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mercoledì 29 aprile 2015

 IL PRIMO MAGGIO DI “ODISSEA”

I Martiri di Chicago
Il 1° Maggio io non varcherò alcun ingresso dell’Esposizione Universale.
Anche quest’anno, come del resto ogni anno, il mio 1° Maggio sarà in piazza, assieme a quanti sfileranno per dire no alle condizioni schiavistiche del mondo del lavoro. Per riaffermare che si deve lavorare per vivere e non vivere per lavorare. Come scrittore e come libertario sarò in piazza, come sempre, perché conosco la storia e dunque conosco bene il significato di questa giornata. Sarò dunque in piazza per ricordare il sacrificio dei cinque sindacalisti anarchici assassinati a Chicago l’11 novembre del 1887, per essersi battuti in difesa dei lavoratori, per la giornata lavorativa di 8 ore e per i diritti di chi produce tutto e non possiede nulla.
In memoria di quei martiri i cui nomi sono Engel, Fischer, Lingg, Person, Spies, i movimenti internazionali operai proposero alcuni anni più tardi, e precisamente nel 1890, di dichiarare il 1° Maggio di ogni anno, giornata internazionale di lotta e di ricordo. In memoria di quei martiri io continuerò ad essere in piazza.
Angelo Gaccione 
     
ALLI BENIGNI LETTORI

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La provocazione dell’attualità
di Giovanni Bianchi

Daniel Buren: "Come un gioco da bambini" Museo MADRE


Penultime schermaglie
Anche l'attualità è in grado di provocare. Figuriamoci il passato prossimo. Facendo eleggere al Quirinale Sergio Mattarella Matteo Renzi non ha scelto il suo passato. Probabilmente gli basta avere nel pedigree l'appartenenza agli scout. Chi ha parlato di operazione iperdemocristiana e di ritorno alla Dc è senz'altro fuoristrada e fuori tempo. Nessuno dei partiti della Prima Repubblica è destinato a ritornare, neppure sotto forma extraterrestre.
Renzi ha scelto come suole se stesso e di far ricominciare dalla Leopolda la storia italiana: post Matteum  natum: pmn.
E intorno alla sua leadership si raduna una antropologia sempre più divisa e divisiva. Naufraghi dell'ideologia e del delirio narcisistico che si aggrappano a un posto come ultima tavola di salvezza e non avendo altro nel cuore. Nuove generazioni alla ricerca di un futuro non programmato e quindi introvabile.
Resta l'antico giudizio sull'italica gente del Leopardi del 1824. Continuiamo mancare di dimensione interiore e di classe dirigente. La corruzione è figlia della mancanza di dimensione interiore. Il ceto politico è figlio della mancanza di classe dirigente. Ad ogni tappa parlamentare si rifà il gioco del re della montagna. E nel tempo medio-lungo il gioco è destinato ad annoiare ed allontanare l'elettore.

Un recente convegno
Un recente convegno promosso dalla rete “C3dem” ha tematizzato e titolato: "L'attualità politica provoca i cattolici democratici". Invitando a por mente alle scelte del governo Renzi, alle riforme costituzionali, alla leadership e alle aree nel PD, all'elezione appunto del presidente Mattarella...
Visto che Franco Monaco ha esordito dicendo che siamo oggi più divisi nel PD che nell'Ulivo prodiano, mi pare che sia il discorso sul partito a porsi ancora una volta come primo problema. Del resto il senso dell'efficacia storica del cattolicesimo democratico é di essersi fatto partito.
Se il non dimenticato Paolo Giuntella sosteneva, con una allure lievemente nietzschiana, che il cattolicesimo democratico può essere considerato una collazione di biografie, è pur vero che sta nell’essersi fatto partito il suo peso e la sua importanza. Luigi Sturzo ha chiaro che non è sufficiente come orizzonte culturale la dottrina sociale della Chiesa, l'essere cattolici e neppure una salda leadership. Un atteggiamento che contiene un'importante insegnamento per la fase attuale.
Usciamo infatti da due decenni di ingegnerie istituzionali sulle regole ed è venuto il tempo probabilmente di occuparsi con più attenzione dei soggetti politici chiamati a scendere in campo per giocare la partita.
Renzi si colloca indubbiamente alla fine della cultura politica cattolica, ed è il figlio emergente da questa fine, non certamente la causa della fine. "Rottamazione" è la parola d'ordine del nuovo corso. Renzi vince, lungo strade inedite, perché rompe con "l'eccesso diagnostico" (l'espressione è di papa Francesco) e con la democrazia discutidora proponendo agli elettori italiani il decisionismo mediatico dell'esecutivo.
Questo è il "bene" in nome del quale anche i più avveduti hanno scelto di rinunciare alle discussioni circa il "meglio". Una fiducia che tuttavia non può durare a lungo soltanto con questa motivazione e che per molti versi assomiglia al tifo sportivo: da una parte con Pierluigi Bersani i fans del Grande Torino, e dall'altra con l'ex sindaco di Firenze i fans della Nuova Fiorentina.
Il problema che si pone é il solito: quale sia il luogo dal quale guardare alla fase attuale, alle tensioni che l'attraversano e agli esiti possibili. Insomma, da quale forma del politico tu guardi e io guardo?
Risolvere questo problema non è un quesito astratto, perché ne discende insieme la sensatezza e l'efficacia del mio prendere posizione. Ossia ne discende la politicità del mio riflettere sulla politica e del mio intervenire sulle vicende politiche, in ciò differenziandosi dalle sentenze dello studioso, dalle informazioni del giornalista, dal giudizio di un oppositore interno di Renzi, dalla battuta dell'avventore al bar che si occupa del gossip politico a partire dalla sezione dedicatagli dalle apposite pagine della "Gazzetta dello Sport".
 
Daniel Buren "Come un gioco da bambini" Museo MADRE
La morte della patria
La morte della patria è un libro controverso ma non inutile di Ernesto Galli della Loggia, un libro che fa discutere e che obbliga a discutere anche nella fase attuale. Se ne sono resi conto quanti hanno affrontato in termini non soltanto storiografici o propagandistici il settantesimo anniversario del 25 Aprile.
Non a caso per le associazioni partigiane il confronto impari continua ad essere quello con l'anagrafe che inesorabilmente ci priva dei protagonisti. Mentre la comprensione degli eventi complessivi della Lotta di Liberazione è consentita da uno sguardo che includa e documenti il concetto di resistenza civile.
Va subito chiarito che il concetto di resistenza civile ha come riferimento la diagnosi di Pietro Scoppola. Firmando la prefazione al libro su La resistenza di una comunità Scoppola scriveva: "Due sono i motivi centrali delle tesi revisioniste: il primo è quello della "lunga zona grigia" di indifferenza e passività fra le due posizioni minoritarie in lotta crudele fra loro, quella dei resistenti e quella di coloro che si batterono per la Repubblica di Salò; il secondo è quello della crisi della nazione, quale si era faticosamente venuta formando negli anni del Risorgimento e dell'Italia unitaria, della tragedia dell'8 settembre, che diventa la data simbolo della "morte della patria"."  
Scoppola osservava di seguito che la conseguenza di queste idee largamente proposte e diffuse a livello di opinione pubblica è stata quella di tagliare le radici stesse della Repubblica e della Costituzione, con effetti politici che ancora scontiamo. Troppe cose hanno finito così per essere immolate sull'altare della "zona grigia" diventata un moloch inaccettabile. Anzitutto una corale partecipazione di popolo, anche se a diverse intensità. In particolare a farne le spese è stata la memoria della faticosa e diffusa partecipazione degli italiani senza la quale i combattenti in montagna non avrebbero avuto un retroterra.
La popolazione italiana nel suo insieme non fu infatti né inerte né indifferente di fronte ai drammi provocati dall'8 settembre: dai soldati allo sbando, a inglesi e americani in fuga dai campi di prigionia, agli ebrei salvati con le modalità più ingegnose e talvolta rocambolesche, al rifiuto della chiamata alle armi imposta dalla Repubblica Sociale, alla resistenza dei militari "badogliani", agli ufficiali e ai soldati che resistettero nei Lager per fedeltà al giuramento al re, all'apporto delle donne e del clero, fino alla diffusa presenza cattolica intuita da Chabod e non confinabile nella sola categoria dell'attendismo.
È il tessuto morale e civile di chi si batte per la salvaguardia dei valori fondamentali di convivenza e di rispetto della persona umana, così come saranno poi codificati dalla lettera della Costituzione. Perché il coraggio di prendere le armi non può essere considerato l'unica forma di partecipazione e di coinvolgimento. Anche se il giudizio di De Felice sottolinea la consistenza dello spirito della Costituzione del 1948 e quindi del personalismo costituzionale, rispetto alla labilità della coscienza nazionale.

