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domenica 31 gennaio 2016

VENTIQUATTR’ORE PER IMPEDIRE UNA NUOVA CHERNOBYL
di Luca Nicotra 

Due vecchissime centrali nucleari in Belgio minacciano una nuova Chernobyl nel cuore dell’Europa! Lunedì, il Ministro per l’Ambiente tedesco si recherà in Belgio per chiederne urgentemente lo stop. E se nelle prossime 24 ore saremo abbastanza da far scoppiare in tutta Europa questo scandalo, possiamo dare alla Germania il sostegno di cui ha bisogno per chiedere lo stop dei reattori. Firma e condividi su Facebook, Twitter, posta elettronica, ovunque prima che sia troppo tardi.

Centrali nucleari in Belgio

Cari avaaziani,
Gli esperti di nucleare sono preoccupati: il Belgio ha appena riattivato due centrali nucleari vecchissime e con migliaia di crepe, che minacciano una nuova Chernobyl nel mezzo dell’Europa.
Uno dei vecchi reattori ha preso fuoco in seguito a un’esplosione appena qualche settimana fa, e dopo aver scoperto 16mila (!) crepe in altri due, lo stesso responsabile sulla sicurezza nucleare del Belgio ha chiesto degli accertamenti. I paesi confinanti hanno alzato il livello di allerta, e la Ministra per l’Ambiente tedesca Barbara Hendricks andrà a protestare lunedì col il governo belga. Se nelle prossime 24 ore faremo arrivare lo scandalo in tutta Europa, la Germania potrà chiedere al Belgio lo stop alle centrali fino a quando non sarà effettuata una revisione approfondita degli impianti. Dobbiamo fermare questa follia.
Una incubo nucleare in un’area così densamente popolata riguarda tutti noi in Europa. Consegniamo 1 milione di firme alla Ministra Hendricks e ai paesi confinanti prima della riunione di domani, e facciamo capire che i cittadini europei non permetteranno al Belgio di rischiare una nuova Chernobyl. Firma ora e condividi su Facebook, Twitter, posta elettronica, ovunque mentre siamo ancora in tempo:

https://secure.avaaz.org/it/belgian_nuclear_shutdown_loc/?bhvKTcb&v=72243&cl=9387716785

Stiamo entrando in una nuova era di rischio nucleare. Le 25 centrali nucleari più vecchie d’Europa hanno raggiunto o addirittura superato i 40 anni di attività. E più le centrali invecchiano, più aumenta il numero di incidenti e malfunzionamenti: c’è già stato un aumento del 50% di guasti inaspettati tra il 2000 e il 2006.
E il Belgio è diventato il simbolo mondiale del pericolo a cui ci espongono vecchie centrali nucleari. Nel 2014, il paese ha battuto il record di imprevisti ai reattori nucleari, con perdite, crepe e addirittura un’esplosione lo scorso dicembre. E non è finita qui: secondo gli esperti alcune crepe sono localizzate in “una delle parti più vulnerabili” della centrale e “un crollo di pressione del reattore potrebbe causare un incidente catastrofico come quello di Chernobyl o Fukushima”.
Il governo belga sostiene che mantenere attive queste centrali è necessario per dare energia elettrica al paese, ma negli ultimi due anni sono rimaste chiuse metà del tempo a causa di guasti. E ora il Belgio conta sulla maggioranza in parlamento per ottenere il via libera a mantenere attive questi centrali nucleari a rischio... per altri 10 anni!
Ma tra 24 ore avremo un’occasione per fermare questa follia: il Belgio, infatti, non ha mai effettuato una valutazione di impatto ambientale congiunta col Lussemburgo, la Germania e gli altri paesi confinanti. Se lunedì la Germania esigerà questa valutazione, potremo bloccare il voto e costringere il Belgio a fare marcia indietro. È la nostra occasione, firma ora per mettere fine a questa minaccia nucleare in Europa:

https://secure.avaaz.org/it/belgian_nuclear_shutdown_loc/?bhvKTcb&v=72243&cl=9387716785

Avaaz ha lavorato senza sosta per spingere i leader mondiali a un accordo ambizioso alla Conferenza sul Clima di Parigi per salvare il pianeta dagli effetti devastanti dei combustibili fossili. Ora facciamo in modo di non mettere in pericolo l'Europa per una assurda minaccia nucleare.
Con speranza e determinazione,

Luca, Luis, Alaphia, Ana, Marigona, Emma, Alice, Spyro
e tutto il team di Avaaz

Maggiori informazioni

Centrale nucleare Doel, Belgio: incendio nel reattore 1 (Scienze Notizie)
http://scienzenotizie.it/2015/11/02/centrale-nucleare-doel-belgio-incendio-nel-reattore-1-297930

Nucleare: 22 reattori a rischio nel mondo. Problemi in Belgio (Greenstyle)
http://www.greenstyle.it/nucleare-22-reattori-a-rischio-nel-mondo-problemi-in-belgio-11285.html

Belgio, i problemi della centrale nucleare di Doel preoccupano l'Olanda (Agenzia Nova)
http://www.agenzianova.com/a/0/1273485/2016-01-04/speciale-energia-belgio-i-problemi-della-centrale-nucleare-di-doel-preoccupano-l-olanda

Belgio: prolungato il ciclo di vita di due vecchie centrali nucleari (Agoravox)
http://www.agoravox.it/Belgio-prolungato-il-ciclo-di-vita.html

