand’è sottoposto a sforzi si usura, liberando nell’aria miliardi di particelle che, se inalate, provocano danni enormi. Ogni anno, in Italia, secondo l’Inail, provoca 4mila vittime. Una parte rilevante delle 90 mila morti censite all’anno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui nel mondo 125 milioni di persone - ancora oggi- sono esposte all’amianto nei luoghi di lavoro.
Le patologie interessano l’apparato respiratorio -asbestosi, tumore maligno del polmone e della laringe, mesotelioma pleurico-; poi c’è il mesotelioma peritoneale, quello pericardico, della tunica vaginale del testicolo o il tumore maligno dell’ovaio. Placche e inspessimenti pleurici diffusi. L’amianto colpisce anche l’apparato digerente. È un attacco invisibile e senza fretta quello delle particelle di asbesto, con un intervallo di latenza tra l’inizio dell’esposizione e la comparsa della malattia che in genere dura decenni: 46 anni, secondo i dati pubblicati nel 2012 nel Quarto rapporto del Registro nazionale dei mesoteliomi dell’Inail. Prima ancora della “malattia” però, l’amianto evoca la “fabbrica”. Anche perché l’Italia, fino alla fine degli anni 80, è stato il maggior produttore di amianto d’Europa: dal dopoguerra al 1990 ha partorito 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo, seconda solo all’ex Unione Sovietica.


Sono trascorsi 26 anni dall’entrata in vigore della legge 257/92 che metteva al bando l’amianto. I tempi lunghi di molti processi hanno salvato gli assassini per prescrizione, pochi si sono conclusi con condanne, molti con l’assoluzione degli imputati per “non aver commesso il fatto”, come se fosse stata colpa degli operai, delle vittime, aver respirato sostanze cancerogene, lasciando liberi e impuniti i responsabili della morte di migliaia di operai e lavoratori: alle vittime, oltre al danno, la beffa.
In ogni caso anche oggi, dal nord al sud, sono diversi i processi in corso: da quelli a Milano (ATM, Breda/Ansaldo, Pirelli, Alfa Romeo ) a quelli contro la Fibronit a Palermo e Broni, Fincantieri a Monfalcone, Montefibre a Verbania, Montedison a Mantova, la Marina
Militare a Venezia. Ci sono persino procedimenti sulle autostrade ad es. sulla Prebemi per l’amianto sotterrato, anche qui in veneto sotto la A31 in Val d’Astico (Vicenza).
La nostra esperienza prima, e successivamente anche la letteratura scientifica, ci hanno insegnato che le fibrille di amianto possono entrare nell’organismo sia attraverso le vie respiratorie sia attraverso il tubo gastroenterico. Le fibre d’amianto sono pericolose sia se inalate, sia se ingerite, con i cibi, sia quando vengono in contatto con tessuti di rivestimento, epidermico e/o mucoso. Tutti i tessuti, nessuno escluso, vengono colpiti  da questa azione patogena. Il tessuto polmonare, le membrane sierose (pleura, peritoneo, pericardio, tonaca vaginale del testicolo), sono i bersagli più comuni dell’azione cancerogena.
I Comitati e le Associazioni delle vittime dell’amianto si battono da anni per la sicurezza nei luoghi di lavoro e sul territorio, per la giustizia. Oltre al dolore e alla disperazione che provano quando qualcuno di caro viene colpito per una malattia senza speranza, i famigliari delle vittime restano per anni in balia dei Tribunali e dell’Inail in attesa un risarcimento che non arriva mai o che se qualche volta arriva è troppo tardi. La lotta delle associazione e comitati è una lotta contro un intero sistema capitalista che privilegia il profitto alla vita umana e che si scontra con muri di gomma, governi e istituzioni complici, rimandi infiniti di istituti come INAIL e INPS che dovrebbero garantire i diritti e che invece sembrano voler costruire risparmi sulla pelle dei lavoratori (si calcola che l’INAIL abbia un “tesoretto” di oltre trenta miliardi di euro). Infine la rabbia per una giustizia che non c’è, una giustizia di classe che assolve i colpevoli e condanna spesso le vittime a pagare anche le spese dei tribunali.
Nel 2008 noi lavoratori, con le nostre Associazioni e Comitati, ed anche singolarmente, abbiamo deciso di ricorrere alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo, per denunciare la violazione dei loro diritti e delle norme costituzionali sulle quali si fonda la Repubblica Italiana nata dalla Resistenza, che all’articolo 1 della Costituzione proclama che la Repubblica è fondata sul lavoro; ma il più delle volte questa è finzione, apparenza; nella realtà la Repubblica, nel suo manifestarsi concreto ancora oggi, dimentica la sicurezza sul lavoro e l’integrità fisica di chi ha dedicato e dedica la vita al progresso individuale e collettivo, producendo la ricchezza di questo paese.  Di fronte alle stragi collettive, ai morti del lavoro, si alzano per qualche giorno voci di denuncia del capo dello stato, ministri, politici e sindacalisti; voci impotenti e ipocrite, perché il giorno dopo tutto continua come prima. Il motore del sistema capitalista, della nostra società e del sistema economico è il profitto, il dio denaro, il mercato, che dispone della vita e della morte degli esseri umani a cui tutti gli altri diritti umani sono subordinati se compatibili con esso.


Al centro del mondo ci sono i “diritti” delle multinazionali, delle rendite finanziarie, dei profitti e non certo il lavoro, la sua difesa, la sua tutela, quel lavoro che pure la Costituzione considera essere lo strumento di affermazione e di progresso, personale e collettivo. Se la centralità è l'impresa, l’intensificazione incessante del lavoro, il ridurne sempre più i costi, tagliare i tempi, aumentare gli orari, questo è quanto avvenuto concretamente nel corso degli ultimi anni, ebbene, gli incidenti non solo non diminuiranno, ma continueranno ad aumentare, così come aumenteranno le malattie professionali, che per altro le istituzioni si ostinano a non riconoscere. Lunghe cause che durano anni e che spesso si concludono per la sopraggiunta morte dei lavoratori già minati nel fisico. Processi penali lunghissimi che, anche in casi di condanna dei datori di lavoro per omicidio colposo, fanno scattare la prescrizione e la conseguente impunità per i responsabili della morte di centinaia di migliaia di lavoratori, colpevoli che tutto sapevano sulla pericolosità del minerale killer ma che, in nome della ricerca del massimo profitto, nulla hanno fatto per evitare queste morti annunciate. In questi anni migliaia di operai, lavoratori italiani, i loro famigliari e intere famiglie sono state sterminate dal pericoloso e silenzioso killer e molti aspettano ancora invano giustizia. Sono passati, ormai e purtroppo, molti anni da quando ci siamo resi conto che tante vittime dell’amianto potevano essere salvate, da quando abbiamo tutti capito che le responsabilità per la tragedia causata da questa fibra-killer sono molteplici e di varia origine, da quando persino le aziende hanno cessato di negare le gravissime e letali conseguenze delle esposizioni all’amianto (purché a loro non attribuibili).  Ancor più grave è il comportamento dei politici, sindacalisti, medici, Governi, istituzioni, enti amministrativi preposti (Inail, Inps, ecc), sia pure a livello di amministrazione delle cause giudiziarie (civili, amministrative e penali). che, pur riconoscendo i letali influssi sui lavoratori e la popolazione dell’amianto nulla fanno. La vicenda dell’amianto ci conferma invece che siamo ancora lontani dal pieno riconoscimento di questo diritto. Anche se siamo coscienti di combattere contro una società che privilegia il profitto rispetto alla vita umana questo non ci impedisce però di continuare a lavorare e a lottare per fare in modo che i diritti dell’uomo, in concreto e non solo in astratto, possano essere pienamente e pacificamente riconosciuti, a ogni livello e in ogni settore della nostra vita: da quello politico a quello giudiziario, da quello sociale a quello amministrativo.



LA MORTE SUL LAVORO E DI LAVORO NON È MAI UNA FATALITÀ
Sesto San Giovanni, dove è nato il nostro Comitato, aveva 42.000 operai concentrati in 8 grandi fabbriche, su una popolazione di 90.000 abitanti. Quando, tra i nostri compagni di lavoro, cominciavano ad aumentare il numero delle neoplasie e di altre malattie professionali, riconducibili all’esposizione all’amianto e ad altri cancerogeni (cromo, nickel, piombo, ecc.), ci siamo convinti della necessità di non delegare più ad altri la tutela dei nostri diritti se non a noi stessi e che la morte sul lavoro e di lavoro non è mai una fatalità. Non il destino, ma la sete di profitto e l’indifferenza di molti è la causa di tante tragedie.
Il nostro non è un caso isolato! Noi ci siamo costituiti in Comitato, altri in associazioni, per svolgere quella essenziale funzione di difesa dei lavoratori e per la tutela dei loro diritti. Gli studi epidemiologici hanno, purtroppo, confermato la più alta incidenza di queste patologie tra i lavoratori di Sesto San Giovanni, rispetto al resto della popolazione. Certo è che, come ha dimostrato la scienza medico-legale, inalare polveri di amianto favorisce i processi cancerogeni, li determina e li accelera. L’intera penisola italiana è percorsa da una silenziosa e strisciante tragedia, cosparsa di lacrime e sangue.
Dai dati Inail si rileva che solo nei primi mesi dell’anno (fino al 28 maggio 2018) ci sono stati 286 morti sul lavoro in Italia, 24 in più del 2017, in crescita del 9,2%.


Sono migliaia i morti per infortuni sul lavoro e malattie professionali, quasi un bollettino di guerra, dove tuttavia a morire sono sempre e solo gli operai. Esiste una guerra non dichiarata fra sfruttati e sfruttatori in cui i morti, i feriti e gli invalidi si contano da una parte sola; gli operai, i lavoratori che producono ricchezza da cui sono esclusi. Così scriveva G. Berlinguer in (Medicina del lavoro in La salute nella fabbrica, edizioni Italia-URSS, Roma 1972, pag, 32):  “Nel ventennio 1946-1966 si sono verificate in Italia 22.860.964 casi di infortunio e di malattia professionale, con 82.557 morti e con 966.880 invalidi. Quasi un milione di invalidi, il doppio di quelli causati in Italia dalle due guerre mondiali, che furono circa mezzo milione. Mentre la media degli infortuni e malattie professionali nel ventennio 1946-1966 è stata lievemente superiore ad 1 milione di casi annui, negli anni dal 1967 al 1969 la cifra è salita ad oltre 1,5 milioni di casi e nel 1970 ad 1.650.000 casi”.
Già nel 1974, più di quarant’anni fa, lo S.M.A.L. (Servizio di Medicina Preventiva per gli Ambienti di Lavoro) di Sesto San Giovanni aveva evidenziato, in rapporti inoltrati alla Direzione Aziendale Breda Fucine, all’Assessorato alla Sanità, al Servizio Sanitario Aziendale, all’Ufficiale Sanitario, all’Ispettorato del Lavoro, ai Sindacati CGIL-CISL-UIL e alla FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici) i pericoli dell’amianto usato nelle fabbriche.. L’organizzazione del lavoro prescindeva dalla tutela della salute o era quanto meno inadeguata a quel fine, privilegiando il profitto al rispetto dei diritti. Molti dei nostri compagni di lavoro sono morti senza ottenere giustizia e non è migliore la situazione nel resto dell’Italia ed in altri territori. Tuttavia dobbiamo combattere spesso nell’indifferenza la nostra battaglia di civiltà, che dalle aule dei Tribunali d’Italia abbiamo, ora, trasferito anche presso la Corte Europea di Strasburgo, facendo ricorso contro la Repubblica Italiana e l’Inail, rei di avere ancora una volta, dopo aver dimenticato, discriminato e conculcato diritti già acquisiti e costituzionalmente rilevanti. La tutela della salute sancita dalla Carta Costituzionale si è quasi sempre fermata ai cancelli delle fabbriche e dove è stato possibile farla rispettare è stato solo grazie alle lotte dei lavoratori.


Abbiamo dato vita, dunque, al Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio intraprendendo una battaglia di giustizia e verità combattendo contro un muro di omertà e di complicità. Quando lo Stato capitalista padrone delle industrie pubbliche nasconde, al pari degli industriali privati, o minimizza la pericolosità dell’amianto killer, diventa esso stesso assassino e complice di padroni e manager privati che per realizzare il massimo profitto calpestano la salute e la vita umana.
Più volte, insieme ai nostri compagni di lavoro, abbiamo protestato per la mancanza d’aspiratori e delle condizioni di sicurezza, denunciando che, mentre tutti parlavano di robotica o di fabbrica automatizzata,  in fabbrica ci si ammalava e si moriva. Ogni volta, davanti alle proteste, la direzione aziendale prospettava la chiusura della fabbrica. I sindacati confederali consigliavano di non scioperare né di interrompere la produzione. Tuttavia, i “sacrifici” non hanno evitato lo smembramento della fabbrica, la cassa integrazione e la chiusura della Breda. Lo stesso processo è avvenuto nelle altre fabbriche sestesi e italiane, con la chiusura della Falck, dell’Ercole Marelli, della Magneti Marelli, dell’Ansaldo e di tutte le altre grandi fabbriche. Ogni anno muoiono nel mondo per cause legate all’attività lavorativa 2 milioni di persone, 100 mila solo per l’amianto, mentre gli infortuni totali sono 270 milioni.
Nella ”civile” Italia gli infortuni sul lavoro sono oltre un milione. Solo per le malattie derivate dall’amianto ogni anno muoiono nel nostro paese più di 4.000 lavoratori. A queste cifre vanno aggiunte le migliaia di morti dovute a malattie causate all’inquinamento ambientale e quelli derivanti dai 3 milioni e 500 mila lavoratori stranieri e italiani in nero, che non rientrano nei conteggi Inail. Quindi non è azzardato pensare che i morti sul lavoro e di lavoro in Italia, siano più di 10 al giorno. Ogni anno il costo sociale degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali è pari al 4% del PIL mondiale, ma il costo pagato dai lavoratori è molto più alto. È in questo contesto che si colloca la nostra battaglia politica, etica e morale, prima che legale. Le vicenda processuali e le morti certe o sospette per amianto in Italia assumono un aspetto singolare e per certi versi sconcertante! Molti processi, a cominciare da quello Eternit di Casale Monferrato, sono finiti con la assoluzione per prescrizione e cioè per il venir meno della pretesa punitiva dello Stato per il decorso del tempo. Altro che… giustizia è fatta!