Daniel Buren "Come un gioco da bambini" Museo MADRE

Il dilemma delle forme del politico
Tutto il discorso sulla Resistenza, sulla sua ampiezza di coinvolgimento, sulle cifre e sui soggetti, ma anche sui numeri, sulle classi, sui territori, sui ceti sociali, sui mondi regionali italiani come sul mondo cattolico non può prescindere da alcuni concetti perfino elementari che il dibattito della politica politicante ha abbondantemente dimenticato.
Si tratta di ripetere che anche nella turboglobalizzazione non si entra come cittadini del mondo, ma con diverse e storiche identità popolari. Se dunque non ci può essere patria senza popolo, ci può essere politica senza popolo?
C'è una crisi nelle forme del politico italiano della quale nessuno sembra preoccuparsi. È per questo che non si critica, non si prende posizione, ma ci si schiera come tifosi. Si può ad esempio lanciare l'idea di un "partito della nazione" senza interrogarsi su a che punto siamo in quanto italiani del 2015 con l'idea e la sostanza della nazione.
Si può fare una politica a prescindere da un qualche idem sentire in quanto popolo?
Dovrebbe oramai essere a tutti chiaro, dopo tante prove e tanti scacchi, che non è possibile fare politica soltanto a partire dalle regole. Il problema infatti restano comunque i soggetti. Ed è dimostrato che le regole in quanto tali non sono maieutiche dei soggetti.
Si è puntato sempre a cambiare le regole del gioco; i soggetti restano latitanti e quindi impossibilitati a giocare. Non è stata breve la stagione nella quale ci si è affaticati con l'ingegneria delle leggi elettorali a strutturare quello che un tempo veniva chiamato il quadro costituzionale e in generale tutto il campo delle presenze politiche lungo un viale che conducesse al bipolarismo.
Ci fu poi il tempo del partito "a vocazione maggioritaria", figlio di una teologia politica che ho sempre faticato ad intendere. E adesso la prua della politica italiana sembra dirigersi verso una formazione politica a vocazione egemonica, pensata come partito dalla nazione.
Ma anche qui torna comunque la domanda: ci può essere una nazione e un partito della nazione senza popolo? Non è necessario aver letto tutti i libri di Asor Rosa per essere inseguiti da un simile dubbio.
Chi lavora al popolo? I partiti non erano per Mortati, Capograssi, e anche per Togliatti il civile che si fa Stato? Era completamente fuori strada il leader del Pci quando sosteneva che quella italiana era una Repubblica fondata sui partiti? Non erano in molti ad essere preoccupati della scarsa solidità delle nostre istituzioni con la conseguenza del nostro tardo e lento farci nazione? Dove condurrà questo scialo di discorso politico disinteressato al senso storico e improntato a una sorta di marinettismo pubblicitario?

Daniel Buren "Come un gioco da bambini" Museo Madre

L'anniversario del 25 aprile
Mi ha lasciato perplesso la "leggerezza" del messaggio del governo in carica sul settantesimo anniversario del 25 Aprile. Tutt'altro discorso dal Quirinale, quello antico e quello nuovo. Sergio Mattarella è risultato presente, puntuale, perfino didattico ed esauriente. Si è lasciato alle spalle il fantasma del muto di Palermo. L'intervista al direttore di "Repubblica" è un saggio di spessore insieme storico e politico e può ben costituire una mappa di lavoro. Altrettanto ha fatto Giorgio Napolitano sul "Corriere della Sera", anche in questo caso evitando inutili celebrazioni per andare al nocciolo politico della storia e del problema.
Non lo stesso si può dire dei politici di nuova generazione, ininfluenti o assenti perché la Resistenza non entra facilmente in un tweet o perché gli importa il potere più delle ragioni che consentono e consigliano il governo.
Eppure è un grave errore dei populismi e della politica in generale senza fondamenti questo disinteresse per le radici e soprattutto per le soggettività storiche. Così si riduce il messaggio politico a una sorta di fiera del bianco programmata dal vicino centro commerciale, dando l'aria di affidarsi a una scarsa visione destinata a non andare lontano.
Per questo ho sintetizzato in tempi di biopolitica un'espressione briantea di anatomia politica suggeritami dal Guido Bollini, il mio compagno di banco al liceo classico "Zucchi" di Monza: "Così stiamo prendendo la vacca dalla parte delle balle".
Senza soggettività c'è solo pubblicità vincente, ma gli annunci pubblicitari non durano a lungo e non supportano una politica resistente nel lungo periodo.
Va detto che sui contenuti resistenziali imposti dall'anniversario si è invece impegnata la ministra della Difesa Roberta Pinotti, che è arrivata ad inventare la premiazione con badante (compite crocerossine in divisa) dei partigiani superstiti all'anagrafe in una commovente cerimonia svoltasi al Ministero.
Onore al merito perché la scout Roberta si è distinta rispetto ai più giovani colleghi di governo che parlano con accattivante competenza di problemi che non conoscono. C'è anche qui da farci un pensiero, perché la politica, più della natura, riesce a far vivere e a far campare ossimori curiosi. Lo sottolineo perché nei confronti della Pinotti nutro da dopo la strage parigina di Charlie Hebdo qualche preoccupazione.
Roberta, come Paolo Gentiloni agli Esteri, condivide con la maggioranza dei democratici italiani l'abitudine mattutina del cappuccino con brioche. Solo che i due ministri in carica tutte le mattine, a metà cornetto, dichiarano guerra alla Libia... Qualcuno li avverta che Angelo Del Boca, il miglior storico al mondo di Cirenaica e Tripolitania, è italiano e risiede, tuttora lucidissimo e disponibile, nel nostro Paese. E tutto, fin dall'improvvido inizio voluto da Sarkozy, ha consigliato tranne la guerra.

