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sabato 8 marzo 2014

UCRAINA. LA FORZA INCONTENIBILE DELLA LIBERTÀ
di Marta Dyachyshyn

In questo lungo scritto di Marta Dyachyshyn per “Odissea”, la cronaca della lotta del popolo ucraino per la libertà e dei suoi martiri di piazza Maidan. 

Offensiva di Berkut

 La crisi che ha attraversato l’Ucraina negli ultimi mesi ha le radici profonde, radici piantate nella corruzione e nell’ingiustizia, nutrite dalla paura e dalle repressioni. Tuttavia ha raggiunto l’apice il 21 novembre del 2013, quando il presidente Yanukovic ha annunciato la decisione di interrompere le trattative per la firma dell’accordo di associazione con l’Unione Europea. Questo patto, che avrebbe dovuto rafforzare i legami politici ed economici tra l’Ucraina e l’UE, aveva alla sua base dei requisiti precisi. A Yanukovic e al suo governo è stato chiesto di introdurre le riforme nell’ambito politico, giuridico e commerciale, di rendere più trasparenti i conti e i pubblici bilanci. Una delle condizioni fondamentali riguardava il rilascio di Yulia Tymoshenko. Naturalmente la pressione esercitata dall’Europa minacciava la “tranquillità” di Yanukovic e del suo seguito, soliti a gestire gli affari di Stato secondo i principi criminali, non avendo nessun riguardo né per la Costituzione né per la legge in generale. Per giustificare questa decisione politica, al popolo ucraino sono state fornite delle spiegazioni che spaziavano tra il fantasioso e il ridicolo: l’Europa è stata accusata di avidità, dispotismo e favoreggiamento degli atteggiamenti amorali, perciò sarebbe stato molto più saggio buttarsi tra le braccia della Russia.
Ciononostante nessuna spiegazione è servita a calmare lo scontento del popolo, restio a soffocare nell’abbraccio moscovita. Una parte cospicua di ucraini ha deciso di esprimere il proprio dissenso, scendendo in piazza Maidan, da cui prende il nome la rivolta. Iniziato a Kiev, il movimento si è diffuso velocemente in molte città del paese, mobilitando centinaia di migliaia di persone. Sfidando il freddo dell’ inverno ucraini hanno iniziato a convergere nella capitale, dando vita alla protesta che non ha precedenti nella storia del paese.


Serghiy Nigoyan

Chiaramente Yanukovic mai avrebbe potuto lasciare impunita tale disobbedienza. Contro i manifestanti sono stati sguinzagliati i reparti speciali delle forze dell’ordine, i “Berkut. Il primo duro colpo all’Euromaidan è stato sferrato nella notte tra il trenta novembre e il primo dicembre, in cui questi cosiddetti difensori della legge si sono lasciati dietro una scia di sangue, ferendo anche in modo grave circa un centinaio di persone. Un'altra notte che i manifestanti non dimenticheranno mai è stata quella tra il 10 e l’11 dicembre, la stessa in cui Catherine Ashton, rappresentante per gli affari esteri dell’UE si trovava a Kiev per negoziare la fuoriuscita dalla crisi, la stessa in cui i vertici del potere hanno ordinato lo sgombero della piazza. La gente disarmata è stata presa a calci, pugni e manganellate. La ferocia della polizia non ha risparmiato nessuno, si è scagliata persino sui giornalisti e sui medici, che assistevano i feriti. I Berkut sono stati affiancati da “tituscki”, le squadre di sicari, spesso provenienti dagli ambienti criminali, pagati dal governo filorusso per organizzare le provocazioni e screditare i manifestanti. Nonostante tutte le difficoltà Maidan è riuscita a resistere.
L’eco delle violenze in Ucraina si è diffuso in tutto il mondo, chiamando a raccolta le comunità ucraine residenti all’estero. Dopo i fatti sconvolgenti accaduti a Kiev in vari paesi è sceso in piazza più di un milione di persone con lo scopo di attirare l’attenzione dei governi stranieri sulla questione nazionale e dare appoggio ai propri concittadini. Le manifestazioni più numerose si sono svolte in Polonia, Italia, Repubblica Cecca e Germania. L’appello avanzato all’Occidente dall’Ucraina e dai cittadini ucraini soggiornanti fuori dal paese consistevano nell’introduzione delle sanzioni nei confronti del premier ucraino Asarov e del suo governo, ritenuti responsabili delle violenze in piazza. Le altre richieste dell’Euromaidan erano: le elezioni presidenziali anticipate, rinnovo delle trattative con l’Unione Europea per la firma dell’ accordo di associazione e rinuncia all’entrata dello Stato nell’Unione doganale, fortemente voluta da Yanukovic e dal presidente russo Putin. Nonostante il grido di aiuto del popolo ucraino, l’Europa, a quanto pare ha deciso di non intraprendere le azioni risolutive, dando una risposta fiacca e poco convincente alle aspettative dell’Ucraina. Le poche voci alleati, come Polonia e Lituania, che cercavano di gridare al mondo la gravità della crisi, hanno trovato scarsa risonanza a livello internazionale.