Nucleare: a Fukushima perdita radioattiva, in Belgio crepe nei reattori (Rinnovabili.it)
http://www.rinnovabili.it/ambiente/nucleare-fukushima-radioattiva-belgio-crepe-reattori-333/

Belgio, fuga d’acqua dalla centrale nucleare, fermato un reattore (Euronews)
http://it.euronews.com/2015/12/25/belgio-fuga-d-acqua-dalla-centrale-nucleare-fermato-un-reattore
AFORISMI
di Laura Margherita Volante

Adolfo Wildt

Unioni civili. Dove c’è amore le barriere del pregiudizio cadono miseramente.
Le fondamenta familiari crollano quando manca il cemento dell’onestà.
Le persone inviano segnali che pochi ricevono perché i più sono in atonia.
La tromba d’aria è la spirale dinamica che nasce in un punto per morire in un altro.
Fare svariate esperienze ha il dono di lasciare un fardello di doloranti ricchezze.
Amare ciò che non ci piace per cambiarlo è candidarsi alla sconfitta.
Pillole salvavita. Si vive da malati per morire sani.
L’umorismo è la pillola salvavita del male…
La chiarezza delle parole è la più democratica delle rivoluzioni.
La femmina sta al fuco come la zoccola al fico…
Facebook. Limbo di rimozione della realtà fra innumerevoli ripetitive immagini e frasi fuori da ogni connessione umana.
Facebook. Il luogo delle intenzioni…inespresse.
Facebook. Morte della percezione realistica della realtà.
Il bombardamento delle immagini sta al lavaggio del cervello come il lavaggio di testa sta al bombardamento delle parole.
La furbizia degli stupidi è una medaglia a due facce.
Quando la civiltà muore sulla sua tomba c’è chi le ruba i fiori…
La forza interiore non si lascia sfiorare da nessuna violenza, nemmeno dell’indifferenza.
L’indifferenza della specie biologicamente mutata fa crollare le poche certezze da Darwin a Maturana…
Indifferenza sociale: metastasi del cancro dello spirito.
Un mondo che non nutre gli affamati e non dà da bere agli assetati è destinato all’estinzione.
La corruzione dei poteri legittima qualsiasi forma di furto…
La vita è diventata una scommessa al punto che alcuni se la giocano in sala…giochi!
Prostituzione. Il mestiere più antico del mondo oggi è la ginnastica quotidiana per la carriera…
Ieri duro scontro politico per servire il paese. Oggi animosità all’attacco come miglior difesa della poltrona.
Cartellino intellettuale cercasi. Dal fesso al fisso per impegni culturali gratis senza orario fisso…
I sogni hanno i fari antinebbia.
Le illusioni sono le lenti bifocali della memoria.
La dolcezza trasmette una calma gioiosa.
L’infinito è la superficie profonda dell’anima universale.
La ricerca della conoscenza attiene al viaggio interiore unitamente alle esperienze umane, dove si tocca il fondo diventando consapevoli dei saperi toccati e introiettati per riuscire a percorrere l’infinito fra le stelle morte…


sabato 30 gennaio 2016

UOMINI E MACCHINE INTELLIGENTI.   
L'uomo è sempre più antiquato
Un'inquietante e interessante riflessione su una strada 
che si presenta piena di incognite.
di Franco Toscani
Androidi
Fra i regali di Natale più ambiti dell'inverno 2015 i giapponesi si sono ritrovati anche i robot androidi, gli "umanoidi tuttofare", reclamizzati come "capaci di comprendere le emozioni umane", di garantire prestazioni senza limiti, di sostituire i lavoratori umani aumentandone a dismisura la produttività, di risolvere in tal modo i problemi dell'immigrazione, in grado di svolgere -senza pretendere cose fastidiose, antiquate e deplorevoli come stipendi e contratti di lavoro- le funzioni di badanti, camerieri, portieri, vigilanti, guardiani, maggiordomi, infermieri, tutori, assistenti, intrattenitori chiacchieranti, giocatori (si ipotizzano pure, a breve, Olimpiadi per robot) e quant'altro. Pare che il mercato ne offra già una pletora; di tali robot si cura anche il lato estetico, si perfeziona la somiglianza agli esseri umani, per renderli sempre più seducenti e adatti a una migliore convivenza. Del resto, per gli esperti e docenti universitari di robotica è risaputo che costruire i robot a immagine e somiglianza degli umani rappresenta solo una fase intermedia, poi si andrà sicuramente "oltre". Oltre dove, come, quanto nessuno lo sa, ma l'importante pare sia andare comunque oltre, anche nella direzione dei killer robot. Andiamo verso un mondo senza l'uomo? Si pongono questi e altri assillanti, inquietanti interrogativi.
Nel film di Stanley Kubrik 2001 Odissea nello spazio (1968) il super computer di bordo autocosciente Hal 9000 si ribellava agli uomini. Ora siamo giunti ai killer robot, sistemi d'arma autonomi e letali, che possono colpire e uccidere senza intervento umano.
Ormai la tecnologia dell'Intelligenza Artificiale (IA) è prossima a realizzare questi sistemi di armi autonome che sono state descritte come la "terza rivoluzione" nel modo di fare le guerre, dopo l'invenzione della polvere da sparo e le armi nucleari. Numerosi esperti di intelligenza artificiale e robotica, scienziati, imprenditori e filosofi si pongono interrogativi senza molte risposte su queste novità. È certo che lo sviluppo di questi ultimi sistemi di armi autonome non sarà arrestabile. Finora si sapeva al massimo di uomini senza mondo (nel senso di isolati o appartati da esso), ora si profila sempre più -come aveva ben intravisto Günther Anders nella seconda metà del XX secolo- la possibilità concreta di un mondo senza l'uomo, per mano o per responsabilità dell'uomo stesso, delle sue ideazioni e creazioni.
Robot
Col loro pensiero "freddo" -che non ha tutte le complicazioni e vicissitudini, dubbi e contraddizioni, illuminazioni e oscurità, oscillazioni ed emozioni del pensiero umano- le macchine intelligenti sono in grado non solo di aiutarci, ma pure di sostituirci. Se lasciate agire autonomamente in un mondo complesso, queste macchine non sono in grado di mettere in discussione il loro operato, di valutare le conseguenze della loro programmazione, di comprendere il contesto in cui operano. I rischi dell'intelligenza artificiale sono giù tutti apertamente dispiegati davanti a noi. Le "macchine superintelligenti" potrebbero voler rimuovere gli ostacoli incontrati davanti ai loro scopi, cioè noi stessi, coi nostri propositi, desideri e bisogni. Da parte nostra il rischio maggiore è quello di non riuscire più a controllare le forze che noi stessi abbiamo messo in moto, come l'apprendista stregone del Faust di Goethe. Una cosa è sicura: il nostro futuro e ancor più quello delle prossime generazioni saranno pieni di interrogativi inquietanti e di incognite di difficile, se non impossibile, soluzione.
In uno dei suoi ultimi scritti, Last und Segen der Sterblichkeit (Peso e benedizione della mortalità, 1991-1992), il grande filosofo Hans Jonas (1903-1993) riflette da par suo sul peso e sulla benedizione della mortalità per gli esseri umani. Per quel che ne sappiamo, peso e benedizione sono e resteranno ignoti ai robot e alle "macchine intelligenti", che tendono a risolvere senz'altro il pensiero nel calcolo e a non considerare quindi che ogni pensare non si esaurisce in un calcolare.