Daniel Buren "Come un gioco da bambini" Museo MADRE

Un inedito che fare
Era Borges che scriveva: "Se potessi vivere un'altra volta comincerei a camminare senza scarpe dall'inizio della primavera e continuerei così fino alla fine dell'autunno. Farei più giri in calesse, contemplerei più albe e giocherei con più bambini, se avessi un'altra vita davanti a me. Ma come vedete, ho già ottantacinque anni e so che sto morendo". Appunto questo è il problema: sì, la vita bisognerebbe viverla due volte... Ma intanto?
Intanto è importante rendersi conto dei termini e delle stagioni in disuso. Tenere le distanze dall'apocalittica e dall'iperbole. Non va lontano un Paese dove l'abitudine è di raccontare barzellette ai funerali.
Bisogna piuttosto avere il coraggio di riflettere sull'ironia della storia: la storia è siffatta che dà ragione a chi mezzo secolo prima si trovava con i piedi nel torto. È da uno scenario simile che possiamo provare a chiederci come l'attualità provochi i cattolici democratici.
Anzitutto riconoscendo una cesura e poi chiedendoci: cosa resta?, a che punto siamo?
Mi chiedo quanto il mio dossettismo possa essere tuttora valido. Nella fase in cui tutti  siamo congedati dal Novecento.
Dossetti si confida  in quello che possiamo ritenere il suo testamento spirituale, pronunciato a Pordenone nella Casa Madonna Pellegrina il 17 marzo del 1994:
"E pertanto la mia nazione cosiddetta politica è stata essenzialmente azione educatrice. Educatrice nel concreto, nel transito spesso dalla vita politica". Non una scuola di formazione dunque, ma una politica nel vivo delle strutture e della battaglia politica, come il partito.
E adesso?
Tutte le politiche in campo prescindono dal "progetto", come figura montiniana del cattolicesimo democratico. Queste politiche muovono infatti da due cesure.
Dopo l'Ottantanove l'Italia è l'unico paese al mondo ed in Europa ad avere azzerato tutti i partiti di massa.
In secondo luogo l'ingresso del partito democratico nella famiglia socialdemocratica europea chiarisce due cose: le culture politiche non organizzate svaniscono e si suicidano (Toynbee); Renzi non taglia nessun nodo gordiano a Bruxelles. È giovane ed ha la vista buona e capisce che il nodo non c'è più.
Non Fioroni, non la Bindi e tantomeno Marini alzeranno barricate o minacceranno diserzioni. Si trattava soltanto del residuo di una rendita elettorale. Niente di più.
Un altro punto di vista va recuperato, ed è quello esplicitato nella conferenza trilaterale di Kyoto del 1975.
Le relazioni sono tenute da Watanuki, Crozier e Luhmann. Le analisi sono convergenti: ci troviamo di fronte a un "eccesso di partecipazione" e di democrazia nel mondo. Il caso più eclatante è quello dell'Italia.
Tutto si muove da allora all'interno di una polarità rappresentata dalla governabilità da una parte e dalla democrazia dall'altra. La tensione tra i due poli continua ad essere forte e i populismi ed i decisionismi piegano il bastone tutto dalla parte della governabilità.
Orbene è chiaro che una democrazia senza governabilità fa deperire se stessa e si autodistrugge. Ma è anche vero che può darsi governabilità senza democrazia.
Il fatto curioso della fase è che una comunicazione onnivora riesce tuttavia a mantenere al proprio interno e nei rapporti con la pubblica opinione gli arcana imperii. Che altro è il patto del Nazareno? Ha ragione Christian Salmo: "Governare oggi vuol dire controllare la percezione dei governati".
La sindrome di Pasolini colpisce la democrazia: "Hanno considerato "coraggio" quello che era solo un codardo cedimento allo spirito del tempo".
È bene collocarsi oltre l'eccesso diagnostico, ma è anche bene chiedersi quanto può durare la scelta del bene invece del meglio.

Daniel Buren "Come un gioco da bambini" Museo Madre

Il punto di vista
Costruire un punto di vista (condiviso) è sempre il compito preliminare.
C'è chi auspica la redazione di un nuovo Codice di Camaldoli, non solo tra i cattolici democratici. L'esperienza suggerisce con chi: un problema che va oltre le alleanze, com'è il caso milanese del Circolo Dossetti.
Un problema che ovunque l'esperienza suggerisce di affrontare oltre le alleanze, perché gli interlocutori non possono essere prefabbricati sul piano teorico.
Per quanto riguarda la forma partito sono favorevole alla creazione di correnti, perché non conosco altro strumento per far vivere un partito. È necessario tener conto della logica del motore a scoppio, del quale continuiamo a servirci, nonostante le perdite evidenti...
Ma i cattolici democratici allora chi sono? Allora, chi siamo? In che senso esistiamo ancora?
In mezzo c'è tutta la fase politica; quella "transizione infinita" che Gabriele De Rosa ha evocato e che stiamo tuttora attraversando.
In mezzo c'è l'Ottantanove, la caduta del Muro e l'azzeramento in Italia dei partiti di massa. Tornano i fondamentali della nostra storia nazionale: Togliatti che ripeteva che la nostra era una Repubblica fondata sui partiti; l'avvertenza che non esiste cultura politica se non organizzata.
E adesso che si sono consumate tutte le culture politiche del Novecento? (Il partito più vecchio è la Lega Nord. E risultano quindi comprensibili, alla luce della constatazione appena fatta, gli sforzi di Bossi per accreditarsi come discendente da una tradizione di famiglia politica, in un Walhalla, o meglio in uno scenario hollywoodiano, dove scorrazzano i Celti (?) e il dio Po, le cui acque devono essere aiutate a raggiungere la laguna veneziana…
Insomma, resta ancora in giro qualche richiamo della foresta, ma non ci sono più le foreste: per nessuno! Ecco perché si è dedicata un po' d'attenzione all'ingresso del PD nella famiglia socialdemocratica europea. In un pomeriggio è affare fatto. Le proteste addirittura non si levano. Il più pragmatico di tutta la compagnia, il saggio Franco Marini, dichiara che per lui è un onore seppellirsi nella grande tradizione socialdemocratica, vuoi perché anche la socialdemocrazia è finita, e vuoi perché a un vero pragmatico potrebbe anche andar bene un esito politico islamico...
Già Renzi, alla serata conclusiva delle primarie con Bersani, aveva evocato davanti alle televisioni Mandela come punto alto di riferimento, e non La Pira o don Milani: perché Mandela era più prossimo e intimo al mondo fiorentino della sua generazione di La Pira o don Milani.