Michail Zhiznevsky

L’Ucraina, a questo punto ha capito di esser rimasta sola, faccia a faccia con il suo male che la stava divorando dall’interno. Malgrado ciò il paese non si è arreso, i manifestanti sono rimasti in piazza, aspettando giorno dopo giorno il nuovo assalto da parte dei Berkut. Dai massacri in piazza si è passato al linciaggio dei singoli. Gli attivisti, i giornalisti, i deputati venivano isolati e picchiati in strada. Diversi manifestanti sono stati incarcerati, altri invece sparivano nella notte, portati via dalla polizia; la sorte di queste persone, mai trovate dopo gli arresti, rimane tuttora ignota.
Dopo la breve tregua Natalizia, il governo ha deciso di scrivere la parola “fine” nella storia dell’Euromaidan, varando il 16 gennaio del 2014 un pacchetto di leggi volte a ridurre drasticamente i diritti dei cittadini. Divieto delle pubbliche manifestazioni, divieto di coprirsi il volto anche in parte o utilizzare i caschi durante i raduni pubblici, divieto di formare le autocolonne composte da più di cinque veicoli,  limitazione della libertà di parola nei mezzi di comunicazione di massa, divieto per la raccolta delle informazioni sui redditi dei giudici, dei funzionari dell’ordine pubblico e delle loro famiglie sono solo alcuni di questi provvedimenti anticostituzionali e assurdi, puniti con multe salatissime e con la reclusione di coloro che osavano trasgredire le direttive del governo.
Le nuove normative, tuttavia hanno avuto l’effetto opposto a quello che si aspettavano i loro ideatori. L’Ucraina, dopo l’introduzione del pacchetto leggi è stata sommersa da una nuova ondata di proteste. 19 gennaio una parte dei manifestanti ha abbandonato Maidan per sfilare in un corteo di contestazione. In via Grushevsky, poco distante dalla piazza incontrarono i blocchi dell’esercito. Gli scontri sono andati avanti per tutta la notte, il Berkut per fermare gli oppositori ha usato le pompe d’acqua, i manifestanti, a loro volta hanno iniziato a bruciare i pneumatici per difendersi dai cecchini. Nei giorni successivi è seguita una tregua, introdotta per condurre le trattative con il governo. La riappacificazione, purtroppo non è durata a lungo. La mattina del 22 gennaio ha fatto sprofondare l’Ucraina nell’orrore. I reparti speciali, portati nella capitale da ogni angolo del paese, hanno ucciso a colpi di fucile tattico Serghiy Nigoyan, ucraino di origine armena, il primo caduto nella lotta per la libertà. Dopo un po’ fu ucciso con un colpo al cuore Michail Zhiznevsky, cittadino bielorusso, uno dei più attivi partecipanti di Euromaidan. Lo stesso giorno in una zona boschiva, non lontano da Kiev fu trovato il corpo di Yuri Verbyzkiy, amato figlio della città di Lviv, culla della resistenza. L’uomo, brutalmente torturato, è stato legato e lasciato morire sulla neve.