Non intendiamo delegare a nessuno la difesa dei nostri diritti. Con le altre Associazioni stiamo lavorando per costruire un grande movimento che unifichi tutte le lotte operaie e popolari, nella battaglia contro lo sfruttamento e le logiche di morte. Lottiamo per imporre condizioni di sicurezza nella organizzazione del lavoro, affinché altri non debbano subire e patire quello che abbiamo subito noi, i nostri compagni di lavoro e i nostri famigliari. La nostra lotta ha fatto comprendere a molti lavoratori che la loro malattia non era causata da un infausto destino, ma aveva precise responsabilità in chi sapeva e nulla ha fatto per evitare queste morti annunciate e questo ha dato a molti un motivo in più per combattere. Crediamo che il primo dovere della magistratura sia quello di indagare su tutte la morti “innaturali” perseguendo i responsabili e continueremo a lottare insieme a tutti coloro che vogliono far valere il principio: “prima di tutto la salute” e far diventare realtà il fatto che “senza sicurezza non ci può essere lavoro”.
Gli Imprenditori, agli esordi, hanno avuto la colpa di nascondere le ricerche scientifiche che hanno evidenziato la nocività dell’asbesto, occultando dolosamente la conseguenza dell’insorgenza di estese patologie tra i lavoratori, tra i loro familiari, e tra molti cittadini comuni esposti al minerale nell’ambiente di vita. Tuttavia in tempi più recenti, la verità storica ha trovato soddisfazione in alcuni Tribunali con le due recenti sentenze della Terza e Quarta Sezione della Corte di Cassazione sui morti d’amianto alla Centrale Enel di Chivasso (To) e Turbigo (Mi) che hanno condannato i dirigenti per la morte dei lavoratori affermando che: “il superamento, alla stregua della letteratura scientifica ormai consolidata, della teoria della cd. dose killer non può che comportare, sul piano logico, l’adesione all’ipotesi scientifica, avente fondamento epidemiologico, secondo cui l’aumento della esposizione produce effetti nel periodo di induzione e di latenza”. Sentenza 4560/2018, III Sezione Penale della Cassazione.


La recentissima sentenza della IV Sezione Penale della Corte di Cassazione del 18 maggio 2018 ha confermato le condanne per i numerosi casi di lavoratori deceduti per patologie derivanti dall’amianto presso la Fincantieri di Monfalcone. Sembra che il vento stia cambiando, e questo avviene grazie a chi non si è mai arreso, alle lotte dei lavoratori.
Tuttavia, per decenni, la sete di potere e di guadagno degli imprenditori ha goduto della complicità esterna, dell’ignoranza passiva e/o attiva di medici, di consulenti tecnici, di legali, di giudici, di funzionari delle amministrazioni pubbliche, di detentori del potere esecutivo e/o di quello legislativo che - con la loro indifferenza, i silenzi e con le bugie - hanno frequentemente fuorviato e manipolato l’opinione pubblica
Per troppi anni, in cambio del salario, i lavoratori sono stati costretti a lavorare in ambienti malsani e insicuri col risultato che milioni di persone che hanno costruito la ricchezza di questo paese hanno perso la vita , morendo fra atroci sofferenze, per arricchire i loro padroni.
In questo panorama desolante, possiamo tuttavia vantare molti, importanti, risultati per tutti, lavoratori e cittadini: la sorveglianza sanitaria gratuita per tutti gli esposti all’amianto che, per quanto prevista dalla legge, un molte regioni non veniva attuata; la costituzione di un Fondo Vittime dell’Amianto ma soprattutto l’aumento della consapevolezza del rischio amianto, attraverso manifestazioni di piazza, convegni, pubblicizzazione dei processi intentati ai responsabili di questo crimine “di pace”.
Infine continuiamo la nostra battaglia lottando per il futuro nostro e delle generazioni che verranno: la prevenzione primaria, il “rischio zero” del cancerogeno asbesto e di tutti gli inquinanti.

***
 2° Rapporto sull'infanzia (clicca sull'immagine per scaricare il pdf)


https://www.dropbox.com/home/blog%20odissea/pdf%20scaricabili?preview=2%C2%B0Rapporto+sull%27infanzia.pdf


Testo integrale della risoluzione UNESCO sulla Palestina occupata
Testo originale : http://unesdoc.unesco.org/images/0024/002462/246215e.pdf

Gerusalemme


Di seguito il testo della risoluzione “Palestina Occupata”, approvata dalla commissione dell’Unesco con 24 voti favorevoli, 6 contrari e 26 astensioni

Voti a favore: Algeria, Bangladesh, Brasile, Chad, Cina, Repubblica Domenicana, Egitto, Iran, Libano, Malesia, Marocco, Mauritius, Messico, Mozambico, Nicaragua, Nigeria, Oman, Pakistan, Qatar, Russia, Senegal, Sud Africa, Sudan e Vietnam.
Voti contrari: Estonia, Germania, Lituania, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti.
Astenuti: Albania, Argentina, Cameron, El Salvador, Francia, Ghana, Grecia, Guinea, Haiti, India, Italia, Costa d’Avorio, Giappone, Kenya, Nepal, Paraguay, Saint Vincent e Nevis, Slovenia, Korea del Sud, Spagna, Sri Lanka, Svezia, Togo, Trinidad e Tobago, Uganda e Ucraina.
Assenti: Serbia e Turkmenistan.

Comitato Esecutivo
Sessione n. 200
Commissione programma e relazioni esterne (PX)
Oggetto 25: PALESTINA OCCUPATA

Discussione
Proposta da: Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan

A Gerusalemme
Il comitato esecutivo,

Palestinesi

1. Avendo esaminato il documento 200EX/25,
2. Richiamandosi alle quattro disposizioni della convenzione di Ginevra (1949) ed ai relativi protocolli (1977), alle regolamentazioni del Tribunale dell’Aia in territori di guerra, alla convenzione dell’Aia per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (1954) ed ai relativi protocolli, alla Convenzione sui mezzi per proibire ed impedire l’importazione, l’esportazione ed il trasferimento illegale di beni culturali (1970) e alla Convenzione per la protezione del Patrimonio Culturale e Naturale Mondiale (1972), all’inserimento della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura tra i siti Patrimonio Culturale dell’Umanità (1972) e tra i siti del Patrimonio a Rischio (1982), oltre che alle raccomandazioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO sulla protezione del patrimonio culturale, così come alle risoluzioni e decisioni dell’UNESCO in riferimento a Gerusalemme, richiamandosi anche alle precedenti risoluzioni UNESCO in materia di ricostruzione e sviluppo di Gaza ed alle risoluzioni UNESCO relative ai siti palestinesi di Al-Kahlil/Hebron e Betlemme,
3. Affermando l’importanza che Gerusalemme e le sue mura rappresentano per le tre religioni monoteiste, affermando anche che in nessun modo la presente risoluzione, che intende salvaguardare il patrimonio culturale della Palestina e di Gerusalemme Est, riguarderà le risoluzioni prese in considerazione dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e le risoluzioni relative allo status legale di Palestina e Gerusalemme,
4. Condanna fermamente il rifiuto di Israele di implementare le precedenti decisioni UNESCO riguardanti Gerusalemme, in particolare il punto 185 EX/Ris. 14, sottolineando come non sia stata rispettata la propria richiesta al Direttore Generale di nominare, il prima possibile, un rappresentate permanente di stanza a Gerusalemme Est per riferire regolarmente quanto riguarda ogni aspetto di competenza UNESCO, né lo siano state le reiterate richieste successive in tal senso;
5. Condanna fortemente il mancato rispetto da parte di Israele, potenza occupante, della cessazione dei continui scavi e lavori a Gerusalemme Est ed in particolare all’interno e nei dintorni della Città Vecchia, e rinnova la richiesta ad Israele, la potenza occupante, di proibire tutti questi lavori in base ai propri obblighi disposti da precedenti convenzioni e risoluzioni UNESCO;
6. Ringrazia il Direttore Generale per gli sforzi compiuti nel cercare di rendere effettive le precedenti risoluzioni UNESCO per Gerusalemme e nel cercare di mantenere e rinnovare tali sforzi;
7. Chiede ad Israele, la potenza occupante, di ripristinare lo status quo precedente al settembre 2000, in base al quale il dipartimento giordano “Awqaf ” (Fondazione religiosa) esercitava senza impedimenti autorità esclusiva sulla moschea Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif ed il cui mandato si estendeva a tutte le questioni riguardanti l’amministrazione della moschea Al- Aqsa/Al-Haram Al-Sharif, inclusi il mantenimento, il restauro e la regolamentazione degli accessi;
8. Condanna fortemente le sempre maggiori aggresioni israeliane e le misure illegali nei confronti dell’ Awqaf e del suo personale, e nei confronti della libertà di culto e dell’accesso dei musulmani alla loro moschea santa Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di rispettare lo status quo storico e di porre fine immediatamente a dette misure;
9. Deplora fermamente le continue irruzioni di estremisti israeliani di destra e delle forze armate alla moschea Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif, e sollecita Israele, la potenza occupante, a mettere in atto le misure necessarie a prevenire violazioni provocatorie che non rispettino la santità e l’integrità della Moschea Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif;
10. Denuncia fermamente le continue aggressioni israeliane nei confronti dei civili, tra cui figure religiose e sacerdoti islamici, denuncia l’ingresso con la forza nelle varie moschee ed edifici storici del complesso Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif da parte di funzionari israeliani, compresi quelli delle cosiddette “Antichità Israeliane” [IAA, l’autorità israeliana delle antichità, che dipende dal ministero della Cultura. Ndtr], l’arresto ed il ferimento di musulmani in preghiera e di guardie dell’Awqaf, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di porre fine a queste aggressioni ed agli abusi che alimentano le tensioni sul terreno e tra le religioni;
11. Disapprova le limitazioni imposte da Israele all’accesso alla Moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif durante l’Eid Al-Adha del 2015 e le conseguenti violenze, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di cessare ogni sorta di abusi contro la Moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif;
12. Condanna fermamente il rifiuto di Israele di concedere visti agli esperti UNESCO incaricati del progetto UNESCO presso il “Centro per i Manoscritti Islamici” di Al-Aqsa /Al-Ḥaram Al-Sharif, e chiede ad Israele di concedere il visto agli esperti UNESCO senza alcuna restrizione;
13. Condanna i danni provocati dalle forze di sicurezza israeliane, specialmente a partire dall’agosto 2015, alle porte e finestre della Moschea al-Qibli all’interno del complesso Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, e a tale proposito riafferma l’obbligo da parte di Israele di rispettare l’integrità, l’autenticità ed il patrimonio culturale della moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, come stabilito dallo status quo tradizionale, in quanto sito islamico di preghiera e parte del patrimonio culturale mondiale;
14. Esprime la propria profonda preoccupazione per il blocco israeliano ed il divieto di ristrutturare l’edificio della porta di “Al-Rahma”, una delle porte della moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, e sollecita Israele, la potenza occupante, a riaprire tale porta e porre fine agli ostacoli posti per la realizzazione dei necessari lavori di restauro, per poter riparare i danni apportati dalle condizioni meteorologiche, specialmente dalle infiltrazioni d’acqua all’interno delle stanze dell’edificio.
15. Chiede inoltre ad Israele, la potenza occupante, di consentire la messa in opera immediata di tutti i 18 progetti hashemiti [del re di Giordania. Ndtr.] di ristrutturazione di Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif;
16. Deplora la decisione israeliana di costruire una funivia a doppio cavo a Gerusalemme Est ed il cosiddetto progetto “Liba House” nella Città Vecchia, cosi come la costruzione del cosiddetto “Kedem Center”, un centro per visitatori nei pressi del lato sud della moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, la costruzione dell’edificio “Strauss” ed il progetto di un ascensore nella Piazza Al-Buraq “Plaza del Muro occidentale”, e invita Israele, la potenza occupante, a rinunciare ai progetti sopra citati e a fermare i lavori in conformità con i propri obblighi in base alle convenzioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO;
17. Ribadisce che la scalinata “Mughrabi” è parte integrante ed inseparabile del complesso Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif;
18. Prende atto del sedicesimo verbale di monitoraggio e di tutti i verbali precedenti, insieme alle relative aggiunte preparate dal World Heritage Center, e dei verbali sullo stato di conservazione inoltrati al World Heritage Center dal regno di Giordania e dallo Stato di Palestina;
19. Deplora le continue misure e decisioni unilaterali da parte israeliana in merito alla scalinata, inclusi gli ultimi lavori realizzati alla porta “Mughrabi” nel febbraio 2015, l’installazione di una copertura all’entrata e la creazione di una tribuna di preghiera ebraica a sud della scalinata nella piazza “Al-Buraq, o “piazza del Muro occidentale”, e la rimozione dei resti islamici del sito, e riafferma che nessuna misura unilaterale israeliana dovrà essere presa, conformemente al proprio status e agli obblighi derivanti dalla convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in presenza di conflitti armati.
20. Esprime inoltre la propria forte preoccupazione riguardo alla demolizione illegale di resti omayyadi, ottomani e mamelucchi, così come per altri lavori e scavi intrusivi attorno al percorso della porta “Mughrabi” e inoltre chiede ad Israele, la potenza occupante, di fermare tali demolizioni, scavi e lavori e di attenersi ai propri obblighi in base alle disposizioni dell’UNESCO menzionate nel paragrafo precedente;
21. Rinnova i propri ringraziamenti alla Giordania per la sua cooperazione e sollecita Israele, la potenza occupante, a cooperare con il servizio giordano dell'”Awqaf”, in conformità con gli obblighi imposti dalla convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in presenza di conflitti armati, e di agevolare l’accesso al sito da parte degli esperti giordani con i propri strumenti e materiali per permettere l’esecuzione del progetto giordano per la scalinata della porta “Mughrabi” in base alle disposizioni dell’UNESCO e del “Comitato per il Patrimonio Mondiale”, in particolare del 37 COM/7A.26, 38 COM/7A.4 and 39 COM/7A.27;
22. Ringrazia il direttore generale per l’attenzione riservata alla delicata situazione in oggetto, e le chiede di intraprendere le adeguate misure per permettere la messa in pratica del progetto giordano;
23. Sottolinea ancora una volta l’urgenza della messa in pratica della missione di monitoraggio attivo nella Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura;
24. A questo proposito ricorda la disposizione 196 EX/Dec. 26 che ha deciso, in caso di mancata realizzazione, di prendere in considerazione altri mezzi per garantirne la messa in pratica in conformità con le leggi internazionali;
25. Sottolinea con forte preoccupazione che Israele, la potenza occupante, non ha rispettato nessuna delle 12 risoluzioni del comitato esecutivo né le 6 del “Comitato per il Patrimonio Mondiale” , che richiedono la realizzazione della missione di monitoraggio nella Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura.
26. Segnala il continuo rifiuto da parte di Israele di agire in accordo con le decisioni dell’UNESCO e del “Comitato per il Patrimonio Mondiale” che chiedono un incontro con gli esperti UNESCO in merito alla missione di monitoraggio della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura;
27. Invita il Direttore Generale ad intraprendere le misure necessarie per mettere in pratica il succitato monitoraggio in base alla disposizione 34 COM/7A.20 del “Comitato per il Patrimonio Mondiale” , prima della prossima riunione del comitato esecutivo, ed invita tutte le parti in causa ad adoperarsi per agevolare la missione e l’incontro con gli esperti;
28. Chiede che il verbale e le raccomandazioni evidenziate dalla missione di monitoraggio ed il verbale dell’incontro tecnico riguardante la scalinata “Mughrabi” siano presentati a tutte le parti coinvolte;
29. Ringrazia il direttore generale per i continui sforzi a sostegno della succitata missione di monitoraggio congiunto dell’UNESCO e delle decisioni e risoluzioni dell’UNESCO in merito;
30. Condanna gli scontri militari all’interno ed intorno alla Striscia di Gaza e le vittime civili da essi provocati, compresi l’uccisione ed il ferimento di migliaia di civili palestinesi, tra cui bambini, ed il continuo impatto negativo nel campo di competenza dell’ UNESCO, gli attacchi contro scuole ed altri edifici culturali ed educativi, incluse le trasgressioni all’inviolabilità delle scuole dell’ “United Nations Relief” [UNRRA, organizzazione ONU per il soccorso alle popolazioni vittime di conflitti. Ndtr.] e della “Works Agency for Palestine Refugees” in Medio Oriente (UNRWA) [organizzazione dell’ONU che si occupa dei profughi palestinesi. Ndtr.];
31. Condanna fortemente il continuo blocco israeliano della Striscia di Gaza, che condiziona pesantemente il libero flusso di personale e degli aiuti umanitari, così come l’intollerabile numero di vittime tra i bambini palestinesi, gli attacchi alle scuole e ad altri edifici educativi e culturali, e la negazione del diritto all’istruzione, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di porre immediatamente fine al blocco;
32. Rinnova la richiesta al direttore generale di ripristinare, il prima possibile, la presenza dell’UNESCO a Gaza per poter assicurare la rapida ricostruzione di scuole, università, siti culturali, istituzioni, centri di comunicazione e luoghi di culto che sono stati distrutti o danneggiati nelle successive guerre contro Gaza;
33. Ringrazia il direttore generale per l’incontro informativo tenutosi nel marzo 2015 sull’attuale situazione a Gaza riguardo alle competenze dell’UNESCO e per il risultato dei progetti condotti dall’UNESCO nella Striscia di Gaza-Palestina, e la invita ad organizzare, al più presto, un nuovo incontro informativo sulle stesse questioni;
34. Ringrazia inoltre il direttore generale per le iniziative che sono già state portate avanti a Gaza nel campo dell’educazione, della cultura, dei giovani e per la sicurezza dei reporter, ed auspica che continui il coinvolgimento attivo nella ricostruzione dei siti culturali ed educativi di Gaza;
35. Riafferma che i due siti in oggetto, situati ad Al-Khalil/Hebron ed a Betlemme sono parte integrante della Palestina;
36. Condivide la convinzione affermata dalla comunità internazionale secondo cui i due siti sono importanti dal punto di vista religioso per ebraismo, cristianesimo e islam;
37. Disapprova fortemente l’attuale prosecuzione di scavi, lavori e costruzione di strade private per i coloni da parte di Israele e di un muro di separazione all’interno della  città vecchia di Al-Khalil/Hebron, che danneggia l’integrità del sito, e condanna il conseguente impedimento alla liberta di movimento e di accesso a luoghi di preghiera. Chiede ad Israele, la potenza occupante, di porre fine a tali violazioni in base alle disposizioni delle importanti convenzioni, decisioni e risoluzioni dell’UNESCO.
38. Deplora profondamente il nuovo ciclo di violenza, iniziato nell’ottobre 2015, nel contesto di una costante aggressione da parte dei coloni israeliani e di altri gruppi estremisti verso i residenti palestinesi, inclusi studenti, e chiede ad Israele di impedire tali aggressioni;
39. Denuncia l’impatto visivo del muro di separazione nel sito della Moschea Bilal Ibn Rabaḥ Mosque/Tomba di Rachele a Betlemme, così come l’assoluto divieto di accesso per i fedeli cristiani e musulmani palestinesi al sito, e chiede alle autorità israeliane di riportare il paesaggio all’aspetto originale e rimuovere il divieto di accesso;
40. Condanna decisamente il rifiuto da parte di Israele di dare compimento alla disposizione 185 EX/Dec. 15, che impone ad Israele di rimuovere i due siti palestinesi dal proprio patrimonio nazionale e chiede alle autorità israeliane di agire in base a tale decisione;
41. Decide di includere questi argomenti di discussione sotto il titolo di “Palestina Occupata” nell’agenda della 201° sessione, ed invita il direttore generale a sottoporre ad essa un rapporto aggiornato sulla situazione a riguardo.