Verso dove?    
Tutte le politiche che abbiamo di fronte sono "senza fondamenti". Non hanno e non cercano un progetto, ma presentano una leadership decisionista e vincente. Le puoi giudicare solo a posteriori, dagli effetti, e non per rapporto a un disegno preventivamente esaminato.
Tutto si muove all'interno di una polarità: governabilità/democrazia. A partire dalla Trilaterale di Okinawa del 1975.
Senza governabilità –vale la pena ribadirlo– la democrazia deperisce e muore. Ma ci può essere governabilità senza democrazia. Le distanze tra il cattolicesimo democratico e il renzismo, ma anche tutto questo PD, sono evidenti. Io stesso, pur lavorando da sedici anni con i circoli Dossetti, sono anomalo rispetto al Dossetti del testamento di Pordenone.
Cerco in tutte le maniere di colmare la distanza, ma la distanza consiste perché dentro i tempi è lo spirito del tempo a prevalere. Quando Sandro Antoniazzi ed io ci autodefiniamo "Cattolici Democratici Lombardi" mettiamo un'etichetta su un barattolo dove ci sono più intenzioni che tradizioni e acquisizioni. La nostra moralità è saperlo e dirlo in giro.
Detto questo, mi va assolutamente bene che ci sia una corrente e più correnti nel partito
 –comunque– e che il partito si correntizi. È l'unico modo fin qui conosciuto per aprire un dibattito e una dialettica. Senza correnti il partito della nazione mi inquieta di più che con le correnti e i loro difetti.
Le correnti possono creare cultura e selezionare classe dirigente, altrimenti la "velocità" introdotta dai rottamatori li erigerà prestissimo in "nuova casta".
Che fare? Rientrare nelle catacombe da reduci, e, con il guadagno del reducismo, provare a buttar giù la brutta copia per l'elaborazione di un nuovo "Codice di Camaldoli".
Quindi –è un'ossessione– costruire insieme un punto di vista comune alle generazioni. Che è sempre stato l'assillo degli operaisti...
Del resto il cattolicesimo democratico è sempre stato a sua volta una cultura aperta, disponibile ad ibridarsi con altre culture politiche. Senza dimenticare, in particolare nell'area milanese, che non è abituale una distinzione netta tra cattolicesimo politico e cattolicesimo sociale. Un'avvertenza da tenere bene presente quando sono gli Stati forti che stanno decidendo e non quelli minimi. Al massimo uno Stato "flessibile" può essere nel nostro orizzonte; non uno Stato minimo. 




PIÙ ALBERI MENO CEMENTO
Appello di Amalia Navoni


Vi ringrazio se scriverete anche voi in modo urgente una simile email alle autorità sotto elencate. Vogliono costruire uno stadio nell’area del Portello fiera, viale Scarampo e lo decideranno in questi giorni.
Ciao Amalia
A: Sindaco.pisapia@comune.milano.it'; 'Assessore.decesaris@comune.milano.it'; Assessore.bisconti@comune.milano.it'; 'Roberto_Maroni@regione.lombardia.it'; pdamico@corriere.it'; 'mgiannattasio@corriere.it'; 'o.liso@repubblica.it'; marianna.vazzana@gmail.com'
Oggetto: al Portello più alberi No stadio
Priorità: Alta

Gentili autorità,
secondo l’Accordo di Programma Fiera  del giugno 2014 sottoscritto da  Fondazione Fiera, Regione Lombardia e Comune di Milano, nell’area del Portello non è urbanisticamente concepibile la realizzazione di un nuovo stadio. Vi preghiamo dunque di non compiere questo crimine urbanistico .  Al Portello occorrono  più alberi, più verde e servizi non impattanti sull’ambiente urbano”.

Amalia Navoni
PER RIMANERE UMANI

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Chiara Pasetti segnala ai nostri lettori il convegno

NEL CUORE DEL CORPO:
estasi, parole, passioni
Monastero di Fonte Avellana, 1/3 maggio 2015

L’Associazione Italiana di Psicoanalisi (A.I.Psi), l’International Association for Art and Psychology (I.A.A.P.) e il Monastero di Fonte Avellana, presentano il convegno interdisciplinare: Nel cuore del corpo: estasi, parole, passioni che si svolgerà dal 1 al 3 maggio 2015 presso il Monastero di Fonte Avellana, curatore Matteo De Simone psicoanalista ordinario e resp.culturale A.I.Psi., direzione organizzativa di Anouck Vecchietti Massacci e Gianni Giacomelli.
Le giornate di Fonte Avellana si propongono di mettere a confronto studiosi di diversa estrazione, alla ricerca delle reciprocità e nel rispetto delle differenze tra le diverse discipline, nella convinzione che solo l’incrociarsi delle idee può essere fecondo, ancor più in un’epoca così confusa ed esteticamente superficializzante come la nostra.
Le giornate prevedono relazioni magistrali tenute da eminenti studiosi nazionali e internazionali come il filosofo Franco Rella, lo scrittore Walter Siti, premio Strega 2013, il grecista Giulio Guidorizzi, lo psicoanalista Ignazio Cannas, la dantista prof.ssa Claudia Villa, rappresentanti di diverse confessioni religiose come Swamini Hamsananda Giri, vicepresidente Unione Induista italiana, Imam Yahya Pallavicini vice presidente Comunità Islamica Italiana, il Priore di Fonte Avellana Gianni Giacomelli. “Conversazioni” è una sezione in cui alcuni studiosi di varie discipline saranno chiamati a discutere sul tema proposto.
Al convegno prenderanno parte artisti di chiara fama come fotografi, pittori e scultori che avranno un loro spazio espositivo, poeti, scrittori, musicisti e danzatori con le loro perfomance: Tiziana Cera Rosco: poeta- performer; Alessandra Cristiani: ballerina contemporanea; Tina Massari: fotografa; Flavia Mastrella: scultrice, creatrice di habitat; Luca Rossi: musicista; Stefano Scheda: fotografo; Swamini Atmananda: Danza Classica Indiana; Giovanni Tariello: pittore; Francesca Tilio: fotografa, Mona Lisa Tina: performer.  “L’Io – scrive Freud nell’ Io e l’Es - è anzitutto un essere corporeo, non è soltanto un’entità superficiale, ma è esso stesso la proiezione di una superficie”. Jean Luc Nancy afferma che non abbiamo un corpo ma "lo siamo, lo esistiamo": il corpo è il luogo dell'esistenza, dove viene in presenza il carattere temporalmente limitato dell'essere. Dire che siamo un corpo sposta l'argomentazione su di un livello ontologico, perché se il corpo non è l'attributo di una sostanza (l'anima, la psiche o altro) si ha il superamento della distinzione aristotelica tra sostrato e qualità in quanto la modalità diviene parte integrante dell'essere.
Il corpo è il luogo-logos, l’òikos, in cui ha inizio la vita dell’animale uomo. Prima ancora che nel corpo, la vita di ogni individuo prende avvio nella rappresentazione mentale che i suoi genitori se ne fanno.
Nel corpo questa rappresentazione si fa concreta. Mai come in questo momento della vita il corpo parla di colui che lo abita, così come mai come in questo momento della vita due corpi sono in così stretta relazione. Mai come oggi, nelle società del consumo il corpo è soggetto a tentativi di mutamento alla ricerca di una perfezione tanto da esitare nell’indistinto, nella frammentazione e perfino nell’amputazione. Sembra che il corpo non è più l’uomo ma che l’uomo abbia un corpo, esso è percepito come un vestito che a seconda delle circostanze, degli umori del tempo deve essere cambiato, sostituito, modificato. Il corpo viene lavorato, accessoriato, celebrato in omaggio a una libertà da ogni limite morale che nei decenni scorsi fungeva da impedimento al suo possibile uso. Nello stesso tempo questa libertà presunta diventa una forma di controllo da parte del potere, a partire dalla ri-creazione di un corpo attraverso la chirurgia estetica, la consacrazione di un corpo unico e perfetto che diventa canone estetico verticalmente imposto e riproducibile all’infinito, tutto questo produce una negazione della propria storia, della propria identità, quindi ogni cosa può essere negata e affermata in una sorta di gioco d’azzardo senza però alcun premio se non l’illusione di un’intangibilità di se stessi e del proprio desiderio.


