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venerdì 16 maggio 2014

L’Europa come patria
Di Giovanni Bianchi

Il punto di vista
R. Prodi

Prendo le mosse da un'osservazione di Romano Prodi: "C'è una dose di schizofrenia nella politica europea: l'analisi guarda al futuro, ma la prassi pensa solo al presente immediato". Una schizofrenia che l'Italia non corregge ma anzi accresce facendo largo scialo del populismo trionfante, così lontano dal pensiero strategico da rendere addirittura mirabile la sintesi prodiana. Per metterla sul drammatico si potrebbe anche osservare che è così che si è affamata la Grecia pensando alle elezioni nel Nordrhein-Westfalen e decidendo di salvare piuttosto le banche. Per cui l'interrogativo diventa se si possa fare una grande costruzione politica senza una solida cultura politica. Ed anche, in subordine: si può creare una moneta a prescindere dalla politica?
C'è un minimalismo europeo che ritroviamo già alle origini della Comunità e che era ben rappresentato da Monnet, il quale faceva osservare che sarebbe stato impossibile, già allora, consolidare e far prosperare i singoli Stati al di fuori di una dimensione che tenesse conto delle nuove misure della geopolitica. Tuttavia non mancano progetti che abbiano dignità e che si collochino anche in questa fase all'altezza della situazione. È il caso dei c3dem (cattolici democratici) che hanno recentemente prodotto un testo – "L'Europa nostra patria: un rinnovato progetto di buona politica comune" – che merita il massimo dell'attenzione.
E dirò subito che dal mio punto di vista è centrale nel documento il richiamo al rilancio del modello sociale europeo, perché fa corpo con la missione inclusiva, fin dagli inizi, della forma democratica dell'Unione. Possiamo anche diventare Stati Uniti, ma la differenza l'hanno già indicata loro definendoci figli di Venere diversi dai figli di Marte. Non è solo una questione di welfare: è una questione di democrazia ed anche geopolitica. Anche se i mediterranei hanno purtroppo  smarrito memoria e orientamento.
Il documento dei c3dem, redatto dallo storico Guido Formigoni, ha il pregio di mirare l'attenzione su tre questioni vere e di bruciante attualità: l'esigenza oramai universalmente avvertita di superare l'austerità; il rilancio del modello sociale europeo in grado di promuovere l'inclusione attraverso un solido welfare (quantomeno rispetto agli altri); un nuovo protagonismo europeo nel mondo: quello che la vicenda ucraina denuncia come drammaticamente latitante.

A. Spinelli

Le elezioni imminenti
La grande novità di queste elezioni europee -secondo l'acuta analisi di Bartolo Ciccardini- sta nel fatto che per la prima volta il Parlamento Europeo, che uscirà dalle urne del 25 Maggio, eleggerà direttamente il Presidente dell’Unione Europea, che non sarà più il portavoce dei governi che lo hanno scelto, ma il vero rappresentante istituzionale dei ventotto paesi che formano l’Unione. Un piccolo passo per la burocrazia, ma un grande salto per la politica.
I due candidati dei partiti maggiori, sono, per ora, Jean-Claude Juncker, del Ppe (Partito Popolare Europeo) e Martin Schulz, del Pse ( Partito Socialista Europeo). Si va delineando così un sistema bipartitico che potrebbe essere molto importante per la nascita di un vero e proprio Governo europeo. Siamo quindi ad una svolta molto importante, di cui dovremmo occuparci di più. Ci siamo già lamentati che in Italia le elezioni europee si siano trasformate in una sorta di sondaggio sui consensi di Berlusconi o di Grillo. Ma i sondaggi d’opinione si consumano presto e la realtà politica finirà con l’imporsi. Per ora dobbiamo constatare quanto siamo lontani da quello che accade in Europa. Banco di prova scoraggiante è la crisi ucraina, che mette non soltanto in gioco i rapporti con la Russia di Putin, particolarmente delicati per l'approvvigionamento energetico. L'iniziativa di Obama fa risaltare l'assenza di una politica estera europea. Assente come sempre e secondo copione lady Ashton, nonostante la "teoria dei cappelli" la ponga anche come capo delle forze armate europee, incerta e riluttante, anche in questo caso secondo copione, l'iniziativa di Berlino. E alle cautele di Angela Merkel fa da contrappunto la presenza ai vertici di Gasprom di Schoreder, quasi a testimoniare una linea alternativa possibile in qualche modo memore del classico Drang nach Osten.
Il risultato è la continua latitanza dell'Unione sia ad Est come nel Mediterraneo: dove la mancanza di politica estera e di iniziativa è espressione dell'incertezza dell'Europa su se stessa e sul proprio destino. E quindi sulle strade in tutti i sensi percorribili, dal momento che non soltanto in una fase di crisi globale sovranità politica e politica economica si tengono strettamente.
Da che mondo è mondo -e non soltanto nella modernità- il rapporto tra il commercio e la bandiera continua a funzionare anche quando viene sottovalutato.

