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lunedì 30 novembre 2015

PARIGI
PROPOSTA PER LA MESOPOTAMIA 
di Carlo Rovelli

Un’analisi lucida e di buon senso questa di Carlo Rovelli, 
che andrebbe meditata a fondo e presa sul serio.

Carlo Rovelli
Lo Stato Islamico è in una situazione che sembra paradossale da molti punti di vista. È in guerra contro un’alleanza che comprende le due maggiori superpotenze planetarie, più la Francia, la Siria, l’Iraq, l’Iran, la Turchia, l’Arabia Saudita, i Curdi, gli Hezbollah, e diversi altri stati e gruppi… Non si vede come qualcuno potrebbe resistere militarmente a una simile coalizione. E invece lo Stato Islamico resiste e spesso vince. In secondo luogo, il Califfato appare formato da una banda di fanatici dalla mentalità medioevale, addestrati in qualche oscuro campo in Afghanistan, eppure attualmente controlla una vasta regione abitata da dieci milioni di abitanti, esporta petrolio, importa armi, evidentemente si serve degli strumenti finanziari internazionali. In terzo luogo, fa mostra di una brutalità disgustosa, eppure esercita un fascino che attira giovani da tutto il mondo, fino a spingerli ad andare a combattere in sua difesa. Secondo il Washington Post, solo le ragazze (femmine) scappate dall’Occidente per combattere per lo Stato Islamico sono più di 500 (l’ISIS ha una brigata femminile: la Brigata Al-Khansaa). Come è possibile tutto ciò? Per avere un po’ più di chiarezza su questa situazione e cercare soluzioni ragionevoli, credo sia necessario ricordare alcuni fatti.
Il primo fatto è che lo Stato Islamico è utile a molti degli attori che gli sono ufficialmente nemici. Vediamo solo alcuni casi, cominciando dalla Siria: se non ci fosse stato lo Stato Islamico, Assad molto probabilmente non sarebbe più al potere. Quando in Siria sono esplose le proteste popolari contro la dittatura, la risposta è stata violenta, con la giustificazione che i rivoltosi erano terroristi. Gli Stati Uniti e la Turchia hanno armato gruppi di ribelli antigovernativi che, con il supporto dell’Occidente e della popolazione, avrebbero avuto ragione di Assad. Ma è arrivato lo Stato Islamico, l’Occidente e la Russia si sono preoccupati che la Siria potesse cadere nelle mani degli islamisti, e Assad è stato graziato. È abbastanza noto il fatto che il governo siriano bombarda spesso le posizioni degli altri ribelli, raramente quelle dello Stato Islamico.
La Turchia considera il problema curdo il suo primo problema di sicurezza e di integrità territoriale. I Curdi iracheni sono gli unici che si sono opposti in maniera effettiva allo Stato Islamico non appena la sua espansione territoriale è arrivata nelle zone di loro influenza. I successi militari curdi e il rafforzarsi dell’evidenza dell’esistenza di fatto di uno stato curdo indipendente nel nord dell’Iraq impensieriscono la Turchia, e la riluttanza turca ad una strategia netta contro lo Stato Islamico è nota. Il petrolio dello Stato Islamico è esportato principalmente via terra in Turchia, senza che il governo intervenga, e la Turchia è stata accusata ripetutamente di essere più benevola verso gli sconfinamenti dei combattenti dello Stato Islamico che non di quelli curdi.
Israele, da parte sua, vede l’Iran sciita come principale pericolo, e gli Hezbollah nel sud del Libano, armati dall’Iran, come i suoi più fastidiosi vicini. L’Iran non ha fatto nulla per scoraggiare questi timori israeliani, e il precedente presidente, Ahmadinejad, non esitava a dichiarare pubblicamente che voleva buttare in mare Israele. In passato, la presenza di un Iraq sunnita fieramente anti iraniano rappresentava per Israele una barriera opportuna fra sé e l’Iran, e fra gli Hezbollah e l’Iran. Alla caduta di Saddam Hussein, l’Iraq, invece di evolvere in una serena democrazia filo-occidentale come sperava l’Occidente, è scivolato nelle mani di un governo sciita e via via più filo iraniano, con il risultato che Israele è terrorizzata di avere il mondo sciita filo-iraniano alle porte. Niente di più conveniente per Israele che la frantumazione dell’Iraq in tre stati: uno curdo a Nord (che di fatto esiste già), uno sciita a Est, e uno sunnita a Ovest, che tenga l’Iran separato da sé e dagli Hezbollah. Non a caso lo Stato Islamico minaccia tutti, ma curiosamente non Israele, nonostante Israele non goda certo di buona immagine nel mondo arabo radicale. Questa apparente stranezza è spesso messa in luce dai commentatori dei paesi arabi.
Grazie allo Stato Islamico, la Russia è ritornata nel grande gioco, da grande potenza: ha messo militari in Siria, e ha una scusa per bombardare (invece dell’Isis, come aveva annunciato) i ribelli siriani supportati dagli americani. Suscitando in questo modo lo sdegno degli americani e dei turchi, che hanno accusato la Russia di bombardare il loro amici invece che lo Stato Islamico, fino al punto di abbattere un aereo russo. 


Quatar e Arabia Saudita hanno finanziato a lungo lo Stato Islamico, che propaganda esattamente l’ideologia dell'Islam Wahhabita (o Salafita) di questi stati. Ci scandalizziamo molto del fatto che lo Stato Islamico voglia instaurare la Sharia, ma la Sharia è già instaurata in questi stati. La presenza dello stato Islamico ha bloccato il progetto dell' oleodotto che Assad aveva concordato con l’Iran, che avrebbe pesantemente nuociuto agli stati arabi del Golfo, produttori di petrolio e gas. La monarchia Saudita ha fatto poi un netto dietrofront quando lo Stato Islamico ha proclamato il Califfato e messo in dubbio la legittimità della sovranità della casa di Saud, ma l’Arabia Saudita è una realtà complessa, e l’élite Saudita appare divisa: l’ISIS è in fondo il risultato del grande sforzo di “soft power” che l’Arabia esercita da anni per diffondere l'Islam Wahhabita con le scuole coraniche.
Infine c’è l’America, in fondo ancora la superpotenza mondiale. A me ha colpito il fatto che lo Stato Islamico si è espanso nel silenzio americano fino a che non è arrivato a lambire territori curdi. Solo a questo punto gli americani hanno cominciato a bombardare, e i bombardamenti si concentrano nella zona di attrito fra curdi e Stato Islamico. Sembra quasi che il messaggio americano sia “qui va bene, lì no”. L’Iraq, che gli americani hanno liberato da Saddam Hussein, sta scivolando nelle mani dell’Iran. Il motivo è semplice: gli americani hanno imposto libere elezioni. La maggioranza degli Iracheni è la parte povera della società, sciita e istintivamente vicina all’Iran sciita, religioso e anti-occidentale. Da sempre risente la dominazione della minoranza formata dalla borghesia sunnita, tradizionalmente laica e filo-occidentale. Con il governo ufficiale dell’Iraq che gli scappa di mano (è stato il governo iracheno a chiedere all’esercito americano di andarsene), gli americani vedevano tutti i loro sforzi in Iraq concludersi con una vittoria politica del loro più esplicito nemico nel mondo, l'Iran. Ha dato veramente tanto fastidio agli Stati Uniti una insurrezione interna, che forza il governo a richiamare indietro i militari americani, e a dire “scusateci, abbiamo bisogno di voi…”? Non so lo. Certo è che se davvero volesse battere militarmente lo Stato Islamico, l’America ne avrebbe largamente i mezzi, come ha avuto i mezzi per abbattere l’esercito di Saddam Hussein, di gran lunga più potente. Ma non lo fa. Come ha ragionevolmente detto Obama una settimana fa, una nuova invasione porterebbe a una deleteria occupazione infinita, oppure ad un nuovo ritiro americano e poi ancora una volta il problema attuale: chi comanda in Mesopotamia?
In breve, il problema dello Stato Islamico è che a parole tutti gli sono contro, ma di fatto fa comodo a un sacco di gente. Se non fosse così, sarebbe sparito da tempo. Questo forse non spiega del tutto, ma certo aiuta a capire perché esiste, nonostante abbia tutti nominalmente contro.
La seconda considerazione riguarda un altro paradosso: come è possibile che una banda di fanatici faccia tutto questo? La risposta è nella storia, e nella natura dello Stato Islamico. Lo Stato Islamico è il prodotto di una alleanza improbabile.Una di quelle alleanze fra gente diversissima, basata sul “il nemico del mio nemico è il mio amico”, che caratterizzano la politica medio-orientale. L’alleanza è ben nota e conosciamo perfino i luoghi, le persone e le date della sua formazione. Le due componenti dell’alleanza sono i gruppi fondamentalisti estremisti islamici da un lato, e la vecchia vasta struttura di potere di Saddam Hussein: la borghesia sunnita dominate nell’Iraq del partito Baaht. L’alleanza è improbabile perché i primi vengono dal fondamentalismo religioso eversivo, i secondi dal nazionalismo socialista arabo laico al potere. Ma non si tratta neanche di vera sorpresa, e tutto sommato a lanciare l’idea stessa di questa alleanza possibile è stato lo stesso Saddam Hussein, che negli ultimi proclami prima di essere abbattuto dall’invasione americana ha chiamato la religione a difesa del suo mondo. Ricordate gli ultimi proclami di Saddam Hussein? C’era esattamente l’idea che per difendersi dall’Occidente la sua gente dovesse assumere la faccia dell’Islam radicale e trascinare le masse. Curioso per il dittatore più laico e filo-occidentale del medio oriente, ma così va il mondo. Oggi gli analisti americani riconoscono apertamente che l’errore principale che hanno commesso, o meglio, hanno permesso fosse commesso, dopo la caduta di Hussein, è stata la “de-ba’athizzazione” completa dell’Iraq. Concretamente, questo ha significato che i quadri dell’amministrazione statale, e soprattutto dell’esercito, cioè tutta la borghesia irachena che costitutiva la struttura portante dello stato, è stata buttata sulla strada, senza stipendio, senza difesa e soprattutto, come ha sottolineato recentemente il consigliere politico americano in Iraq, senza alcuna dignità, in una cultura, quella araba, dove la dignità conta molto.
Per il segmento più povero, sciita, della popolazione irachena, che ha vinto le elezioni, è stato certo un piacere sottile vedere tutti i sunniti ridotti a cittadini di serie B. I tentativi americani di evitare questa “settarizzazione” drammatica dello stato iracheno sono falliti. Un esempio fra molti è quello di Tariq al-Hashimi, vice presidente sunnita dell'Iraq per cinque anni, accusato di sovversione e condannato a morte nel 2012 (in contumacia, nel frattempo è scappato), dal governo sciita. Quello che è successo in Iraq fin da subito dopo l’invasione americana è stata la crescita di una strisciante insurrezione sunnita contro il nuovo stato. A lungo non è stato chiaro se un governo di unità fra il mondo sciita e quello sunnita fosse possibile, ma con il passare del tempo lo scontro si è radicalizzato. Le zone più radicali del mondo sunnita, come Fallujah, hanno prima combattuto a fondo l’invasione americana, poi sono diventate il cuore dell’insurrezione sunnita contro il governo Iracheno, sempre più controllato dagli sciiti, e indirettamente dall’Iran. Che in Iraq ci sia una guerra civile in atto fra le due componenti della popolazione non c’è dubbio, e di per sé questo non c’entra niente con il radicalismo islamico. Anzi, all’inizio sembrava che fossero gli sciiti più vicini al radicalismo, quando il giovane governo iracheno pullulava di leader religiosi sciiti. Poi c’è stata la svolta.