lunedì 27 aprile 2015

SULLA DARSENA DI MILANO
La Darsena nel 1964
Caro Beppe Boatti, cari amici,
sono stato ieri pomeriggio sui Navigli – arrivando dalle mal cementate sponde e costeggiando la nuova orrenda passerella costruita a prezzo di platino – per vedere le ultime “brutture” prima dell’inaugurazione – domani – da parte del re travicello accompagnato da schiere di corifei strapagati e strombazzanti. Stavano dando i penultimi colpi di martello ma pare che nessuno abbia rivolto all’opera realizzata la celebre frase: “Perché non parli?”. Temevano si aggirasse la guardia (di finanza).
Al mio commento (mercato e bar sono osceni) una vecchia signora ha esclamato “Ma come è negativo lei!”. Ne avessero azzeccata una! La Darsena odierna – vista in un pomeriggio di sole – è ancora più orrenda. Svetta il cubo nero da 6 metri di lato (a 30 metri da dove entra il Naviglio)e la sporcizia si raccoglie dove hanno riesumato un pezzettino di Ticinello mentre per l’aere si sparge il profumo di fritto della vasta pescheria e s’intrecciano le numerose piste ciclabili. Immaginatele con turisti numerosi. Sorry forever.
Una veduta della Darsena oggi (2015)

Il cubo ha due pregi:
mostra render belli, falsi e variabili delle altre opere realizzate a carissimo prezzo.
i turisti potranno così evitare di passeggiare e dedicarsi ad una lunghissima sosta negli accoglienti e proliferanti locali mentre aumentano barconi EXPOsitivi e musicanti. Alcuni trovano bella la piazza.
Quale piazza? Per fortuna – ci hanno provato – non sono riusciti a distruggere la bellissima quercia.

Luigi Caroli

sabato 25 aprile 2015

25 APRILE. HOTEL REGINA, LUOGO DI TORTURATORI
Regaliamo ai lettori di “Odissea” per questo 25 Aprile 
la foto della lapide che ricorda il sinistro Hotel Regina, 
perché la memoria resti viva e vigile. 
La lapide fu voluta da una nutrita schiera di cittadini antifascisti milanesi. 
Riproduciamo il testo di quell’appello e di alcuni firmatari.

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Al Presidente del Consiglio Comunale
di Milano Manfredi Palmeri
Oggetto: Ex “Albergo Regina”, Milano

Gentile Presidente,
in collaborazione con l’ANPI (Ass. Nazionale Partigiani d’Italia), noi promotori di questa richiesta ci stiamo occupando di ricerche storiche sulle attività nazi-fasciste a Milano.
In tale ambito ci siamo resi conto che nella nostra Città, insignita della Medaglia d’Oro della Resistenza, esistono luoghi completamente rimossi dalla memoria collettiva nei quali si sono svolte pagine importanti e drammatiche della storia.
Uno di questi luoghi è l’ex “Albergo Regina” di via Silvio Pellico 7 (altro ingresso in via Santa Margherita 6), a pochi passi da Piazza del Duomo. In esso, dal 13 settembre 1943 al 30 aprile 1945, ebbe sede il quartier generale nazista a Milano, con i comandi provinciale e interregionale della Polizia di Sicurezza (SIPO), del Servizio di Sicurezza (SD) da cui dipendeva la Gestapo, e dell’Ufficio IV B4 incaricato della persecuzione antiebraica.
Lì agiva il colonnello delle SS Rauff, uno dei più stretti collaboratori di Eichmann, comandante della SIPO-SD avente autorità su Piemonte, Lombardia e Liguria.
Alle dirette dipendenze di Rauff era il capitano Theodor Saevecke, capo della Gestapo a Milano, condannato all’ergastolo il 9 giugno 1999 dal Tribunale Militare di Torino come responsabile dell’eccidio dei Quindici Martiri di Piazzale Loreto del 10 agosto 1944, al quale era affidato il comando avanzato della città.
L’“Albergo Regina”, dove fu detenuto anche Ferruccio Parri, fu un posto terribile e di grande importanza per il lavoro di ricerca poliziesca che vi si faceva in stretto rapporto con la Legione Muti di via Rovello 2, la X Mas, le brigate nere, e la banda Kock di “Villa Triste” di via Paolo Uccello 17/19. Esso è tristemente noto per essere stato luogo in cui la tortura e l’assassinio erano le regole di comportamento. Saevecke si serviva del cosiddetto ‘macellaio’ Gradsack, e ‘lavorava’ a stretto contatto con i sanguinari Otto Kock, sottufficiale Gestapo, e Franz Staltmayer, detto la belva, armato di nerbo e cane lupo. Dall’“Albergo Regina” i catturati (ebrei, partigiani, antifascisti, sospettati, ecc.) venivano avviati al carcere di San Vittore, in alcuni casi direttamente ai trasporti partiti dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano per essere deportati. Una struttura simile a quella romana di via Tasso, a quella torinese dell’Albergo Nazionale, a quella parigina dell’Hotel Lutetia. A Milano, in via Silvio Pellico o nelle vicinanze non c’è nemmeno una lapide che ricordi cosa c’era o cosa vi avveniva. Riteniamo, insieme ai firmatari di questa richiesta, che la nostra Città debba ricordare, almeno con una lapide nel luogo in cui uomini e donne hanno conosciuto inaudite sofferenze, quella triste e drammatica pagina della sua storia.

Cordialmente,
Giovanni Marco Cavallarin, professore
Roberto Cenati, coord. ANPI Zona 3, Milano
Emanuele Fiano, parlamentare
Ernesto Nobili, consigliere provinciale
Antonio Quatela, professore

A  seguito di questo appello sul lato dell’ex Albergo Regina è stata murata una targa alla memoria. Quanti siano digiuni di quei fatti storici e soprattutto i giovani studenti, possono fare un sopralluogo in via Silvio Pellico, tra la Galleria e piazza Scala. (Odissea)

venerdì 24 aprile 2015

RESISTENZE
Il contributo anarchico alla Resistenza a Milano e non solo
di Angelo Gaccione

