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martedì 17 novembre 2015

ANCORA SANGUE A PARIGI


Ancora sangue a Parigi, ancora sangue a Beirut. Nel giro di quarantotto ore lo Stato Islamico rivendica le stragi nei quartieri sciiti di Beirut, quaranta morti, e nel centro di Parigi, centoquaranta morti. Nemmeno un anno fa l'ultima eclatante azione jihadista in Europa, il massacro della redazione di Charlie Hebdo e le stragi nei negozi kosher a Parigi. Ad inizio novembre il vigliacco attentato ad un aereo civile russo in Sinai aveva fatto altre centinaia di morti. E tra questi attentati ad aerei colmi di turisti e a locali a Parigi uno stillicidio quotidiano, Beirut è solo l'ultimo, in tutto Bilad al-Sham (il cosiddetto Levante di eurocentrica memoria essendo la sponda orientale del Mediterraneo, l'antica provincia settentrionale dei Califfati Omayyadi e Abbasidi, che comprende le regioni storiche di Siria e Palestina, attuale Libano compreso) e Iraq. Ma intanto numerose sono state le sconfitte subite dal califfato sul campo. Le popolazioni del Rojava hanno resistito agli assalti e agli assedi e hanno ricacciato le truppe di Daesh oltre l'Eufrate in una fascia di decine di chilometri; hanno liberato tutto il corridoio dall'Eufrate al confine con l'Iraq in cui la Turchia confina con la Siria, creando enormi difficoltà logistiche per gli islamisti; le milizie degli Yazidi, oggetto di un vero e proprio genocidio da parte islamista neanche un anno fa, hanno riconquistato le loro terre, agendo insieme alle milizie dei cantoni confederati curdi e ad unità del governo regionale curdo in Iraq, e tagliando in due il territorio dello Stato Islamico, dividendo le due principali città, Raqqa e Mosul. Per il Califfo Abu Bakr al Baghdadi i tempi sono cupi. La grande scommessa fatta dalla sua organizzazione è stata la creazione di un nucleo territoriale in cui restaurare l'islam medioevale, in cui fondarsi come stato. E così è stato: la capacità di controllare le risorse economiche del territorio, il tentativo di omologazione della popolazione tramite l'eliminazione fisica o l'espulsione forzatadei culturalmente diversi: cristiani e yazidi, la pacificazione dei conflitti tribali, il drenaggio di risorse economiche tramite la fiscalità. Ma tutto questo ha avuto un prezzo: l'ISIS si è innalzato in potenza ed è arrivato a preoccupare gli stessi che l'hanno finanziato come le petromonarchie teocratiche del Golfo Arabico. Ma ancora conta alleati in regione: la Turchia di Erdogan continua a chiudere due occhi sulle basi logistiche del califfato sul territorio turco, continua ad aiutare sottobanco l'ISIS per colpire i processi rivoluzionari in corso nel
Kurdistan e nel tentativo di dare una spallata finale al regime di Assad in Siria. Gli stati a governance sunnita, o per lo meno frazioni delle loro classi dominanti, continuano ad usare l'ISIS e le organizzazioni similari in funzione anti-iraniana, e notiamo di sfuggita la coincidenza delle stragi a Parigi con la programmata visita in Europa del presidente iraniano, ad ora rimandata. Il governo israeliano se ne sta in disparte: fintanto che si massacrano nelle sue immediate vicinante non potrà emergere nessun attore in grado di sfidarlo manu militari come fece Hezbollah nel 2008. E il Califfato sa benissimo che non può permettersi di affrontare sul campo, nella zona vicino al Golan dove Israele e Califfato confinano, l'esercito di Tel Aviv: l'abnorme disparità di forze, tecnologie e capacità militari porterebbe alla disgregazione immediata delle truppe islamiste.
Ma se sul campo si prendono le bastonate dalle milizie dei cantoni confederalisti-democratici, dai peshmerga del governo regionale del Kurdistan iracheno e dalle milizie sciite irachene (braccio armato dell'Iran sul fronte iracheno ma accusate di pulizia etnica verso i sunniti, soprattutto durante la riconquista di Tikrit) coordinate con l'esercito siriano e con il supporto aereo, molto contraddittorio al suo interno, della Coalizione Internazionale e della Russia, che cosa rimane al Califfo? Resistere sul campo, certo, e resisteranno ancora a lungo perché nei fatti si sta instaurando un equilibrio di forze, ma anche provare a mascherare le sconfitte con qualche azione spettacolare nel cuore dell'Europa; provare a mantenere l'immagine di invincibilità derivata dai successi militari di un anno e mezzo fa. Molti di coloro che in Europa e in Nord Africa, i due attacchi della primavera ed estate scorsa in Tunisia sono emblematici, erano sensibili alle sirene del Califfo sono emigrati nei territori sotto il suo controllo, alcuni sono tornati con addestramento, soldi e contatti, e hanno aggregato a loro altre persone. In questo si mistificano contemporaneamente due fatti. Il primo è che le intere comunità musulmane europee siano il nemico interno: una banale questione di numeri lo dimostra dato che gli islamici europei radicali, più o meno militanti, sono poche migliaia a fronte di una comunità di decine di milioni di individui, concentrati soprattutto in Francia, Regno Unito e Germania. Il secondo fatto che viene demistificato è che le misure di intelligence messe in campo dai governi occidentali siano di alta qualità. Un attacco alla sede di Charlie Hebdo e la successiva strage al'Hyper Kosher potevano essere compiuti da pochi individui con armamenti leggeri e un minimo di addestramento