Curiosamente, una causa occasionale indiretta della svolta è stata l’indignazione mondiale sollevata dagli orrori della prigione di Abu Ghraib, nel 2003. La campagna di stampa mondiale contro il trattamento dei detenuti in questa prigione ha messo in forte imbarazzo il governo americano, che ha reagito aprendo un campo di detenzione modello in Iraq: il Camp Bucca. Camp Bucca ha avuto un ruolo centrale per la nascita del Stato Islamico. Camp Bucca è arrivato ad avere fino a 24 mila prigionieri: praticamente una cittadina chiusa in prigione. I prigionieri avevano notevole spazio di manovra e interazione fra loro. Organizzavano essi stessi, e insegnavano in classi, su argomenti come letteratura e religione. Organizzavano campionati di calcio interni e potevano ascoltare radio e televisione insieme. Ricevevano visite esterne di familiari con relativa facilità. Diversi dei responsabili del campo hanno lanciato l’allarme che il risultato di tutto questo era una radicalizzazione politica dei prigionieri su vasta scala. Oggi è ampiamente documentato il fatto che Camp Bucca ha rappresentato il capitolo iniziale dello Stato Islamico. Molti dei leader dello Stato Islamico, compreso il leader, Abu Bakr al-Baghdadi, il numero due, Abu Muslim al-Turkmani, e il principale comandate militare, Haji Bakr, erano prigionieri e si sono incontrati e organizzati durante la prigionia. Ma soprattutto, Camp Bucca è stata l’occasione per la fusione di due anime diversissime dell’insurrezione in Iraq: il radicalismo islamico estremista e la vecchia struttura Baaht dello stato di Saddam Hussein, emarginata dal potere. È all’interno di Camp Bucca che questi due mondi si sono frequentati, conosciuti e alleati. Gli jihadisti hanno fornito la forza ideologica, gli ex-Baathisti le capacità militari, organizzative, burocratiche e soprattutto il sostegno della popolazione sunnita. La storia insegna che non esiste insurrezione senza supporto popolare.
Qualche esempio: Fadhil Ahmad al-Hayali, secondo in linea di comando nell'esercito ISIS era ufficiale dell'esercito di Hussein. Izzat Ibrahim al-Douri, generale dell’esercito di Saddam Hussein, vice presidente del consiglio di comando dell’Iraq di Hussein è indicato come il responsabile per la presa di Mosul nel giugno 2014. Azhar al-Obeidi e Ahmed Abdul Rashid, generali del partito Ba’ath, sono indicati come governatori di Mosul and Tikrit. Una delle prime rivendicazioni dell’ISIS sui social networks è stata la cattura e l’esecuzione (messa in dubbio) di Raouf Abdul Rahman, il giudice che ha condannato a morte Saddam Hussein. La presenza della classe dirigente irachena nello Stato Islamico rende comprensibile come questo possa funzionare. La propaganda è dominata dal radicalismo, ma la struttura ossea dello stato è la rete di relazioni tribali che domina la politica della Mesopotamia: il mondo sunnita che rivendica potere. Mi sembra che solo tenendo presente questo aspetto dello Stato Islamico si possa pensare a una soluzione.
Il 17 Settembre 2009 Camp Bucca è stato chiuso. La maggior parte dei prigionieri sono stati semplicemente liberati. Un gruppo di questi si sono uniti per iniziare quello che sarà il nucleo storico dello Stato Islamico. La presenza della vecchia classe dirigente irachena nello Stato Islamico rende comprensibile come questo possa esistere e funzionare. Si tratta di larga parte della struttura portante dell’esercito e dell’amministrazione di Saddam Hussein. Gente che sa come organizzare un esercito di molte decine di migliaia di combattenti, come fare fronte a una guerra su più fronti. Sa dove il vecchio esercito di Saddam Hussein aveva nascosto le armi quando diventava ovvio che non si sarebbe potuto resistere all’armata americana. E più ancora, sa come organizzare e gestire uno Stato di 10 milioni di abitanti: raccogliere le tasse, fare funzionare le centrali petrolifere, interagire con le banche internazionali, organizzare la posta, le scuole, i trasporti, le assicurazioni, la salute pubblica, la ricostruzione delle strade, degli ospedali eccetera: tutte cose di cui lo Stato Islamico attualmente sembra occuparsi molto meglio delle precedenti forze in campo nelle regioni della guerra civile irachena e siriana. Sa come combattere la corruzione e organizzare la polizia. Senza questo apporto di conoscenza e di saper fare, lo Stato Islamico sarebbe incomprensibile. Soprattutto, lo Stato Islamico è incomprensibile senza l’evidente appoggio popolare che lo sorregge in regioni di maggioranza sunnita come Fallujah, dove il risentimento per l’emarginazione sociale operata dal settarismo del governo iracheno sciita ha dato origine alla guerra civile irachena. Mentre la propaganda e il linguaggio “ufficiale” dello Stato Islamico sono chiaramente dominati dalla componente radicale islamista, la struttura ossea dell’insurrezione e dello stato è, molto più semplicemente, la rete di relazioni tribali che da sempre domina la politica della Mesopotamia: tradizionalmente al potere in Iraq, tradizionalmente soggiogati dalla minoranza alawita in Siria, il mondo sunnita, potente in Medio Oriente, si trova ora schiacciato da una nuova dominanza sciita e si ribella, rivendicando potere.