Voglio ricordare il 25 Aprile di quest’anno parlando di un libro. Un libro importante e che rende giustizia ad una delle tante forze protagoniste della Resistenza. Giustamente, e correttamente, si comincia a parlare di Resistenza al plurale, perché tante sono state le anime che vi hanno preso parte (nelle forme e nei modi più diversi) e hanno contribuito al suo successo. E questo è tanto vero, se ci si prende la briga di andare ad indagare il moto resistenziale città per città, paese per paese, borgo per borgo, frazioni e campagne dove i fatti sono avvenuti. Prestando attenzione però a non separare dalla lotta armata partigiana, tutto il resto che le ruota attorno. Penso alle staffette, alle azioni di sabotaggio, agli aiuti dei contadini, a chi forniva informazioni, distribuiva materiali di propaganda, nascondeva renitenti e ricercati, proteggeva quanti rischiavano la deportazione, forniva viveri, decideva di disertare, e così via. Il grosso di queste persone spesso non apparteneva ad alcuna formazione politica; erano italiani che detestavano il fascismo, e che in seguito vivranno come un tradimento la svendita del governo all’occupante nazista. Questo tradimento fu decisivo per spingere verso la Resistenza settori insospettabili: ambienti militari, religiosi, borghesi acculturati e non solo strati popolari.
 “Odissea” nei suoi numeri cartacei, ha dedicato ampio spazio all’altra Resistenza. Ha dato conto del contributo delle donne: al saggio di Caterina Arena “La militanza femminile antifascista” da me fatto pubblicare dalle Edizioni Nuove Scritture, “Odissea” ha dedicato una densa serata al Cral del Comune di Milano di via Bezzecca, con la presenza di ex partigiane, il nipote di Ferruccio Parri, e con testimonianze dirette di ebrei, cattolici, valdesi e così via. Del contributo dei valdesi e degli anarchici alla Resistenza abbiamo parlato ampiamente sul giornale; così è stato per il contributo dei brasiliani, con un documentatissimo scritto di Francesco Piscitello. Piscitello ha inoltre avuto la possibilità di avere una lunga conversazione con il partigiano “Arturo” (allora unico sopravvissuto del gruppo partigiano dell’Oltrepò pavese), uno dei protagonisti dell’arresto di Mussolini, che ha raccontato al nostro giornale il viaggio fino a Milano del cadavere del duce, della Petacci e dei suoi gerarchi. Per noi, dunque, le varie facce della Resistenza erano un dato acclarato. 



Mauro De Agostini e Franco Schirone con questo recente volume “Per la rivoluzione sociale. Gli anarchici nella Resistenza a Milano. 1943-1945” (Edizioni Zero in Condotta, pagg. 368, € 20), apportano un altro prezioso contributo a queste ricerche. Ben documentato e ricco di materiali, eventi, nomi, luoghi e protagonisti, il saggio dei due studiosi del movimento libertario, prende le mosse dalla ascesa al potere del fascismo fino alla sua parabola finale. Da subito gli anarchici si rivelano come i più decisi oppositori, e da subito la repressione violenta si abbatte su di loro: sedi, giornali, sindacati (si pensi solo all’Unione Sindacale Italiana) vengono requisiti, sciolti o distrutti. I dispacci della polizia fascista parlano dei militanti anarchici come dei più attivi e pericolosi. Assassinati o costretti all’esilio, il regime tenterà di far piazza pulita di loro e degli altri antifascisti. Ma anche in esilio continueranno a rimanere attivi e quando arriverà il 1943, i gruppi che a Milano hanno saputo strutturarsi e rimanere legati al territorio, daranno prova del loro valore e del loro radicamento nei quartieri e nei luoghi di lavoro. Il libro registra dettagliatamente le azioni dei partigiani anarchici zona per zona, e mostra come in numerose occasioni il loro apporto sia decisivo e spesso in anticipo rispetto ad altri gruppi, nella cacciata delle milizie fasciste, nella presa di caserme, nella liberazione di parti della città, nella distribuzione di indumenti, cibo e altre necessità.


 Le formazioni “Bruzzi-Malatesta” operano a Milano e dintorni e sono attive in decine e decine di azioni armate e di sabotaggio. Il numero dei militanti censiti e operanti su più livelli è significativo e altrettanto lo saranno le perdite. Molti altri militanti combatteranno inquadrati in formazioni non necessariamente anarchiche, come le formazioni “Matteotti”, e collaboreranno con i CNL e altri organismi collettivi, in cui oltre a loro ci sono comunisti, socialisti, azionisti, liberali, repubblicani, cattolici, marxisti radicali e senza partito. Un volume, dicevo, molto ricco ai fini della registrazione delle tante anime della Resistenza, di cui quella anarchica e anarco-sindacalista sono state parti non trascurabili.
Dobbiamo a questi uomini e a quanti come loro si sono sacrificati e sono morti, le nostre libertà di oggi; spesso dimenticati e nel silenzio delle celebrazioni ufficiali; senza aver nulla preteso: né onori, né privilegi, né carriere parlamentari o posti di comando nell’Italia del dopoguerra. È per questa ragione che ci sono doppiamente cari, ed è per questa ragione che dobbiamo essere in piazza ogni 25 Aprile. Per onorare la loro memoria, per non farli dimenticare, perché continuino ad essere la cattiva coscienza degli opportunisti e dei corrotti. Fino alla resa dei conti.
        


giovedì 23 aprile 2015

LEGGO PERCHÉ…
La Giornata Mondiale del libro
Fernando Botero "Donna che legge"

Se leggi perché è la Giornata Mondiale del libro, e dunque ti è stato imposto da chi lo ha deciso per te, sei un pessimo lettore e un uomo (o donna) senza carattere e spina dorsale.

Se leggi perché lo hanno deciso i festival, le fiere, i premi letterari, o altri baracconi pubblicitari, che considerano i libri alla stessa stregua di una merce qualsiasi, sei un lettore pessimo e sei vittima della società dello spettacolo e di Carosello.

Se leggi i best-seller e quelli strombazzati dai giornali e dai rotocalchi, sei un pessimo lettore e non hai capacità di scelta.

Se leggi senza oculatezza, fai torto ai libri buoni. Ricordati che un buon libro spesso non ha padrini.

Ricorda che i libri di squalità, sommergono quelli di qualità, dunque devi diffidarne e tenertene alla larga. Se leggi questo genere di libri la tua lettura è inutile e non ne ricaverai alcunché.

Leggi ricordando sempre che chi scrive non è mai al di sopra delle parti; che è un uomo schierato, cioè sta da una parte, soprattutto quanti sostengono di non stare da nessuna parte. Dunque sta a te scegliere da che parte stare: se con i poteri o contro di essi; con chi si ribella o con gli oppressori.

Leggi ricordando che un libro deve essere la quintessenza del suo autore. Come Alfieri devi avere in mente che fra autore e libro deve esserci coerenza etica, altrimenti il suo libro è falso.

Se chi scrive è moralmente indegno, anche il suo libro ne risentirà, per importante che sia. Si può perdonare a un libro di essere eticamente indegno, ma mai al suo autore.

Leggi libri pericolosi, liberi, esigenti, ricchi di senso, solo da questi imparerai e ti apriranno la mente. Sono pochi, ma ci sono, sta a noi cercarli fra la massa di spazzatura che invade il mercato.

