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giovedì 13 marzo 2014

CORSI E RICORSI DELLA STORIA
 di Sergio Azzolari






C'è qualcosa che non torna nella proposta Renzo-Berlusconiana di riforma elettorale. Anzi, torna sì, ma indietro. O, se vogliamo essere poetici ricordando Pascoli possiamo anche dire che “C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico.”
Nel 1953 con l'approvazione "legge Scelba", meglio conosciuta come legge truffa, che attribuiva un premio di maggioranza alla lista o coalizione vincente, la "Sinistra" di allora insorse mobilitando una quota consistente del  paese e di opinione pubblica riuscendo  ad imporne mesi dopo l'abrogazione. Interessante come la parola "truffa", nel giro di cinquant'anni cambi di significato, ed il succo della "famigerata" legge sia oggi utilizzato   dalla "nuova sinistra", trasformandolo da imbroglio a condizione necessaria per poter governare. Governabilità, una parola che sembra piena di dinamico modernismo ma che era usata anche sessant’anni fa come spiegazione e giustificazione per rendere il governo insindacabile e inamovibile. In parole semplici: non disturbate il manovratore, lasciatelo fare.
Questo paternalismo è oggi accompagnato dalla rassicurante promessa dell'alternanza. Se noi elettori, dopo cinque anni, non saremo soddisfatti dell'operato, potremmo votare per un altra coalizione. E così di alternanza in alternanza ciò che (forse) farà l'una sarà (forse) disfatto dall'altra. La stessa legge elettorale ne è la conferma. Siamo passati dal proporzionale al mattarellum al porcellum all' italicum secondo le coalizioni vincenti.
Vi è però un'altra considerazione che ci porta a dubitare di un sistema maggioritario. Sempre più frequentemente negli ultimi decenni, i presidenti della repubblica che via via si sono succeduti, non potendo ignorare la costituzione, hanno bacchettato i vari governi per il ricorso spregiudicato ai Decreti Legge ricordando loro che il compito di legiferare era di competenza del parlamento. Lo strumento del Decreto Legge doveva essere una eccezione e non la regola di governo. Ora, cosa si nasconde dietro il premio di maggioranza se non di fatto che  il Decreto Legge diventa la norma di procedere dei governi avendo la possibilità di controllo e condizionamento dei parlamentari che "formano" la maggioranza? Non ci sarà più bisogno dei Decreti Legge per il semplice fatto che il governo controllerà e condizionerà la quota cardine del parlamento. Si fa di dolo virtù.
Dietro questa concezione di governo si maschera perciò un grosso imbroglio di funzioni in quanto stravolge e uccide l'idea cardine della democrazia. Una legge, coinvolgendo in obblighi e doveri tutta una nazione, dovrebbe avere come minimo il consenso della maggioranza. Siamo d'accordo, l'idea di maggioranza in democrazia è un criterio corretto di validazione, in ogni situazione. Ma di quale maggioranza stiamo parlando? Del Cinquanta più uno? No del 37%. Cifra che, considerando schede bianche, nulle e persone che non votano  scenderebbe ad un terzo (e forse meno) della reale popolazione. Quindi un terzo deciderebbe e imporrebbe la propria volontà anche agli altri due terzi. Possiamo chiamare questa democrazia? Già ma allora che si fa obietteranno i più? Se si è arrivati a questo, vuol dire che qualche cosa nel sistema proporzionale non funzionava. Certamente, ma quello che non funzionava non era il sistema di voto proporzionale, ma l'idea di governo che via via si è imposta. Il governo dovrebbe avere, per il bene della nazione, una mera funzione amministrativa. Non a caso gli Stati Uniti, presi a modello di esempio di Democrazia (con la D maiuscola quando fa comodo) parlano di Amministrazione: amministrazione Bush, amministrazione Obama intendendo con questo che il Presidente deve Governare amministrando, cioè gestendo gli strumenti esistenti e non di crearne continuamente di ex novo con "motu proprio". Nella democratica America, Il Presidente non fa leggi, le propone. 



Le leggi, essendo per tutti non dovrebbero essere promulgate solo da chi detiene momentaneamente la maggioranza. Le leggi dovrebbero avere un fondamento di buon senso, di necessità, di uguaglianza, di lungimiranza. Devono essere "pensate", non si possono improvvisare, raffazzonare, imporre come hanno continuamente fatto i "nostri" ministri. Se finalmente i ministri facessero funzionare i ministeri, svolgendo una reale funzione di controllo, di sorveglianza e stimolo, questa sarebbe la vera riforma. Di un governo che funzioni. Che la formazione del governo sia affidato alla coalizione vincente va benissimo. Ma il compito di legiferare deve essere riservato a tutto il parlamento.
E se una legge proposta da un governo, uno qualsiasi, non dovesse essere approvata dal parlamento, speriamo voglia semplicemente dire che forse è una cattiva legge.

Qui però si apre una riflessione non semplice sui rappresentanti del popolo nelle istituzioni. Come si scelgono, come vengono eletti, che ruolo dovrebbero svolgere, che margini di libertà ideologica e partitica possono avere e farne uso. In ultima analisi a chi devono rispondere i parlamentari del loro operato? Al partito o agli elettori?