Il terzo elemento per comprendere lo Stato Islamico è considerare l’uso che fa 
dell’orrore. Diverse decine di video di alta qualità e stile hollywoodiano sono stati diffusi dallo Stato Islamico per mostrare macabre e repellenti immagini di orrore. I proclami dell’Isis sono spesso roboanti e belligeranti al limite del ridicolo. Per capire, credo un’osservazione sia cruciale: c’è una sconcertante somiglianza fra i termini usati in Occidente per descrivere lo Stato Islamico, e quelli usati dallo Stato Islamico per descrive l’Occidente: “abominio, perversione, delirante, demoniaco, degenerato, scellerato, barbarico, inumano...”. L’Occidente ha le sue pecche, ma certo non è così abominevole. La domanda da porsi è se l’immagine dello Stato Islamico in Occidente non sia altrettanto irrealistica. Basarla su video, proclami e numero di morti è come giudicare l’Occidente unicamente dai droni che uccidono civili: l’Occidente è ben altro. La combinazione di video di qualità, Internet e orrore è nuova, ma l’uso dell’orrore non è certo appannaggio dello Stato Islamico. Le guerre civili producono questi orrori, e alzare il tono per spaventare il nemico è una tattica brutale ma purtroppo comune. Bruciare villaggi al Napalm in Vietnam non era meno orripilante, e aveva lo stesso scopo: terrorizzare il nemico per affermare la propria superiorità in termini di forza. A casa nostra molti ricordano le file di impiccati che oscillavano al vento e marcivano appesi agli alberi, lungo la strada per Bassano, durante la guerra civile italiana nel 1944-’45. La differenza è che non c’era Internet. Lo scontro in atto ha gettato tutti noi nella usuale allucinazione che purtroppo nasce in tutti i conflitti: il nemico diventa d’un tratto una manifestazione del diavolo, dell’orrore, dell’abominio, e continuiamo a ripeterci l’un l’altro e fare crescere nella nostra immaginazione tutti i dettagli più orripilanti che ci confermano questo percorso di diabolizzazione. Per i giovani mussulmani che si fanno affascinare dalla propaganda dello Stato Islamico, succede la stessa cosa, simmetrica: l’Occidente diventa diabolico, diventa l’espressione stessa del male. Questo è solo il percorso psicologico simmetrico, usuale di ogni conflitto, sia fra individui sia fra popoli. Se vogliamo cercare di mantenere la testa fredda e capire, non dobbiamo cadere in questa trappola.
Questo ovviamente non significa mettere l’Occidente e lo Stato Islamico sullo stesso piano. Ovviamente non lo sono rispetto al nostro giudizio, per ovvi motivi. Ma fra il dissentire anche molto a fondo, e la diabolizzazione e la guerra, passa una distinzione che è tutt’altro che marginale: io dissento profondamente dalle idee che guidano l’Arabia Saudita, dove le persone vengono messe a morte, prese a frustate per comportamenti che in occidente sono leciti, dove le donne non possono neppure guidare l’automobile, il potere è nelle mani di un monarca perché è discendente di Maometto, la legge ufficiale è la Sharia, e l’ateismo è punito con la morte. Dissento profondamente da tutto ciò, e approvo chi combatte queste cose con la parola lo scritto, l’esempio e la politica, ma non per questo penso che dovremmo bombardare l’Arabia Saudita e ammazzare tutti i Sauditi. Una cosa è il dissenso ideologico, una cosa molto diversa è la guerra. Per capire cosa succede in Mesopotamia, e cercare soluzioni, la questione non è il giudizio politico: è capire cosa sta succedendo senza farsi accecare dai meccanismi fuori controllo della diabolizzazione. O dal terrore sciocco. Resta infinitamente più facile in Occidente morire di incidente stradale che per attentato terroristico. Lo Stato Islamico è un problema perché produce terrorismo e destabilizza la regione, non certo per la sua pericolosità militare: non è riuscito a tenere Kobane davanti ai Curdi, figuriamoci se impensierisce militarmente la NATO! Sono pochissime le testimonianze dirette sul vasto territorio controllato dall’ISIS. Gli straordinari reportage di Francesca Borri ci danno qualche elemento per capire, poco altro. La realtà di dieci milioni di persone potrebbe essere molto meno diabolica dell‘immagine mediatica. Nelle zone dove si combatte e per le minoranze opposte ai Sunniti, la situazione deve essere durissima, ma nelle vaste zone sunnite che hanno appoggiato lo Stato Islamico, siamo sicuri che ci sia l’orrore dipinto, senza saperne niente, dai nostri media? Credo sia facile invece immaginare quello che la gente vuole, perché è la stessa cosa che tutti vogliono: pace. La fine della guerra. La pace che Saddam Hussein, sunnita, garantiva.
Se questo quadro che ho delineato è anche solo in piccola parte ragionevole, a me sembra che esista una possibile direzione per risolvere il problema dello Stato Islamico: normalizzarlo.
Cercare di toglierlo dalle mani più estremiste e fanatiche e favorire la normale evoluzione dei movimenti insurrezionali. I movimenti insurrezionali più diversi, dal risorgimento italiano al sionismo, dall’insurrezione araba contro i turchi a quella vietnamita contro Francia e poi America, sono tutti nati mettendo bombe, e sono stati inizialmente considerati terroristici. A insorgere sono gli scalmanati, i Garibaldi e i Lawrence d’Arabia. Poi arrivano le teste fredde e la situazione si normalizza: Garibaldi a Caprera, Lawrence in Inghilterra, arrivano Cavour o re Hussein, i vecchi, che lasciano da parte i sogni di insurrezione globale, e riportano tutto a una relativa ragionevolezza. La guerra del Vietnam era combattuta dall’America perché se il Vietnam fosse caduto in mani comuniste l’intero Occidente sarebbe stato certo annientato. All’interno dello Stato Islamico esiste una essenziale componente ex-Ba’ath che è quella che ha il supporto della popolazione sunnita. Il punto di arrivo del doloroso processo in corso in Mesopotamia mi sembra non possa che essere uno stato Sunnita che erediti l’attuale Stato Islamico. Affiancato da uno stato Curdo filo occidentale al Nord, che di fatto già esiste anche se nessuno lo dice esplicitamente, uno Stato Sciita all’Est che già esiste, e una Siria ridotta, difesa dalla Russia, che già esiste. Ciascuno dei contendenti in gioco rinuncia a qualcosa, ma la gente vive in pace. La soluzione della frantumazione dell’Iraq in tre stati, d’altra parte, è una soluzione che da anni molti preconizzano, considerano come l’unica possibile, e auspicano. I confini attuali sono artificiali e non rispettano il sentimento popolare. Esiste un ottimo motivo generale per non modificare i confini presenti: evitare guerre e conflitti; ma quando si è in guerra da anni, questo motivo perde ogni senso. L’unità dell’Iraq non ha alcuna ragione di esistere, visto che la larga maggioranza dei suoi abitanti non la vuole. Molti pensano che comunque si arriverà a questo. Perché arrivarci dopo molti altri anni di guerra?

Parlare con i nemici è sempre la cosa più difficile. Ma è la cosa giusta. Lo Stato Islamico è più debole di come lo si dipinge, la sua forza è solo la poca voglia degli altri di andarlo ad abbattere. Nonostante la retorica, non è fatto di cretini: non si tiene una regione di dieci milioni di abitanti senza intelligenza. Dipingerli come mostri irrazionali è solo miope. Se si sono proclamati “Stato” è perché la loro aspirazione è uno stato. Nel momento in cui intravedessero la possibilità di realizzarlo la carica eversiva si affievolirebbe e i deliri millenaristici perderebbero peso. Anche la rivolta araba contro l’impero turco ambiva a ricostruire un Califfato che unisse tutti gli arabi, e i Vietnamiti volevano un pianeta comunista libero dall’Occidente. L’ISIS non può espandersi ulteriormente: a Nordest ci sono i Curdi, a Est gli Sciiti, a Sud la Giordania e l’Arabia Saudita, a Nordovest la Siria, difesa militarmente dalla Russia. Lo Stato Islamico è condannato ad accettare gli attuali confini. Più che mettere qualche bomba non può fare, ma le bombe non portano a nulla. L’Occidente può continuare a bombardare, ma i bombardamenti, come ripetono i vertici militari, non portano a nulla. Nessuno ha voglia di invadere di nuovo la Mesopotamia, per riaprire il problema. Penso sia necessario parlare con lo Stato Islamico. L’alternativa è la guerra senza fine. Dolore e destabilizzazione, nessuna visione per il futuro. 
Certo, non sono partner simpatici per una discussione. Anzi, sono disgustosi.  Ma i nemici sono sempre disgustosi. O li ammazziamo tutti, e poi ci troviamo di nuovo con il problema dell’insurrezione sunnita, oppure parliamo con loro. Ci sono due comportamenti da evitare in un conflitto. La sterile discussione sulle colpe, perché la realtà è complessa e le accuse non forniscono soluzioni. E la spirale psicologica che porta alla diabolizzazione del nemico, compromette la lucidità e ci spinge a urlare “guerra! guerra!”. L’attuale situazione di conflitto con lo Stato Islamico sta generando una reazione emotiva collettiva che mi sembra rischi di offuscare lucidità e razionalità, e rischia di portare disastri. In questa situazione, come è già successo nel passato, mi sembra un dovere per gli intellettuali di provare a fare sentire una voce di razionalità e di ragionevolezza, per cercare di limitare i danni della isteria collettiva. La prima cosa da fare in un conflitto, è sempre la stessa: deporre le armi e parlare. Vale per tutti. Per fermare la violenza bisogna cominciare con smettere di praticarla.
La mia proposta per la Mesopotamia è normalizzare lo Stato Islamico. Parlare con i Sunniti, fare emerge la componente ex Ba’ath, quella che pensava di potersi servire degli islamisti radicali come strumento per tornare al potere, e spingere lo Stato Islamico alla normalizzazione. Il suo fascino sui fanatici di tutto il mondo svanirebbe rapidamente. Avremmo molte meno bombe in Occidente. Qualcuno vede una strada migliore?