E ricorda soprattutto che si legge per non dimenticare la barbarie; per sforzarci di cambiare noi stessi e il mondo; per porre “un argine al male”. E questo costa fatica, come la libertà.
Angelo Gaccione



RESISTENZA






Il 25 aprile 1945 tra due città: Milano e San Francisco
di Michela Beatrice Ferri
Opera dell'artista Giuseppe Denti


Mercoledì 25 aprile 1945. Scrive don Francesco Motto: «Alle sette del mattino il cardinale arcivescovo Ildefonso Schuster si recò alla chiesa di S. Vittore per presiedere la processione di penitenza e per celebrare la messa. Durante la predica suonò per l'ultima volta la sirena: il cessato allarme non suonò più, né quel giorno né mai. Quel 25 aprile crollava sotto l'urto dell'insurrezione interna, congiunta con la pressione degli alleati dal meridione, il bastione che nell'Italia del nord i nazisti avevano cercato di creare; con esso veniva anche travolto il regime fascista nella sua espressione di Repubblica Sociale Italiana, satellite dell'occupante tedesco».
A Milano, alle ore 8.00, presso il collegio dei salesiani Sant’Ambrogio di Via Copernico si riunisce il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) che approva all’unanimità la proclamazione dell’insurrezione nazionale. Tra i decreti che vengono emanati, lì, in Via Copernico, si sancisce l’insurrezione generale in tutto il Nord Italia, sono istituiti i tribunali di guerra, e sono disciolti i reparti armati fascisti. Sempre in questa sede vengono nominate le commissioni di giustizia per la funzione inquirente, i tribunali di guerra e le corti d’assise popolari per quella giudicante. Inoltre, si stabilisce inoltre che «i membri del governo fascista e i gerarchi del fascismo colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, di aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e nei casi meno gravi con l’ergastolo». «Vi è implicita, se può dirsi implicita una cosa così evidente, la condanna a morte di Benito Mussolini e dei gerarchi fascisti».
Nel pomeriggio, in quella stessa Milano, le fabbriche sono occupate dagli operai armati. Alla fabbrica “Innocenti” di Lambrate viene issata su un pennone una bandiera rossa, mentre i tedeschi sono ancora asserragliati nello stabilimento.
Dall’altra parte del mondo, a San Francisco, un altro 25 aprile avrebbe ricoperto una certa importanza per la storia contemporanea. Durante la Conferenza di Jalta, tenutasi dal 4 all'11 febbraio del 1945, venne ribadita la volontà di istituire un'organizzazione internazionale per la salvaguardia della pace e della sicurezza. Proprio a questo scopo si stabilì la “Conferenza di San Francisco”, che si tenne il 25 aprile 1945.
Tra il mese di Aprile e il mese di Giugno del 1945, mentre era in corso il sesto anno della Seconda Guerra Mondiale, i due edifici originari del San Francisco War Memorial divennero il luogo di nascita delle Nazioni Unite. Molte delle sessioni plenarie della “Conferenza delle Nazioni Unite sull’Organizzazione Internazionale” -la conferenza in cui si riunirono i rappresentanti di cinquanta nazioni- ebbero luogo nella War Memorial Opera House. Qui vennero elaborati i 111 articoli della Carta, che fu poi adottata all’unanimità il 25 giugno 1945.
Fu nel Veterans Auditorium -ora chiamato “Herbst Theatre”- che il Presidente degli Stati Uniti, Truman, altri capi di stato e politici firmarono la Carta delle Nazioni Unite: era il giorno successivo, il 26 giugno 1945. Così si concluse la Conferenza di San Francisco.
Due diverse città, che io amo -anche se Milano è la “mia” città-. Un giorno celebre: il 25 aprile. E quel piccolo tram proveniente da Milano, con le panche in legno, che attraversa Lombard Street!
SCHIAVI MODERNI ED ECATOMBE
Evitare che il Mediterraneo divenga un cimitero,
miniera di arricchimento per esseri disumani:
Non ostante, si può fare.