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COMITATO SARDO “GETTIAMO LE BASI”
Quarta Commissione Parlamentare d’Inchiesta
Sardegna: poligoni, sindrome Golfo-Balcani-Quirra-Teulada-
Capo Frasca.



 “L’assenza di certezze scientifiche non deve servire da pretesto agli Stati per ritardare l’adozione di misure”  ONU, Protocollo di Rio.
“L’interesse nazionale cede di fronte al superiore interesse pubblico costituito dalla tutela della salute (…)” che ha “il valore dell’assolutezza, ciò significa che va protetta contro ogni iniziativa ostile da chiunque provenga e con la conseguenza che ha anche una valenza incondizionata. Tale tutela comprende le ipotesi in cui i rilievi scientifici non hanno raggiunto una chiara prova di nocività (..) occorre applicare il principio di minimizzazione che costituisce il corollario del principio di precauzione” (TAR Sardegna, sentenza di sospensiva all’installazione dei radar, 6/10/2011).

L’attuale quarta Commissione Parlamentare d’Inchiesta è chiamata a recepire e dare attuazione a risultanze e indirizzi della terza (art2 c.2 legge istitutiva), chiudere rapidamente e definitivamente l’inchiesta.
Parrebbe che le sia attribuita solo una funzione prettamente notarile o di braccio esecutivo delle decisioni della terza Commissione. La presidenza affidata all’on Scanu è garanzia di continuità.
Per capire le attività dell’attuale Commissione giova ricapitolare il lavoro delle precedenti. Va tenuto presente che le prime due hanno avuto circa un anno di vita, la terza circa quattro anni.

CRONISTORIA
La Commissione Parlamentare d’Inchiesta è stata strappata nel 2005 dalla lotta avviata nel 1999 dal comitato antimilitarista Gettiamo le Basi, dalle famiglie sarde di militari e dalle associazioni nazionali di tutela dei militari. Per un decennio abbiamo contrastato i tentativi esterni e interni di affossamento e sabotaggio.

Prima Commissione (2005-06 parrebbe condannata alla damnatio memoriae per motivi inspiegabili o troppo spiegabili)
Amplia il ristretto mandato ed estende l’inchiesta alla Sardegna; riconosce ufficialmente il ruolo propulsivo delle associazioni di base che da anni documentavano il cluster di tumori nelle aree dei Poligoni Salto di Quirra e Teulada (seduta18/10/2005); trova rapida conferma delle anomalie sanitarie in Sardegna (10/11/2005, Audizione del Procuratore militare di Cagliari); elabora il “Progetto di biomonitoraggio sul rischio ecologico e sanitario per i militari e la popolazione” e il “Progetto di studio sulla salute dei militari e delle popolazioni esposte alle attività militari”, entrambi, complementari tra loro, appropriati per precedere, accompagnare e andare oltre la bonifica. I due tipi di monitoraggio non possono essere usati - come si è fatto, e si programma di fare - per dilazionare ed eludere le misure imposte dal principio di precauzione: l’obbligo dello Stato di imporre la moratoria alle attività a rischio anche solo ipotetico.

Seconda Commissione (2006-2008, governo Prodi):
Prende atto dei “dati inoppugnabili” di civili e militari colpiti in modo abnorme da patologie collegate all’inquinamento bellico; equipara i poligoni ai teatri di guerra, equipara i militari inviati nei teatri di guerra a militari e popolazioni delle aree adibite ai “giochi di guerra”. Fa gravare l’onere della prova sul ministero Difesa. Afferma la valenza del nesso probabilistico, pilastro della normativa italiana e internazionale[i]. Rigetta la corbelleria cara alle Forze Armate della dimostrazione  del nesso diretto causa-effetto, turpe furbata per evitare di risarcire le vittime, fuggire dalle responsabilità, salvare la faccia.
Di fatto stabilisce che anche Amministrazione Difesa e Forze Armate sottostanno alle leggi della Repubblica. Banale e allo stesso tempo innovativo! Sovverte, infatti, il regime di vecchia data che i militari definiscono “specificità”, l’attuale  Commissione “amministrazione domestica”, altri “vulnus allo Stato di Diritto inferto dal settore militare che si erge a Stato nello Stato”. Scardina il “diritto”  che gli Stati Maggiori si sono arrogati di non rispondere dell’uso della bassa truppa, ieri come carne da cannone, oggi carne da radiazione.  
Grazie all’impegno di alcuni parlamentari, in particolare del vicepresidente della Commissione, il senatore Mauro Bulgarelli, la legge 296/2006 stanzia i fondi, sia per attivare i due sistemi di monitoraggio sanitario e biologico-ambientale indicati dalla prima Commissione, sia per la bonifica dei poligoni, fondi incrementati dalla  Finanziaria per il 2008 in prospettiva triennale (dieci miliardi all’anno) e prontamente azzerati dal successivo governo Berlusconi  con il decreto legge 27/5/2008 n. 93 nel totale disinteresse e ignavia di tutta la classe politica sarda a tutti i livelli, dall’allora  sottosegretario alla Difesa Cossiga ai Comuni.
Fine 2007, il ministro alla Difesa, il sardo Parisi, avvia i due sistemi di monitoraggio che si concretizzano, gravemente amputati e snaturati, nella creazione del “Centro Prevenzione Controllo Malattie dei Militari” (l’attenzione alle popolazioni sparisce!) e nel monitoraggio del Salto di Quirra (sparisce il biologico!).
Febbraio 2008, cade il Governo, cade la Commissione e parte a velocità luce il Piano di monitoraggio ambientale del Poligono Interforze Salto di Quirra (PISQ). Macroscopica inadeguatezza, incongruenze, irregolarità sono prontamente segnalate dal vicepresidente della Commissione (ALL.1 Bulgarelli 19/3/2008). L’ultimo scandaloso raggiro emerge nel 2012.

INCISO: “L’Operazione Trasparenza” top secret
Il monitoraggio è propagandato come “operazione trasparenza e verità”. Nel 2012, però, la Namsa/Nato oppone il “segreto Nato” alla richiesta della Procura di Lanusei di accesso agli atti della gara d’appalto (e il gup Clivio rigetta la richiesta della Procura di allegare l’altolà della Nato agli atti del processo Quirra).
L’attuale quarta Commissione ignora o finge d’ignorare la gravità del fatto?
L’esigenza di acquisire gli atti della gara d’appalto è stata posta anche da alcuni senatori della terza Commissione. La Commissione li ha formalmente richiesti? Li ha ricevuti? L’analoga richiesta del Comitato Territoriale - specchietto creato per dare ad intendere “la trasparenza e leale collaborazione” con gli enti locali, spacciati persino come coautori del Piano – è sempre stata evasa dai vertici militari.

Terza Commissione
I risultati sono sintetizzati da un commentatore politico specializzato in tematiche militari:“Scritti a quattro mani, due dei generali, due delle industrie di armi”. Concordiamo! Non è da attribuire a semplice negligenza o personali incapacità il disinteresse totale per la sottrazione dei fondi della bonifica e per il monitoraggio sanitario (CPCM). La Commissione “vede” il monitoraggio-bidone del Pisq a operazione conclusa, dopo l’intervento della Magistratura e l’attenzione dei media sardi e internazionali ed evita di entrare nel merito.   

Per il caso Sardegna la Commissione parte con la “verità” già in tasca, una strana “verità” in totale contrasto con i risultati delle due precedenti e con la forza dell’evidenza. La linea guida ribadita in quasi tutte le sedute “tranquillizzare i militari e la popolazione” è  puntualizzata con estrema chiarezza dal presidente Costa (seduta n. 42): “Contrastare alcuni ingiustificati allarmismi, alimentati in taluni casi anche dai toni sensazionalisti dei media” e “da antimilitarismo preconcetto e ideologico” come sempre precisa l’on. Scanu. Sorvoliamo sulla visione della razionalità prerogativa esclusiva di filo militaristi e guerrafondai. Invitiamo, però, a rileggere l’audizione del Procuratore militare di Cagliari (10/11/2005). Anche lui antimilitarista ideologico? Se così fosse avremo prova che l’antimilitarismo, finalmente, sta diventando pensiero egemone. 
L’obiettivo  di osteggiare “l’allarmismo preconcetto” contiene e anticipa i risultati del lavoro: il disastro ambientale e sanitario che ha come epicentro il poligono Salto di Quirra (Pisq), registrato dalla prima e seconda Commissione, comprovato dall’indagine del procuratore Fiordalisi (2011/12, meno di 15 mesi!) è un falso allarme, non deve esistere. La “verità” a priori, indipendente dall’esperienza, incompatibile con un serio lavoro inquirente e rigorosa verifica dei fatti, svela spudoratamente che l’inchiesta parlamentare è una farsa mirata a sedare la Sardegna. Infatti si offre ampio spazio alle sarde autorità da sempre ligie alla politica dello struzzo, a consulenti e auditi che minimizzano, spargono dubbi, disquisiscono di percezione alterata, deviano i sospetti dalle attività di guerra e, forse, forniscono false perizie.

PRECISAZIONE: professor Trenta
Dall’audizione (23/3/2016) del consulente prof. Trenta parrebbe che la quarta Commissione non sia a conoscenza della richiesta della Procura di Lanusei, avanzata in corso di udienza al giudice Clivio, di trasmissione degli atti del processo Quirra alla competente Procura di Roma e alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta per indagare sul “delitto di falsa perizia o falsa interpretazione” resa da prof. Trenta, in qualità di consulente, alla terza Commissione nella seduta del 19/6/2012 affermando che l'irradiamento del torio, più blando, è ancora meno pericoloso di quello dell'uranio”.
L’attuale Commissione inquirente ha il dovere di pronunciarsi a prescindere dall’iter giudiziario. 

Le 170 vittime (168 agli atti del processo, più due respinte dal gup Clivio per scadenza di termini ) individuate dalla Procura e dalla Polizia di Nuoro non bastano alla Commissione. Non basta il dato incontestabile del 65% di pastori dell’area a mare e del 33% nell’area interna del Pisq colpiti da tumori e delle loro greggi devastate da alterazioni genetiche. Bisogna stabilire la significatività! La Commissione ricorre al collaudato stratagemma della “scienza-pretesto”, messo al bando dall’ONU. Demanda all’epidemiologia, la scienza più facilmente taroccabile, il compito di stabilire se i morti e i malati di Quirra siano insignificanti o significativi. Eppure sarebbe stato sufficiente raffrontare l’indagine epidemiologica dell’Asl 8 di Cagliari (2003) con l’indagine della Regione coordinata da professor Biggeri (2005-6): 90% di mortalità per linfoma non Hodgkin (70% a Villaputzu/Quirra), 75% per tumori linfoematopoietici concentrati a Villaputzu, Muravera e San Vito, in circa il 50% della popolazione dei 10 Comuni considerati.
Peccato che prof. Biggeri e Asl non si siano mai accorti del cluster da brivido! (ALL 2 GettBasi EP).
Sarebbe stato sufficiente un raffronto tra la percentuale degli uccisi dal Pisq con quella degli assassinati nei campi di sterminio nazisti. E’ da dubitare che le SS siano riuscite a raggiungere medie del 90% o del 65%.