I casi italiani
M. Renzi

Matteo Renzi, appena diventato segretario del Partito Democratico, con il suo cipiglio decisionista ha risolto una vecchia questione: ha fatto aderire il Partito Democratico italiano al Pse, Partito Socialista Europeo, che presenta candidato alla carica di Presidente dell’Unione europea, Martin Schultz.
È probabile che moltissimi elettori del PD non sappiano nulla di Martin Schulz e non sarà certo il suo nome ad aumentare i voti del partito. A disturbare i rapporti fra Renzi ed il candidato Schultz è giunto anche un intervento molto inopportuno del candidato socialista, il quale, ricordandosi di essere tedesco, aveva rammentato all’Italia che prima deve adempiere ai propri compiti, mettere a posto il bilancio, e poi dare dei suggerimenti. A questa uscita Renzi ha giustamente risposto dicendo che l’Italia sta mettendo in ordine i suoi conti non perché ce lo chiede l’Europa, o Martin Schulz, ma perché ce lo chiedono i nostri figli…
Nel secondo semestre del 2014 l’Italia presiederà il governo dell’Unione. Potrebbe essere una grande occasione per realizzare un programma europeo per la soluzione della crisi economica superando le troppo dure strettezze imposte dalla Merkel, ma né Schulz ha dato prova di grande interesse a questo problema, né Renzi ha avuto il tempo di farsi apprezzare in Europa. Questa dissonanza allontana, ancora di più, se ce ne fosse stato bisogno, tutta la sinistra italiana dal vero contenuto politico delle elezioni europee.
Andiamo così ad un elezione che sa di bipartitismo con il partito italiano aderente al Pse che non è sulla stessa lunghezza d’onda del candidato socialdemocratico europeo. Queste del resto possono risultare riflessioni tutte teoriche perché non è da escludere l'ipotesi che Renzi possa guidare il governo europeo con un presidente eletto del Ppe.
Ci sarebbe probabilmente voluta una campagna elettorale “europea” in grado di impegnare  tutti i socialisti d’Europa in un forte progetto “antirigidità”. In altre parole, facendo una pressione sulla Merkel, non da “italiani”, ma da “socialisti europei” per rompere l’accerchiamento che il caso Berlusconi ha creato contro di noi. Ma forse non era realistico pensare che Renzi, impegnato quotidianamente nei capricci italiani, avrebbe potuto occuparsi della campagna europea. Così il nostro tradizionale provincialismo finisce per risultare troppo prossimo agli egoismi delle piccole patrie, accettando il terreno degli avversari interni, con una riduzione degli orizzonti europei a quelli della nazione.
A. De Gasperi

Per una non casuale specularità la situazione non è migliore sull’altro lato dello schieramento. Il candidato del Ppe è, come ricordato, Jean-Claude Juncker, Governatore della Banca Mondiale dal 1989 al 1995. Jean-Claude Juncker assunse dal 1995 la responsabilità di Governatore del Fondo Monetario Internazionale e di Governatore della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. E’ stato presidente dell’Eurogruppo, carica da cui si dimise per protestare “contro le ingerenze franco-tedesche”. Già capo del governo del Lussemburgo, fin da giovane è presidente del Partito Popolare Europeo. È un personaggio carolingio (osserva sempre l'informatissimo Ciccardini) di quell’area franco-tedesca che ha dato molti uomini all’Europa.
Juncker è il candidato della Signora Merkel. Ma questo non sarebbe un difetto, dato che la signora Merkel è la vera leader del Ppe oltre che essere la Cancelliera della più forte tra le nazioni che compongono l'Unione Europea. Il suo difetto più grande è quello di essere il candidato sbagliato della signora Merkel. La Merkel ha realizzato la sua supremazia sul Ppe commettendo due gravi errori. Il primo errore è stato quello di prendere il potere in Germania eliminando in malo modo, in maniera ruvida e non del tutto corretta, una personalità politica come Helmut Kohl, grande leader e  democratico-cristiano a tutto tondo. L’attacco fatto dalla Merkel su presunti errori morali di Kohl, ha liquidato in modo innaturale la grande politica di Kohl, che voleva la Germania dentro una forte Europa perché aveva paura di una Germania troppo potente. Diceva Kohl di voler salvare la Germania da sé stessa.
Era riuscito a raggiungere l’obbiettivo, ritenuto da tutti impossibile, dell’unificazione tedesca, affermando che attraverso l’Europa voleva opporsi ad ogni volontà egemonica rigida ed inflessibile, che è sempre stato il lato oscuro del nobile civismo della nazione tedesca.
La Signora Merkel, nata ed educata nella Germania orientale comunista, figlia di un pastore protestante, cresciuta nella ostile neutralità della Chiesa Luterana sopravvissuta nel duro regime comunista, non ha nulla della grande sensibilità europea dei democratici cristiani, Adenauer, De Gasperi e Schumann, educati nel cattolicesimo democratico che parlava la lingua delle università tedesche.
M. Schulz


