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lunedì 17 febbraio 2014

Sentirsi Napoleone
di Giovanni Bianchi

Libertà immaginaria




Mauro Magatti ha scritto un grosso saggio, Libertà immaginaria, per avvertirci che i giovani d'oggi non vogliono come Napoleone fondare un impero, ma piuttosto affermare il proprio narcisismo acquisitivo che si esprime in volontà di potenza. I tempi infatti sono tali che Nietzsche e Zarathustra restano lontani, mentre quotidianamente si approssimano   
-accattivanti- il supermercato e le sue seduzioni allineate sugli scaffali.
È così, ma non soltanto così, e comunque le eccezioni confermano la regola. Qualcuno tra le nuove generazioni continua a preferire il grande Corso al piccolo consumatore. È probabilmente il caso del sindaco di Firenze: Matteo Renzi, che siede sullo scranno di Giorgio La Pira, con non minore rumore e superiore ambizione (per l'Italia).
Nella palude democratica –che bisognerà pur tentare di scandagliare e definire– risorge di tempo in tempo un bisogno di titanismo che rende scultorea e problematica la leadership. Anche perché il titano di turno è tutto avvolto nell'immagine, i suoi muscoli sono disegnati al computer, il suo decisionismo è recita dadaista. Ma questa è inevitabilmente la nuova grammatica della politica dell'immagine, e chi vuole consistere nel mercato elettorale non ne può prescindere. Se vuoi fare politica nella Repubblica dadaista, devi saperci fare con il linguaggio Dada. Ed è probabilmente a partire da questo lessico che le scelte democratiche che urgono sono chiamate a fare i conti, decidendo quanto di continuità e discontinuità rispetto al passato sarà bene di volta in volta mantenere. Ed è ancora su questo terreno che si ripropone il rapporto tra etica e politica, che, dal nostro punto di vista –non ignaro della grande lezione di Machiavelli– non può non declinarsi nel rapporto tra etica di cittadinanza e democrazia.
Poteva infatti corrispondere al cliché del decisore di Carl Schmitt il generale Charles De Gaulle, che aveva alle spalle France Libre e il maquis, e che non doveva dimostrare di essere decisionista nel momento in cui si presentava come tale perché la fama d'essere decisionista gli veniva da prima del crearsi dello stato d'eccezione. Per questo il De Gaulle decisionista poteva archiviare l'Algeria, in nome della quale era stato richiamato a Parigi, e far scrivere la nuova costituzione in una settimana. Ma, come è risaputo, quest'Italia non ha fortunatamente in agenda alcun dramma algerino. Più banalmente nel Bel Paese si è bloccato l'ascensore sociale e si è bloccata la dialettica politica. Provare a forzare questa situazione di stallo diventa perciò, perfino indipendentemente dagli esiti, un tentativo dovuto. E allora, bonne chance, giovane Nap! I democratici incalliti ti aspettano al prossimo bivio, non solo come spettatori.
L'ironia del titolo evoca non a caso quel titanismo che in epoca moderna nasce con Napoleone. In lui il genio strategico-militare si accompagna alla passione che vuole riscrivere insieme il civile (il Code Napoléon) e il politico, trasformare le leggi, riformattare l'Europa e il mondo. Dicendo e documentando sul campo con l'energia dei fatti che l’impresa è possibile.
Fu Goethe a sostenere che con Napoleone la politica diventa un Destino. E nel caso nostro e tutto italiano il destino riassume la forma delle "riforme dall'alto", che cioè discendono dal carisma della leadership per emanatismo non più plotiniano ma renziano. L'annuncio delle riforme è in quanto tale la novità, e pone il problema della profezia che si autoadempie.
Può funzionare? Speriamo. Ho votato Matteo Renzi alle primarie con la speranza che sbaraccasse le inerzie, le rendite, i cascami di un ceto politico che da decenni ha cessato di essere classe dirigente. La rottamazione mi è parso termine appropriato alla situazione ancorché barbaro. Anzi la barbarie di Matteo (l'uso generalizzato e confidenziale del nome al posto del cognome è elemento del divismo e non indica maggiore prossimità) poteva funzionare immettendo energie nuove nell'esausto corpaccione dell'italica nomenclatura.