Incredibilmente si delega all’epidemiologia persino la missione impossibile “dell'accertamento di un nesso di  causalità tra fattori patogeni ed insorgere delle malattie” (Scanu sedute 20,42). 

TEULADA
I Comandi militari, da decenni, riconoscono la devastazione ambientale in atti ufficiali, pubblici. La Commissione registra un ”grave degrado e criticità”. Paradossalmente da per scontato che il disastro ambientale non abbia effetti sulla salute. Eppure alcune informazioni, facilmente verificabili, le aveva. Nell’incontro a Cagliari (30/3/2011) Gettiamo le Basi ha consegnato, con richiesta di allegare agli atti, le schede di alcuni colpiti dalla contaminazione bellica: militari in servizio a Teulada, Capo Frasca, Pisq; 31 abitanti di Teulada (oggi ne contiamo 52); 25 abitanti di Escalaplano, 8 tra Perdasdefogu e Ulassai (area Pisq). Uno sguardo anche rapido e superficiale avrebbe risparmiato ai senatori la figuraccia di cascare dal pero all’audizione del procuratore Fiordalisi (8/5/2012) confermando che “chi non vuole trovare non trova”.





Quarta Commissione

Il presidente Scanu definisce la tranchc dell’inchiesta focalizzata sulle vertenze di risarcimento dei militari “il lavoro forte, quello importante, dal quale fare discendere una serie di proposte normative” (seduta N 22, 21/4/2016). Ne discende che il lavoro, ancora da avviare, sui poligoni che devastano la Sardegna è di poco conto, fatuo e infruttuoso. Si riconferma la direttiva dell’inchiesta farsa.

DISASTRO SANITARIO
Salto di Quirra (PISQ)
L’attuale Commissione è chiamata a validare le risultanze dell’indagine epidemiologica Musumeci-Biggeri - affidata nel 2011 a Regione e Istituto Superiore Sanità, conclusa il 13/9/2015-  che promuove l’area del poligono della morte Salto di Quirra a oasi felice di salubrità, come volevasi dimostrare.
Il Presidente Scanu, già nel 2011(15/12), ha elevato ufficialmente i risultati dello studio, allora in embrione, al rango di “Verità Assoluta”,  “Ultimativa”. Tralasciamo il fatto che la scienza ha ripudiato la ricerca di verità assolute già da alcuni secoli. L’orrore di Stati titolari di “verità scientifiche assolute”, ad esempio la superiorità/inferiorità delle razze, è impresso nella memoria collettiva. La classe politica stia alla larga dalla tentazione di “verità assolute, ultimative”!
Onestà intellettuale e decenza impongono di sottoporre lo studio a una valutazione in contradditorio con almeno un epidemiologo di fiducia delle associazioni che da troppi anni lottano per la corretta informazione sulla sindrome Golfo-Balcani che falcidia anche militari, popolazioni e animali nelle aree coinvolte dai poligoni di Capo Teulada, Capo Frasca, Salto di Quirra. Indichiamo il dr Valerio Gennaro, consulente della prima e seconda Commissione, consulente del Centro Prevenzione Controllo Malattie dei militari, coautore del “Progetto di studio sulla salute dei militari e delle popolazioni esposte alle attività militari” fatto proprio  dalla prima Commissione.
Gettiamo le Basi ribadisce la valutazione di indagine-pretesto sballata in partenza in considerazione di:
criteri di aggregazione/disgregazione della popolazione esposta fondati su ipotesi palesemente errate (come peraltro “ipotizza” persino la dott.ssa Musumeci, dopo 4 anni di studio e a lavoro concluso!);
attenzione gravemente carente ai contaminanti dei sistemi d’arma e tipici dei poligoni; metodologia molto contestabile; precedente, discutibile indagine del prof Biggeri (2005/06)  ALL 2 


Poligono di Capo Teulada
La Commissione dovrà pronunciarsi sul disastro sanitario che ha come epicentro il poligono di Capo Teulada che la terza ha finto di non vedere e l’intervento della Procura di Cagliari ha reso ineludibile

DISASTRO AMBIENTALE
Governo e Parlamento hanno risolto il problema con solerzia: la contaminazione è legalizzata per decreto (91/2014, ribattezzato “Inquinatore Protetto, Salva Quirra”) e per legge (116/2014) sollevando a dismisura i valori soglia dei contaminanti, come da italica prassi. Gli onorevoli, dimentichi dello “sdegno e vibrante indignazione” con cui avevano respinto la proposta del gen. Ludovisi di legittimazione dell’inquinamento (seduta 15/5/2012), sono scattati sull’attenti.
Nell’area del Pisq la sedicente bonifica pare consista in quella sorta di pulizia etnica ripetutamente raccomandata dalla terza Commissione: l’espulsione delle attività agricolo pastorali, la sistemazione di recinzioni e cartelli di divieto d’accesso.
Come s’intendono fermare nanoparticelle e polveri di veleni bellici in uscita?

MULTIFATTORIALITÀ
La terza Commissione e l’attuale, incaricata di seguirne le orme, prestano scarsissima attenzione al cocktail di veleni (l’uranio è solo una goccia) disperso in Sardegna, quotidianamente, da ben oltre mezzo secolo. Eppure i contaminanti dei sistemi d’arma di routine, persino dei cosiddetti inerti, e i connessi effetti sulla salute sono noti, classificati nelle tabelle di legge, l’informazione è facilmente accessibile e di facile lettura così come lo è la contaminazione tipica di un poligono, purtroppo Quirra, Teulada, Capo Frasca sono in numerosa compagnia (ALL 3 contaminanti ).  Per altro verso, con il forte supporto di  alcuni consulenti, si  focalizza l’attenzione su cause e concause che esulano dalle attività militari. Alcune le ricorda il signor Cancedda (seduta 18/5/2016)[ii] , le definiscevilipendio ai morti, vilipendio alla famiglia”, concordiamo e aggiungiamo l’oltraggio all’umana intelligenza. Per il caso Quirra  i “multi fattori”  sono ancora più indegni e grotteschi. Ricordiamo la causa/concausa delle malformazioni genetiche dei bambini di Escalaplano che i portavoce  militari avevano ordine scritto di suggerire: l’incestuosità dei sardi. La più gettonata rimane la geologia-litologia, una correzione di tiro della precedente “verità scientifica di Stato e di Regione”, la solenne asineria che indicava la miniera d’arsenico di Bacu Locci madre di tutte le patologie dell’area Pisq.
Vedere pagliuzze inconsistenti e non vedere la trave emana forte sentore  di depistaggio, alimenta il sospetto che la multifattorialità sarà usata per deviare l’attenzione dalle attività militari, trovare attenuanti per l’Amministrazione Difesa, rovesciare tutta o parte di colpa sulle vittime o la geologia, quindi ridurre il risarcimento danni a cifre da elemosina.

RISARCIMENTI e INDENNIZZI alle vittime militari
Il riconoscimento di IARC e OMS delle nanoparticelle causa primaria di tumori ha chiuso la scappatoia del “nesso diretto causa-effetto”. Le condanne milionarie sempre più frequenti della Magistratura hanno reso disastroso per l’Amministrazione Difesa persistere nel bieco negazionismo ad oltranza, sia dal punto di vista economico, sia per il discredito che getta sulle Forze Armate.
Parrebbe che Amministrazione Difesa e vertici militari abbiano capito che è più conveniente risolvere le vertenze per via amministrativa, molto meno costosa e molto meno visibile dall’opinione pubblica, e più vantaggioso seguire l’esempio del Vaticano che dopo le condanne milionarie, partite dai tribunali USA per i casi di pedofilia, si è attivato per mettere freno al crimine infame sempre tollerato.



Autoincensamento e scoperta dell’acqua calda
Sconcerta l’ampio spazio che terza e quarta Commissione, in particolare l’on Scanu, dedicano al ripetitivo  auto elogio - accompagnato da malcelata denigrazione del lavoro delle precedenti Commissioni -  per il cambio di rotta (eventuale, ancora da codificare!) di AD e vertici militari e, soprattutto, per “avere maturato la convinzione unanime del nesso probabilistico e la pluralità di fattori che possono concorrere all’eventuale manifestarsi delle patologie”. La scoperta dell’acqua calda! E’patrimonio informativo acquisto già verso l’età di 5 anni, trasmesso dalla famiglia e rafforzato dalla scuola elementare. “Perché io mi sono ammalato e mia sorella e mio fratello no?” è una delle prime domande che pongono i bambini.
Che senso ha vantarsi ossessivamente della “scoperta”? Puro narcisismo, speculazione per carpire riconoscenza e voti delle vittime dello strapotere della casta militare oppure …?

CHIEDIAMO alla Commissione d’Inchiesta e all’intero Parlamento
 di confutare con i fatti  l’opinione dominante che il sistema più efficace per eludere problemi scottanti è istituire una Commissione Parlamentare d’Inchiesta. Noi non desistiamo dall’esigere che Governo e Parlamento assumano le loro responsabilità, l’obbligo di fermare la strage di Stato e la devastazione della Sardegna, di ripristinare la legalità adottando le misure imposte dalle leggi, sintetizzate nell’acronimo SERRAI (CHIUDERE)

     S     Sospensione delle attività dei poligoni dove si sono registrate le patologie di guerra;
     E     Evacuazione dei militari esposti alla contaminazione dei poligoni di Teulada, Decimomanno-Capo Frasca, Quirra                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  
    R     Ripristino ambientale, bonifica seria e credibile delle aree contaminate a terra e a mare;
     R     Risarcimento alle famiglie degli uccisi, ai malati, agli esposti, Risarcimento del danno inferto all’isola.
    A     Annichilimento, ripudio della guerra e delle sue basi illegalmente concentrate in Sardegna in misura iniqua;
 I       Impiego delle risorse a fini di pace.


 CHIEDIAMO AL POPOLO SARDO, COMITATI e ASSOCIAZIONI di BASE di attivarsi per dare vita a una "Commissione POPOLARE di Inchiesta sui crimini ambientali, sanitari ed economici perpetrati da Italia/Nato”. Le risorse umane NON mancano di certo! Non siamo soli. Abbiamo esperienza diretta, in Italia e in molti Paesi del pianeta, della volontà e capacità di lotta per estirpare dalla propria terra e dalla Storia il mostro guerra, le sue armi, le sue basi, i suoi poligoni, i suoi arsenali. Molti sono da anni al nostro fianco, hanno sostenuto attivamente le nostre lotte e le loro lotte hanno dato preziosi input alla liberazione della Sardegna dal giogo militare, alla liberazione dell’umanità  dalla barbarie bellica. Ci vorrà tempo, ma basta solo dare impulso e favorire sinergie. Le risorse economiche non sono un problema, sono facilmente reperibili.
Comitato sardo Gettiamo le Basi, [Tel. 3467059885]






[1] L’Organizzazione Mondiale della Sanità classifica e fissa in tabelle livelli di probabilità e grado di certezza ( es. nanopartice causa primaria di tumori )
[2] Franco Nobile, consulente della terza e della quarta Commissione, indica cause e concause della sindrome: vaccini e abitudini “patogene” dei militari come uso di telefonini, tatuaggi, insetticidi, sigarette, alcool, in alcuni casi il bicchierino di superalcolici bevuto addirittura una volta al mese! ( “La prevenzione oncologica nei reduci dai Balcani” pag. 41,42,47,73).

***
"LA STRAGE DI VIAREGGIO"




 RAPPORTO SULLA SALUTE DELLA REGIONE SARDEGNA




Rapporto dello stato di salute delle popolazioni residenti in zone interessate da poli industriali, minerari, militari della Regione Sardegna.


RISOLUZIONE DEL PARLAMENTO EUROPEO ADOTTATA L'8/9/2015
con 363 voti favorevoli, 96 contrari e 231 astenuti