Il secondo errore della Merkel è conseguente al primo: la Merkel ha ammesso i partiti conservatori nel Ppe, tradendo l’essenza intima della Democrazia Cristiana europea. Non è stata solo una sua colpa. Purtroppo ha potuto farlo perché è improvvisamente e irreversibilmente finita la direzione morale e culturale che la Dc italiana aveva saputo dare al Ppe. Una Dc malamente scomparsa in Tangentopoli dopo essersi identificata con lo Stato, secondo un processo che fu chiaramente denunciato da Enrico Berlinguer.
Ma con Angela Merkel il Ppe non è solo diventato la destra europea, ma ha perfino accolto nelle sue file il partito di Silvio Berlusconi, che ancora oggi è il membro italiano più importante del Ppe. Ora questa contraddizione è venuta al pettine a causa di una uscita infelice di Berlusconi che rimprovera i tedeschi di aver cancellato il ricordo dei Lager, cosa incredibile più che stupida, essendo i tedeschi, non i soli ad aver fatto i campi di concentramento in Europa, ma i soli a ricordarlo e a condannarlo.
A questa offesa ha reagito in modo deciso, come era giusto, la Cancelliera ed in modo ancor più preciso il lussemburghese Juncker, Presidente del Ppe. Ma non potevano pensarci prima? E qui appare tutta la loro debolezza.
Non possiamo quindi meravigliarci troppo se le elezioni europee si sono trasformate in una noiosa rappresentazione della crisi italiana con la irrimediabile decadenza di Berlusconi, con gli abituali paurosi azzardi di Grillo, con la fatica immane del povero Renzi per tentare di fare riforme in un Paese confuso e stralunato.

A. Merkel

Cosa succederà? In Europa, andrà tutto bene. La Merkel otterrà la sua vittoria, ma si troverà probabilmente costretta a ritirare il suo candidato e ad accettare un candidatura forte,  suggerita dai conservatori inglesi o comunque scelta nell’estremo Nord. Gli italiani saranno danneggiati comunque dal fatto che non ci sarà un risultato del Ppe che non sia da noi a prevalenza berlusconiana. Alfano è alle prime armi e Casini alle ultime…
A sinistra Schulz non è riuscito a mobilitare un presidente francese, Holland, in sala di rianimazione, ed un promettente premier italiano in rodaggio e considerato non a torto “troppo italiano”. La speranza è che ritorni a volere l’Europa la Germania vera, quella di Adenauer e di Khol, quella dei tedeschi che guardavano con rispetto e con fiducia alla “strana” Democrazia Cristiana italiana, che non riusciva ad essere un partito conservatore e non voleva ammettere i conservatori nel Ppe, specialmente se inglesi euroscettici.
Un sintomo buono c’è. I vescovi tedeschi hanno fatto un appello ai cattolici tedeschi per difendere l’Europa “sociale”. La Merkel è avvisata. (I Vescovi italiani invece prolungano il loro silenzio.)
Perché i vescovi? Perché si tratta della porzione di classe dirigente più prossima per cultura   
-attraverso il filo bianco della dottrina sociale della Chiesa- alla forma cattolico-democratica che ha pensato la nostra patria Europa. Mi suscita qualche brivido e perfino rischio di irritarmi con me stesso sul punto di esternare una simile riflessione proprio nei giorni che vedono la reiterata incriminazione di Gianstefano Frigierio, uno dei vertici democristiani di Tangentopoli. Quando tornai dall'ultima spedizione nella ex Jugoslavia scrissi che il reciproco ostacolarsi delle cancellerie europee, tra chi pensava l'Europa democristiana e chi la voleva invece socialdemocratica, aveva condotto alla dissoluzione politica dei Balcani Occidentali, con gli americani che erano dovuti intervenire a togliere, in particolare nel Kosovo, le castagne dal fuoco.
Mi sto ricredendo... Se torno ai padri fondatori, devo rendermi conto che, con l'eccezione di Spaak, tutti pensavano, da de Gasperi ad Adenauer, da Schuman a Monnet, con le categorie democratico-cristiane. Al punto che pare lecito chiedersi se, esaurita quella forma di pensiero e quei testimoni, non sia anche svanito il luogo culturale dal quale l'Europa è stata pensata. Una forma svuotata dall'interno per la presa di distanze di Angela Merkel dal sentire di Helmut Kohl, per la sostituzione del suo pensiero con la presenza della destra conservatrice inglese e non soltanto, con l'attenta cura del tinello tedesco che ha sostituito quella dell'idealità germanica, con l'eccessiva prossimità e l'asservimento dei superstiti della Cdu, come Scheuble, alla Bundesbank e in generale alle ragioni del mercato...