Ancora le primarie

Non a caso la partita delle primarie si giocava sul vertice del partito democratico, perché questo strano Paese è l'unico in Europa e al mondo che, dopo la caduta del muro di Berlino, ha smantellato tutto il sistema dei partiti di massa che abitavano quella che chiamiamo Prima Repubblica. Sembrerebbe cioè che la scommessa italiana sia stata di far funzionare la democrazia senza partiti. È in questa guisa che ad ogni tornata contendono liste elettorali prontamente smantellate a risultato conseguito. Di qui le primarie per il segretario del PD dove "Matteo" ha stravinto.
Primo problema: sono le primarie "aperte"  il metodo più adatto a scegliere il segretario? Così funziona, ossia senza confini, un partito popolare o un non-partito? La "parzialità" del partito –che è un lascito sturziano– è un inciampo al funzionamento di una democrazia aperta, o proprio la separatezza del partito garantisce la natura della proposta politica limitandone la portata e la responsabilità? Non è più utile a queste democrazie la pluralità delle posizioni che contendono, ma concorrono anche alla creazione di un idem sentire e di un comune orizzonte politico? Il voler cioè rappresentare tutto e tutti non rischia alla fine una logica plebiscitaria che favorisce e ripara la leadership e le élites? Una minore pretesa di rappresentatività non garantisce meglio l'autonomia dei cittadini e dei gruppi attivi, evitando inclusioni generalgeneriche? Insomma, un'assunzione netta di responsabilità non mantiene viva la titolarità dei diritti e dei doveri politici anche dopo il voto?
Secondo problema: alla luce delle prime prove e dei primi risultati non sarebbe utile una riflessione intorno all'uso delle primarie in quanto comportamento collettivo americano applicato a un partito che resta comunque culturalmente (e in toto) europeo? È pensabile che problemi di rodaggio, di ambientamento, di eventuali rigetti e insomma di assestamento siano da mettere in conto.
Terzo problema: Renzi non ha mai nascosto il fastidio per questo partito. Nel contempo il suo profilo e l'ambizione percepita si sono sempre decisamente orientati a Palazzo Chigi più che a via del Nazareno, presentata come un cimitero di ingombranti cariatidi. Quindi abbiamo votato per il segretario e abbiamo trovato il nuovo capo del governo. Di modo che, a voler essere un poco circostanziati, siamo destinati a restare senza un segretario a tempo pieno e ci siamo ritrovati due presidenti del Consiglio –uno in carica e uno designato– che subito e inevitabilmente si sono messi a litigare.
Ma intanto il partito torna (o meglio resta) acefalo. Può un partito risorgere, ristrutturarsi, riformarsi, esistere senza un segretario che si occupi a tempo pieno del compito? Possiamo continuare a ritenere che il partito seguirà il governo come le salmerie di De Gaulle? Dall'Ulivo di Romano Prodi in poi i fatti ci dicono che così non accade e noi continuiamo a calpestare il fango della palude della transizione infinita. Che significa che senza partito, nuovo ma vero, (che lo precede, accompagna e segue) un governo non regge, sia a sinistra, che a destra, o al centro, anche in presenza di una maggioranza bulgara come quella che il porcellum aveva assegnato all'ultimo gabinetto di Silvio Berlusconi.





Come costruire un partito?