Tutti gli animali periscono, ma solo l'uomo pensa la propria morte, ha sempre davanti a sé la possibilità della propria morte, sa che deve morire, che porta sempre dentro di sé il pungiglione della morte, che la forma vivente è sempre minacciata nel suo essere dal non-essere, che noi scegliamo continuamente di conservare noi stessi, che il dir di sì della vita a sé stessa è sempre un compito da esaudire, una sfida nient'affatto facile da affrontare e portare a compimento. Per questo leggiamo nel Salmo 90: "Insegnaci a contare i nostri giorni, affinché acquistiamo un cuore saggio".
Il peso è allora quello della nostra costitutiva fragilità e finitezza, sta nella capacità di sostenere la possibilità permanente della morte per l'organismo vivente. La benedizione consiste nella necessità e ineluttabilità stessa della morte, nella consapevolezza che alla morte è affidata l'ultima parola e che, allo stremo delle forze, essa appare come lo sbocco più pietoso. Il peso della mortalità gravante su tutti gli esseri umani è per Jonas un fardello insieme "pesante e sensato", perché la nostra esistenza -nella sua brevità, fragilità e finitezza- è comunque "l'unica sede di senso nel mondo".
Natalità e mortalità sono intimamente congiunte, rinviano inestricabilmente l'una all'altra, come aveva ben compreso Eraclito. La mortalità è necessaria anche per garantire nuova vita, nuove speranze, nuovi inizi e percorsi dell'umanità.
L'ebbrezza tecnologica fa dimenticare il peso e la benedizione della mortalità, il fardello enorme e, nel contempo, la grazia, il fascino indicibile dell'esistenza e della condizione umana. Per ciò che riguarda ciascuno di noi, scrive Jonas: "Sapere che restiamo qui solo per poco e che al tempo che ci attende è posto un limite non negoziabile, potrebbe essere addirittura necessario come impulso a contare i nostri giorni e a viverli in modo che essi contino per sé stessi".
Il fardello e il fascino dell'esistenza restano e resteranno -per quel poco che ne sappiamo o possiamo supporre, da esseri sempre più "antiquati" quali noi siamo- sempre preclusi alla perfezione tecnologica e alla freddezza calcolatrice delle "macchine intelligenti". Noi viviamo e moriremo con tutto il peso e la benedizione delle nostre contraddizioni e oscillazioni, dei nostri dubbi e domande, lacerazioni e inquietudini, terrori ed entusiasmi, gioie e meraviglie, errori e illuminazioni, piaceri e dolori. Noi mortali siamo umani e vogliamo restare umani.
[Piacenza, Gennaio 2016]