E. Berlinguer

Un pensiero va anche alla "terza via" riaggiornata per i laburisti e per Tony Blair da Anthony Giddens. Non ne è rimasta traccia. Al punto che mi assale il dubbio che di terza via effettiva non ci sia che quella antica e democristiana. Al punto che in questa luce perfino Jacques Delors può apparire una variazione socialista interna alla terza via democratico-cristiana. E mi sovviene di come il cardinale Ruini, allora presidente della Conferenza Episcopale Italiana, invitasse ai corsi di formazione riservati agli altri quadri del cattolicesimo sociale italiano proprio gli uomini del circolo di Delors. E tutti sanno quanto fosse di lunga lena e caratterizzata da acuta cocciutaggine l'attenzione del Cardinale Presidente alla tradizione democratico-cristiana.
Quanto alla socialdemocrazia? Forse risulta istruttivo riflettere a dove sia collocato l'ultimo suo grande leader: Schoreder. È nel vertice di Gasprom, dal quale guarda con realismo e lungimiranza alle posizioni di Putin e agli interessi della Germania sui casi tragici dell’Ucraina. Resta la mossa fulminea e geniale di Matteo Renzi che ha collocato il PD italiano d'un balzo nell'alveo del Pse. Si è parlato di taglio del nodo gordiano. Messi a tacere in un colpo quanti avevano giurato in precedenza che non sarebbero morti socialdemocratici. Si trattava in effetti di giaculatorie elettorali.
Renzi, che è culturalmente postideologico e che non mostra alcuna angoscia per l'assenza di fondamenti, ha capito da subito che non era il caso di tagliare alcuno nodo, per la semplice ragione che il nodo non c'era più da tempo.
Quel che resta sul tappeto è la forma europea e il suo destino. Può essere pensata a prescindere da una cultura -certamente nuova- in grado di darle fondamento?
L'altra considerazione riguarda le radici culturali dell'Unione vista "da sinistra". I comunisti europei -quando consideravano la socialdemocrazia un inciampo e un insulto- faticarono non poco a prendere le distanze dalla Mosca bolscevica. Non l'unità europea era l'orizzonte, ma l'internazionalismo operaio. L'Europa non doveva quindi essere pensata in quanto tale. Unica eccezione nel nostro Paese l'anomalia di Giorgio Napolitano, poi a lungo presidente del Movimento Europeo. E ciò curiosamente e virtuosamente a dispetto del suo maestro Giorgio Amendola, che riuscì sempre a coniugare una grande e spregiudicata attenzione alle ragioni del capitale con una stretta fede staliniana.
Quanto alle socialdemocrazie (e non stiamo pensando per carità di patria a quella italiana) non sono invece mai riuscite ad elaborare un'idea europea all'altezza di quella democratico-cristiana. E dunque gli esiti attuali sono in linea con uno scarso retroterra.
Anche le sinistre francesi non hanno mai brillato su questo terreno. Il comunista Maurice Thorez è la pietra di paragone adatta per fare risaltare la lungimiranza dell'eurocomunismo di Enrico Berlinguer. E la lettura de L’Humanité mi ha sempre depresso al pari di quella dei bollettini parrocchiali. Credo del resto non sia un difetto di visione attribuire a Fabius il definitivo affossamento via referendum del trattato costituzionale europeo. Con un rimpianto per la disattenzione evidente dei politici francesi – Giscard d’Estaing in testa – a quanto invece hanno saputo produrre ed offrire gli storici di lingua francese, da Braudel a Le Goff.
Rioccupandoci dei casi tedeschi, se è indubitabile la statura di statisti di Willy Brandt e Helmut Schimdt, mi pare necessario mettere in rilievo come l'idea europeista sia cresciuta in particolare tra i verdi tedeschi, da Fischer a Cohn-Bendit, il quale ultimo dando l'addio al Parlamento europeo ha giustamente osservato che purtroppo "l'Europa ha il cuore freddo". Dove evidentemente la passione stabilisce un rapporto molto stretto con l'intelligenza politica.
Tornando a noi, un minimo di respiro storico è in grado di renderci edotti di quanto siano solide nel nostro Strapaese le radici di un ostinato provincialismo insieme a quelle, tutto sommato analoghe, dei nuovi populismi.
Di un ultimo trend mette conto occuparsi. Quello che riguarda i popoli che sono approdati all'Europa dei 28 dopo avere passato decenni dietro la cortina di ferro. In più di un caso hanno scelto di entrare prima nella Nato che nell'Unione. Come a dire che entravano in Europa pensando all’America...