*(Una versione molto condensata di questo testo è apparso sull’Internazionale)

                                                                      ***
PARIGI
IL DOLORE
di Emilio Molinari

Parigi: Il massacro
L'ISIS ha dichiarato guerra all'occidente, rispondiamo senza pietà al canto della marsigliese. Non ho tentennamenti nella condanna al terrorismo e al cordoglio delle vittime, ma l'unanime grido: sono in gioco la nostra civiltà, i nostri valori, il nostro stile di vita, la nostra felicità e la nostra gioia... mi inquieta.  Perché?
Perché sono convinto che siamo nel bel mezzo di una “Terza Guerra Mondiale a pezzi” di cui il terrorismo in nome di Dio è solo uno dei tanti pezzi. Che l'orrore parigino è solo una delle tante “rotture” con le quali il Pianeta ci segnala che non ci regge più... E non regge proprio il nostro stile di vita, la nostra felicità, la nostra gioia e... l'arroganza della nostra cultura.
Perché siamo in guerra con la natura, la quale proprio a Parigi, alla Cop 21 sul clima, ci presenta un conto salatissimo, tragico e ultimativo. E non sarà chiudendo la bocca agli ambientalisti in nome della sicurezza che risolveremo i problemi.
Siamo in guerra con gli emigranti che assediano le nostre frontiere.
Siamo in guerra con i beni comuni: l'acqua, la terra, l'aria, il fuoco.
Le guerre portano il segno dell'accaparramento dei combustibili fossili che scarseggiano: sono infinite e hanno provocato un milione di morti nella sola Iraq: dolore, torture e indicibili umiliazioni, inflitte a intere popolazioni dall'occidente, senza “dissociazione” alcuna da parte nostra.
Ci scusiamo dopo, per gli errori commessi, mai per gli orrori e il dolore generati.
I mutamenti climatici provocano morte e dolore incalcolabili.
47 bambini ogni giorno muoiono affogati in Bangladesh, solo perché il paese va sott'acqua. E non per colpa dei poveri della terra, ma perché ogni ora il nostro mondo spara in atmosfera centinaia di milioni di tonnellate di CO2 all'anno.
Siamo in guerra per l'acqua e con l'acqua e pensiamo di privatizzarla. I nostri governi e le nostre multinazionali negano l'accesso all'acqua potabile a un miliardo di persone e 5000 bambini muoiono ogni giorno per questa ragione.
Siamo, con il land grabbing, in guerra con i contadini per accaparrare le terre e cacciare uomini e donne che ci vivono da secoli.
La guerra agli emigranti è sotto i nostri occhi con muri, fili spinati, barche affondate e con il modo con il quale li trattiamo in occidente: sfruttati, umiliati, insultati, schiavizzati. E siamo in guerra con i poveri delle favelas e con i poveri delle nostre stesse periferie cittadine. Ma non ci passa per la testa che al fondo c'è proprio il nostro stile di vita occidentale intoccabile e che sbandieriamo come una chimera a tutto il resto del mondo. Parliamo dei nostri valori mentre priviamo i nostri stessi cittadini europei dei diritti sociali fondamentali su cui si fondano le nostre costituzioni. Anzi, cancelliamo dalle costituzioni questi diritti e li sostituiamo con il pareggio di bilancio.
Circondati da povertà, da ingiustizia, da catastrofi ambientali, consideriamo le cose inutili indispensabili, e i nostri desideri diritti universali.
Vengono al pettine tutte le contraddizioni del “nostro sviluppo” e il mondo, come una locomotiva, corre inarrestabile verso la catastrofe, guidata da un impalpabile conduttore: il mercato, che guida la Casa comune senza “misericordia alcuna” ad una velocità infinitamente superiore alle nostre capacità di pensare.
Di pensare al dolore e all'odio che seminiamo in tutto il mondo e pensare a come rielaborare questo nostro dolore spettacolarizzato, per sentire quello ignorato, che provochiamo negli altri.
Il dolore universale è l'elemento da far emergere dai tragici fatti di Parigi.
Da decenni l'occidente genera indifferenti e conformisti. Incoscienti del grande dolore che il futuro prossimo ci riserva.
So che dire queste cose oggi con i morti di Parigi negli occhi, viene letto come tradire o giustificare l'orrore; è sottrarsi “all'arruolamento” nell'esercito occidentale.
In questo contesto, so di sottrarmi alle domande sul che fare per fermare l'ISIS, ma sento che la priorità è quella di generare un grande movimento per cambiare le coscienze e il nostro stile di vita. Sento che il Papa è l'unica autorità mondiale a parlare del “grido che sale dall'umanità e dalla Terra”. Che è inascoltato.
Attaccato da destra e ignorato da una sinistra diffidente e in tutt'altre faccende affaccendata. Attaccato da un laicismo ideologico che rischia di diventare una nuova forma di cecità che, mentre il mondo va a rotoli, sembra appassionarsi solo per i temi delle coppie gay o per l'eutanasia. Mi è difficile come laico e di sinistra farmi capire su questo terreno. Difficilissimo dire alla sinistra e ai laici di buona volontà, che oggi il Papa e l'Enciclica Laudato Si’, sono forse l'unica chance che abbiamo. Che non è un tradimento delle nostre convinzioni “arruolarci” nelle file di un movimento che ha questo “manifesto per il XXI” come richiamo.
Non piacerà se sento di dover lanciare un appello al mio mondo, laico e di sinistra.
E cioè che di fronte ai tamburi di guerra, all'imbarbarimento di quelli senza pietà e all'indifferenza dominante, occorre cogliere nel Giubileo della “misericordia” qualcosa anche di nostro, e nelle migliaia di iniziative e di mobilitazioni che determinerà, non un “fastidio”, ma una occasione unica, anche nostra, di esserci, di partecipare e di mobilitazione. Un anno quello del Giubileo, in cui è doveroso costruire un ponte con i credenti, per dare vita assieme a un indispensabile grande movimento di resistenza alla Terza guerra mondiale, per la Pace con l'umanità e la natura e, per l'Egalitè e la Fraternitè sparite dai nostri “valori” laici e occidentali.
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CASA DELLA CULTURA

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                                                              ***
Morte di un kamikaze

Al grido: Allah akbar
l’uomo bomba
aziona intenzionalmente
la cintura esplosiva
e la morte lo dilania.

Non c’è più corpo:
dovunque una poltiglia
di carne e di sangue.

La faccia sbranata
affligge per terra.

Non piango, né compassione:
sono faccende
di malafede e di fango.
Giuseppe Puma
***

domenica 29 novembre 2015

CLIMA: LA MARCIA MARCIA!