Foto di Livia Corona

Rapporto di Iniziativa condotto da Lynn Boylan GUE NGL
sul seguito all'iniziativa dei cittadini europei "L'acqua è un diritto" (Right2Water)
(2014/2239(INI))
Il Parlamento europeo,
–        vista la direttiva 98/83/CE del Consiglio, del 3 novembre 1998, concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano (la "direttiva sull'acqua potabile")[1],
–        vista la direttiva 2000/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 ottobre 2000, che istituisce un quadro per l'azione comunitaria in materia di acque (la "direttiva quadro sulle acque – DQA")[2],
–        visto il regolamento (UE) n. 211/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio riguardante l'iniziativa dei cittadini[3],
–        vista la direttiva 2014/23/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 febbraio 2014, sull'aggiudicazione dei contratti di concessione[4],
–        vista la comunicazione della Commissione del 14 novembre 2012 intitolata "Piano per la salvaguardia delle risorse idriche europee" (COM(2012)0673),
–        vista la comunicazione della Commissione del 19 marzo 2014 sull'iniziativa dei cittadini europei "Acqua potabile e servizi igienico-sanitari: un diritto umano universale! L'acqua è un bene comune, non una merce!" (COM(2014)0177) (la "comunicazione"),
–        vista la "Relazione di sintesi sulla qualità dell'acqua potabile nell'UE basata sull'esame delle relazioni degli Stati membri per il periodo 2008-2010 a norma della direttiva 98/83/CE" della Commissione (COM(2014)0363),
–        visto il parere del Comitato economico e sociale europeo sulla summenzionata comunicazione della Commissione del 19 marzo 2014[5],
–        vista la relazione dell'Agenzia europea dell'ambiente (EEA) dal titolo "L'ambiente in Europa ‒ Stato e prospettive nel 2015",
–        viste la risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 28 luglio 2010 dal titolo "The human right to water and sanitation"[6] e la risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 18 dicembre 2013 dal titolo "The human right to safe drinking water and sanitation"[7],
–        viste tutte le risoluzioni sul diritto umano all'acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari adottate dal Consiglio per i diritti dell'uomo delle Nazioni Unite,
–        vista la sua risoluzione del 9 ottobre 2008 su come affrontare il problema della carenza idrica e della siccità nell'Unione europea[8],
–        vista la sua risoluzione del 3 luglio 2012 sull'attuazione della normativa UE sulle acque in attesa di un necessario approccio globale alle sfide europee in materia di acque[9],
–        vista la sua risoluzione del 25 novembre 2014 sull'UE e sul quadro di sviluppo globale post 2015[10],
–        visto l'articolo 52 del suo regolamento,
–        visti la relazione della commissione per l'ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare e i pareri della commissione per lo sviluppo e della commissione per le petizioni (A8-0228/2015),
A.      considerando che l'iniziativa "L'acqua è un diritto" (Right2Water) è la prima iniziativa dei cittadini europei (ICE) ad avere soddisfatto i requisiti stabiliti dal regolamento (UE) n. 211/2011 riguardante l'iniziativa dei cittadini nonché la prima a essere stata presentata in un'audizione al Parlamento dopo aver ricevuto il sostegno di quasi 1,9 milioni di cittadini;
B.      considerando che il diritto umano all'acqua e ai servizi igienico-sanitari comprende gli aspetti della disponibilità, dell'accessibilità, dell'accettabilità, dell'accessibilità economica e della qualità;
C.      considerando che la piena applicazione del diritto umano universale all'acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, quale riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dagli Stati membri dell'UE, è essenziale per la vita, e che la corretta gestione delle risorse idriche svolge un ruolo cruciale nel garantire un uso sostenibile dell'acqua nonché la salvaguardia del capitale naturale mondiale; che gli effetti combinati delle attività umane e del cambiamento climatico fanno sì che la totalità della regione del Mediterraneo e alcune regioni dell'Europa centrale dell'UE siano ora classificate come regioni caratterizzate da penuria d'acqua e semidesertiche;
D.      considerando che, come indicato nella relazione 2015 dell'EEA sullo stato dell'ambiente, il tasso di perdite dovuto a fughe dalle condutture in Europa è compreso tra il 10% e il 40%;
E.      considerando che l'accesso all'acqua figura tra gli elementi chiave per raggiungere uno sviluppo sostenibile; che un approccio teso a privilegiare, nell'ambito dell'assistenza allo sviluppo, il miglioramento dell'approvvigionamento di acqua potabile e dei servizi igienico-sanitari è un modo efficiente per perseguire obiettivi fondamentali di eliminazione della povertà, nonché per promuovere l'uguaglianza sociale, la salute pubblica, la sicurezza alimentare e la crescita economica;
F.      considerando che almeno 748 milioni di persone non hanno un accesso sostenibile all'acqua potabile, mentre un terzo della popolazione mondiale non dispone dei servizi igienico-sanitari di base; che, come risultato, il diritto alla salute è a rischio e si diffondono malattie che, oltre a provocare sofferenze e morte, ostacolano seriamente lo sviluppo; che ogni giorno circa 4 000 bambini muoiono di malattie che si trasmettono attraverso l'acqua o a causa di condizioni inadeguate per quanto riguarda l'acqua, i servizi igienico-sanitari e l'igiene; che la mancanza di accesso all'acqua potabile uccide più bambini dell'AIDS, della malaria e del vaiolo messi insieme; che si registra, tuttavia, una chiara tendenza alla riduzione delle cifre sopra riportate e che il loro calo può e deve essere accelerato;
G.      considerando che l'accesso all'acqua presenta anche un aspetto legato alla sicurezza, il quale necessita di una migliore cooperazione regionale;
H.      considerando che la mancanza di accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari si ripercuote sulla realizzazione di altri diritti umani; che le sfide idriche colpiscono in modo sproporzionato le donne, dato che in molti paesi in via di sviluppo esse sono tradizionalmente responsabili della fornitura di acqua per uso domestico; che le donne e le ragazze sono maggiormente colpite dalla mancanza di accesso a servizi igienico-sanitari adeguati e dignitosi, il che frequentemente limita il loro accesso all'istruzione e le rende più vulnerabili alle malattie;
I.       considerando che, ogni anno, tre milioni e mezzo di persone muoiono di malattie che si trasmettono attraverso l'acqua;
J.       considerando che il protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, entrato in vigore nel 2013, ha istituito un meccanismo di denuncia che consente a singoli o gruppi di presentare reclami formali sulle violazioni del diritto umano all'acqua e ai servizi igienico-sanitari, oltre a quelle di altri diritti;
K.      considerando che nei paesi in via di sviluppo e nelle economie emergenti la domanda di acqua è in aumento in tutti i settori, in particolare l'energia e l'agricoltura; che il cambiamento climatico, l'urbanizzazione e le evoluzioni demografiche possono rappresentare una seria minaccia per la disponibilità di acqua in molti paesi in via di sviluppo e che si stima che circa due terzi della popolazione mondiale sono destinati a vivere in paesi con problemi idrici entro il 2025;
L.      considerando che l'UE è il principale donatore nel settore dell'acqua e dei servizi igienico-sanitari (WASH), dato che il 25% del suo finanziamento umanitario annuo globale è dedicato esclusivamente al sostegno dei partner per lo sviluppo in questo settore; che, tuttavia, una relazione speciale della Corte dei conti europea del 2012, concernente l'assistenza allo sviluppo fornita dall'UE a favore dell'acqua potabile e dei servizi igienico-sanitari di base nei paesi subsahariani, ha sottolineato la necessità di migliorare l'efficacia degli aiuti e la sostenibilità dei progetti promossi dall'UE;
M.     considerando che l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha dichiarato che "l'accesso all'acqua deve essere riconosciuto quale diritto umano fondamentale, essendo l'acqua una risorsa essenziale per la vita sulla terra che va condivisa dall'umanità";
N.      considerando che la privatizzazione dei servizi di base nell'Africa subsahariana negli anni Novanta ha, tra le altre cose, ostacolato il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio (OSM) in materia di acqua e servizi sanitari, poiché l'attenzione degli investitori al recupero dei costi ha intensificato tra l'altro le disuguaglianze nella fornitura di tali servizi a spese dei nuclei familiari a basso reddito; che, alla luce del fallimento della privatizzazione dell'acqua, il trasferimento dei servizi idrici dalle imprese private agli enti locali è una tendenza in crescita nel settore idrico in tutto il mondo;
O.      considerando che l'erogazione di servizi idrici è un monopolio naturale e che tutti i profitti derivanti dal ciclo di gestione dell'acqua dovrebbero coprire i costi e la protezione dei servizi idrici e del miglioramento del ciclo di gestione dell'acqua ed essere sempre destinati a tal fine, a condizione che sia tutelato l'interesse pubblico;
P.      considerando che l'assenza di un approvvigionamento idrico e di servizi igienico-sanitari adeguati ha gravi conseguenze per la salute e lo sviluppo sociale, in particolare dei bambini; che la contaminazione delle risorse idriche è una delle principali cause della diarrea e la seconda causa di morte per i bambini dei paesi in via di sviluppo e provoca ulteriori malattie gravi quali il colera, la schistosomiasi e il tracoma;
Q.      considerando che l'acqua svolge funzioni sociali, economiche ed ecologiche e che una gestione corretta del ciclo dell'acqua, a vantaggio di tutti, non potrà che salvaguardare la sua disponibilità stabile e duratura nell'attuale contesto di cambiamento climatico;
R.      considerando che l'Europa è particolarmente sensibile al cambiamento climatico e che l'acqua è uno dei primi settori a risentirne;
S.      considerando che l'iniziativa dei cittadini europei è stata istituita come uno strumento di democrazia partecipativa con l'obiettivo di incoraggiare il dibattito a livello dell'UE e la partecipazione diretta dei cittadini al processo decisionale dell'UE, e costituisce un'eccellente opportunità per consentire alle istituzioni dell'UE di coinvolgere nuovamente i cittadini;
T.      considerando che i sondaggi dell'Eurobarometro hanno sistematicamente rilevato, negli ultimi anni, livelli di fiducia molto bassi nei confronti dell'UE tra i cittadini europei;
L'iniziativa dei cittadini europei come strumento di democrazia partecipativa
1.       ritiene che l'iniziativa dei cittadini europei sia uno strumento democratico unico, dotato di un potenziale importante per contribuire a ridurre il divario tra i movimenti sociali e della società civile europei e nazionali e per promuovere la democrazia partecipativa a livello dell'UE; ritiene tuttavia che, per poter sviluppare ulteriormente il meccanismo democratico, sia indispensabile effettuare una valutazione delle esperienze passate e una riforma dell'iniziativa dei cittadini e che le azioni della Commissione ‒ le quali possono includere, se del caso, la possibilità di introdurre elementi appropriati nelle revisioni legislative o in nuove proposte legislative ‒ debbano rispecchiare meglio le richieste formulate dalle ICE quando queste rientrano nel suo ambito di competenza, e soprattutto quando esprimono preoccupazioni relative ai diritti umani;
2.       sottolinea che la Commissione dovrebbe garantire la massima trasparenza durante la fase di analisi di due mesi, che un'ICE che abbia avuto successo dovrebbe ottenere un sostegno e un'assistenza legali adeguati da parte della Commissione ed essere adeguatamente pubblicizzata, e che promotori e sostenitori dovrebbero essere pienamente informati e aggiornati nel corso dell'intero processo dell'ICE;
3.       insiste sulla necessità che la Commissione attui in modo efficace il regolamento ICE e proceda a rimuovere tutti gli oneri amministrativi incontrati dai cittadini nell'atto di presentare un'ICE o darle il proprio sostegno, e la esorta a prendere in considerazione l'attuazione di un sistema di registrazione dell'ICE comune a tutti gli Stati membri;
4.       si compiace del fatto che il sostegno espresso da quasi 1,9 milioni di cittadini di tutti gli Stati membri dell'UE nei confronti di questa ICE sia concorde con la decisione della Commissione di escludere i servizi idrici e igienico-sanitari dalla direttiva sulle concessioni;
5        invita la Commissione a mantenere e a confermare l'esclusione dei servizi idrici e igienico-sanitari dalla direttiva sulle concessioni nel quadro di un'eventuale revisione di tale direttiva;
6.       ritiene deplorevole il fatto che la comunicazione sia priva di vera ambizione, non risponda alle richieste specifiche espresse nell'ICE e si limiti a ribadire impegni esistenti; sottolinea che la risposta formulata dalla Commissione all'ICE "L'acqua è un diritto" è insufficiente, poiché non apporta contributo e non introduce tutte le misure che potrebbero contribuire al raggiungimento degli obiettivi; chiede alla Commissione, per quanto riguarda questa particolare iniziativa dei cittadini europei, di condurre una campagna informativa esaustiva sulle misure che sono già state adottate in materia di acqua e di come queste misure potrebbero contribuire al conseguimento degli obiettivi dell'iniziativa dei cittadini europei "L'acqua è un diritto";
7.       ritiene che molte delle petizioni in materia di qualità dell'acqua e gestione idrica provengano da Stati membri che non sono ben rappresentati nel quadro della consultazione pubblica a livello UE lanciata nel giugno 2014 e sottolinea che potrebbe quindi esservi un'incongruenza tra i risultati della consultazione pubblica e la situazione evidenziata dalle petizioni;
8.       auspica un chiaro impegno politico da parte della Commissione europea e del vicepresidente incaricato della sostenibilità onde garantire che siano intraprese azioni adeguate per dare risposta alle preoccupazioni sollevate dall'ICE in oggetto;
9.       ribadisce l'impegno della sua commissione per le petizioni a dare voce ai firmatari su questioni concernenti i diritti fondamentali e ricorda che i firmatari che hanno presentato l'ICE "L'acqua è un diritto" hanno espresso il loro accordo affinché l'acqua sia dichiarata un diritto umano garantito a livello dell'UE;
10.     invita la Commissione, in linea con l'obiettivo primario dell'iniziativa dei cittadini europei "L'acqua è un diritto", a presentare proposte legislative, tra cui ‒ se del caso ‒ una revisione della direttiva quadro sulle acque che riconosca l'accesso universale e il diritto umano all'acqua; chiede inoltre che l'accesso universale ad acqua potabile sicura e ai servizi igienico-sanitari sia riconosciuto nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea;
11.     sottolinea che se la Commissione ignorerà ICE riuscite e ampiamente sostenute nel quadro del meccanismo democratico istituito dal trattato di Lisbona, l'UE in quanto tale perderà credibilità agli occhi dei cittadini;
12.     invita la Commissione ad adottare misure di informazione ed educazione a livello europeo per promuovere la cultura dell'acqua come bene comune, misure di sensibilizzazione e promozione a favore di comportamenti individuali più consapevoli (risparmio idrico) e misure per la definizione consapevole di politiche di gestione delle risorse naturali, nonché per il sostegno di una gestione pubblica, partecipativa e trasparente;
13.     reputa necessaria l'elaborazione di politiche delle acque che incoraggino l'uso razionale, il riciclo e il riuso della risorsa idrica, elementi essenziali per una gestione integrata; ritiene che ciò consentirà di ridurre i costi, contribuirà alla tutela delle risorse naturali e assicurerà una gestione adeguata dell'ambiente;
14.     invita la Commissione a disincentivare e ad assoggettare a studi di impatto ambientale le pratiche dell'accaparramento delle acque e della fratturazione idraulica;
Diritto all'acqua e ai servizi igienico-sanitari
15.     ricorda che l'ONU afferma che il diritto umano all'approvvigionamento idrico e alle strutture igienico-sanitarie riconosce a chiunque il diritto all'acqua per l'utilizzo personale e domestico che sia di elevata qualità, sicura, accessibile fisicamente ed economicamente, sufficiente e accettabile; sottolinea che un'ulteriore raccomandazione dell'ONU prevede che i pagamenti per i servizi idrici, ove siano previsti, debbano ammontare al massimo al 3% del reddito familiare;
16.     sostiene il relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano all'acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari e pone l'accento sull'importanza del suo lavoro e di quello del suo predecessore ai fini del riconoscimento di tale diritto;
17.     deplora che nell'UE a 28 vi sia ancora più di un milione di persone che non hanno accesso a forniture di acqua potabile e sicura e che quasi il 2 % della popolazione non abbia accesso a servizi igienico-sanitari, stando al programma World Water Assessment (WWAP); esorta, pertanto, la Commissione ad agire immediatamente;
18.     invita la Commissione a riconoscere l'importanza del diritto umano all'acqua e alle strutture igienico-sanitarie come bene pubblico e valore fondamentale per tutti i cittadini dell'UE, e non come merce; esprime preoccupazione per il fatto che dal 2008, a causa della crisi finanziaria ed economica e delle politiche di austerità che hanno causato un aumento della povertà in Europa e un incremento delle famiglie a basso reddito, un sempre maggior numero di persone abbia difficoltà a pagare le bollette per i servizi idrici e che l'accessibilità economica stia diventando un problema che desta crescente preoccupazione; si oppone alla sospensione dei servizi idrici e all'interruzione forzata della fornitura di acqua e chiede agli Stati membri di porre immediatamente fine a situazioni siffatte, quando sono dovute a fattori socioeconomici nelle famiglie a basso reddito; valuta positivamente il fatto che in alcuni Stati membri vengano utilizzate "banche dell'acqua" o quote minime di acqua nel tentativo di aiutare le persone più vulnerabili a far fronte ai costi delle utenze, in modo da garantire l'acqua in quanto componente inalienabile dei diritti fondamentali;
19.     invita la Commissione, in considerazione degli effetti della recente crisi economica, a collaborare con gli Stati membri e con le autorità regionali e locali per condurre uno studio sulle questioni relative alla povertà idrica, compresi gli aspetti dell'accesso all'acqua e della sua accessibilità economica; sollecita la Commissione a sostenere e ad agevolare ulteriormente la cooperazione senza scopo di lucro tra gli operatori idrici onde fornire un aiuto alle zone meno sviluppate e rurali e favorire l'accesso a un'acqua di buona qualità per tutti i cittadini in tali zone;
20.     invita la Commissione a individuare i settori in cui la scarsità d'acqua è un problema esistente o potenziale e ad aiutare gli Stati membri, le regioni e le zone interessate, in particolare le zone rurali e le aree urbane degradate, ad affrontare adeguatamente la questione;
21.     sottolinea che la presunta neutralità della Commissione per quanto riguarda la proprietà e la gestione dell'acqua è in contraddizione con i programmi di privatizzazione imposti ad alcuni Stati membri dalla troika;
22.     riconosce che, come affermato nella direttiva quadro sulle acque, l'acqua non è un prodotto di scambio ma un bene pubblico essenziale per la vita e la dignità umane e ricorda alla Commissione che le norme del trattato impongono all'UE di rimanere neutrale rispetto alle decisioni nazionali che disciplinano il regime di proprietà delle imprese erogatrici di servizi idrici, e che pertanto la Commissione non dovrebbe in nessun caso promuovere la privatizzazione delle aziende idriche nel quadro di un programma di aggiustamento economico o nell'ambito di qualsiasi altra procedura in materia di coordinamento della strategia economica dell'UE; invita, pertanto, la Commissione, dato che si tratta di servizi di interesse generale e quindi prevalentemente nell'interesse pubblico, a escludere in modo permanente l'acqua e i servizi igienico-sanitari dalle norme sul mercato interno e da qualsiasi accordo commerciale e a far sì che tali servizi siano forniti a prezzi accessibili, e invita la Commissione e gli Stati membri a provvedere affinché tali servizi siano gestiti sotto il profilo tecnico, finanziario e amministrativo in modo efficiente, efficace e trasparente;