D. Cohn-Bendit
Il secondo errore
Il secondo errore di questa campagna elettorale europea agli sgoccioli è avere accettato il terreno degli euroscettici che hanno trasformato la consultazione in un referendum intorno all’euro. E quindi nell'avere di fatto legato il destino dell'Europa ai livelli della sua moneta, alle speculazioni e agli umori che intorno ad essa vanno creandosi.
Grave soprattutto la dimenticanza che riguarda le origini della nostra moneta, dal momento che ogni moneta ha radici e si colloca all'interno di una sovranità, e non di rado conserva i suoi  arcana imperii al di fuori delle notizie date in pasto all'opinione pubblica.
Bisogna riandare alla caduta del muro di Berlino e alla decisione di Helmut Kohl di procedere alla riunificazione della Germania anche mediante la parità del marco: quello occidentale e quello orientale in vigore nella Ddr. Perché si trattava di porre le basi della soluzione di quello che soprattutto ad occhi italiani poteva apparire il rischio di un "mezzogiorno tedesco". Immaginabili la frenesia e lo sconcerto che attraversavano le principali cancellerie europee. Le telefonate tra Parigi e Londra, mentre da Roma Giulio Andreotti non celava le proprie perplessità affermando con un sarcasmo non tutto diplomatico: "Amo così tanto i tedeschi che di Germanie continuo a preferirne due".
L'euro è dunque la risposta ai timori di un'Europa che paventa il dilagare dello strapotere del marco e della Buba. Come si vede, ancora una volta l'intelligenza del problema sta nella radice che chiarisce insieme il destino e le difficoltà.