Yuriy Verbyzkiy
Lacrime di sangue piangeva l’Ucraina, ricordando i suoi eroi, ma non sono morti invano. Il paese è uscito da questi scontri, più forte e più coeso che mai. Per fermare i reparti speciali che continuavano a confluire nella capitale, in diverse città ucraine furono occupate le amministrazioni regionali, attirando in tal modo su di sé la necessità dell’intervento militare. Alcuni giorni dopo L’Euromaidan ha ottenuto la prima grande conquista, le dimissioni del premier Asarov. Il 2 febbraio fu abrogata la gran parte delle leggi, votate in precedenza. Questa vittoria, tuttavia, non ha portato allo scioglimento dell’Euromaidan che ha continuato ad insistere sulle dimissioni immediate del presidente Yanukovic e sulla punizione dei responsabili dei massacri. La gente in piazza non sapeva ancora di dover vivere la giornata peggiore di tutti i tre mesi della rivolta. Il 18 febbraio fu organizzato dai partecipanti alla protesta il corteo, la cosiddetta “Processione pacifica” che avrebbe dovuto sfilare dalla piazza Maidan fino al palazzo del Parlamento. In via Grushevsky, il teatro degli scontri già in precedenza, i manifestanti si imbatterono nei reparti Berkut, che hanno dato il via ad una vera e propria carneficina. La gente senza armi in mano, picchiata e tempestata dalle granate stordenti, ha dovuto arretrare. Gli scontri continuarono anche in piazza. Verso le 22.00 presero fuoco le tende e le barricate che circondavano Maidan. Allo stesso tempo le forze dell’ ordine hanno dato fuoco all’Edificio dei Sindacati, occupato dagli eurointegralisti, che fungeva da mensa, dormitorio e ospedale da campo. Nell’incendio persero la vita circa 40-50 persone, che non riuscirono ad abbandonare la struttura. Nelle ore successive i dimostranti cercarono di recuperare le posizioni perse, incontrando la resistenza armata della polizia, affiancata in questo orribile massacro da tituscki e dagli “squadroni della morte” appositamente arrivati dalla Russia.
Nelle lunghe, interminabili ore tra il 18 e 20 febbraio, riempite di spari e di urla dei feriti agonizzanti, sul fronte governativo avvennero i cambiamenti significativi. I regionali, finora al timone del paese, hanno iniziato ad abbandonare il partito, cercando in tal modo di lavarsi le mani dal sangue degli innocenti. Yanukovic, boicottato dagli Stati Uniti e dall’Europa, che fino a quel momento è rimasta in uno stato di dormiveglia, perse in tal modo le ultime briciole di autorità. Dopo essersi nascosto per alcuni giorni, è fuggito in Russia. Il 28 febbraio Yanukovic ha tenuto una conferenza stampa da Rostov sul Don, in cui ha dichiarato di essere ancora il legittimo presidente dell’Ucraina. Secondo le sue parole, ha dovuto abbandonare il paese, perché la sua vita è stata messa in grave pericolo da terroristi, nazisti, estremisti che si sono impadroniti del potere.   
Mentre l’ex presidente si accomodava sotto l’ala protettrice di Putin, l’Ucraina salutava i suoi eroi, quei cosiddetti terroristi, che sfidavano i proiettili con i bastoni di legno in mano. I morti accertati dall’inizio degli scontri erano cento. È stato dato a loro il nome della “Centuria Celeste”, con riferimento alle squadre di cento persone che difendevano in questi mesi il Maidan. Purtroppo molti manifestanti sono scomparsi, rapiti dalle forze dell’ordine e dai “titushki”. Ogni giorno si teme sempre di più che queste persone andranno ad aggiungersi alle liste dei morti.