Insomma, anche la democrazia italiana (come quella tedesca, inglese, francese o spagnola) sembra avere bisogno di partiti democraticamente strutturati. I guai e le panacee possibili della politica italiana in questi giorni confusi prendono tutti le mosse da questa radice. E dal momento che la forma della rappresentanza è fortemente cambiata, l'interrogativo rimbalza  inevaso: come costruire un partito? Sono questi "partiti" odierni in grado di svolgere la loro necessaria funzione di mediazione? Come si configura oggi, in termini strutturali, il rapporto tra capitale e lavoro? Il rapporto tra risparmio e investimento? È possibile pensare e costruire un partito a prescindere da un'analisi aggiornata della forma del capitale finanziario? Anche qui non mancano i problemi di rappresentanza, dal momento che i risparmiatori vogliono controllare. Mentre i finanzieri sono ovviamente insofferenti di qualsiasi controllo.
E brancoliamo nella ricerca, perfino delegata, di un potere pubblico che eserciti il controllo. Prendendo a prestito le metafore del pugilato, potremmo dire che il potere della politica appare un peso piuma rispetto ai pesi massimi della finanza che dominano il ring attuale. Addirittura sta sparendo la moneta... Cosa resta? I rapporti di potere, dei quali la moneta è segno e custode. L'incompletezza dei contratti e della loro pratica non riesce infatti a coprire il terreno lasciato scoperto dal ritrarsi della politica.
Tutte ragioni che danno conto di una "transizione infinita", così come la definì Gabriele De Rosa. E dal momento che una serie di contratti non possono essere chiusi, il sistema si trova in costante emergenza. L'economia è passata dalle mani degli economisti alle mani dei matematici, segnando una stagione che va ben oltre la fine delle programmazioni. Dal momento che i meccanismi di sviluppo della società hanno vanificato dall'interno ogni possibilità di piano e di mercato controllabile. È così che l'emergenza insegue se stessa e fa la propria apologia.
È in questo quadro che Fabrizio Barca ha avanzato la sua proposta di sperimentalismo democratico. Ce n'è bisogno, anche se l'espressione allude a un'atmosfera universitaria piuttosto che a quella popolare, umida e fumosa, delle antiche sezioni di quartiere.
È forse più facile richiamare telegraficamente il percorso alle spalle che ci ha condotti nel presente vicolo cieco. Il partito –scopertosi inadeguato– si installa nello Stato e parassita la società civile. Il welfare è a perdere, non soltanto nella grande stagione della Dc postfanfaniana. Mentre il Pci era costretto sottobanco a un continuo concordismo con il partito di governo e di maggioranza relativa. Teatro allora delle grandi e piccole manovre della politica politicante era il territorio. Oggi invece il partito e il sindacato sono troppo piccoli e troppo deboli per intervenire nell'area senza confini del mondo globalizzato. Proprio per questo lo sperimentalismo democratico dovrebbe creare un partito in grado di misurarsi con l'orizzonte presente, assumere il necessario respiro e la capacità di intervenire con una qualche efficacia.
Si aprono i nuovi temi dall'apprendimento, anche per quel ceto politico che ha smesso da tempo di studiare. Come i partiti possono apprendere dalla società? Non a caso allo sperimentalismo corrisponde la funzione formativa. E il partito dovrebbe collegare il territorio sia con lo spazio-mondo della globalizzazione, sia con un locale sempre più attraversato dai flussi che nascono fuori dai suoi confini.
Qui sono chiamate a incontrarsi e a intrecciarsi la mobilitazione cognitiva e la competenza democratica. Torna utile la grande lezione di Schumpeter: la democrazia è la competizione delle élites dinanzi alle masse. Il politico ha la competenza di un partito. Ma ecco la domanda insidiosa: un professionista competente offrirebbe oggi la propria competenza a un partito invece che a una multinazionale? Rispunta perfino la tensione weberiana: accanto alla professione c'è ancora traccia di vocazione?
I partiti definitivamente alle nostre spalle esibivano una dirigenza competente sopra un corpo esteso e popolare di "credenti nell'ideologia". Non è più il caso nostro e non potrà esserlo. Così come sono impensabili un futuro e dei partiti Statocentrici. E invece i casi italiani sono tuttora fermi alla stagione referendaria dominata da Mariotto Segni. Mentre risorge da mille pertugi il bisogno di una organizzazione nuovamente "generalista".




Quale la vera natura della democrazia che viviamo?

È in questa scena che si è giocata la contesa tra Enrico Letta e Matteo Renzi, dioscuri inevitabilmente litigiosi. Essi pongono un tema che li sovrasta, ben oltre il confronto che li ha divisi. Il plebiscitarismo di un uso indiscriminato delle primarie non riesce ad occultare il problema delle strutture politiche che legittimano la leadership. Enrico fa parte del Gruppo Bildelberg. Di Matteo sono a me meno note le frequentazioni, e tuttavia non si possono ricevere elogi settimanali dal New York Times o dal Financial Times senza essere introdotti in ambienti utilmente potenti. Detto senza patetici complottismi: i vertici della democrazia italiana, proprio perché privi dei tradizionali canali, non possono prescindere dal rapporto con i gruppi di potere (forti, medi, piccoli) che si sono venuti strutturando e che innervano     
–non francescanamente– questa democrazia nella lunga stagione della crisi globale.
Basta ridare uno sguardo alle prime pagine di Financial Times e New York Times di giovedì 13 febbraio per rendersi conto di quanta paritaria considerazione i dioscuri litigiosi siano accreditati. Meno male. Anche se resta tutto da affrontare il tema dei rapporti tra i gruppi di potere che quei giornali (e non essi soltanto) interpretano e la natura concreta della attuale democrazia italiana. Detto alla plebea: quale trama di rapporti, in due decenni di latitanza dei partiti, ha sostituito la loro invasiva presenza? Qual è la "vera" natura della democrazia che viviamo? È proprio vero che non può che peggiorare con il prolungarsi della latitanza dei partiti?
Mi viene anche da interrogarmi su una eventualità non del tutto peregrina. È probabile che i poteri egemoni (anche se occulti) di questa nostra poliarchia (uso un termine molto diffuso negli States) abbiano sdoganato il tema –reale– delle riforme istituzionali. Insomma i poteri che si relazionano sia a Letta sia Renzi sono probabilmente gli stessi, e hanno spinto Matteo, non ignari di dover dare una qualche risposta riformatrice a una altrimenti incontrollabile pressione del corpo sociale.