La marcia per il clima a Melbourne
 Cari avaaziani,
la Marcia Globale per il Clima è iniziata nel migliore dei modi: nella foto vedete solo alcune delle 60mila persone che a Melbourne hanno dato il via alla Marcia. E le buone notizie non finiscono qui: il portavoce della conferenza ONU ci ha appena confermato che lunedì potremo proiettare le immagini delle nostre marce da tutto il mondo direttamente al vertice di Parigi, proprio quando i capi di stato da tutto il mondo arriveranno per la conferenza!
Partecipa alla marcia di oggi a Milano e diventa parte di questa incredibile giornata mondiale. Ecco tutte le informazioni:

Quando: 29.11.2015, 15:30:00
Dove: Piazza XXIV Maggio, Ingresso mercato comunale coperto, Milano

Ed ecco la pagina dell'evento: https://secure.avaaz.org/it/event/globalclimatemarch/Marcia_globale_per_il_clima_Milano
Più gioia, speranza e gente riusciremo a portare in strada oggi, più impatto avremo questo lunedì, il giorno di inizio della conferenza sul clima più importante del nostro tempo.
Ci vediamo in piazza, uniti per difendere l'energia pulita, il nostro pianeta e tutto ciò che amiamo.
Danny, David, Alice, Rewan, Marigona, Nataliya
e tutto il team di Avaaz

P.S.: Dopo la marcia, ricordati di caricare le foto più belle del tuo evento qui: https://secure.avaaz.org/it/event/globalclimatemarch/Marcia_global

sabato 28 novembre 2015

MILANO PER IL CLIMA
DAI UN VOLTO ALLA TUA FIRMA! ORE 15.30 PIAZZA XXIV MAGGIO


Finalmente ci siamo! Domani 29 Novembre sarà il grande giorno: il giorno della mobilitazione mondiale climatica più grande della storia! A Milano siete invitati nel primo pomeriggio, con i vostri bambini, amici, parenti, colleghi, familiari in Darsena, Piazza XXIV Maggio, davanti all'ingresso del mercato comunale coperto; ci sarà una zona dedicata al trucco bambini a tema ambientale e giochi con i palloncini, per i più grandi spettacolo di Capoeira, cornici per selfie, flashmob... e infine alle 16.00 (CON RITROVO ALLE 15.30 per organizzarsi) ci sarà lo SCATTO DELLA FOTO, che verrà mostrata a Parigi all'arrivo dei Capi di Stato per dimostrare quanto siano forti dei privati cittadini quando vogliono ottenere qualcosa: MILANO VUOLE IL 100% DI ENERGIA PULITA!   
Seguirà alle 17.00 presso il locale Agharti (Via vigevano 1) aperitivo a 10,00€
 con proiezione di filmati e trailers sul cambiamento climatico e spezzoni in anteprima
esclusiva del film This Changes Everything!
Vi aspettiamo numerosi!
Per cambiare tutto abbiamo bisogno di tutti!
Rendiamo unico questo evento! Spargiamo la voce tramite la condivisione su Facebook
Stefania, Matthew, Alice, Nicla per Avaaz
DA CHE PARTE STATE?

I comitati che difendono Milano 
vi invitano in piazza della Scala
Lunedì 30 Novembre alle ore 17

Cliccare sulla locandina per ingrandire
***
Cambiamenti climatici, il prezzo lo pagheranno i più poveri
Le iniziative di Oxfam Italia


COP 21. Oltre Parigi: i rischi dei cambiamenti climatici


Alla vigilia della COP21 di Parigi e della marcia globale per il clima in programma a Roma e in molte capitali mondiali questa domenica, pubblichiamo “Le chiavi di svolta per l’accordo sul clima di Parigi”, il rapporto con cui indichiamo la strada da percorrere per limitare l’impatto dei cambiamenti climatici sui più poveri del pianeta, che ne sono le prime vittime: maggiori stanziamenti, un significativo e ambizioso taglio delle emissioni in atmosfera, e una particolare attenzione alla tutela dei soggetti più vulnerabili, come le donne.

Al centro del rapporto, una proposta ai leader mondiali articolata in sette passi necessari a raggiungere un accordo in grado di tutelare le fasce più povere della popolazione mondiale.

Riteniamo che i destini delle comunità più povere del pianeta debbano essere al centro del summit di Parigi. Questa è una delle richieste rivolte al Premier Renzi nel quadro della nostra campagna #sfidolafame: combattere il cambiamento climatico che affama i più poveri.

Unisciti a noi, firma la petizione!


Sarà di 790 miliardi di dollari il costo che i paesi in via di sviluppo dovranno sostenere per adattarsi agli effetti dei cambiamenti climatici di qui al 2050, se non verranno mantenuti gli impegni sul taglio delle emissioni in atmosfera. Una cifra a cui si aggiungono le perdite che le economie dei paesi poveri accumuleranno ogni anno, stimate in ben 1.700 miliardi di dollari. Si tratta del il 50% in più rispetto alla spesa preventivata in caso di aumento di soli 2°C delle temperature (circa 520 miliardi di dollari). In altre parole, quattro volte i fondi stanziati lo scorso anno dai paesi ricchi in aiuto allo sviluppo.
Lanciamo oggi l’allarme con un nuovo rapporto “Le chiavi di svolta per l’accordo sul clima di Parigi”, che pubblichiamo alla vigilia della COP21 di Parigi e della marcia globale per il clima in programma a Roma e in molte capitali mondiali questa domenica, a cui parteciperemo insieme, collaboratori, attivisti e volontari. Il rapporto indica quali sviluppi sono ancora possibili nel corso del summit di Parigi per limitare l’impatto dei cambiamenti climatici sulle persone più povere del pianeta, attraverso maggiori stanziamenti, un significativo e ambizioso taglio delle emissioni in atmosfera, e una particolare attenzione alla tutela dei soggetti più vulnerabili, come le donne. Al centro del rapporto, una proposta ai leader mondiali articolata in sette passi necessari a raggiungere un accordo in grado di tutelare le fasce più povere della popolazione mondiale.

Le nostre proposte ai leader mondiali


1.Affrontare la mancanza di finanziamenti sostenendo le capacità di adattamento dei paesi in via di sviluppo: almeno la metà dei finanziamenti pubblici devono andare a migliorare tale aspetto. Per raggiungere questo obiettivo è necessario fissare perciò uno stanziamento minimo di 35 miliardi di dollari entro il 2020 o 50 miliardi entro il 2025.

2.Oltre ai tradizionali finanziamenti dei paesi ricchi, è indispensabile incrementare i contributi provenienti da paesi come Russia, Corea del Nord, Messico, Arabia Saudita e Singapore.

3.Raggiungere un accordo per rivedere gli impegni dei governi incrementando i tagli complessivi alle emissioni dal 2020, prevedendo quindi un meccanismo di revisione ogni cinque anni.

4.Raggiungere un accordo su un obiettivo a lungo termine in cui i paesi ricchi assumano la guida per una graduale eliminazione dei combustibili fossili.

5.Migliorare la prevedibilità dei finanziamenti, in modo tale che i paesi in via di sviluppo possano perfezionare le proprie capacità di adattamento, elaborando piani che consentano di conoscere quanti fondi spetteranno loro.

6.Annunciare nuove forme di finanziamento per il clima, come l’allocazione di parte del gettito della futura Tassa europea sulle Transazioni Finanziarie al Fondo Verde per il Clima, ponendo così fine alla sottrazione di risorse di aiuto pubblico allo sviluppo destinate alla finanza climatica.

7.Predisporre fondi per le perdite e i danni, causati dai cambiamenti climatici, che possano assicurare alle popolazioni più povere l’aiuto di cui hanno bisogno quando le misure preventive risultano del tutto inefficaci.

A riprova di quanto un deciso passo in avanti su questo punto sia prioritario, c’è un dato eloquente. Se anche in questo momento suddividessimo tutti i finanziamenti pubblici per l’adattamento ai cambiamenti climatici tra gli 1,5 miliardi di piccoli produttori agricoli che vivono nei paesi in via di sviluppo, resterebbero a ciascuno appena 3 dollari all’anno, per proteggersi da alluvioni, siccità cronica e altri fenomeni climatici estremi: poco più del costo di una tazzina di caffè in molti paesi ricchi.
“L’impegno per raggiungere un accordo sul clima sta crescendo, ma quanto è stato messo sul tavolo non è ancora sufficiente– afferma la direttrice generale di Oxfam International Winnie Byanyima - Il rapporto diffuso oggi mostra infatti come il cambiamento climatico costituisca una delle maggiori sfide che le persone più povere del pianeta dovranno affrontare in futuro: una situazione di cui i paesi in via di sviluppo hanno pochissime responsabilità”.
“I leader mondiali devono cambiare passo – aggiunge la direttrice delle campagne di Oxfam Italia, Elisa Bacciotti -. Sono necessari ulteriori tagli alle emissioni e un incremento dei fondi per il clima, per far sì che le popolazioni più esposte agli effetti dei cambiamenti climatici, già colpite da alluvioni, siccità e fame, possano adattarsi e sopravvivere alle trasformazioni che ci attendono. L’impatto sulle comunità più povere del pianeta deve essere al centro del summit di Parigi: è prioritario che venga raggiunto il migliore accordo possibile in questa direzione. E’ una delle richieste rivolte al Premier Renzi nel quadro della nostra campagna #sfidolafame: combattere il cambiamento climatico che affama i più poveri. A Parigi l’Italia può dimostrare di voler contribuire in maniera significativa a questa sfida. Clima, fame, povertà: la sfida è la stessa”.