I corpi dei manifestanti in piazza
 La situazione politica dell’Ucraina, dopo i tragici fatti di fine febbraio si sta lentamente ristabilendo.Molti esponenti del “Partito delle regioni” hanno fatto perdere le loro tracce. Anche i militari, che hanno preso parte ai massacri si affrettano ad abbandonare il paese. Fuggono in Russia, dove a questi boia viene fornita la protezione governativa. In attesa delle elezioni presidenziali anticipate, indette per il 25 maggio 2014, entrano in scena i nuovi soggetti politici. La votazione sarà un’ impresa ardua, visto che nel corso della rivoluzione non è sorta la figura di un unico leader, capace di ottenere il consenso popolare. Le forze politiche, unite dalla crisi, rischiano di diventare avversari sleali nella campagna elettorale. In più, i partiti e i gruppi che hanno giocato il ruolo più attivo nella vita di Euromaidan sono principalmente di stampo nazionalista, quindi non sono visti sempre di buon occhio dalle popolazioni dell’Est. Le regioni orientali, da sempre l’asso nella manica di Yanukovic, ospitano una cospicua popolazione di lingua russa. 

Bisogna però sottolineare che non sono a favore dell’adesione alla Russia, ma semplicemente vittimizzate dalla propaganda antinazionalista, accentuata ancor di più dall’inizio della rivolta.
Per tutta la durata delle proteste le forze governative hanno cercato in tutti i modi di screditare coloro che vi partecipavano. I giornali, i siti internet, canali radio e televisivi brulicavano di messaggi secondo i quali alla protesta aderivano principalmente i fondi bassi della società: alcolizzati e disoccupati a vita, pronti a vendersi per qualche spicciolo, offerto dagli esponenti dell’opposizione parlamentare o chi sa chi altro. Questi individui sarebbero stati appoggiati, o meglio, sapientemente manovrati da anarchici e nazisti, avidi di potere e pieni di odio verso le minoranze etniche. La realtà dei fatti è che Maidan ha accolto tutt’altra gente: medici, imprenditori, professori, studenti, figli fedeli della Patria, incapaci di rimanere inerti mentre la loro terra viene saccheggiata e massacrata da una banda di criminali. Con la loro fede e la loro volontà questi uomini e donne hanno cambiato il corso della storia.
Ma ora una nuova minaccia incombe sull’Ucraina, la minaccia della guerra con la Russia Imperialista. Finiti i giochi Olimpici, Putin concentrò la sua non desiderata attenzione sull’Ucraina. Ma stavolta la sua fantasia è andata oltre i sicari e i poliziotti travestiti dai civili, decise di introdurre il contingente militare in Crimea. Eppure il piano di attacco, mascherato dall’intento di proteggere la popolazione russofona residente sulla penisola, non è andato a buon fine. Contro Putin si è alzato non solo l’Occidente, ma il suo stesso paese, sfinito dalle continue guerre personali del regime. Infatti con le manovre militari in Crimea è stato violato il memorandum di Budapest. Firmato nel 1994 da Ucraina, Usa, Gran Bretagna e Russia, questo documento stabiliva, che in cambio del disarmo nucleare dell’Ucraina, gli altri paesi si impegnano a rispettare la sua integrità territoriale. Nonostante ciò il regime moscovita non molla l’osso, tanto desiderato dal crollo dell’Unione Sovietica. Per far fronte a questa invasione l’Ucraina mobilita le truppe, pronta un'altra volta a dire di no alla schiavizzazione e respingere un altro attentato alla sua indipendenza. In questi mesi gli ucraini hanno dimostrato a tutto il mondo che il desiderio della libertà non congela sulla neve, non brucia nel fuoco e non soccombe sotto la pioggia dei proiettili, poiché il desiderio della libertà è più forte della morte stessa. Solo quando ogni occupante sarà scacciato e ogni carnefice del popolo sarà punito, l’Ucraina e noi, i suoi figli potremmo dormire sonni tranquilli.