23.     invita gli Stati membri e la Commissione a ripensare e a rifondare la gestione della politica idrica sulla base di una partecipazione attiva, intesa come trasparenza e apertura del processo decisionale ai cittadini;
24.     ritiene che, in merito alla regolamentazione e al controllo, sia necessario tutelare la proprietà pubblica dell'acqua incoraggiando il ricorso a modelli di gestione pubblici, trasparenti e partecipativi in cui l'autorità che detiene la proprietà pubblica abbia la facoltà, soltanto in alcuni casi, di attribuire all'iniziativa privata alcuni compiti di gestione, secondo condizioni rigorosamente regolamentate e salvaguardando costantemente il diritto ad avvalersi della risorsa e di adeguate strutture igienico-sanitarie;
25.     invita la Commissione e gli Stati membri a garantire un approvvigionamento idrico capillare caratterizzato da prezzi abbordabili, elevata qualità e condizioni di lavoro eque, che sia soggetto a controllo democratico;
26.     invita gli Stati membri a sostenere la promozione dell'educazione e le campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini onde preservare e risparmiare le risorse idriche e garantire una maggiore partecipazione civica;
27.     invita gli Stati membri a garantire un accesso indiscriminato ai servizi idrici assicurandone la fornitura a tutti, compresi i gruppi di utenti emarginati;
28.     invita la Commissione, la Banca europea per gli investimenti e gli Stati membri a sostenere i comuni dell'UE che non dispongono del capitale necessario per accedere all'assistenza tecnica, ai finanziamenti dell'UE disponibili e a prestiti a lungo termine a tassi d'interesse agevolati, in particolare allo scopo di provvedere alla manutenzione e al rinnovamento delle infrastrutture idriche in modo da garantire servizi idrici di elevata qualità ed estendere i servizi di approvvigionamento idrico e igienico-sanitari ai gruppi più vulnerabili della popolazione, tra cui gli indigenti e coloro che risiedono nelle regioni ultraperiferiche e remote; pone l'accento sull'importanza di una governance aperta, democratica e partecipativa per garantire che nella gestione delle risorse idriche siano adottate le soluzioni più efficaci sotto il profilo dei costi, a vantaggio della società; invita la Commissione e gli Stati membri ad assicurare piena trasparenza delle risorse finanziarie generate attraverso il ciclo di gestione dell'acqua;
29.     riconosce che l'approvvigionamento idrico e la fornitura di servizi igienico-sanitari sono servizi di interesse generale e che l'acqua non è una merce, ma un bene comune, e dovrebbe pertanto essere fornita a prezzi accessibili nel rispetto del diritto delle persone a una qualità minima dell'acqua, prevedendo l'applicazione di una tariffa progressiva; chiede agli Stati membri di garantire che la fatturazione dell'acqua e dei servizi igienico-sanitari sia basata su un sistema giusto, equo, trasparente e adeguato, in modo da assicurare a tutti i cittadini, a prescindere dal reddito, l'accesso a servizi di qualità elevata;
30.     osserva che l'acqua deve essere considerata una risorsa ecosociale e non un mero fattore di produzione;
31.     ricorda che l'accesso all'acqua è essenziale per l'agricoltura al fine di realizzare il diritto a un'alimentazione adeguata;
32.     invita la Commissione a sostenere attivamente gli sforzi degli Stati membri volti a sviluppare e migliorare l'infrastruttura che fornisce accesso ai servizi di irrigazione, alle fognature e all'approvvigionamento di acqua potabile;
33.     ritiene che la direttiva sull'acqua potabile abbia contribuito notevolmente alla disponibilità di acqua potabile di qualità elevata nell'UE e chiede che la Commissione e gli Stati membri intraprendano azioni risolute per realizzare i benefici ambientali e sanitari che si possono ottenere incoraggiando il consumo di acqua di rubinetto;
34.     ricorda agli Stati membri la loro responsabilità in termini di attuazione del diritto dell'UE; li esorta ad attuare pienamente la direttiva sull'acqua potabile e tutta la legislazione afferente; ricorda loro di individuare le loro priorità di spesa e di sfruttare appieno le opportunità di sostegno finanziario dell'UE nel settore dell'acqua offerte dal nuovo periodo di programmazione finanziaria (2014-2020), in particolare attraverso investimenti prioritari incentrati proprio sulla gestione delle risorse idriche;
35.     ricorda le conclusioni della relazione speciale della Corte dei conti relativa all'integrazione nella PAC degli obiettivi della politica dell'UE in materia di acque, in cui viene rilevato che "gli strumenti attualmente utilizzati dalla PAC per affrontare le questioni in materia di risorse idriche non hanno sinora consentito sufficienti progressi nel conseguire gli ambiziosi obiettivi strategici fissati per quanto riguarda le acque"; ritiene che una migliore integrazione tra la politica in materia di acque e altre politiche, come quella agricola, sia essenziale per migliorare la qualità delle risorse idriche in tutta Europa;
36.     pone in rilievo l'importanza di una piena ed efficace attuazione della direttiva quadro sulle acque, della direttiva sulle acque sotterranee, della direttiva sull'acqua potabile e della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane e ritiene fondamentale coordinare meglio la loro attuazione con quella delle direttive relative all'ambiente marino, alla biodiversità e alla protezione dalle inondazioni; esprime la preoccupazione che gli strumenti di politica settoriale dell'Unione non contribuiscano in misura sufficiente al raggiungimento degli standard di qualità ambientale per le sostanze prioritarie e alla riduzione progressiva di scarichi, emissioni e perdite delle sostanze pericolose prioritarie conformemente all'articolo 4, paragrafo 1, lettera a), e all'articolo 16, paragrafo 6, della direttiva quadro sulle acque; invita la Commissione e gli Stati membri a tenere presente che la gestione dell'acqua deve essere integrata quale elemento trasversale nella legislazione relativa ad altri aspetti essenziali per tale risorsa, quali ad esempio l'energia, l'agricoltura, la pesca e il turismo, al fine di prevenire l'inquinamento causato ad esempio da siti illegali e non regolamentati di deposito dei rifiuti pericolosi o di estrazione o prospezione petrolifere; ricorda che la condizionalità prevista dalla PAC stabilisce criteri di gestione obbligatori basati sulle norme dell'UE esistenti applicabili agli agricoltori, come pure norme in materia di buone condizioni agronomiche e ambientali, anche in relazione all'acqua; ricorda che gli agricoltori devono rispettare tali norme per ricevere integralmente i pagamenti a titolo della PAC;
37.     chiede agli Stati membri di:
          - prevedere l'obbligo per i distributori di acqua di indicare le caratteristiche fisico-chimiche dell'acqua nella relativa bolletta;
          - elaborare piani urbani secondo la disponibilità delle risorse idriche;
          - aumentare i controlli e il monitoraggio degli inquinanti, nonché prevedere azioni immediate intese a eliminare le sostanze tossiche e provvedere all'igienizzazione;
          - adottare misure intese a ridurre le notevoli perdite dalle tubature in Europa e ammodernare le reti per la fornitura d'acqua inadeguate;
38.     reputa necessario stabilire un ordine di priorità o una gerarchia per l'uso sostenibile delle risorse idriche; invita la Commissione a presentare un'analisi e delle proposte, a seconda dei casi;
39.     sottolinea che gli Stati membri si sono impegnati a garantire il diritto umano all'acqua attraverso il loro appoggio alla dichiarazione delle Nazioni Unite, e che tale diritto è sostenuto dalla maggior parte dei cittadini e degli operatori dell'UE;
40.     sottolinea che il sostegno all'iniziativa dei cittadini europei "L'acqua è un diritto" e ai suoi obiettivi è stato ulteriormente dimostrato dal grande numero di cittadini che, in paesi come Germania, Austria, Belgio, Slovacchia, Slovenia, Grecia, Finlandia, Spagna, Lussemburgo, Italia e Irlanda hanno espresso il proprio parere sulla questione dell'acqua e della sua proprietà e fornitura;
41.     rileva che, dal 1988, la sua commissione per le petizioni ha ricevuto una notevole mole di petizioni di cittadini di vari Stati membri dell'UE che esprimono preoccupazione per la fornitura e la qualità dell'acqua e il trattamento delle acque reflue; richiama l'attenzione su una serie di fattori negativi deplorati dai firmatari – come le discariche di rifiuti, l'assenza di controlli efficaci della qualità delle acque da parte delle autorità nonché le pratiche agricole e industriali irregolari o illecite – che sono responsabili della cattiva qualità dell'acqua e hanno quindi un impatto sull'ambiente e sulla salute dell'uomo e degli animali; ritiene che queste petizioni dimostrino un interesse reale dei cittadini per l'applicazione completa e l'ulteriore sviluppo di una legislazione europea sostenibile sulle risorse idriche;
42.     esorta vivamente la Commissione a prendere seriamente in considerazione le preoccupazioni e gli allarmi espressi dai cittadini in tali petizioni e di darvi seguito, data soprattutto la necessità urgente di affrontare il problema della diminuzione delle risorse idriche a causa dell'uso smodato e del cambiamento climatico, finché c'è ancora tempo per prevenire l'inquinamento e la cattiva gestione; esprime la propria preoccupazione per il numero di procedure di infrazione in materia di qualità e gestione delle acque;
43.     invita gli Stati membri a completare i propri piani di gestione dei bacini idrografici con urgenza e come elemento chiave dell'applicazione della direttiva quadro in materia di acque e ad attuarli in modo corretto e nel pieno rispetto dei preminenti criteri ecologici; richiama l'attenzione sul fatto che alcuni Stati membri si trovano sempre di più ad affrontare alluvioni dannose che hanno un grave impatto sulla popolazione locale; sottolinea che i piani di gestione dei bacini idrografici nell'ambito della direttiva quadro in materia di acque e i piani di gestione del rischio di alluvioni nell'ambito della direttiva sulle alluvioni costituiscono una grande opportunità per sfruttare le sinergie esistenti tra questi strumenti, contribuendo così a garantire acqua potabile in quantità sufficiente, riducendo nel contempo i rischi di alluvione; ricorda, inoltre, che ogni Stato membro dovrebbe disporre di una pagina web centralizzata per fornire informazioni sull'attuazione della direttiva quadro in materia di acque, in modo da facilitare una panoramica della gestione e della qualità delle acque;
Servizi idrici e mercato interno
44.     segnala che paesi di tutta l'UE, tra cui Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Germania e Italia, hanno constatato che la perdita potenziale o effettiva della proprietà pubblica dei servizi idrici è diventata una fonte di grande preoccupazione per i cittadini; ricorda che la scelta del metodo relativo alla gestione idrica è basata sul principio di sussidiarietà, come previsto dall'articolo 14 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea e dal protocollo (n. 26) sui servizi di interesse generale, il quale sottolinea la particolare importanza che rivestono i servizi pubblici ai fini della coesione sociale e territoriale dell'Unione; ricorda che le società responsabili dell'approvvigionamento idrico e dei servizi fognari sono operatori che forniscono servizi di interesse generale e hanno la missione globale di fornire a tutta la popolazione acqua di qualità elevata a prezzi socialmente accettabili, riducendo al minimo l'impatto negativo sull'ambiente delle acque reflue;
45.     sottolinea che, in linea con il principio di sussidiarietà, la Commissione dovrebbe rimanere neutrale in merito alle decisioni degli Stati membri riguardanti la proprietà dei servizi idrici e non dovrebbe promuovere la privatizzazione di questi ultimi, per via legislativa o per altre vie;
46.     ricorda che la scelta di riassegnare i servizi idrici ai comuni dovrebbe continuare a essere garantita in futuro senza alcuna limitazione e può essere mantenuta nell'ambito della gestione locale, se così stabilito dalle autorità pubbliche competenti; ricorda che l'acqua è un diritto umano fondamentale che dovrebbe essere accessibile e alla portata di tutti; evidenzia che gli Stati membri hanno il dovere di assicurare che l'accessibilità dell'acqua sia garantita per tutti, indipendentemente dall'operatore, e di provvedere affinché gli operatori forniscano acqua potabile sicura e servizi igienici adeguati;
47.     sottolinea che la natura speciale dei servizi idrici e igienico-sanitari, in termini ad esempio di produzione, distribuzione e trattamento, rende assolutamente necessaria la loro esclusione da qualsiasi accordo commerciale oggetto di negoziazione o di esame da parte dell'UE; esorta la Commissione a garantire l'esclusione giuridicamente vincolante dei servizi idrici, igienico-sanitari e concernenti le acque reflue dai negoziati in corso per il partenariato transatlantico su commercio e investimenti (TTIP) e per l'accordo sugli scambi di servizi; sottolinea che qualsiasi futuro accordo in materia di scambi e investimenti dovrebbe comprendere clausole relative a un accesso reale all'acqua potabile per la popolazione del paese terzo interessato dall'accordo, in linea con l'impegno di lunga data dell'Unione a favore di uno sviluppo sostenibile e dei diritti umani, e che un effettivo accesso all'acqua potabile per la popolazione del paese terzo interessato dall'accordo deve rappresentare un presupposto fondamentale di qualsiasi futuro accordo di libero scambio;
48.     ricorda l'elevato numero di petizioni contrarie all'inclusione di servizi pubblici essenziali, come l'acqua e i servizi igienico-sanitari, nelle trattative del partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP); invita la Commissione a rafforzare la responsabilità dei fornitori di acqua;
49.     invita la Commissione a fungere da facilitatore per promuovere la cooperazione fra gli operatori idrici tramite la condivisione delle migliori prassi normative e di altra natura nonché di altre iniziative, dell'apprendimento reciproco e di esperienze comuni, come pure favorendo l'analisi comparativa volontaria; si compiace dell'invito, contenuto nella comunicazione della Commissione, a una maggiore trasparenza nel settore idrico e riconosce gli sforzi sinora profusi, constatando nel contempo che le analisi comparative non possono che essere di natura volontaria, date le enormi differenze tra i servizi idrici in tutta Europa dovute alle chiare specificità regionali e locali; constata altresì che eventuali analisi siffatte che includano unicamente indicatori finanziari non dovrebbero essere equiparate a misure a favore della trasparenza e che occorre includere anche altri criteri di importanza fondamentale per i cittadini, quali ad esempio la qualità dell'acqua, le misure intese ad attenuare i problemi dell'accessibilità economica, le informazioni su quale percentuale della popolazione ha accesso a forniture idriche adeguate e i livelli di partecipazione pubblica alla gestione delle risorse idriche, in un modo che risulti comprensibile sia per i cittadini che per gli organi di regolamentazione;
50.     sottolinea l'importanza delle autorità di regolamentazione nazionali nel garantire condizioni di concorrenza eque e libere tra i fornitori di servizi, agevolando un'attuazione più rapida per quanto concerne le soluzioni innovative e il progresso tecnico, promuovendo l'efficienza e la qualità dei servizi idrici e assicurando la tutela degli interessi dei consumatori; invita la Commissione a sostenere le iniziative a favore della cooperazione normativa nell'UE onde imprimere un'accelerazione all'analisi comparativa, all'apprendimento reciproco e allo scambio delle migliori pratiche in materia di regolamentazione;
51.     ritiene che occorra effettuare una valutazione dei progetti e dei programmi europei in materia di acqua e di servizi igienico-sanitari dal punto di vista dei diritti umani, al fine di sviluppare politiche, linee guida e pratiche adeguate; invita la Commissione a istituire un sistema di parametri di riferimento (qualità dell'acqua, accessibilità, sostenibilità, copertura, ecc.) al fine di migliorare la qualità dell'approvvigionamento idrico pubblico e dei servizi igienico-sanitari in tutta l'UE, nell'intento di favorire la partecipazione attiva dei cittadini;
52.     ricorda che le concessioni in materia di servizi idrici e igienico-sanitari sono soggette ai principi stabiliti nel trattato e devono pertanto essere aggiudicati conformemente ai principi di trasparenza, parità di trattamento e non discriminazione;
53.     sottolinea che i servizi di produzione, distribuzione e trattamento dell'acqua e i servizi igienico-sanitari devono restare esclusi dalla direttiva in materia di concessioni, anche nel caso di una futura revisione della direttiva;
54.     ricorda che la direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno ha suscitato una forte opposizione da parte della società civile per quanto riguarda numerosi aspetti, tra cui le questioni relative ai servizi di interesse economico generale quali i servizi di distribuzione e di fornitura idrica e la gestione delle acque reflue; ricorda che le istituzioni dell'UE sono state infine costrette a includere questi settori fra i servizi che non possono essere liberalizzati;
55.     sottolinea l'importanza dello scambio di migliori prassi nei partenariati pubblico-pubblico e pubblico-privato sulla base di una cooperazione senza scopo di lucro tra gli operatori idrici e si rallegra del fatto che la Commissione abbia riconosciuto per la prima volta, nella comunicazione, l'importanza dei partenariati pubblico-pubblico;
56.     accoglie con favore gli sforzi efficaci di alcuni comuni volti a rafforzare la partecipazione pubblica al miglioramento della prestazione di servizi idrici e alla protezione delle risorse idriche e ricorda che le istituzioni locali svolgono un ruolo importante nel processo decisionale per quanto riguarda la gestione delle acque;
57.     invita il Comitato delle regioni ad accrescere il proprio coinvolgimento in questa ICE, al fine di incoraggiare una maggiore partecipazione al problema da parte delle autorità regionali;
58.     rammenta l'obbligo di garantire l'accesso alla giustizia e alle informazioni in materia ambientale nonché la partecipazione pubblica al processo decisionale, come stabilito dalla convenzione di Aarhus; invita pertanto la Commissione, gli Stati membri e i relativi enti locali e regionali a rispettare i principi e i diritti sanciti dalla convenzione di Aarhus; ricorda che sensibilizzare i cittadini ai loro diritti è fondamentale per ottenerne la più ampia partecipazione al processo decisionale; esorta pertanto la Commissione a definire in modo proattivo una campagna di informazione per i cittadini europei sulle conquiste sancite dalla convenzione in materia di trasparenza e riguardo agli strumenti efficaci già a loro disposizione, nonché a rispettare le disposizioni relative alle istituzioni dell'UE; invita la Commissione a sviluppare criteri di trasparenza, assunzione di responsabilità e partecipazione quali strumenti per migliorare le prestazioni, la sostenibilità e il rapporto costi-benefici dei servizi idrici;
59.     esorta gli Stati membri e le autorità regionali e locali a progredire verso un autentico accordo sociale per l'acqua, allo scopo di garantire la disponibilità, la stabilità e la gestione sicura di tale risorsa, in particolare attuando politiche come l'istituzione di fondi di solidarietà per l'acqua e altri meccanismi di azione sociale per sostenere le persone che non sono in grado di permettersi l'accesso ai servizi idrici e igienico-sanitari, in modo da soddisfare i requisiti in materia di sicurezza dell'approvvigionamento ed evitare di mettere a repentaglio il diritto umano all'acqua; incoraggia tutti gli Stati membri a introdurre meccanismi di azione sociale come quelli già in atto in alcuni Stati membri dell'UE, per assicurare la fornitura di acqua potabile ai cittadini in seria difficoltà;
60.     invita la Commissione a organizzare una condivisione di esperienze tra gli Stati membri in relazione all'aspetto sociale della politica in materia di acque;
61.     condanna il fatto che la negazione dell'erogazione di servizi idrici e igienico-sanitari alle comunità svantaggiate e vulnerabili sia usata in modo coercitivo in alcuni Stati membri; ribadisce che in alcuni Stati membri la chiusura delle fonti pubbliche da parte delle autorità ha reso difficile l'accesso all'acqua per i gruppi più vulnerabili;
62.     osserva che gli Stati membri dovrebbero prestare una particolare attenzione alle esigenze dei gruppi vulnerabili della società e garantire inoltre l'accessibilità economica e la disponibilità di acqua di qualità per coloro che si trovano in uno stato di necessità;