venerdì 29 gennaio 2016

Le chiavi di Gerico
di Giovanni Bianchi

Le chiavi di casa
Si chiama Samir la guida turistica che ci ha accompagnato per nove giorni nel pellegrinaggio in terra santa. È un palestinese cristiano e cittadino israeliano. Fa parte cioè di quell’1,2% di cristiani che compongono residualmente il popolo palestinese confinato a Gaza e nei territori occupati. Quando ai miei tempi intrattenevo rapporti politici e d’amicizia con Arafat i cristiani tra i palestinesi arrivavano al 12%.  Samir è laureato in medicina ed archeologia ed ha scelto di fare l’imprenditore locale di viaggi. Attrezzatissimo dal punto di vista tecnologico ed altrettanto equilibrato nei giudizi.  È la mattina dell’ultimo giorno, quello della partenza. Santa messa a Gerico, poi ancora Gerusalemme, un bel museo, e il ritorno in Italia.
Si dice che Gerico sia la più antica città del mondo e campeggia nella Bibbia per il crollo delle mura. Qualcuno dal pullman nota una raffigurazione delle chiavi e ne resta incuriosito. La risposta di Samir è puntuale e inattesamente autobiografica.
Quando nel 1948 gli eserciti di Egitto, Siria e Giordania fecero guerra a Israele, gli ufficiali arabi dissero ai palestinesi di entrambe le religioni di recarsi nei campi profughi giordani portando con sé le chiavi di casa. L’armata araba avrebbe sbaragliato e sloggiato gli ebrei di Ben Gurion, e loro nel giro di quindici giorni sarebbero potuti tornare, chiavi in mano, nei propri appartamenti. L’idea e le bandiere che muovevano gli eserciti arabi erano allora quelle del panarabismo, e non a caso tra gli ufficiali più brillanti di quella armata vi era anche un colonnello di nome Nasser. Le cose andarono diversamente e le icone delle chiavi stanno a ricordare un patto e una struggente nostalgia.
Vi fu una replica (dopo altre) del tentativo arabo di sloggiare gli ebrei da Israele, ed è la guerra dei sei giorni del 1967 che vide Moshe Dayan giungere  vincitore con il mitra in spalla a pregare al muro del pianto. Tutti questi tentativi avevano come ragione di fondo quella del panarabismo. Con un brusco salto, non soltanto storico, dobbiamo adesso osservare che la bandiera nera alzata dall’Isis, dai suoi combattenti, dai terroristi, dai foreign faithers e dai kamikaze è quella invece del panislamismo: un approccio ideologico che complica e incrudelisce le cose. E che, come ogni soggetto politico, ha scelto la sua generazione core da promuovere e sviluppare sul proprio terreno e senza confini, come il panislamismo chiede.


Quale evoluzione?
Interrogarsi sull’evoluzione di un popolo e di un problema significa da subito mettere nel conto la possibilità di imbattersi anche in una involuzione. Ma la prospettiva di indagine non cambia: si tratta pur sempre di scoprire le trasformazioni della storia e di interrogarsi sul perché degli esiti raggiunti. Credo sia diventato chiaro che i palestinesi sono stati progressivamente abbandonati dagli altri paesi arabi. Gli israeliani, memori dell’olocausto europeo, hanno fin dagli inizi preferito contare duramente sulle proprie forze, trasformandosi in esercito permanente, e continuare a chiedere aiuti finanziari alle facoltose comunità ebraiche sparse per il mondo, soprattutto quella newyorkese.
L’assassinio di Rabin ha interrotto una via promettente di pacificazione, ma non ha messo in discussione la stabilità dello Stato d’Israele. Per questo le chiavi di Gerico sono diventate con il passare dei decenni un inno all’ironia. Resto tuttora convinto che non vi sia strada alternativa a quella dei “due Popoli e due Stati”, anche se Netanyahu da una parte e non pochi dei suoi avversari palestinesi dall’altra dicono all’unisono di non crederci più.
Lo dice anche il vivacissimo sacerdote che presiede la Caritas palestinese e che incontriamo una sera in un hotel di Gerusalemme. Da giovane il prete che parla un italiano perfetto tirava le Molotov ai tanks israeliani. Adesso aiuta il suo popolo con tutte le forze, assicura che i palestinesi non abbandoneranno mai la propria terra e si definisce “non ottimista ma realista”. Esplicitando che il termine realismo deve includere anche la guerra.
Come comporre tutto ciò con la speranza cristiana? Padre Raed ha dimestichezza, oltre che con le opere caritative, con La Scrittura. E l’Apocalisse non a caso apre alla speranza escatologica, quella di Isaia e dei tempi ultimi che vedranno il lupo e l’agnello pascolare insieme e il leone cibarsi di erba. Per i suoi interlocutori, me compreso, il progetto politico diventa arduo: come rendere vegetariano il leone. Una scommessa non so se più entusiasmante o difficile.