base e in questo più difficilmente individuabili mentre i sette attacchi coordinati di venerdì 13 hanno necessariamente visto la partecipazione di decine di persone, anche con capacità tecniche non comuni, per procurare armi, munizionamento ed esplosivo, mezzi logistici. Le notizie al momento in cui questo articolo vengono scritto dicono che l'intelligence irachena avesse avvisato le sue controparti europee già giovedì che qualcosa di grosso sarebbe successo a breve dato che al-Baghdadi aveva ordinato rappresaglie contro i paesi impegnati a colpire gli obbiettivi islamisti, quindi non solo paesi NATO e arabi ma anche Russia e Iran; inoltre pare che la mente dell'attacco sia un belga residente nei territori dello Stato Islamico. Come mai l'intelligence francese, che pure ha un'esperienza decennale con lo jihadismo a causa della guerra civile in Algeria negli anni Novanta, non ha individuato quello che si stava preparando? Eppure gli ipertrofici e policentrici apparati di sicurezza dispiegati in tutto il mondo occidentale non dovrebbero servire proprio a questo? Le legislazioni antiterrorismo non dovrebbero servire appunto a colpire questa gentaglia? A quanto pare, invece, sono più funzionali per estendere un apparato di vigilanza continuo su tutta la popolazione che per bloccare una banda di tagliagole. Il paradigma della “guerra al terrore” da cui derivano legislazioni e pratiche emergenziali, e il conseguente stato di eccezione, più o meno permanente, è finalizzato ad un maggiore disciplinamento dei dominati all'interno degli stati occidentali più che alla difesa da un qualunque nemico esterno, ed è servito, in Afghanistan e Iraq, a fornire la copertura ideologica per un'operazione di predazione imperiale atta a conseguire un maggior controllo sulle risorse energetiche e a fornire un momento di accumulazione all'industria bellica statunitense. Inoltre la paura, il terrore, la guerra si possono mettere a valore. Il mercato della sorveglianza di massa, che sia condotto da aziende squisitamente private come le grandi multinazionali statunitensi o di carattere parastatale come Finmeccanica o altre aziende europee, ha subito un'impennata da quell'oramai lontano settembre del 2001, insieme al settore della difesa privata, comprese le aziende che forniscono esclusivamente sistemi e piattaforme logistiche per gli eserciti. Hollande, dopo aver fatto bombardare Raqqa per tutta la notte, ha dichiarato che “la Francia è in guerra”, “chi sfida la Francia sono solo i perdenti della Storia”, e chiede di modificare gli articoli 13 e 36 della Costituzione Francese, proprio quelli che disciplinano i poteri presidenziali e lo stato d'emergenza e di guerra, col fine dichiarato di poter prorogare lo stato d'emergenza per i prossimi tre mesi oltre i dodici giorni che la prassi prevede per decisione presidenziale e senza approvazione del parlamento. La logica dell'emergenza è servita a disciplinare e mantenere in uno stato subordinato il proletariato immigrato e i suoi figli delle periferie. È servita a tenere una costante tensione interna al proletariato europeo e a dividerlo su base etnica. E in questa logica rientra anche, in modo edulcorato e addolcito, il paradigma multiculturale caro alla sinistra progressista: mantiene una divisione in frazioni etnico-religiose delle classi subalterne e crea nuovi corpi separati e intermedi costituito dall'associazionismo religioso, nel tentativo di disinnescare i conflitti di classe interni alla popolazione di origine immigrata. Lampante il caso del deputato del PD Kalid Chaouki, che finita la gavetta che lo vede fondatore e poi presidente dell'associazione “Giovani musulmani d'Italia” e membro della “Consulta per l'Islam italiano” presso il Ministero dell'Interno, incomincia quella giornalistica e politica nei ranghi del PD fino a diventare deputato e responsabile nazionale immigrazione del partito.
Che i morti siano parigini o abitati di Beirut o di qualche sperduto villaggio siriano o, ancora, degli affogati nel Canale di Sicilia a noi non interessa. Non interessa perché ovunque sono loro a guadagnarci dalle guerre, ovunque siamo noi a subire quelle guerre. Ne consegue che ovunque ci dobbiamo opporre alle loro guerre e affermare la necessità e la volontà di costruire una società radicalmente diversa: laica, pluralista, solidale, senza frontiere, egualitaria e libera. Una società in cui tutti possano soddisfare i propri bisogni e perseguire i propri desideri. Per questo è necessario ampliare le lotte e disinnescare i meccanismi securitari, classisti e razzisti che si fondano sulla creazione di un discorso nazionalista, sulla retorica dell'unità nazionale, sulla cooptazione della
popolazione nelle logiche di guerra. È necessario e doveroso denunciare che la canea fascista europea è speculare alla canea islamofascista: entrambi sono portatori di una visione bigotta, reazionaria e classista dei rapporti sociali. È necessario denunciare che la logica del terrorismo risiede nelle strutture sociali su cui si mantiene l'ordinamento globale. È necessario affermare il valore della diserzione dalle loro guerre, del superamento del supremo spettacolo del terrorismo e dell'antiterrorismo, e rifiutare sia il ruolo di vittime passive della macelleria islamista che di carnefici al soldo delle classi dominanti occidentali.
La redazione collegiale di Umanità Nova- Milano