La stagione

M. Tronti
Difficile definire questa  stagione, che a Mario Tronti appare segnata da storie minori, in fuga dalla profezia e dalle utopie, con un rumore di fondo invariabilmente in mibemolle… È la musica, forse, di questo post moderno, dove al “post” è assegnata la funzione di indicare quel che  non siamo in grado di criticare e tantomeno di cambiare. Ma è proprio soltanto così? Un paio di decenni fa rispondere era più facile: l’ordine internazionale di Yalta delineava un quadro in cui orientarsi. Oggi non è più così. È crollato il vecchio ordine internazionale e quello nuovo è in una faticosa fase di gestazione. Questa davvero è la nostra condizione.
Questa percezione del passaggio d’epoca è essenziale per parlare oggi dell’Europa. E ci obbliga a pensare Europa. A pensare europeo. L'Europa che verrà è un’Europa oltre se stessa. Oltre il sogno americano. Spiace per l'Alta Corte tedesca, ma Europa non è la copia degli Stati Uniti d'America. Altro il nostro federalismo. Là dove la legge governava gli spazi, qui oggi le etiche sono chiamate a governare il consumismo. Non soltanto tribunali, ma cattedrali, sinagoghe e moschee. Non più tedeschi, francesi, italiani, ma meticci di un mondo in  progress. L'Europa non è Stato federale analogizzabile agli Usa perché è processo e procedimento, e quindi, a partire dal Vecchio Continente, sogno di futuro. Non più la scritta sulla parete del tribunale che dichiara la legge uguale per tutti, ma l'opinione pubblica, i suoi guasti “medievali", le ondate dell'emozione (e qualche riedizione di caccia alle streghe), il Papa alla finestra dell'Angelus romano e il gracchiante altoparlante del muezin importato. Al suo interno, e anche sui confini, gli spazi chiedono di essere ricontrattati. Detto husserlianamente, le diverse "regioni" ridisegnano rapporti, vicinanze e lontananze, compatibilità e incompatibilità, spazio privato e spazio pubblico, religione e laicità dello Stato... Fino a strapazzare i classici, alla invitante maniera di Saul Bellow.
Quest'Europa è modello da implementare. Plastico. Tuttora ignoto a se stesso. Non solo avidi mercanti e burocratici banchieri. Non la merce al centro, ma il lavoro e la relazione: questo suggerisce la crisi finanziaria esplosa alla fine d'agosto 2008. Nessuna tirchieria mentale condurrà questa Europa in un porto sicuro, perché il suo unico destino è il mare aperto. Illuminanti in proposito alcuni discorsi di papa Giovanni Paolo II in occasione della sua visita in Slovenia nel maggio 1996. Rivolgendosi ai religiosi nella cattedrale di Ljubliana, il Papa Polacco così si esprimeva: "Il ricordo del passato deve spingere a progettare il futuro."  E ne indicava le ragioni: “Questa è l'ora della verità per l'Europa. I muri sono crollati, le cortine di ferro non ci sono più, ma la sfida circa il senso della vita e il valore della libertà rimane più forte che mai nell'intimo delle intelligenze e delle coscienze.” Per dedurne: “Il clima attuale di angoscia e sfiducia riguardo al senso della vita e lo smarrimento manifesto della cultura europea ci sollecitano a guardare in modo nuovo ai rapporti tra cristianesimo e cultura, tra fede e ragione. Un rinnovato dialogo tra cultura e cristianesimo gioverà sia all'una che all'altro, e a trarne vantaggio sarà soprattutto l’uomo, desideroso di un'esistenza più vera e più piena.” A trarne vantaggio sarà anche la complessa laicità della patria Europa, senza la quale nessuna forma politica europea può risultare all'altezza dei tempi e duratura.
Se dunque da una parte emerge il vuoto lasciato dalle ideologie e si fa strada un significativo risveglio della memoria delle proprie radici e della ricchezza d'un tempo, dall'altra viene indicata l'esigenza di impostare in modo corretto e aggiornato i rapporti tra le nazioni e la stessa idea di nazione. Osserva il cardinale Dionigi Tettamanzi: "Su questo punto il magistero di Giovanni Paolo II chiede che questi problemi siano risolti seguendo i principi di sussidiarietà, di solidarietà e di responsabilità: principi tra loro inscindibili e da applicare in modo unitario e simultaneo. In particolare il Papa lancia il concetto di "famiglia delle nazioni". Nel suo discorso all'Onu nell'ottobre 1995 egli rileva che “il concetto di famiglia evoca immediatamente qualcosa che va al di là dei semplici rapporti funzionali o della sola convergenza di interessi. La famiglia è, per sua natura una comunità fondata sulla fiducia reciproca, sul sostegno vicendevole, su un rispetto sincero. In un'autentica famiglia non c'è il dominio dei forti, al contrario, i membri più deboli sono, proprio per la loro debolezza, doppiamente accolti e serviti. Sono questi, trasposti al livello della "famiglia delle nazioni", i sentimenti che devono intessere, prima ancora del semplice diritto, le relazioni fra i popoli”.[1]
Può quello che viene ancora abitualmente chiamato Vecchio Continente confrontarsi con un simile orizzonte? La risposta viene ancora una volta dal Poeta: senesco sed amo.[2]

