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venerdì 22 maggio 2015

TERRA E VITA
Tornare alla sacralità degli elementi primigenei con il dovuto amore

(Le foto delle Terrazze Cortemilia sono di Bruno Murialdo)


Erano in otto fratelli a lavorare le terrazze dei “Granaret”. Al canto del gallo erano già tutti al lavoro; c’era de estirpare le erbacce per preparare la terra alla semina del grano che non bastava mai a fare il pane per tutti. La mamma ci preparava la polenta e la bagna e quando tornavamo dal lavoro, la fatica svaniva soltanto a sentire il profumo dei bule che cuocevano lenti sul putage. Nella nostra casa il cibo non mancava mai, con il duro lavoro si riusciva a tirare avanti tutto l’anno. Il pane, diceva la mamma, era benedetto da Dio; se il raccolto andava bene il signore ci aveva santificato, se andava male era per colpa dei nostri peccati  e allora bisognava aumentare le preghiere per santificare  la prossima semina. Nostro padre diceva che le terrazze di Cortemilia e quelle di Gorzegno erano le più belle del mondo, noi tutti ne andavamo fieri, ci raccontava anche che quelle terrazze una volta toccavano il cielo e arrivavano fin sulla luna, dove i bambini potevano giocare sempre senza mai mollare.


Zia Laurina ci narrava che quelle terrazze le aveva regalate Dio agli uomini. Su quei balconi anche la vigna faceva ottimo vino, era facile lavorare la terra e curare le piante perché le terrazze non stancavano, erano come una piccola pianura sospesa in cielo, una sopra l’altra come scale santificate ci si poteva riposare lavorando. Quelli che non avevano la fortuna di operare su quelle piane si spaccavano la schiena a zappare e spesso il raccolto non abbondava e il tempo perso non permetteva a quelle famiglie di avere sempre il pane sulla tavola o la bagna come quella che profumava la nostra fame. Quando Pierino andò a servitore a San Benedetto per otto soldi al mese, rimpiangeva quei poggioli  di casa e la scelta di essere andato servitore; di notte sognava una langa fatta di piramidi che si alzavano in volo verso la luna  e pane che cadeva come fosse pioggia dentro quella casa; sognava sua madre e i suoi fratelli così fortunati che, la nostalgia gli segnava il viso con una lacrima.
Bruno Murialdo


Milano. Ore 19.00. Politecnico di Milano. Tonnellate di cemento armato. Resistenze da calcolare. Tensioni da verificare. Parametri energetici da rispettare. Perplessità.

Ammetto di avere molta confusione in testa, sono di fronte alla proiezione del progetto del Padiglione Italia, non comprendo il nesso tra il cemento osmotico e l’obiettivo di nutrire il pianeta. Mi sono persa nella texture della foresta urbana bianco latte pura e cristallina, eterea che definisce la costruzione. Non ho un navigatore per uscirne. Sicuramente il Padiglione Italia è una struttura molto complessa, un labirinto di alta tecnologia.
Sempre alla ricerca di un nesso tra progetto e cibo, sempre più smarrita, percorro la foresta dei miei neuroni e giungo per puro caso all’architettura della terra in Piemonte, ma su e giù per l’Italia possiamo trovarne altri esempi in Liguria, in Valle d’Aosta, in Toscana e in altre regioni. Questa è una parte del mio lavoro che amo molto, conoscere la vita delle cose. Tornare ai tempi in cui il significato della parola nutrimento voleva dire prima di tutto non sprecare il cibo, quando la bulimia del sistema odierno non ci aveva ancora…, si costruiva insieme alla terra per sfamare.
Nel ricordo lontano mi sorge dentro gli occhi la visione, della povera terra faticosa che mi ha dato il respiro e l’ansia di quest’anima. La vita “bucolica” di campagna era legata alla sveglia con le ossa rotta, e se la vita è grama lo si vede anche in ciò che su un luogo si costruisce. Quando l’uomo disponeva di meno macchinari e tecnologie, il senso del proprio operato aveva un sapore diverso. Per spiegare questo andiamo da Milano a Cortemilia, un piccolo paese in direzione della Liguria.


I versanti delle colline esposti al sole sembrano quasi delle onde, queste fasce sono i terrazzamenti a secco realizzati in pietra di Langa. Non sappiamo bene la storia delle loro origini, ma probabilmente si diffusero dopo l’anno mille. Sono un modo silenzioso di scolpire il paesaggio, la loro costruzione richiede una buona combinazione di concentrazione, manualità, senso estetico, perché non si sta creando solamente una struttura, ma una scultura e lo si fa lentamente. Il terreno così modellato permetterà di far nascere il cibo o il vino. Senza cemento però, serve molta più abilità, il legante lo si crea solo quando si raggiunge un equilibrio tra le pietre e l’incastro perfetto. Non è un’architettura di texture. Forse non è nemmeno un’opera di architettura nel senso stretto del termine, ma è un’architettura della necessità, dell’abilità, della fame. Sei terra che dolora e che tace, scriveva Cesare Pavese, anche tu sei l’amore. Che sia umana fatta di carne o sia polvere, sabbia e rocce, parliamo della cultura profonda di un luogo. Questa memoria ha dato vita all’Ecomuseo dei Terrazzamenti e della Vite. Dopo aver condotto un po’ di analisi in materia sono giunta alla conclusione che bisogna armarsi di molta pazienza per costruire un muro a secco, stiamo di fatto addomesticando un territorio per renderlo coltivabile, servono per cui molte più accortezze e conoscenze di quelle che si potrebbero pensare. E non basta, occorre conoscere bene molti aspetti: le caratteristiche pedologiche di un terreno, l’assetto idrogeologico, considerare la spinta dell’acqua piovana, l’esposizione al sole, una vera alchimia di sapienza e fatica. Il tutto senza cemento, al massimo terra e pietre più piccole, e farlo senza escavatori, al massimo con un mulo, con un piccone e i propri muscoli. Un po’ troppo faticoso per braccia allenate solo ai pc. Non so cosa rimarrà di tutto questo tra qualche generazione. Sarebbe il caso di chiederselo, e porsi anche altre domande.
Sono le 20,10 sono ancora a Milano è la conferenza è quasi finita, gli ingegneri ci confermano che i problemi di carichi sono stati risolti nonostante gli imprevisti. Tutto può succedere in un cantiere complicato, quando si sta realizzando qualcosa di estremamente innovativo. I miei dubbi rimangono… siamo proprio sicuri di non esserci dimenticati qualcosa?.
Silvana Pellerino