L’Europa dell’accoglienza
Tutti i pellegrinaggi prima o poi finiscono, anche i più riusciti e i più rischiosi e interessanti. E quando quindi torni in Europa ti confronti dall’altro lato con il problema dell’accoglienza.
Il terrorismo islamico è entrato a far parte da dopo le Torri Gemelle del nostro quotidiano e del suo immaginario. Facciamo bene a ripetere che il terrorismo islamico esiste e va combattuto, anche in casa nostra, ma che non tutti gli islamici sono terroristi.
Dopo la tragedia parigina di Charlie Hebdo il problema non è mediterraneo o d’oltremare, ma delle nostre metropoli e delle nostre periferie. Lo abbiamo già in casa. L’Europa è scossa prima nella sua quotidianità che premuta alle frontiere.
Giovani terroristi e foreign faithers sono cresciuti nella banlieu parigina. Quel che si dice il terrorista della porta accanto. E le nostre città, Parigi e Bruxelles, ma poi anche Berlino, Monaco di Baviera e Colonia hanno visto praticamente instaurarsi il coprifuoco.
Il turismo si diluisce e arranca. Si evita di uscire al ristorante, di recarsi al concerto e nei bistrot. La nostra vita quotidiana si è fatta più paurosa e ritirata perché è assediata dalla paura.
Ovviamente vi sono movimenti, come la Lega italiana e il lepenismo francese, che cavalcano le paure. Ma il problema non è chiedersi se gli xenofobi prenderanno più voti degli altri partiti, ma perché un italiano, che ha fin qui pensato che Salvini le sparasse grosse per eccessiva rozzezza intellettuale e politica, sia oggi tentato di pensare che proprio quella rozzezza abbia consentito al leader leghista di cogliere prima di altri la difficoltà del problema e i suoi pericoli. È questa suggestione che lo sollecita a votarlo.
Una pietra miliare in tal senso è il Capodanno di Colonia. Colonia è la città più progressista e cosmopolita di tutta la federazione tedesca. La città di Einrich Böll tra l’altro.
Quella notte di Capodanno un migliaio di facinorosi nordafricani s’è dato convegno con la parola d’ordine di attaccare le donne tedesche in festa come selvaggina sessuale meritevole di furto e di stupro. Al netto di tutti problemi di ordine pubblico e della sorprendente faciloneria di una polizia germanica tutt’altro che teutonica, resta l’assalto alla persona e in particolare a quelle donne che tante vittoriose battaglie per i diritti hanno condotto in Occidente negli ultimi decenni. Le nostre odierne democrazie sarebbero illeggibili nella loro quotidianità a prescindere dal protagonismo femminile e dai diritti conquistati sul campo dalle nostre compagne. Perché la scelta di questo affronto?
Si è detto di un’azione criminale organizzata, ma il problema non è certamente in primo luogo di polizia e di ordine pubblico. Il problema rimanda più all’ethos che alle leggi. Tanto più grave in un Paese leader d’Europa, nel quale la cancelliera Merkel ha favorevolmente stupito per il coraggio dell’apertura all’accoglienza dei profughi siriani.


Come capire
Cosa sta dietro a una notte di stupidità e di nefandezze? Perché quei giovani maghrebini derubavano, malmenavano, inseguivano e talvolta stupravano le donne tedesche?
Il problema è il costume, le abitudini. Il formarsi di una mentalità e comportamenti che ne conseguono. Si sono ricordati gli stupri di piazza Tahrir e le molestie di Tripoli. Lì dove cioè la donna non è stata raggiunta dal deposito benefico dell’illuminismo e della cittadinanza democratica. Una disparità e una discriminazione che fanno a pugni con le nostre convivenze quotidiane. E pare assodato che le ragioni e gli itinerari dell’accoglienza, l’atmosfera umanitaria e di civismo dei cittadini europei che si sono precipitati in più di una occasione in quanto privati e con le proprie automobili ad accogliere i profughi, non siano sufficienti a cambiare una mentalità ed abitudini consolidate. Fa meditare la circostanza che l’Austria    
-pur teatro qualche mese fa degli atti di accoglienza di suoi privati cittadini- sia oggi tra le nazioni che chiedono la sospensione di Schengen.
Il problema non è il Corano né tantomeno il Profeta. Il problema è il permanere di discriminazioni sulle quali la religione pone il proprio sigillo e che il fondamentalismo religioso ulteriormente esaspera.
È inutile cercare nel Vangelo di Gesù di Nazareth le ragioni dell’Inquisizione cattolica. Ma l’Inquisizione c’è stata, ha dominato la Chiesa cattolica, ha visto al suo interno teologi della levatura del cardinale Bellarmino, della stessa Compagnia di Gesù della quale fa parte papa Francesco, a tutti noto per il coraggio e la mitezza con cui proclama e pratica il perdono e raccomanda l’accoglienza dei fratelli di religione differente.
Vedo un grande imbarazzo nella tradizione marxista (per quel che resta) nell’affrontare il problema. Qui le ragioni economiche non sono centrali. Si tratta di leggere con strumenti quantomeno ermeneutici che sappiano distinguere -dopo Bonhoeffer- tra fede e religione. Il Corano è un libro bellissimo, ma questo non cambia nulla rispetto ai comportamenti notturni di Colonia.
Anche il Vangelo è un libro bellissimo, ma oltre all’Inquisizione dobbiamo anche rammentare nella storia della cristianità le crociate e più recentemente gli scandali finanziari dello Ior vaticano e le abitudini pedofile di troppi sacerdoti non soltanto statunitensi. La purezza della fede finisce talvolta per essere travolta e sconciata da un impasto idolatrico tra etica e religione. Ed è proprio La Scrittura a insegnarci che l’idolo uccide.
Ovviamente non sto proponendo la generalizzazione dell’etica cattolica o cristiana. Sarebbe contraddittorio rispetto alla laicità sulla quale è fondata la nostra Repubblica e la stessa Europa. Ma un’etica di cittadinanza deve essere valutata e costruita. Deve saper riconoscere i pericoli e i nemici che la insidiano, all’interno e da fuori. Deve trovare gli antidoti e le proposte in grado di umanizzare chi si colloca da una parte e dall’altra della barricata prima etica e poi ideologica. Perché la globalizzazione dominata dalla logica della crescita disuguale e dal potere finanziario mobilita le masse, ma non accoglie e non insegna ad accogliere.
Perché se non vale “l’aiutiamoli a casa loro” -dal momento che è in faticosa costruzione nel pianeta una casa comune- è altresì vero che la nostra quotidianità di cittadini europei non deve essere lasciata alla mercé dei nuovi arrivi, ma proposta nei suoi valori di convivenza, di civiltà del diritto e di eguaglianza sociale: tutto quanto la rende appetibile per chi sfida la morte nel Mediterraneo pur di raggiungerla e farne parte.
E lo stesso discorso va riproposto per il welfare europeo, senza il quale i diritti sanciti dalle diverse carte costituzionali del Vecchio Continente risulterebbero una tragica beffa. (Da qui discende l’obbligo, umano, civile e democratico, dell’assistenza e della cura dei profughi che raggiungono le nostre spiagge e le nostre frontiere, e non soltanto dei rifugiati politici.)
Non è mai ozioso ricordare che la democrazia non è un guadagno fatto una volta per tutte. Luigi Sturzo lo sapeva, e proprio per questo era un prete del Sud che tante difficoltà incontrò nel contribuire alla costruzione di una laicità degli italiani anche all’interno della sua Chiesa.
Come a dire che l’accoglienza è doverosa, ma non facile e priva di costi. E tantomeno facilona.