Papa Francesco

Ora questa concezione, e quindi l'identità dell'Europa, viene determinata da una serie di fattori e di elementi di diverso ordine, da quello geografico a quello antropologico, da quello culturale a quello ecclesiologico. L'Europa alla quale il Papa pensa è un'Europa intera e considerata nella sua globalità, non più divisa in due tronconi o ridotta alla sola sua parte occidentale. Da qui l'invito ad allargare lo sguardo oltre ogni confine naturale, nazionale e artificiale per abbracciare tutta l'Europa e tutti popoli del continente, "dall’Atlantico agli Urali, dal Mare del Nord al Mediterraneo". Così si espresse il Papa la prima volta il 10 settembre 1983 alla celebrazione dei "Vespri d'Europa" nella Heldenplatz a Vienna. Con l’avvertenza, appunto, di non mettere tra parentesi il Mediterraneo, là dove una lunga utopia rischia di morire, perché, come ha sconsolatamente scritto Predrag Matvejevic: “Dopo la caduta del Muro di Berlino è stata costruita un’Europa separata dalla “culla dell’Europa”. Le decisioni relative alla sorte del Mediterraneo sono state prese comunque senza coinvolgerlo. […] Tanto nei porti quanto al largo, “le vecchie funi sommerse”, che la poesia si proponeva di ritrovare e riannodare, spesso sono state rotte o strappate dall’intolleranza o dall’ignoranza. […] L’immagine del Mediterraneo e il Mediterraneo reale non s’identificano affatto. […] L’11 settembre 2001, insieme alle fiamme e alla polvere delle Torri gemelle di New York, è emersa una crisi di sfiducia di dimensioni planetarie, con il conseguente peggioramento dei rapporti tra l’Occidente e il mondo arabo e islamico. La situazione è precipitata e ha toccato il fondo dopo i sanguinosi attentati di Londra e di Madrid.”[3]
P. Matvejevic

Esiste una via di sortita? E’ possibile un progetto comunemente condiviso? Per Matvejevic “i progetti per l’alleanza delle civiltà rappresentano in parte una reazione viva allo scontro delle civiltà, secondo la ben nota formula usata dal professore americano Samuel Huntington, morto recentemente, nel suo libro Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Questa “teoria” richiede un approccio particolarmente critico. Non si tratta di uno scontro delle componenti culturali di una civiltà, di culture in quanto tali. Si scontrano infatti le espressioni delle culture alienate e trasformate in ideologie, quelle che operano non più come contenuti culturali, ma proprio come fatti ideologici. Il pericolo è noto da tempo: una parte della cultura nazionale si è trasformata, nelle varie epoche e nei diversi luoghi, in ideologia della nazione. Aspettiamo una nuova cultura che ci sostenga. Siamo impazienti: non sappiamo se la letteratura, i suoi vari modelli, generi, discorsi possano aiutarci davvero. Forse con essa sarà almeno più facile sperare.”[4]