Il bisogno di criticare

Nessuna demonizzazione. Questo capitalismo è l'unico sistema che abbiamo. Ma il constatarlo  non evita il dovere della critica e degli strumenti efficaci per renderla politicamente produttiva. Proprio per questo, come nel gioco dell'oca, siamo rimandati al punto di partenza e cioè al tema dei partiti. Chi se ne occupa?
Piero Fassino fece per la sua parte un lavoro efficace e caratterizzato dalla modestia. È vero: i tempi corrono e non è più come nella mia giovinezza la stagione del cosiddetto "spirito di servizio". Ha una qualche parentela con esso il dilagante spirito di "auto-servizio"?
E tutto il personale che sta intorno alle leadership sublimate in che serie calcistica lo fareste giocare? Vi entusiasma lo spettacolo delle segreterie dei "fedelissimi" trascinati nelle stanze di un effimero potere come una torma in gita aziendale?
Caratterizza gli opposti (?) schieramenti del PD una evidente uniformità, che non si vorrebbe facesse rima con mediocrità. Perché la democrazia non ha bisogno di eroi, ma dell'eroismo normale dell'uomo comune, che si identifica normalmente con il termine coerenza.
Le si addicono spesso le sfumature del grigio. Ma anche talvolta i colpi di reni e di testa, perfino quelli sgangherati. Sto pensando alla scomparsa di Freak Antoni, leader bolognese degli Skiantos e di un tardo dadaismo demenziale, che cercò di rianimare il rock dei miei tempi. Se la presero con l'Illuminismo. Ma avevano ragione perché notarono la latitanza dalle bandiere della rivoluzione francese dell'ultima parola d'ordine, che osarono dissacrare: Liberté, égalité, bidè... Esagerati!  Ma almeno riconosciamogli l'intenzione di salvare un pezzo di spirito critico.





Ultimo avviso ai naviganti

Provo a rifare il punto. Ho votato Matteo Renzi e non ho ancora avuto il tempo per pentirmene. Perché ha rimesso in campo il ritorno della politica, riaperto i canali del confronto, ed io resto in scalpitante attesa dell'estensione del confronto oltre il gioco ristretto delle élites.
Nella leadership si è oramai concentrato non solo il partito personale, ma il partito tout court e anche il partito riformatore. O almeno una buona parte degli italiani e la sospetta uniformità corale dei media trasmette a tappeto questo sentimento. Le riforme discendono dall'alto e da un carisma mediaticamente napoleonico. Soprattutto si concentrano nel tempo breve e in strategie fulminee. A questo gioco riservato non ci sto. La democrazia non è né una volée né uno smash, anche se dubito coincida con lo slow food. Anzi, muovendomi ostinatamente in senso contrario, suggerisco e grido: fermiamoci un attimo! Ma, si dice –anche in luoghi accreditati ed autorevolissimi–,  che è necessaria una risposta in tempo quanto più reale alle preoccupazioni dei mercati. Uno "stato di necessità" interminabile, di cui sono sospetti le radici, il senso, il fine e la fine. Rispondo che le preoccupazioni dei mercati vengono dopo le mie e mi paiono contrarie a quelle della maggioranza degli italiani e degli europei. I mercati non sono né il Cervino né Bordighera: la forza delle cose non è cioè una forza "della natura". Lo so: sono i fondamentali della critica del vecchio Marx e spero, da ostinato non marxista, di non essere rimasto l'unico a ricordarlo. Senza la critica non c'è sinistra. Ma neppure intendo fare il verso a Nanni Moretti che implorava baffetto Massimo D'Alema di dire qualcosa di sinistra. Mi pare sufficiente e indispensabile tentare di pensare e di fare qualcosa di democratico. Sturzo mi ha insegnato che la democrazia non è un guadagno fatto una volta per tutte. Che spesso si trova in rotta di collisione con i conformismi e sempre con le visioni superficiali. Non c'è da attraversare la Beresina, ma da uscire da una interminabile "transizione infinita". Le preoccupazioni dei mercati, e gli gnomi e i giganti nascosti che le pilotano, ci hanno condotti in questa "transizione" e ho il sospetto che, lucrandone non pochi vantaggi, siano tutt'altro che intenzionati a farcene sortire. C'è tutta una vasta produzione di saggi e di opuscoli sulle radici e sul senso dell'economia del debito. So anche che non si ferma il vento con le mani e con le giaculatorie. Che per resistere e cambiare c'è bisogno della politica e delle sue organizzazioni. Non i vecchi partiti degli antichi "credenti dell'ideologia", ma dei nuovi cittadini sovrani che si dotano di strumenti diversi da quelli precedenti –e chiamiamoli pure "motociclismo"– che consentano alla politica di consistere per confrontarsi, rispondere, e regolare gli animal spirits fattisi forsennatamente avidi e palesemente incapaci di governare se stessi.
Un po' più di democrazia conta più di mille promesse di grandi riforme. La politica è tornata, vecchia talpa, vediamo di non lasciarla nelle mani dei vecchi e nuovi proprietari.