- See more at: http://www.oxfamitalia.org/primo-piano/cambiamenti-climatici-il-prezzo-lo-pagheranno-i-piu-poveri#sthash.4st2C8n8.dpuf
TUTTI IN PIAZZA PER IL CLIMA
di Alice Jay 
Alluvioni in Cambogia
Milano per il Clima
Domenica 29 Novembre Piazza XXIV Maggio, ore 11
Ingresso mercato comunale coperto

Questa domenica ci sarà la più grande marcia per il clima della storia. Ci vediamo in piazza!
Cari avaaziani,
La più grande marcia per il clima della storia è questa domenica, e noi ci saremo.
Perché? Perché il giorno dopo i capi di Stato di tutto il mondo si incontreranno e potrebbero finalmente firmare l’accordo che ci può far evitare una catastrofe planetaria.
Da sempre le marce hanno contribuito a cambiare il corso della storia: da quella di Martin Luther King a Washington che preparò il terreno per la fine della segregazione razziale, alla Marcia del Sale di Gandhi, che mise fine alla dominazione britannica, fino ad oggi. Questa è la Marcia del nostro tempo, la marcia che potrebbe assicurare la sopravvivenza di tutta la specie umana.
È da otto anni che la nostra comunità si prepara a questo momento. Ora siamo pronti: è arrivato il momento di scendere in strada per questa giornata storica. Condividi questo invito con tutti i tuoi amici e familiari:

https://secure.avaaz.org/it/event/globalclimatemarch/Marcia_globale_per_il_clima_Milano/?cl=8991586736&v=69400

Ecco i dettagli del tuo evento
29.11.2015, ore  11:00
Piazza XXIV Maggio, Ingresso mercato comunale coperto

Pagina dell'evento:
https://secure.avaaz.org/it/event/globalclimatemarch/Marcia_globale_per_il_clima_Milano}/?cl=8991586736&v=69400

Abbiamo pochi giorni per convincere ancora più persone possibile a partecipare e rendere indimenticabile questo giorno. Inoltra questa mail ai tuoi amici o clicca qui per invitarli tramite Facebook. Questa Domenica, centinaia di migliaia di persone saranno unite in un’unica voce, un unico appello globale per la sopravvivenza. È la nostra occasione: salviamo il nostro futuro, e lasciamo alle prossime generazioni un esempio della forza delle persone di reagire alle politiche che rischiano di condannarci. Se ci riusciamo - e dobbiamo riuscirci - avremo fatto un enorme passo avanti verso il mondo che tutti desideriamo. Ci vediamo domenica, per le strade di tutto il mondo!
Con speranza e determinazione,
Alice e tutto il team di Avaaz

venerdì 27 novembre 2015

Al regime liberticida del Bahrain cooperazione e armi italiane
di Antonio Mazzeo


Dopo Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar, il complesso militare industriale italiano trova un nuovo partner tra i sovrani e gli emiri del Golfo. L’azienda Selex ES (Finmeccanica), produttrice di sistemi di puntamento, componenti elettroniche e radar, ha firmato un contratto di oltre 50 milioni di euro con la Royal Bahrain Naval Force, la marina militare del Regno del Bahrain, per l’ammodernamento di sei unità navali. Il programma di aggiornamento avrà una durata di cinque anni; Selex ES fornirà inoltre i servizi di formazione e di supporto post vendita.
Le basi per l’accordo tra la Marina militare del Bahrain e l’azienda del gruppo Finmeccanica erano state poste in occasione della sosta nel complesso portuale di Mina Khalifa - dal 5 al 9 dicembre 2013 - del 30° Gruppo navale italiano, durante il suo lungo tour promozionale in Africa e Medio oriente dei sistemi d’arma made in Italy. In quell’occasione, il direttore marketing di Selex Es, Gianpiero Lorandi, ebbe modo di presentare i più recenti sistemi di guerra dell’azienda al Capo di stato maggiore della marina del Bahrain, durante un ricevimento ufficiale a bordo della portaerei “Cavour”. Il 26 febbraio 2014, una delegazione di sei ufficiali del piccolo regno del Golfo si recò poi in visita nella base navale di Augusta (Siracusa), nell’ambito di un programma di collaborazione nel campo della difesa tra Italia e Bahrein, finalizzato alla fornitura di alcuni sistemi già imbarcati sulle unità italiane. In particolare, la delegazione straniera ebbe modo di assistere a bordo del pattugliatore “Comandante Cigala Fulgosi” ad una dimostrazione sul funzionamento del radar del tiro NA 25 X prodotto e installato da Selex Es, effettuando il tracciamento e l’acquisizione di bersagli navali ed aerei.
In Bahrain, l’azienda del gruppo Finmeccanica ha già firmato contratti con l’aviazione civile e l’aeronautica militare per la fornitura di sofisticati sistemi radar di sorveglianza primari e secondari. Nel gennaio 2015, Selex ES ha pure partecipo al Bahrein International Airshow, il salone aerospaziale che si tiene annualmente nella capitale Manama, per promuovere un’ampia gamma di prodotti per la “difesa” aerea, sistemi navali e di sicurezza interna, i radar multiruolo Kronos Land per la sorveglianza delle coste e dei cieli, la scoperta del fuoco nemico e il controllo anti-missile e i radar tridimensionali Rat31Dl con una copertura di oltre 500km. Al Bahrein Airshow 2015, Finmeccanica era presente anche con la controllata AgustaWestland e gli elicotteri di nuova generazione AW-169 e AW-189 e quelli già affermatisi nel mercato mondiale militare, come gli AW-109LUH, AW-159, NH-90, AW-101 e AW-139. “Siamo a Manama perché quella del Golfo rappresenta una regione molto importante, dove Finmeccanica e le sue aziende vantano una presenza di oltre trent’anni, che in termini di ricavi, ha un valore tra il 20 ed il 25% del business del Gruppo”, spiegavano i dirigenti della holding nazionale. “Finmeccanica è impegnata ad incrementare le proprie attività in molti settori attraverso partnership tecnologiche con l’industria locale, la creazione di joint-venture ed il trasferimento tecnologico per più alti corsi di formazione con lo scopo di supportare fortemente lo sviluppo di questi Paesi ed i loro ambiziosi piani per il futuro”.
Nel gennaio 2015, in un’intervista al Gulf Daily News, il manager del gruppo britannico Bae Systems, Alan Garwood, ha inoltre rivelato che il consorzio Eurofighter era pronto a chiudere una trattativa con il regime di Manama per la fornitura di 12 caccia multiruolo “Typhoon”. La struttura societaria del consorzio Eurofighter GmbH con sede a Monaco di Baviera è controllata per il 46% dal Gruppo Eads-Casa, per un altro 33% da Bae Systems e per il restante 21% da Alenia Aeronautica (Finmeccanica). Il cacciabombardiere di produzione europea è già stato venduto all’Arabia Saudita (i 32 velivoli consegnati tra il 2008 ed il 2013 sono utilizzati in particolare per i devastanti bombardamenti in Yemen); altri 12 esemplari sono stati ordinati dall’Oman mentre 28 “Eurofighter Typhoon” prodotti direttamente da Alenia-Finmeccanica saranno presto consegnati alle forze armate del Kuwait.