Il versante essenziale
Non a caso un versante essenziale dell’iniziativa europea è il suo modello di società. Lo Stato Sociale, così come lo abbiamo conosciuto e come lo stiamo trasformando, è stato una invenzione europea. Trasformare sicurezze corporate in diritti di cittadinanza ha comportato un lungo cammino che ha visto al suo centro il movimento dei lavoratori e l’espandersi della sensibilità sociale delle istituzioni. Una democrazia sociale, una democrazia sostanziale… Non bastava, non è bastata una democrazia liberale. Oggi si tende a contrapporre uguaglianza e libertà. Lo Stato Sociale europeo è stato di fatto una terza via tra una libertà insensibile all’uguaglianza (America) e una uguaglianza  senza libertà (la Russia Sovietica). Poteva esserci una libertà responsabile, aperta alla dimensione dell’uguaglianza proprio mentre esaltava la libertà delle persone? Appunto, persone e non meri individui… E’ possibile una diversità non estranea alla solidarietà? E’ possibile una uguaglianza che valorizzi la diversità? Siamo stati un grande campo di sperimentazioni. Non si è certo trovata la formula magica, ma si è intravista una via, si sono fatte esperienze, si sono sedimentate istituzioni che ci fanno oggettivamente diversi dagli altri.
Possiamo discutere, e lo si è fatto per decenni, dei vari tipi di Stato Sociale: nordico, continentale, mediterraneo. Ciò che accomuna sotto le formule è la sensibilità sociale delle istituzioni. Un capitalismo compassionevole sarebbe da noi una regressione antropologica e civile. C’è, insomma, uno stile di vita europeo, una percezione dei diritti e dello Stato che è un valore da proporre e da continuare a produrre.
Proporre non vuol dire imporre. Non si impone la libertà e non si impone la democrazia. Il conflitto geopolitico comporta questa molteplicità di modelli, di soluzioni all’esperimento sempre aperto della vita associata. La lunghezza e la complessità della nostra storia può essere una risorsa inesauribile per creare un’altra possibilità, non unica, alla variegata storia del mondo.
E quando parliamo di stile di vita europeo parliamo anche di una misura diversa della vita. E’ immaginabile una città europea di 24 milioni di abitanti? Le “piccole” città dell’Europa, il suo “piccolo” mare rispetto allo sconfinato oceano non sono una “riserva indiana”, ma possono indicare una dimensione nuova ai processi in corso. Nell’oceano immenso ci siamo stati e da protagonisti. Non ci siamo rinchiusi negli spazi fermi, nei mari chiusi. C’è sempre stata una frontiera da oltrepassare. Sono state le nostre “Colonne d’Ercole”. Dallo stretto di Gibilterra a Costantinopoli abbiamo dialogato con l’oceano e altri mari, a loro volta approdi di popoli immensi e lontani. Ma siamo stati anche in grado di dare misura agli spazi infiniti. La distribuzione delle città, la rioccupazione delle campagne, il ripopolamento delle colline, la riscrittura dell’ambiente sono tutte compatibili con l’incredibile sviluppo delle nuove tecnologie.
Hanno senso megalopoli interminabili nelle straziate periferie del mondo? Hanno senso monoculture umilianti che desertificano la terra di uomini e di società?
Una Europa della solidarietà e dell’accoglienza è una Europa che misura i processi della globalizzazione riportandoli al loro profilo umano. E’ l’Europa del “radicamento”, di cui parlava Simone Weil, contro lo sradicamento di una globalizzazione senza politica. Per questo diventa decisiva la funzione dell’Europa: l’Europa del dialogo. La caccia al terrorista sta disseminando nel mondo focolai di guerre inconcludibili, che non preparano un nuovo ordine. In questi ultimi decenni abbiamo assistito a guerre senza politica, a guerre lasciate lì, perennemente aperte. Una politica estera europea non può adeguarsi allo stato delle cose: ne uscirebbe annullato il suo ruolo nel mondo. Da dove il malinteso? L’Europa non è negli statuti, bensì nelle origini e nel processo lungo il quale si va costituendo. Non rientra nei canoni della cultura giuridica tedesca, e si distanzia dalla visione che ne ha la Corte Costituzionale germanica che le assegna un profilo troppo simile a quello dello Stato Federale statunitense. Così come non appartiene alla cultura dell’innovazione che implica continuismo ed inerzia, ma a quella della trasformazione: delle forme e -si spera- dei soggetti. Non è insidiata dai referendum avversi di Irlanda, Olanda e Francia, ma dall’idraulico polacco… Proprio perché i nuovi europei la guardano più dal punto di vista del Welfare che da quello di Giscard D’Estaing e dell’équipe che con lui ha prodotto la Carta.  Per questo Europa è figura che matura lentamente e nella storia e sulla scena politica. Insomma, questa Europa, direbbe Dossetti, non è da fissare in una fotografia, ma da seguire in una sequenza filmica.

G. Napolitano
Conclusivamente è dunque possibile dire che senza una rinnovata cultura politica non si dà forma europea. Non basta più l'allontanamento da due guerre disastrosamente apocalittiche che costituì l’incentivo primario al pensiero e all'azione dei padri fondatori. E per quel che riguarda l'Italia appaiò le posizioni pur tanto distanti di Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli.
Senza un adeguato orizzonte politico quest'Europa non può crescere né persistere, e l'infinita discussione sull'euro riguarda in effetti più le modalità di una zona di libero scambio che quelle dei futuri "Stati Uniti". Un discorso che accomuna in una generale povertà da riconoscere le vecchie come le nuove generazioni. Che in particolare mette il dito sulla natura della classe dirigente, anche quella che si espone al voto di maggio.
Senza un fondamento culturale adeguato finiremo per votare la parte elettiva di una pur necessaria burocrazia. E se la politica fa sempre i conti con la necessità prima che con il sogno, è anche vero che i cuori degli europei non possono essere scaldati dalle liturgie della democrazia, ma restano comunque in attesa di nuove passioni e di chi le sappia suscitare.

Note
1.Citato in Dionigi Tettamanzi, Giovanni Paolo II e l’Europa dei due polmoni, pro manuscripto, Genova, 7 ottobre 1998, p. 8.
2.Ezra Pound, Pisan Cantos, trad. it. Canti Pisani, Guanda, Parma, 1979, p. 125.
3.Predrag Matvejevic, Mediterraneo, così muore un’utopia, in “Corriere della Sera”, sabato 28 febbraio 2009, p. 46.
4.Ibidem