63.     invita gli Stati membri a designare un mediatore per i servizi idrici onde garantire che le questioni legate all'acqua, come i reclami e i suggerimenti in merito alla qualità del servizio idrico e al relativo accesso, siano trattati da un organo indipendente;
64.     incoraggia le aziende di distribuzione dell'acqua a reinvestire i profitti economici generati dal ciclo di gestione dell'acqua nel mantenimento e nel miglioramento dei servizi idrici e nella protezione delle risorse idriche; ricorda che il principio del recupero dei costi dei servizi idrici comprende i costi ambientali e relativi alle risorse, rispettando nel contempo sia i principi di equità e trasparenza e il diritto umano all'acqua, sia il dovere che spetta agli Stati membri di adempiere agli obblighi in materia di recupero dei costi nel miglior modo possibile, nella misura in cui ciò non compromette le finalità e il conseguimento degli obiettivi della direttiva quadro in materia di acque; raccomanda di porre fine alle pratiche che sottraggono risorse economiche dal settore idrico per finanziare altre politiche, ad esempio la prassi di includere nelle bollette per i servizi idrici diritti di concessione che non sono stati destinati alle infrastrutture idriche; segnala lo stato preoccupante delle infrastrutture in alcuni Stati membri, dove l'acqua viene sprecata a causa di perdite dovute al cattivo stato e all'obsolescenza delle reti di distribuzione, e chiede agli Stati membri di potenziare gli investimenti destinati al miglioramento di tali infrastrutture nonché di altri servizi idrici, come premessa per poter garantire in futuro il diritto umano all'acqua;
65.     invita la Commissione ad assicurare che le autorità competenti mettano a disposizione dei cittadini interessati tutte le informazioni sulla qualità e la gestione delle acque, in un formato facilmente accessibile e comprensibile, e che i cittadini siano pienamente informati e consultati in tempo utile riguardo a tutti i progetti di gestione delle acque; rileva inoltre che, nell'ambito della consultazione pubblica avviata dalla Commissione, l'80% dei partecipanti ha considerato essenziale migliorare la trasparenza del monitoraggio della qualità dell'acqua;
66.     invita la Commissione a monitorare attentamente l'utilizzo diretto e indiretto dei finanziamenti dell'UE per progetti di gestione idrica e ad assicurare che tali finanziamenti siano utilizzati solo per i progetti per i quali sono stati stanziati, tenendo conto del fatto che l'accesso all'acqua è fondamentale per ridurre le disparità tra i cittadini dell'UE e incrementare la coesione economica, sociale e territoriale dell'UE; invita, in tale contesto, la Corte dei conti a verificare che i criteri di efficacia e di sostenibilità siano rispettati in modo soddisfacente;
67.     invita la Commissione a prendere in considerazione l'attuale mancanza di investimenti a favore di una gestione equilibrata delle acque, tenendo conto che si tratta di uno dei beni comuni dei cittadini dell'UE;
68.     chiede, pertanto, una maggiore trasparenza tra gli operatori idrici, in particolare mediante lo sviluppo di un codice di governance pubblica e privata per le aziende di distribuzione dell'acqua nell'UE; ritiene che tale codice debba essere basato sul principio di efficienza ed essere sempre soggetto alle disposizioni ambientali ed economiche nonché relative alle infrastrutture e alla partecipazione del pubblico di cui alla direttiva quadro sulle acque; chiede altresì l'istituzione di un organo di regolamentazione nazionale;
69.     invita la Commissione a rispettare il principio di sussidiarietà e le competenze in materia di acque per quanto riguarda sia i vari livelli di governo sia le associazioni locali che gestiscono i servizi idrici (le sorgenti e la loro conservazione);
70.     si rammarica che la direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane non sia stata ancora pienamente attuata negli Stati membri; chiede che siano utilizzate, in via prioritaria, risorse finanziarie dell'Unione nei settori in cui la normativa ambientale dell'UE non è rispettata, compreso il trattamento delle acque reflue; osserva che i tassi di conformità risultano più elevati laddove i costi sono stati recuperati ed è stato applicato il principio "chi inquina paga" e invita la Commissione a rivedere l'adeguatezza degli attuali strumenti per assicurare un livello elevato di protezione e il miglioramento della qualità dell'ambiente;
71.     segnala che il settore dei servizi in campo idrico presenta un enorme potenziale per la creazione di posti di lavoro attraverso l'integrazione ambientale, come pure per la promozione dell'innovazione mediante il trasferimento di tecnologie tra i settori e l'applicazione di ricerca, sviluppo e innovazione all'intero ciclo dell'acqua; chiede pertanto che sia prestata una particolare attenzione al potenziamento dell'utilizzo sostenibile dell'acqua in quanto energia rinnovabile;
71 bis. incoraggia la Commissione a mettere a punto un quadro legislativo europeo per il riutilizzo degli effluenti trattati, soprattutto al fine di proteggere le attività e le aree sensibili; invita altresì la Commissione a promuovere la condivisione di esperienze tra le agenzie sanitarie dei diversi Stati membri;
72.     esorta la Commissione a garantire che, in tutte le revisioni della direttiva quadro in materia di acque, le valutazioni quantitative dei problemi di accessibilità economica dell'acqua diventino un requisito obbligatorio delle relazioni stilate dagli Stati membri per quanto concerne l'attuazione della direttiva quadro in materia di acque;
73.     chiede alla Commissione di prendere in esame la possibilità che la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound) controlli le questioni relative all'accessibilità economica dell'acqua nei 28 Stati membri e riferisca in proposito;
74.     ricorda che la sana gestione dell'acqua si sta rivelando una sfida prioritaria per i prossimi decenni, sia sul piano ecologico che su quello ambientale, in quanto soddisfa il fabbisogno energetico e agricolo e risponde agli imperativi economici e sociali;
Internalizzazione del costo dell'inquinamento
75.     ricorda che, attraverso le bollette per i servizi idrici, i cittadini dell'UE sostengono il costo della purificazione e del trattamento delle acque ed evidenzia che l'attuazione di politiche che permettono di coniugare e conciliare efficacemente la tutela delle risorse idriche con il contenimento dei costi, come ad esempio l'approccio basato sul "controllo alla fonte", è più efficiente ed è preferibile sotto il profilo finanziario; ricorda che, come indicato nella relazione 2015 dell'Agenzia europea dell'ambiente, oltre il 40% dei fiumi e delle acque costiere risente di un vasto inquinamento causato dall'agricoltura, mentre tra il 20% e il 25% risente dell'inquinamento derivante da fonti puntuali quali impianti industriali, sistemi fognari e reti di gestione delle acque reflue; sottolinea l'importanza di un'efficace attuazione della direttiva quadro sulle acque e della direttiva sull'acqua potabile, di un migliore coordinamento per quanto riguarda la loro attuazione, di una maggiore coerenza in sede di elaborazione della legislazione e dell'adozione di misure più proattive per favorire il risparmio delle risorse idriche e aumentare in modo significativo l'efficienza nell'uso dell'acqua in tutti i settori (industrie, famiglie, agricolture, reti di distribuzione); rammenta che garantire la tutela sostenibile delle aree naturali, come gli ecosistemi di acqua dolce, non soltanto è fondamentale ai fini dello sviluppo e determinante per fornire acqua potabile, ma riduce anche i costi per cittadini e operatori;
Politica esterna e politica di sviluppo dell'UE nel settore delle acque
76.     sottolinea che le politiche di sviluppo dell'UE devono integrare pienamente l'accesso universale all'acqua e ai servizi igienico-sanitari tramite la promozione di partenariati pubblico-pubblico e pubblico-privato basati sulla solidarietà tra gli operatori idrici e i lavoratori in diversi paesi, nonché ricorrere a una gamma di strumenti per promuovere le migliori pratiche mediante il trasferimento di conoscenze e i programmi di sviluppo e di cooperazione nel settore; ribadisce che le politiche di sviluppo degli Stati membri dell'UE dovrebbero riconoscere la dimensione di diritto umano dell'accesso all'acqua potabile sicura e ai servizi igienico-sanitari, e che un approccio basato sui diritti richiede sia il sostegno nei confronti della legislazione e del finanziamento che il rafforzamento del ruolo della società civile per concretizzare nella pratica il rispetto di tali diritti;
77.     ribadisce che l'accesso all'acqua potabile in quantità e di qualità sufficienti è un diritto umano fondamentale e ritiene che i governi nazionali abbiano il dovere di adempiere a tale obbligo;
78.     sottolinea, a norma dell'attuale legislazione dell'UE e dei relativi requisiti, l'importanza di una valutazione regolare della qualità, della purezza e della sicurezza dell'acqua e delle risorse idriche all'interno dell'Unione come pure fuori dai suoi confini;
79.     sottolinea che, nello stanziamento dei fondi dell'UE e nella programmazione dell'assistenza, è opportuno attribuire un'elevata priorità all'assistenza finalizzata ad assicurare acqua potabile sicura e servizi igienico-sanitari; invita la Commissione a garantire un adeguato sostegno finanziario alle misure di sviluppo delle capacità nel settore idrico, facendo affidamento sulle piattaforme e sulle iniziative esistenti a livello internazionale e collaborando con esse;
80.     insiste sul fatto che occorre attribuire un'elevata priorità al settore WASH nei paesi in via di sviluppo, sia in termini di aiuti pubblici allo sviluppo (APS) che nei bilanci nazionali; ricorda che la gestione delle acque è una responsabilità collettiva; è favorevole a un approccio caratterizzato da apertura mentale per quanto concerne le diverse modalità di aiuto, ma anche da una rigorosa aderenza ai principi di efficacia, alla coerenza politica a favore dello sviluppo e a un'attenzione costantemente rivolta all'eliminazione della povertà e all'ottimizzazione dell'impatto in termini di sviluppo; sostiene, a tal riguardo, il coinvolgimento delle comunità locali nella realizzazione di progetti nei paesi in via di sviluppo, nonché il principio della proprietà comunitaria;
81.     sottolinea che, sebbene i progressi verso l'obiettivo di sviluppo del millennio relativo all'acqua potabile sicura vadano nella giusta direzione, 748 milioni di persone nel mondo sono prive di accesso a un migliore approvvigionamento idrico e si stima che almeno 1,8 miliardi di persone bevano acqua contaminata da feci, mentre l'obiettivo relativo ai servizi igienico-sanitari è lungi dall'essere raggiunto;
82.     ricorda che garantire una gestione sostenibile delle acque sotterranee è indispensabile per la riduzione della povertà e la condivisione della prosperità, in quanto tali acque hanno la potenzialità di fornire una fonte migliorata di acqua potabile a milioni di persone povere nelle zone urbane e rurali;
83.     invita la Commissione a includere l'acqua quale parte dell'Agenda di cambiamento, unitamente all'agricoltura sostenibile;
84.     ritiene che l'acqua debba rivestire un ruolo centrale nei lavori di preparazione ai due grandi eventi internazionali del 2015, ossia il vertice sull'agenda post-2015 e la conferenza COP21 sul cambiamento climatico; sostiene fermamente, a tale riguardo, l'inclusione di obiettivi ambiziosi e di vasta portata relativamente all'acqua e ai servizi igienico-sanitari, come ad esempio l'obiettivo di sviluppo sostenibile n. 6 che consiste nel garantire la disponibilità e una gestione sostenibile dei servizi idrici e igienico-sanitari per tutti entro il 2030, da adottare nel settembre 2015; ribadisce che porre fine alla povertà attraverso il processo post-2015 è possibile soltanto se si garantisce a tutti l'accesso ad acqua pulita, a servizi igienico-sanitari di base e a condizioni igieniche; sottolinea che il raggiungimento di tutti gli obiettivi di sviluppo sostenibile richiede la mobilitazione di finanziamenti da destinare allo sviluppo molto più ingenti di quelli attualmente forniti, da parte sia dei paesi sviluppati che da quelli in via di sviluppo; chiede l'istituzione di un meccanismo di monitoraggio globale volto a valutare i progressi compiuti in termini di accesso universale all'acqua potabile, uso sostenibile e sviluppo delle risorse idriche e rafforzamento di una gestione delle risorse idriche equa, partecipativa e responsabile in tutti i paesi; esorta la Commissione a garantire che gli aiuti siano spesi in modo efficace e siano maggiormente diretti al settore WASH in vista dell'agenda per lo sviluppo post 2015;
85.     sottolinea l'aumento del rischio di scarsità di acqua causato dai cambiamenti climatici; esorta la Commissione e gli Stati membri a includere fra i temi della COP21 anche la gestione strategica delle risorse idriche e piani di adattamento a lungo termine, onde integrare un approccio idrico resiliente al clima nel futuro accordo globale sul clima; sottolinea che un'infrastruttura idrica resiliente ai cambiamenti climatici è fondamentale ai fini dello sviluppo e della riduzione della povertà; ribadisce che, in assenza di sforzi costanti intesi a mitigare le conseguenze del cambiamento climatico, come pure di una migliore gestione delle risorse idriche, potrebbero essere compromessi i progressi compiuti verso gli obiettivi di riduzione della povertà, gli obiettivi di sviluppo del millennio e lo sviluppo sostenibile in tutte le sue dimensioni economiche, sociali e ambientali;
86.     osserva con preoccupazione che la mancanza di accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari nei paesi in via di sviluppo può avere un effetto sproporzionato sulle ragazze e sulle donne, in particolare quelle in età scolare, dato che i tassi di assenteismo e di abbandono scolastico sono stati collegati alla mancanza di servizi igienico-sanitari puliti, sicuri e accessibili;
87.     chiede che lo stanziamento dei fondi dell'Unione e degli Stati membri rifletta le raccomandazioni del relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano all'acqua potabile sicura e ai servizi igienico-sanitari, in particolare per quanto concerne la promozione delle infrastrutture su piccola scala e la distribuzione di maggiori fondi a favore del funzionamento e della manutenzione, della creazione di capacità e della sensibilizzazione;
88.     osserva con preoccupazione che, secondo il relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto umano all'acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, le persone che vivono in quartieri degradati devono generalmente pagare di più di quelle che vivono in insediamenti ufficiali per ricevere servizi di qualità scadente e non regolamentati; esorta i paesi in via di sviluppo a dare la priorità agli stanziamenti di bilancio a favore dei servizi destinati alle persone svantaggiate e isolate;
89.     ricorda che l'Organizzazione mondiale della sanità ha affermato che, in una fase iniziale, senza l'applicazione delle ultime tecnologie innovative in materia di trattamento e risparmio idrico, il livello ottimale di acqua va dai 100 ai 200 litri per persona al giorno, mentre per soddisfare i bisogni di base e scongiurare l'insorgere di problemi sanitari sono necessari tra 50 e 100 litri di acqua per persona al giorno; segnala che, in base ai diritti umani fondamentali riconosciuti, è indispensabile fissare un quantitativo minimo per persona per soddisfare le esigenze idriche di base delle popolazioni;
90.     sottolinea che l'accesso a un fabbisogno idrico di base dovrebbe essere un diritto umano fondamentale indiscutibile, implicitamente ed esplicitamente sostenuto dal diritto internazionale, dalle dichiarazioni e dalla prassi degli Stati;
91.     invita i governi, le agenzie umanitarie internazionali, le organizzazioni non governative e le comunità locali ad adoperarsi al fine di assicurare a tutti gli esseri umani un fabbisogno idrico di base e a garantire che l'acqua sia un diritto umano;
92.     invita gli Stati membri a introdurre, in base alle linee guida dell'Organizzazione mondiale della sanità, una politica dei prezzi che rispetti il diritto delle persone al quantitativo minimo di acqua per la sussistenza e che colpisca gli sprechi, prevedendo l'applicazione di una tariffa progressiva proporzionale alla quantità di acqua utilizzata;
93.     incoraggia l'adozione di misure che garantiscano l'impiego razionale del fabbisogno idrico, onde evitare sprechi;
94.     elogia alcuni operatori idrici che dedicano una percentuale del loro fatturato annuo a partenariati sull'acqua nei paesi in via di sviluppo e incoraggia gli Stati membri e l'UE a creare il quadro giuridico necessario per attuare tali partenariati;
95.     invita a monitorare efficacemente i progetti realizzati attraverso gli aiuti esterni; sottolinea la necessità di monitorare strategie e dotazioni di finanziamento per garantire che i fondi stanziati tengano conto delle disparità e delle disuguaglianze esistenti in termini di accesso all'acqua e rispettino i principi dei diritti umani alla non discriminazione, all'accesso alle informazioni e alla partecipazione;
96.     invita la Commissione a rendere l'ammodernamento delle reti obsolete di acqua potabile una priorità nell'ambito del piano di investimenti per l'Europa, inserendo questi progetti nell'elenco dei progetti dell'Unione; pone l'accento sull'effetto leva che tali progetti permetterebbero di esercitare su un'occupazione non delocalizzabile, contribuendo così a dare impulso all'economia verde in Europa;
97.     invita la Commissione a promuovere la condivisione di conoscenze affinché gli Stati membri conducano indagini sullo stato delle reti, il che dovrebbe consentire l'avvio di lavori di ammodernamento intesi a porre fine agli sprechi;
98.     chiede una maggiore trasparenza, onde fornire ai consumatori informazioni più approfondite riguardo all'acqua e contribuire a una gestione più economica delle risorse idriche; incoraggia a tal fine la Commissione a continuare a impegnarsi con gli Stati membri nella condivisione di esperienze a livello nazionale per quanto concerne la creazione di sistemi informativi sull'acqua;
99.     invita la Commissione a studiare l'opportunità di estendere a livello europeo gli strumenti di sostegno finanziario nel settore della cooperazione internazionale relativa all'acqua e ai servizi igienico-sanitari;
100.   sottolinea che una gestione efficiente ed equa delle risorse idriche si basa sulla capacità dei governi locali di fornire servizi; invita pertanto l'UE a sostenere ulteriormente il rafforzamento della gestione delle risorse e delle infrastrutture idriche nei paesi in via di sviluppo, tenendo in particolare considerazione, nel contempo, le esigenze delle popolazioni rurali vulnerabili;
101.   sostiene la piattaforma globale della solidarietà dell'acqua lanciata dal programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) per coinvolgere gli enti locali nella ricerca di soluzioni alle sfide idriche; plaude altresì all'iniziativa "1% di solidarietà per l'acqua e i servizi igienico-sanitari" e ad altre iniziative intraprese dai cittadini e dalle autorità di alcuni Stati membri per sostenere progetti in paesi in via di sviluppo con fondi accantonati dalle bollette dei consumi; rileva che tali iniziative sono state messe in pratica da diverse aziende di servizi idrici; ribadisce l'invito rivolto alla Commissione a incoraggiare meccanismi di solidarietà in questo e in altri settori, ad esempio attraverso la divulgazione di informazioni, l'agevolazione di partenariati e lo scambio di esperienze, anche attraverso un potenziale partenariato fra la Commissione e gli Stati membri, con fondi supplementari dell'UE destinati ai progetti realizzati tramite questa iniziativa; incoraggia in particolare la promozione di partenariati pubblico-pubblico nelle aziende di servizi idrici dei paesi in via di sviluppo, in linea con la Global Water Operators' Partnership Alliance (GWOPA) coordinata dall'agenzia Habitat delle Nazioni Unite;
102.   chiede alla Commissione di reintrodurre lo strumento del Fondo per l'acqua, che si è rilevato efficace nel favorire un migliore accesso ai servizi idrici nei paesi in via di sviluppo, favorendo azioni che rafforzino le capacità delle popolazioni locali;
103.   accoglie con favore il fatto che vi sia un considerevole sostegno, in tutta Europa, alla risoluzione dell'ONU volta a riconoscere l'accesso all'acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari come un diritto umano;
°
°     °
104.   incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione.