In casa
E poi bisogna fare i conti con i problemi di casa, che non sempre attraversano una congiuntura favorevole. La casa italiana, la casa tedesca, la casa francese.
In Italia qualcuno dovrebbe misurarsi con quello che è stato definito “il mistero del 2015”. Infatti secondo l’Istat i decessi sono aumentati nel nostro Paese dell’11%. Siamo cioè tornati ai livelli di mortalità degli anni Quaranta. E non si tratta soltanto di un problema per gli esperti i quali si interrogano sulla circostanza se ci ammaliamo di più o ci curiamo peggio. La vita media o speranza di vita resta l’indicatore più antropologicamente concreto di come un Paese ha cura dei suoi cittadini. Quanto li fa campare è un indice tutto sommato complessivo e preciso.
In Germania si è già detto dei problemi emersi. Un parere perplesso ed inquietante ha espresso un intellettuale di centrodestra, già consigliere di Helmut Kohl, il quale ha osservato che vi è un elemento di inevitabilità nei fatti accaduti a Colonia -troppo distanti le etiche e il modo di concepire il ruolo della donna- concludendo che Angela Merkel ha compiuto un errore aprendo in quel modo ai migranti.
Sulla Francia le analisi sono molto più accurate e molto concedono all’indagine delle sociologie. Si parla di un Islam radicale come risposta violenta all’esclusione sociale: le periferie di Parigi sono teatro di identità che si esprimono come antagonismo verso la società degli “inclusi”. E si aggiunge che questi giovani trasformano il disprezzo di se stessi in odio verso gli altri.
Il male di cui più soffrono è il vittimismo, insieme alla convinzione che delinquere sia l’unica strada possibile per uscire dall’esclusione.
Dicono ancora le sociologie transalpine che l’islamismo radicale opera un’inversione magica: trasformando il disprezzo di sé nel disprezzo per l’altro. Da qui i viaggi iniziatici in Siria come in Iraq. Il viaggio-pellegrinaggio conferma il giovane jihadista nella sua nuova identità, rinviandolo in modo mitico alla società musulmana.
In questa condizione, oltre imparare a usare le armi e a diventare crudele, si scopre man mano straniero rispetto alla propria società. Alla fine del processo (saltando per brevità tutta una serie di passaggi) il giovane jihadista avverte un bisogno irrefrenabile di diventare tutt’uno con la “nuova umma” del califfato di Daesh, abbandonando e aggredendo la propria società poco amata. Non a caso, secondo le statistiche disponibili, il numero di giovani europei andati in Siria è tra i 2 mila e i 4 mila.
Non tanto un problema di frontiere, quanto piuttosto un problema sempre più interno e intestino per le società europee medesime. Si aggiunga che la scomparsa del senso del religioso istituzionalizzato spinge a cercare nuovi orizzonti di sacro nello sconosciuto.
Così pure la ricerca di una nuova utopia e il sentimento di profonda ingiustizia si combinano con la ricerca della felicità individuale e del gusto dell’avventura. Alla fine, con un cortocircuito micidiale, il desiderio di morire si lega a quello di uccidere l’altro.
Fin qui le analisi sociologiche. Cui va aggiunto la distanza di comportamenti e di costumi – soprattutto per quel che riguarda il ruolo della donna – che rendono differenti e distanti i due universi culturali e valoriali.
Ce n’è per continuare gli studi all’infinito, ma soprattutto per sollecitare le politiche (il compito delle politiche è occuparsi del contingente e del definito) a cercare soluzioni, o almeno a progettarle con cognizione di causa.
Fermiamoci qui per adesso. Tanto il trend è destinato a continuare e ad ingrossarsi. Ma intanto dovrebbe essere chiaro che il problema cruciale non è quanto gli immigrati siano diversi da noi, ma come ci costringono a confrontarci con le nostre abitudini, le nostre certezze, i nostri standard di vita e di pensiero.
È la pena, l’opportunità, il bello e il brutto, ma soprattutto il destino di ogni meticciato.

               



GIORNATE DELLA MEMORIA
Versi per la Shoah
di Claudio Zanini

Filo spinato

Sommersi

 2)
Ardono le anime come olio santo,
fiammelle svaporanti
in stillicidio d’abbandono.

Resta il corpo in notte senza stelle
ridicolo spauracchio deformato.
Resta la carne indifesa,
(appena la si urta con un dito
ecco apparire subitaneo alone
cianotico sull’arido pallore). 

