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giovedì 23 gennaio 2014

I PIÙ NON SONO I MIGLIORI
Sul concetto di “governabilità”
di Fulvio Papi




                                                     Andreani: opera

Eliminare l’ambiguità di certi concetti che a prima vista appaiono del tutto evidenti, è un compito, nel complesso, più morale che teorico per la semplice ragione che l’evidenza è in realtà un modo interessato che sottintende altre finalità. Consideriamo il concetto di “governabilità”. Credo che sia nato in una congiuntura che ha visto una maggioranza relativa “ricattata” da una forza politica minore che chiedeva prezzi e compensi di vario genere al fine di confluire in un’unica decisione. Questa considerazione è tanto vera perché ancora oggi l’argomento del ricatto da parte di formazioni politiche minori è il tema principale per sostenere la governabilità.
Le persone ragionevoli hanno sempre risposto che per evitare una situazione del genere è più che sufficiente stabilire una norma che nessuno può mettere in crisi un governo se non è in grado di presentarne un altro con una maggioranza precostituita quanto ai numeri e ai programmi. Segue naturale la domanda: come mai nel nostro paese non è mai stata fatta una legge del genere con la quale il sistema del “ricatto” non può funzionare? Inoltre: non è vero che la riduzione delle formazioni in competizione a due sole garantisce la governabilità. Per la semplice ragione che ciascuno dei due contendenti è formato da gruppi che hanno rapporti con interessi e poteri particolari che sono in grado di far valere in occasione di qualsiasi provvedimento. La complessità della governabilità viene così dall’interno e non dall’esterno. A meno che non si parli di partiti governati al loro interno da una disciplina quasi militare che risponda a un capo supremo.
Il caso della difficile governabilità “dall’interno” è stata per esempio sperimentata in più di una circostanza, e non delle più banali, da Obama stesso. In secondo luogo bisogna vedere con chiarezza analitica (e non con fracasso mediatico) non quali sono i simboli o i leader carismatici in competizione, ma quali sono i problemi da risolvere, con quali mezzi e in quali tempi. Per esempio dire chiaro e tondo che le risorse sono x e che possono essere usate secondo determinate scelte. Per esempio risanamento idrogeologico del paese o uso privato del territorio? Scuola pubblica gratuita o scuole private ben fatte e costose ma riservate a minoranze? Non ci vuole una grande fantasia per trovare molte e molte altre alternative. Temo tuttavia che non sia questa la differenza sulla quale i cittadini possano scegliere consapevolmente, e temo ancora che a livello programmatico compaiono solo temi del tutto generici che tuttavia dal punto di vista mediatico hanno una risonanza totale poiché fanno genericamente riferimento agli immaginari privati degli elettori, quindi secondo lo stile tipico della demagogia. In terzo luogo (ne abbiamo illustrati due) i partiti in competizione vengono dominati da forti centralità e, nello stesso tempo, da tutt’altro che indifesi localismi, gli uni in dipendenza con gli altri. In questo caso ci troveremo di fronte a una autonomia della politica completamente rovesciata rispetto al suo senso originario, nel senso cioè della formazione di un ceto politico per così dire autosufficiente e “impermeabile”.
Questa situazione crea una selezione di natura cooptativa della partecipazione politica che ovviamente è naturalmente destinata a due esiti: 1) la diffusione di un conformismo totale; 2) l’esclusione di ogni idea o di ogni cultura che ponga problemi e soluzioni diverse da quelle di poteri riconosciuti. L’uso quindi propagandistico della governabilità comporta più o meno queste conseguenze che, nell’insieme, provocano una direzione totalitaria della vita sociale, poiché l’importante non è (nei limiti del possibile) l’autogoverno democratico, ma la direzione indiscutibile di una centralità decisionale secondo criteri che certamente corrispondono a interessi oggettivi, ma non a quelli che possono essere culturalmente rappresentati senza avere tuttavia una forza politica nel sistema esistente.  
Dal punto di vista biologico questa prassi assomiglia alla riduzione artificiale delle specie per creare un ambiente regolabile artificialmente. Ma come un sistema biologico è tanto più ricco quanto più differenziato nelle specie che lo compongono, così dovrebbe avvenire anche in un sistema politico.
L’antico proporzionale con il collegio unico nazionale era una buona legge. Ma vorrei finire con una domanda: ammettiamo che sia possibile che nel paese si formi una minoranza (la buona storia d’Italia è sempre stata scritta da minoranze) colta, omogenea, attiva che tuttavia è elettoralmente debole, perché non deve far sentire la sua voce laddove si prendono delle decisioni?

Non credo sia una domanda letteraria se anche nei classici greci si può leggere la proposizione secondo cui “i più non sono migliori”.