Note
1.GU L 330 del 5.12.1998, pag. 32.
2.GU L 327 del 22.12.2000, pag. 1.
3.GU L 65 dell'11.3.2011, pag. 1.
4.GU L 94 del 28.3.2014, pag. 1.
5.Non ancora pubblicato nella Gazzetta Ufficiale.
6.A/RES/64/292.
7.A/RES/68/157.
8.GU C 9 E del 15.1.2010, pag. 33.
9.GU C 349 E del 29.11.2013, pag. 9.
10.Testi approvati, P8_TA(2014)0059.


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SCORIE NUCLEARI IN SARDEGNA



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CORTE EUROPEA DIRITTI DELL'UOMO

SENTENZA:


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TORTURA ALLA DIAZ

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Il segreto che uccide
di Giovanni Sarubbi

Da sedici anni c'era chi sapeva la verità sui rifiuti tossici in Campania ma i verbali erano stati secretati.
Oggi la presidente della Camera Laura Boldrini ha desecretato un verbale della commissione parlamentare di indagine sui rifiuti del 1997 contenente le dichiarazioni del pentito di camorra Carmine Schiavone che fu ascoltato dalla commissione. Per 16 anni questo verbale è stato tenuto segreto. Man mano che procedevo nella lettura di questo testo sono stato preso da sentimenti via via crescenti di indignazione, rabbia, disgusto e odio profondo per quanti, pur sapendo, hanno nascosto una situazione ambientale devastante già nota e circoscritta ben 16 anni fa. La magistratura sapeva, sapevano i politici, sapevano le forze di polizia, ma nulla è stato fatto né per porre rimedio al male provocato, né per impedire che esso potesse ripetersi, come in effetti si è ripetuto e continua a ripetersi ancora oggi.
Le rivelazioni di Carmine Schiavone sono terribili e dicono, in sostanza, che laddove si da il via ad una opera pubblica che comporti lavori stradali con movimento terra, li c'è sicuramente uno sversamento illecito di rifiuti tossici. Il motivo è semplice. Per fare questi lavori c'è bisogno di scavare buchi enormi. Masse di terra devono essere spostati da una parte all'altra e i buchi, profondi anche 30-40 metri per centinaia di ettari, vanno riempiti. E ci mettono dentro di tutto, fanghi tossici ma anche rifiuti nucleari con un po' di terra per lo mezzo, ed il gioco è fatto. Tutti sanno, tutti hanno saputo, nessuno ha parlato. Mafie, massonerie, politici ma anche e soprattutto imprenditori, veri e propri assassini dell'ambiente e delle persone, che in nome del massimo profitto non guardano in faccia a nessuno. Ho provato, man mano che leggevo, a trascrivere le dichiarazioni principali rese nel 1997 da Carmine Schiavone. Le riporto di seguito ma vi invito a leggere completamente il testo che trovate in fondo all'articolo in allegato in formato PDF. Ricordo che nel 1997 c'era il governo di centro-sinistra, il primo governo Prodi. Leggendo il testo ora reso pubblico si capisce bene perché nulla venne fatto, neppure dal governo di centro-sinistra, e nulla è stato ancora fatto. Gli interessi economici in gioco erano enormi e riguardavano certo i clan camorristici, ma anche e soprattutto le decine e centinaia di imprese che smaltivano i loro rifiuti senza curarsi di troppi problemi. Tanto a morire erano gli altri. Ed è per questo che chiediamo con forza, con tutta l'indignazione e la rabbia e il disgusto possibile, l'abolizione di tutti i segreti di Stato finora esistenti e l'adozione di tutte le misure necessarie a risanare le zone contaminate.
Basta con i segreti che uccidono.

Giovanni Sarubbi
Massimiliano Toscano




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DOSSIER SCHIAVONE
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