Resta il corpo, stremato
a ciondolare disarticolato
e molle prima dell’inciampo.
Indelebili, restan sulla pelle,
involucro malato e vulnerabile.
cosparsi buchi e ustioni.
                                 
Resta il risuonare vitreo delle ossa
ad ogni percussione:
il gelo liofilizza
gli arti diafani,
loro dà tintinnante fragilità.

Tutto sembra ridotto e assottigliato
solo gli occhi si gonfiano profondi
come globi tumidi
in uno sgomento opaco da animale,
occhi che, un tempo umani, videro.

3)
Se l’anima svapora cancellata
resta attonito il corpo d’animale
che a fatica si governa,
mosso da istinti primordiali.
Masse cieche si devono guidare,
sonnolente e grevi
come nelle antiche transumanze:
così, alcuni son condotti
con solerzia, agli ostelli estremi
nel gelo di smisurate stanze;
altri, superflui per sventura,
che estenuati s’abbandonano,
proseguon docili per il mattatoio
nell’ordine di file ben serrate.

4)
Il corpo singolo è uno spreco,
s’accatasta, allora, ammassato
in coacervi densi di carne viva.
Da creatura si fa organica materia,
massa da considerare in misura
di quintali o tonnellate,
d’ingombro a cube metrature,
di temporalità in meccanica scansione,
di capienza in vagoni e carri merci.

(Che frastuono, tuttavia, in quelle voci
quelle grida e mormorii intollerabili)

5)
Molti alla resurrezione mancheranno,
impresentabili, con quelle macchie
nerastre e sconce, indelebili
sui volti spauriti e deturpati.
Il dolore senza nome non consente
presenza dignitosa, dissimularlo
a lungo è vano, schizza fuori
lancinante, spiacevole sorpresa.
Meglio una muta assenza;
altri risorgeranno, cantando a tono. 

6)
La pelle impallidendo
al sole scolorisce, calcinata
provoca trascurabili tumori.
Anzitempo i corpi s’assottigliano
in forme d’invidiabile eleganza
e il portamento ne guadagna.
Quindi, ogni rilievo s’appiattisce
e si svuota in cavità profonde
aderendo alla forma delle ossa
al disegno puro dello scheletro.

Si dimagrisce troppo,
diminuisce il peso a vista d’occhio.
Ciò che è perso in eleganza, tuttavia
favorisce l’assemblaggio corporale
dei corpi fitti in alloggiamenti
esigui o entro appositi cubicoli.
Ma il soggiorno è breve,
stretti in fosse collettive
delle membra ci si sbarazza presto.


giovedì 28 gennaio 2016

SCUOLA.

UNICOBAS CHIAMA ALLA MOBILITAZIONE

Cliccare sul documento per ingrandire

mercoledì 27 gennaio 2016

Shoah e Giornate della Memoria
“ODISSEA” RICORDA ANCHE PER CHI NON VUOLE
Uno scritto di Giorgio Colombo e una poesia di Claudio Zanini
si aggiungono alle opere visuali di Giuseppe Denti

Ma che razza di umanità è stata questa? Non osate paragonarvi alle bestie.

I sommersi*

Si è come corpi persi
in ambulacri d’assideramento,
laddove corporea moltitudine
giace in smisurata solitudine:
entro sprofondate latomie 
siamo livida carne martoriata
affollata in accumulo costante.

Oscuro memento è questo vagare,
entro notte e nebbia ininterrotte
stordisce l’odore dolce della febbre
brucia negli occhi privi di speranza:
siamo inermi nello stridente gelo,
siamo imperfetto scarto,
siamo ingombro e peso inane.

Dal fondo putrido dei fossi
scorgiamo sull’argine elevato
tremanti fiori all’occidue bore
e gli steli caparbi resistere
a sferza raggelante nella mente,
ma vive il fiore unica stagione
e declinando all’imbrunire muore.    

Si è come corpi persi,
perduti si sprofonda, creature
inerti nella tenebra ch’esonda
entro latebre cieche della storia;
i corpi nostri persi e mai sepolti
sommersi nell’infinità del tempo
dolente carne siamo, e mai risorta.

*“I sommersi e i salvati” è un libro di Primo Levi
Claudio Zanini


PIETRE D’INCIAMPO
di Giorgio Colombo

Ecco come Torino ricorda i suoi figli della shoah.
Una pietra alla memoria anche dei fratelli Colombo.