Le relazioni militari tra Italia e Bahrain sono regolate in base all’accordo firmato lo scorso 22 aprile dai ministri della difesa Roberta Pinotti e Yusuf bin Ahmed Al Jalahma. “Italia e Regno del Bahrain sono accomunati da una concordanza di vedute su molti temi e scenari dell’attualità internazionale”, riporta il comunicato emesso dal Ministero della difesa. “Con l’accordo siglato dal Ministro Pinotti e dal suo omologo Al Jalahma, è stata definita la cornice necessaria a inquadrare le diverse iniziative che coinvolgeranno le Forze armate con l’obiettivo di incrementare la cooperazione bilaterale, consolidare le rispettive capacità difensive e migliorare la comprensione reciproca sulle questioni della sicurezza”. I settori per concretizzare la partnership bilaterale spaziano dalle “attività di carattere formativo e addestrativo e sulla sicurezza marittima e di contrasto alla pirateria” alle “operazioni umanitarie e di mantenimento della pace”.
Nessun timore da parte italiana invece per l’ambiguo ruolo giocato dal Bahrain negli scenari di guerra internazionali (e in particolare nella crociata occidentale contro il califfato) o, peggio ancora, per le gravissime violazioni dei diritti umani perpetrate dalle autorità nazionali. Il 25 novembre, un reportage del giornalista Sayed Ahmed Al Wadaeinov, pubblicato sul New York Times, ha stigmatizzato i legami di ampi settori dell’establishment governativo con l’Isis e alcuni gruppi jihadisti. “Uno dei maggiori membri dello Stato islamico giunti dal Bahrain, il predicatore Turki al-Binali, proviene da una famiglia strettamente alleata con la famiglia reale dei Khalifa”, scrive Al Wadaeinov. “Altri combattenti provengono direttamente dalle forze di sicurezza del Bahrain. Un altro membro della famiglia Binali che ha raggiunto lo Stato islamico, Mohamed Isa al-Binali, è un ex ufficiale del Ministero dell’interno. Egli lavorava nel centro penitenziario di Jaw, tristemente noto per il sovraffollamento e la sua durezza. Una persona che è stata detenuta in questa prigione ha raccontato di aver visto Binali partecipare alle torture contro un giovane scita, non molto prima che l’ufficiale sparisse nel 2014 per raggiungere lo Stato islamico”.
Il regime degli al-Khalifa ha scatenato una violenta offensiva contro le opposizioni in risposta alle manifestazioni anti-regime che nel febbraio 2011 videro protagoniste migliaia di cittadini di confessione scita. Il re Hamad bin Isa al-Khalifa dichiarò lo stato di emergenza e il 14 marzo 2011, le truppe dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti invasero il Bahrain per sostenere il governo nelle azioni repressive contro i manifestanti. Durante gli scontri furono assassinati più di un centinaio di persone e, secondo una coalizione di organizzazioni non governative locali, ad oggi sarebbero stati più di 4.000 gli oppositori incarcerati dal regime, in buona parte intellettuali, insegnanti, studenti e giornalisti. Meno di una settimana fa, il fotoreporter Sayed al-Mousawi è stato condannato a dieci anni di reclusione e alla revoca della cittadinanza per aver ripreso con un cellulare le violente cariche contro i manifestanti. Per le sue denunce sui presunti legami tra i militari del Bahrain e lo Stato islamico, l’avvocato Nabeel Rajab, noto per le sue campagne in difesa dei diritti umani, è stato incarcerato invece per sei mesi.
“Quattro anni dopo la rivolta del 2011, la repressione resta diffusa e le violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza - tra cui torture, detenzioni arbitrarie e l’uso eccessivo della forza - proseguono senza sosta”, scrive Amnesty International nel suo ultimo rapporto sul Bahrain. “Le autorità del paese hanno continuato a esercitare il potere attraverso una crudele repressione nei confronti del dissenso; attivisti pacifici e oppositori del governo continuano a essere arrestati e condotti nelle prigioni. Nella capitale Manama, tutte le proteste in pubblico sono proibite da circa due anni. Quelle organizzate fuori dalla capitale sono regolarmente interrotte dalla polizia con l’uso di gas lacrimogeni e fucili caricati con pallini da caccia, e terminano con feriti gravi o morti tra i manifestanti. Altri manifestanti hanno denunciato di essere stati picchiati con brutalità, torturati e minacciati fino a confessare presunti reati con la forza”. Amnesty ha inoltre rilevato come siano state introdotte di recente leggi particolarmente restrittive sulle associazioni politiche “per permettere alle autorità di sospenderne le attività, chiuderle o partecipare ai loro incontri con organizzazioni straniere o rappresentanti del governo”. Per impedire il monitoraggio sulla situazione dei diritti umani, sono stati drasticamente ridotti i visti d’ingresso nel paese per gli operatori di Ong e per i giornalisti stranieri.
Forte preoccupazione per la situazione interna è stata espressa pure dalla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite. In una dichiarazione del 18 settembre 2015, il suo portavoce, l’ambasciatore svizzero Alexandre Fasel, ha rilevato come “nonostante alcune piccole migliorie introdotte di recente come la nomina di un difensore civico o la creazione di una commissione per i diritti dei detenuti”, in Bahrain esiste un “grave deficit di tutela per quanto riguarda i diritti fondamentali: violazioni sistematiche della libertà di opinione e di associazione; mancata garanzia di giusto processo; condizioni di detenzione inadeguate; detenzione di minori per reati di opinione o di piazza; segnalazione di casi di tortura e di trattamenti degradanti non penalmente perseguiti”.
Ciononostante, un mese fa ha presentato la propria candidatura alla guida della FIFA, la federazione calcistica internazionale, lo sceicco Salman Bin Ebrahim al-Khalifa, capo del governo del Bahrain e presidente dell’Asian Football Confederation dal 2 maggio 2013. Salman al Khalifa ha ricoperto un ruolo chiave nell’organizzazione della brutale repressione avviata dopo le manifestazioni popolari del febbraio 2011. In una lettera aperta alla FIFA, il Bahrain Institute for Rights and Democracy ha denunciato come lo sceicco, in particolare, abbia “sistematicamente colpito e perseguitato gli atleti che hanno preso parte alle proteste contro il governo”. Secondo l’Associated Press, nel 2011 più di 150 tra atleti, allenatori e arbitri sono stati incarcerati dopo che una speciale commissione della federazione calcio del Bahrain, presieduta da Salman al Khalifa, li aveva identificati nelle foto tra i manifestanti.

giovedì 26 novembre 2015

Il Comune non rinnova la concessione 
dello spazio-sede di Buonmercato
A rischio l'attività dell'associazione

Nella foto una festa nel parco
L'associazione BuonMercato, con sede all'interno del Parco Cabassina di Corsico, in uno spazio concesso in uso non gratuito dall'amministrazione comunale, ha ricevuto comunicazione scritta dal sindaco di Corsico Filippo Errante che la concessione di utilizzo dei locali comunali non verrà rinnovata. La comunicazione, che non riporta alcuna motivazione, è giunta lo scorso 20 novembre, a seguito di una richiesta di incontro per definire la possibilità che l’associazione, in relazione al quartiere in cui oggi ha sede, continui a svolgere lì o altrove il suo operato, con lo scopo di promuovere il rispetto dell’ambiente e delle produzioni ecosostenibili attraverso la pratica del consumo critico. Lo spazio concesso dallo stesso Comune tre anni fa non sarebbe più disponibile a partire dal 1° febbraio 2016. Con soli due mesi e mezzo di preavviso, l'associazione si trova ora in seria difficoltà nel trovare una sede che possa accoglierla in così breve tempo, con il rischio di dover sospendere l'attività.
Da 6 anni BuonMercato opera sul territorio di Corsico con l'obiettivo di diffondere la cultura dell’alimentazione sana, di qualità e a km 0, promuovendo la produzione e il consumo di cibi etici e sostenibili, locali, biologici ed equi, per far conoscere ai cittadini l'ambiente in cui risiedono e l'importanza di rispettarlo. Il progetto è nato su iniziativa del Comune di Corsico, delle Acli, delle associazioni del territorio a difesa delle produzioni agricole e del Parco Agricolo Sud. Il modello è quello dei Gruppi d'Acquisto Solidali, ma con una struttura e una dimensione che ne hanno fatto sin dall'inizio un'esperienza unica e pioneristica, tanto da arrivare ad essere visitata e studiata dalla FAO e da delegazioni di progetti internazionali. Negli anni la realtà di BuonMercato è diventata autonoma e si è aperta sempre più al territorio, attraverso l’acquisto collettivo di prodotti locali e la costruzione di una rete di economia solidale. Le attività in difesa delle piccole produzioni, svolte in parte da volontari e in parte da operatori formati, hanno sostenuto nel tempo più di 100 piccoli agricoltori e produttori locali grazie all'acquisto diretto e alla distribuzione ai soci dei loro prodotti. L'associazione è diventata un punto di ritrovo, il centro di eventi ed iniziative, culturali e non, legate a uno stile di vita sostenibile, dal punto di vista ambientale e sociale. Una di queste ha visto nascere all'interno del Parco, dove l'associazione è stata trasferita nel 2013, l'Orto Collettivo Cabassina, un esperimento di comunità e condivisione che dopo poco più di un anno ha portato i suoi frutti.
Attualmente BuonMercato rappresenta 280 famiglie socie, più di un terzo delle quali corsichesi, e sostiene circa 30 produttori agricoli del Parco Agricolo Sud Milano, della Lombardia e, laddove rispettino i principi dell'associazione, di altre regioni italiane. Il legame con il territorio e la cittadinanza costruito nel tempo è molto forte, come dimostrano anche le numerose relazioni con scuole, associazioni e amministrazioni dei comuni vicini. Non da ultimo la collaborazione e il sostegno che c'è sempre stato da parte dell'Amministrazione comunale e che ora rischia di venire a mancare, compromettendo l'attività e la vita stessa di BuonMercato.
Associazione BuonMercato

Per contatti
Viale Italia 28 - 20094 Corsico (MI)
CF 97546190154
Tel 02 49430874 - 339 1203185
www.buonmercato.info

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PER RIMANERE UMANI
Alessandra Paganardi a Sesto San Giovanni

Alessandra Paganardi
Sabato 28 novembre alle ore 16,00 presso la Biblioteca
Villa Visconti d’Aragona di Sesto San Giovanni
- via Dante n. 6-        
Alessandra Paganardi presenterà la sua raccolta poetica:
La pazienza dell’Inverno
(Ed. Punto a Capo - 2013)

Interverrà il criticoAlessandro Magherini.
Ingresso libero
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mercoledì 25 novembre 2015

PARIGI

Il dibattito aperto sulla prima pagina di “Odissea” all’indomani
dai gravi fatti di Parigi, continua con questi due riflessioni
di Russo e Piscitello. Scritti che ci invitano alla prudenza e alla vigilanza: 
la posta in gioco, come sappiamo, è altissima. 
Altri interventi seguiranno e ne daremo conto volta a volta.

