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mercoledì 12 febbraio 2014

L'ODIO CRESCENTE PER CERTE PAROLE.
MANTRA, PER ESEMPIO.   
di Antonio Lubrano



Ci sono parole, espressioni fin troppo ricorrenti nella nostra quotidianità, nei confronti delle quali nutriamo ormai un odio crescente. Per l'uso smodato che se ne fa, persino stucchevole. Faccio qualche esempio: riforme, volontà politica, centralità del problema, crescita disordinata, squilibri territoriali, compatibilità del sommerso. E soprattutto mantra. Soffermiamoci su mantra, la troviamo in qualunque editoriale politico. Mantra, secondo il vocabolario, vuol dire “inno, preghiera, formula sacra che viene ripetuta molte volte come pratica meditativa”. Ebbene, che cosa sono queste benedette o maledette riforme che tutti i nostri politici invocano o promettono a ogni ora del giorno da almeno trent'anni? Dei mantra!


In un saggio assai intrigante di Andrea Camilleri e Tullio de Mauro, La lingua batte dove il dente duole (editore Laterza) il padre del commissario Montalbano parla della lingua come strumento di potere. “All'interno della lingua del potere c'è la lingua del potere politico, c'è la lingua del potere burocratico, lingue che diventano delle lingue sacerdotali”. Le espressioni e le parole odiose che ho citato qui sopra appartengono appunto alla lingua del potere. E il linguista De Mauro a sua volta parla di “terrore semantico”, per cui “diciamo occupazione e non persone che lavorano, diciamo imprenditoria e non padroni.”
Mi ha colpito, e persino un po' divertito, la notizia giunta dal Venezuela. Il governo di Nicolàs Maduro, composto di trenta dicasteri si avvale dell'opera di ben centoundici vice-ministri. Uno dei quali, pensate un po', si occupa della “suprema felicità sociale del popolo”. Be', da noi la fantasia ministeriale scarseggia. Però in compenso assicuriamo la felicità sociale con le belle parole, quelle voglio dire che suonano bene ma che non dicono nulla. Anzi, sono subdole perché nascondono un imbroglio. Parole bugiarde.
Negli ormai lontani anni di “Mi manda Lubrano” (90-97), di fronte alle trappole quotidiane che i telespettatori mi segnalavano, non ho fatto altro che scagliarmi contro i furbi e i truffatori, a qualsiasi livello. Vorremmo vivere in un paese normale, dicevo, dove le parole siano sempre trasparenti, senza subire fregature a ogni piè sospinto, sia dai politicanti che dai furfantelli da fiera col loro gioco delle tre carte. 


Ebbene, per quel che può valere, le lettere che pervenivano in redazione, eco di oltre cinque milioni di spettatori, erano incoraggianti per il consenso che manifestavano. Un bagliore di speranza.
Quindici anni dopo, però, il paese normale è ancora un miraggio. Anzi, i furbi risultano in aumento, come le parole  bugiarde. Siamo travolti dalle bugie.
Si pensa subito a Pinocchio, al suo naso che si allunga a dismisura. Chi di noi non ne dice? Qualche anno fa una ricerca condotta su un campione di mille persone tra i 15 e i 79 anni, stabilì che il 45% degli adulti italiani dice bugie. Tre milioni e 800mila bugie al giorno. Come avranno fatto questo calcolo, Dio solo sa...


Viviamo, ad ogni modo, in una foresta di nasi lunghi. Trionfa la dissimulazione. Ossia la capacità di tenere nascosta la verità, di alterarla. E chi sono i più bravi nel dissimulare? Dalla già citata ricerca si apprese che il 72% degl’italiani indicava i politici (persino troppo facile), senza distinguere i corretti dai corrotti. Con percentuali di molto inferiori seguivano poi i commercianti e i pubblicitari. Stranamente nella classifica non c’era traccia degli innamorati.
Il guaio è che ci siamo assuefatti agli scandali, alle ruberie e  alle bugie. Così molti di coloro che usano la lingua del potere possono continuare a fare il loro comodo sicuri che non pagheranno mai pegno.