di Paolo Maria Di Stefano


Fino a qualche giorno fa, una compagnia di navigazione -navi da crociera- offriva in via promozionale una settimana nel Mediterraneo ad un costo inferiore ai quattrocento euro, se ben ricordo. Non mi intendo di crociere: non mi piace rinchiudermi in quello che considero un piccolissimo mondo affollato di cacciatori ed utilizzatori di simboli di stato e di futilità più o meno eccitanti,  e in più credo di soffrire il mal di mare, ragioni per le quali non ho approfondito.
Ho solo aggiunto l’informazione a quello che è ormai un pensiero fisso.
Questo.
I professionisti dell’informazione non perdono occasione per segnalare come ogni persona imbarcata paghi attorno a millecinquecento euro per essere torturata fino al momento della liberazione ad opera di una delle tante unità della Marina militare italiana. Una liberazione, tra l’altro, precaria in vista di un futuro senza dubbio migliore del passato nei barconi, ma da non augurarsi neppure al nostro peggior nemico.
Sempre che, nel frattempo, non si muoia in mare per il rovesciamento dell’imbarcazione o per l’opera di compagni di avventura (e di sventura) incattiviti dalla situazione o anche speranzosi di guadagnare il paradiso promesso dal loro Dio e dai Suoi profeti liberando il mondo dagli infedeli.
Perché, neppure di fronte a tragedie quali quella verificatasi due o tre giorni fa, nessuno pensa di organizzare i trasferimenti utilizzando le navi da crociera?
A pagamento, ovviamente, vista la carenza morale della nostra economia che ammette solo la creazione di profitto e la sua massimizzazione.
Con cinquecento euro a passeggero, per un giorno e una notte cento di più di quanto richiesto per una settimana di crociera, sempre a passeggero, e quindi con notevole utile, quelle navi porterebbero in porti prestabiliti uomini donne e bambini con un nome (riduzione dei rischi derivanti dall’anonimato e possibilità di una migliore distribuzione e organizzazione dei centri di accoglienza); con una storia per quanto sommaria (riduzione dei rischi di imbarco di delinquenti più o meno abituali e di terroristi, più o meno dilettanti); con legami familiari noti (costi minori per il ricongiungimento familiare); con rischi per la salute assolutamente ridotti (e quindi costi inferiori per le cure mediche e per eventuali epidemie da contagio); utilizzando mezzi di trasporto assolutamente sicuri, salvo inopinati inchini nelle vicinanze della costa (enorme risparmio sui costi della ricerca e del recupero dei dispersi in mare); sostituendosi ai trasportatori (lotta efficace alle mafie e alle associazioni per delinquere che oggi si occupano dei trasferimenti); scegliendo porti di imbarco che possano comportare  la scelta di itinerari alternativi a quelli dell’attraversamento dei deserti;…
Che la mia sia la voce di uno che grida nel deserto pare confermato. I nostri politici – che sono poi coloro che dovrebbero prendersi cura del fenomeno – ad organizzare diversamente le cose non ci pensano neppure. Meglio: a parole, tutti dicono che occorre fare qualche cosa, ma nessuno sembra avere un’idea concreta e concretamente realizzabile. Sempre se si eccettua la creatività di chi propone il pattugliamento armato delle coste “vicine e lontane”, che significa sparare a qualsiasi cosa si muova dalle coste africane verso le nostre. E quindi minacciare di morte e di eseguire la sentenza. E forse anche di coloro che hanno una sola idea, pure confusa: la terra è mia, guai a chi me la tocca, che può essere espressa anche così: il lavoro è mio, e anche se io non ho voglia di farlo, guai a chi cerca di farlo al mio posto.
Concetti, tra l’altro, ampiamente utilizzati a fini elettorali.
Per il resto, la solita risposta: non si può fare. Che non è il risultato di una analisi accurata, ma soltanto quello di una pigrizia intellettuale assolutamente spaventosa.
Probabilmente, l’obiezione più valida potrebbe essere costituita dall’essere -l’imbarco- il momento finale di un viaggio che parte da molto più lontano e che dovrebbe essere bloccato o regolato fin dall’inizio, ed anche lungo tutto il tragitto, e dunque con interventi a monte dell’imbarco. Nessuno sembra averla sollevata, però, se non in termini di  “bisognerebbe intervenire nei Paesi dai quali i profughi scappano”, accuratamente evitando di dire il “come” l’intervento potrebbe essere attuato, non solo, ma anche limitandosi a mettere in evidenza   la difficoltà (peraltro, reale) di trovare interlocutori validi. O addirittura di reperire un qualsiasi interlocutore: in Libia, per esempio, sembra  non esistere uno Stato, e non è che negli altri Paesi – dove pure lo Stato esiste – la situazione sembra migliore.
E, naturalmente, non c’è da aspettarsi che l’organizzazione di delinquenti che oggi si occupano del fenomeno accetti senza reagire: le caratteristiche della probabile reazione andrebbero a loro volta studiate a fondo e prevenute per quanto possibile, cominciando dall’accertare come e chi anche in Italia e in Europa si  muove per lucrare sui disperati.
Non c’è alcuna possibilità, allora?
Forse vale la pena di citare testualmente una “testimonianza” da “Sulle strade dell’esodo” del gennaio- febbraio di questo anno. E’ quanto scrive Mariella Guidotti di Alganesh Fessaha, italo-eritrea residente da oltre quaranta anni a Milano, “il cui profilo” -cito testualmente- “sta in alcune cifre: 3.800 migranti liberati dalle prigioni egiziane, 750 strappati ai trafficanti beduini, innumerevoli morti raccolti nel deserto, 1.550 bambini ospitati e sfamati. La sua terra d’origine, l’Eritrea, è da trenta anni sotto una dittatura che ne fa una prigione a cielo aperto ed anche, si potrebbe dire, una caserma. Vige infatti l’obbligo del servizio militare per tutti, uomini e donne, dall’ultimo anno delle scuole fino ai cinquanta anni: lavori forzati, paghe scarse, un’unica settimana di permesso all’anno. (omissis) Per questo i giovani scappano (si calcola tremila al mese) anche se sanno del terribile viaggio che li aspetta. Gli itinerari sono quelli dei deserti: il Sinai e il Sahara. Il Sinai in particolare è terra di beduini, tribù nomadi senza una configurazione politica, apolidi da sempre dediti al commercio lungo le vie carovaniere. La mancanza di una organizzazione statale  (l’Egitto, cui il Sinai appartiene, non si è mai curato di quelle popolazioni) ne fa un popolo che vive secondo usanze proprie. (omissis)  Con le migrazioni dai paesi al Sud del Sahara (Sudan, Senegal, Nigeria, Mali, Costa d’Avorio…) e dal Corno d’Africa sono diventati trafficanti di uomini e non solo di merci. Chi vuole attraversare il deserto deve affidarsi a loro per un prezzo che mediamente si aggira attorno ai mille/duemila dollari, per essere poi venduto ad una seconda tribù, poi ad una terza, ad una quarta, fino a cinque passaggi, ed ogni volta il prezzo sale. Passati così di mano in mano, i migranti diventano ostaggi veri e propri, tenuti incatenati, nascosti in grotte sotterranee, sottoposti a sevizie ed abusi di ogni genere. Per la loro liberazione, viene chiesto un riscatto che può arrivare anche a trenta-quaranta mila dollari o più. Con i telefoni satellitari, i trafficanti si mettono in contatto con i familiari, e perché la richiesta di danaro risulti più convincente, li torturano facendo colare plastica fusa sulla schiena; le ragazze vengono stuprate. Le immagini che Alganesh ci mostra sono sconvolgenti: corpi ustionati, piagati, scheletrici, cadaveri sfigurati cui sono stati prelevati gli organi. (…) Molti cadaveri nel deserto presentano segni inequivocabili di queste operazioni, ma può accadere che anche ai vivi, se non possono pagare, venga tolto un rene. Quando è venuta a conoscenza di queste situazioni, Alganesh ha chiesto aiuto ad un beduino del Sinai, lo sceicco Mohammad Ali Hassan Hawad, mufti salafita, appartenente alla corrente più ortodossa dell’Islam.  (omissis)  Per liberare gli ostaggi, hanno sviluppato una strategia. Alga finge di voler pagare il riscatto e, quando può parlare con i prigionieri, chiede loro di fornire qualche indicazione del luogo in cui si trovano: la vicinanza di una moschea, la presenza di molti cammelli fermi, altri segni. Sheikh Mohammad, che conosce la zona, individua al luogo e si presenta al capo, dicendo di aver saputo che nasconde una trentina di prigionieri. Questi nega, e allora Sheikh, che è anche un capo religioso molto rispettato, gli chiede di provare le sue affermazioni giurando sul Corano. A quel punto comincia una sequela di scuse, di mezze ammissioni, fino a che almeno una parte dei prigionieri viene consegnata. Se questa tattica non funziona, scatta una strategia armata, una sorta di rapimento che spesso finisce in un conflitto a fuoco, fortunatamente fino ad ora senza vittime.
Dopo la liberazione, Alga si occupa di ottenere documenti con l’aiuto dell’UNHCR e di portare queste persone in Egitto. Nel deserto si muove indossando un burqa per non essere riconosciuta. E’ stata ed è infatti oggetto di minacce, di avvertimenti espliciti. Più volte è stata picchiata, le hanno rotto un braccio e alcune costole.
Ha detto queste cose al governo? Perché nessuno le fa finire?  -chiede uno studente. Ho denunciato questo traffico all’ONU, all’Unione Europea e all’Unione Africana, ma nessuno è intervenuto, tutto è rimasto come prima. Perché? Non lo so, ma è certo che dietro tutto questo ci sono interessi enormi. I soldi dei riscatti, del traffico di esseri umani, della vendita di organi dove vanno a finire?  (omissis).”
Tanto per segnalare una cosa ancora: nell’estate del 2014 è stato pubblicato un libro fotografico “Occhi nel deserto” dall’editrice SUI Sviluppi Umani Immaginati. Se è vero che un’immagine vale più di mille parole, allora…
Ma forse non per i nostri Politici, i quali continueranno a fare orecchio da mercante (speriamo, almeno, non di esseri umani e di organi) e non soltanto ad ignorare il problema, quanto soprattutto a nascondersi dietro una  conclamata e comoda impossibilità di intervento, oltre che di un altrettanto conclamato e comodo  scaricabarile.
Ancora una volta nella mia qualità di uno che grida nel deserto, vorrei richiamare l’attenzione di chi ha letto fin qui sulla circostanza che su ognuno degli elementi di questa storia si può intervenire.
E lo si può fare, appunto, forse proprio cominciando a predisporre mezzi ed itinerari, magari dopo aver esaminato e svolto a fondo i temi proposti.


MARE NOSTRUM
Scorre il tempo
e non ha tregua
tra filari di vite
abbandonati
in acque saline
il terrore non ha
più occhi
ma fosse
bagnate di sangue!
Laura Margherita Volante



NON CI SONO LACRIME...
Non ci sono lacrime a
colmare il dolore di vite
sospese nel vuoto
Non ci sono lacrime a
tergere il vento secco
di vite sbattute nel deserto
Non ci sono lacrime a
spegnere il fuoco di vite
incenerite nell'indifferenza
Non ci sono lacrime a
bagnare la terra di vite
vissute nella fame
e morte nel silenzio
freddo della guerra.
Laura Margherita Volante