GUERRA E TERRORISMO, LE DUE FACCE DELLA STESSA 
MEDAGLIA.
di Cataldo Russo

Parlare di terrorismo non è facile. È uno di quegli argomenti che dovrebbe metterci in subbuglio le viscere e farci riflettere sulle nostre fragilità e, forse, anche sulle nostre colpe. C’è sempre stata una correlazione fra guerra e terrorismo. Anzi, credo proprio che siano le due facce della stessa medaglia, soprattutto quando si capisce che c’è una grande disproporzione, sia per quel che concerne gli armamenti sia il numero dei soldati, fra chi, in nome di un diritto (quale?) pretende di imporre agli altri il silenzio e l’obbedienza e chi non è disposto ad accettare ingerenze, ma non ha mezzi idonei per contrastarle. Mi sorprende sentire con quanta disinvoltura, forse anche incoscienza, si parli dell’argomento.  Non c’è stato canale televisivo e radiofonico che non abbia organizzato ore e ore di talk show sull’argomento, con centinaia di pseudo esperti, per lo più tuttologi, che si sono affannati, con un pensiero così corto che non andava oltre il loro naso, a spiegare il fenomeno e a suggerire la soluzione, la più rapida e la più radicale possibile.  Anche sulla carta stampata e sulla rete se n’ è parlato tanto. E anche in questo caso si sono sprecate le ricette fatte in casa su come affrontare e risolvere il problema alla radice.
In verità, quello che ho ascoltato non si è distinto un granché dalle normali discussioni che si fanno sul calcio il giorno dopo la partita, quando tutti si scoprono allenatori e dicono che si sarebbe dovuto fare così o colà. Solo che la posta in gioco questa volta non era una partita di calcio ma vite umane, stroncate senza un motivo in un venerdì novembrino; un venerdì che  doveva essere scandito da una cena, una pizza, una passeggiata, una partita di calcio internazionale, una performance teatrale, un concerto, un ballo. Insomma, le cose che di solito si fanno un venerdì sera, quando non si vede l’ora di togliersi gli indumenti di lavoro per tuffarsi nella vita sociale e ludica.
Otto terroristi, nati e cresciuti in Francia e in Belgio -questo a mio avviso è il nocciolo vero della questione, capire perché la serpe ci è nata nel seno- hanno sparato con fredda determinazione uccidendo persone la cui colpa era di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Condoleezza  Rise, 66° Segretario di Stato degli Stati Uniti sotto l’amministrazione del guerrafondaio George W. Bush, ha affermato  in una intervista: “Ci troviamo in un mondo in cui la possibilità del terrorismo, unita alla tecnologia, potrebbe farci pentire di aver agito”. Sono parole pronunciate non da una persona qualsiasi, ma da un Segretario di Stato di quel Presidente Bush che, pur di bombardare l’Iraq, non esitò un istante a costruire prove false per giustificare la guerra che aveva pianificato in ogni dettaglio. Peccato che alle parole della Rice non siano seguiti i fatti, ma la guerra.
Persino Bettino Craxi, parlando del terrorismo degli anni di piombo e dello stragismo, disse: “È nostra profonda convinzione che nessun sistema di prevenzione o di repressione del terrorismo potrà assicurarci la vita libera e pacifica alla quale aspiriamo, se esso non sarà combattuto con l’azione politica e diplomatica là dove esso nasce”. 


Il rigurgito terroristico che si sta manifestando a macchia di leopardo, se non proprio farci pentire per quello che abbiamo fatto in Afghanistan, Iraq, Libia, Tunisia, e in molti stati africani, dovrebbe, quanto meno, indurci a ripensare sul nostro modo di agire. Dovrebbe farci chiedere se la nostra strategia di voler esportare la democrazia con le armi, non crei poi quel substrato che determina rancore, odio, voglia di vendetta. Questi terroristi sono ragazzi, come ho detto, nati e cresciuti nell’Europa delle diseguaglianze, della disoccupazione, delle discriminazioni. Sono ragazzi che non si accontentano del poco, dei piccoli passi, del risalire la china lentamente, ma vogliono tutto e subito. Per loro vale molto di più vivere un giorno da leone che non 100 anni da pecore.
Da trent’anni a oggi una parte dell’Occidente, con l’America in prima fila, ha creduto che con le guerre lampo, le azioni chirurgiche, le bombe intelligenti si potessero insediare in stati considerati strategici, governi fantoccio.  Non è stato così e non lo sarà in futuro, perché le guerre, qualunque siano le giustificazioni, determinano quel substrato di odio che permette al terrorismo di attecchire. 
La storia ci ha abituati a fronteggiare situazioni riconducibili alle guerre convenzionali, dove eserciti mossi da interessi e motivazioni diverse, si fronteggiano secondo tattiche ormai cristallizzate sui manuali di guerra. Il terrorismo invece sfugge a qualsiasi logica, ci coglie di sorpresa, gioca sull’impreparazione, sul nostro senso di sicurezza.
In questi giorni gli specchi infidi dei nostri sensi di colpa e della paura vedono terroristi dappertutto. Basta una busta dimenticata perché scatti l’allarme, perché inizino le perquisizioni e le limitazioni delle nostre libertà. Il terrorismo è si guerra, ma guerra di nervi. È questo che i terroristi vogliono: logorarci. Se fossimo un po’ più avveduti e meno spavaldi e sicuri, dovremmo capire che tutte le volte che mandiamo missioni militari a interferire nelle situazioni interne di certi paesi  non facciamo altro che “svegliare il cosiddetto cane che dorme”, cioè il terrorismo.
In tutta questa storia ho sentito poche persone che si sono chieste perché un giovane o una giovane di vent’anni dovrebbe, a un certo momento della propria vita, scegliere di immolarsi? Qual è il meccanismo perverso che si inceppa nella testa? Lo fa solo per far piacere a un Dio, cui diamo i nostri sentimenti e la nostra sete di sangue, o per risentimenti e rancori verso una società che sembra avviarsi sempre di più verso l’esclusione anziché verso l’inclusione? 
La vera tragedia di oggi è costatare che un giovane di soli vent’anni  possa arrivare all’assurdo di  azionare il congegno che lo farà esplodere in mille pezzi convinto che sta compiendo una missione salvifica del gruppo e della religione di appartenenza.
La tragedia di Parigi, quindi, evidenzia i prodromi di una follia, una follia che è insita nelle sette religiose, che poi altro non sono che l’estremizzazione ad uso e consumo delle religioni. L’Isis agisce in nome e per conto dell’Islam perché non riesce ad elaborare un progetto politico serio e credibile. L’Isis uccide gratuitamente e terrorizza perché è un substrato di violenza e slogan, di malsana concezione religiosa e di assenza di un progetto politico e di cultura democratica.
Il terrorismo è uno stato patologico dell’uomo di fronte all’ingiustizia o a ciò che viene percepita tale. Dategli un ago a un terrorista e con quello farà la sua guerra. Dategli una ragnatela e con quella si costruirà il cappio.
Non sono le missioni degli eserciti, né le guerre lampo o le bombe intelligenti che possono favorire il seme della tolleranza e della democrazia, ma un risveglio delle coscienze in senso laico. Solo una sana rivoluzione laica, illuminista, non mossa dal rancore e dal desiderio di decapitare teste coronate, può effettivamente  controbilanciare il fanatismo religioso che toglie ai giovani, con la promessa di falsi paradisi, il diritto vero ad autodeterminarsi, emanciparsi e di urlare forte: libertè, fraternitè, egalitè.
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