Un momento della posa di una delle pietre d'inciampo

Stolpersteine, pietre d’inciampo, così le ha nominate l’artista tedesco Gunter Demnig: blocchi di pietra con una piastra in ottone nella quale sono incisi i nomi dei morti nei campi di sterminio nazisti, blocchi interrati di fronte ai negozi, uffici o abitazioni dove sono vissuti quei cittadini sequestrati, deportati, ammazzati nei campi di Auschwitz-Birkenau, Bergen-Belsen, Bogdanovka, Buchenwald, Chelmno, Dachau, Flossenburg, Maidanek, Mathausen… Stolpersteine, le parole sono pietre (così intitolava nel 1955 un suo libro Carlo Levi), e le pietre possono costituire un breve sussulto, un intoppo, inciampare in un ostacolo, uno stimolo, un lampo animale, ripensare, tornare a qualcos’altro, girarsi, voltarsi, ricordare, un raddoppiamento, ritornare a qualcosa, c’è di mezzo il cuore, memoria,  una emozione, un dolore, forse. Dai nomi alle persone, alle cose, al passato, alla intermittenza della memoria. Sì, perché spesso si cerca di cancellare un passato doloroso. Così il ricordo si annebbia e sparisce. Si vuole farlo sparire, non sempre riuscendovi. Un groppo in gola, un fatto privato, non una ricorrenza pubblica, non una bandiera collettiva, una festa dove il gruppo trasforma il singolo.  Non reduci di una guerra, magari con una sbrindellata divisa, ma sopra-vissuti di un incomprensibile massacro. Al contrario  Per non dimenticare era il titolo che cominciava ad accompagnare le presentazioni ai giovani, nelle scuole sulle atrocità della guerra appena trascorsa. I superstiti dello sterminio, stupiti di essere ancora capaci, avevano ricominciato con reticenza,  faticosamente,  a parlare e a essere ascoltati: “a tirare fuori quello che avevo dentro”. Il nome di Primo Levi entrava con difficoltà nell’editoria. Oggi tutte le sue opere, anche gli interventi sparsi, occasionali, unico caso di uno scrittore italiano -neppure Dante-, sono tradotte e pubblicate in USA dall’editore Liveright.                                                                                                                 
Dimenticanza e ricordo, due termini che si rincorrono.  La dimenticanza è sempre interrotta da ricordi, anche imprevisti, sbucati all’improvviso, magari un sorriso o magari un brivido ricacciato nelle  dimenticanze. Un gioco a rimpiattino: ricordi cancellati, respinti -rimane una traccia d’angoscia-, ricordi affettuosi, illuminati, richiamati con piacere, ricordi vicini sempre più sfuggenti col passare degli anni. Allora-ora!

I Colombo mentre giocano a bocce
1941 I due fratelli (Benve)Nuto e (En)Rico e il cugino Edoardo, mio nonno, tutti Colombo, giocano a bocce nella villa di Luserna, un paese della Val Pellice. La villa apparteneva ad un ufficiale sabaudo, generale Morozzo Della Rocca e manteneva ambienti, per noi bambini, favolosi: la sala da bigliardo, le cucine sotterranee col saliscendi, la grande biblioteca e all’esterno una fontana con vasca e germani natanti, e un boschetto che scendeva pericolosamente sino al fiume. Una porta non doveva essere mai aperta quando entravano silenziosamente i grandi, come dei congiurati. Sapevamo benissimo che andavano a sentire “Radio Londra”. I tre Colombo erano in vacanza prolungata dalla loro città, Torino, avendo dovuto cedere ad altri i rispettivi negozi, Nuto e Rico “Alle province d’Italia”, un grande emporio di tessuti e abiti pronti, e un negozio di pellicce e cappelli, “Fratelli Torta suc.” Edoardo, per la impossibilità di mantenerne la titolarità secondo le leggi razziali vigenti.

Nuto e Rico Colombo
Ora ritorno all’oggi, o meglio al giovedì 21 gennaio scorso, quando Gunter Deming con una cerimonia in piazza Castello angolo via Garibaldi a Torino, dove si aprivano le vetrine del negozio “Alle province d’Italia”, ha cementato nel marciapiede la pietra d’inciampo dedicata ai fratelli Benvenuto  ed Enrico Colombo e al figlio di Benvenuto, Mario, deportati e morti ad Auscchwitz. Edoardo si era nascosto con altro nome; generosamente accolto presso una famiglia di gestori agricoli presso il paese piemontese di Verolengo, è così sfuggito alla deportazione. Il caso dei fratelli Colombo è ricordato da Raffaello Levi durante la cerimonia di Torino: “Benvenuto ed Enrico furono vittime del tradimento da parte del loro dipendente di fiducia (nominato dai due proprietari in loro sostituzione) che li denunciò alla Gestapo: quell’uomo li vendette per intascare la taglia, cinquemila lire per ogni ebreo denunciato e per appropriarsi del negozio”. Venuti a Torino per un incontro di affari al caffè Zucca di via Roma, trovarono le SS che li aspettavano. Deportati con Mario ad Auschwitz furono uccisi al loro arrivo. Mario sopravvisse e morì nel marzo del ’44. Dopo la guerra il dipendente che li aveva traditi fu processato, però senza una condanna perché l’amnistia aveva cancellato i reati degli anni di guerra.  Italiani brava gente.   

 
Altre pietre d'inciampo per la memoria

L’iniziativa di Gunter Demnig è iniziata a Colonia nel 1995 e ha portato nel 2015 alla installazione di oltre 50.000 “pietre”: “Qui abitava… nome, data di nascita e di morte”. In Italia le troviamo a Roma, di cui è nota la tragica distruzione del ghetto, la prima città in Italia, per interessamento di Tullia Zevi, e poi in tanti diversi luoghi, anche di piccoli paesi, là dove si era scatenata la furia nazi-fascista, Gorizia, Venezia, Reggio Emilia, Correggio, Genova, Livorno, Prato, Brescia e ora, dall’altr’anno, a Torino, a cura del Museo diffuso della Resistenza (fotografie di Fabio Melotti).    
Allora-ora. Parole, pietre, ricordi, dimenticanze.

lunedì 25 gennaio 2016

PASOLINI ALLA CASA DELLA CULTURA DI MILANO

La copertina di "Capoverso"

Milano. “CAPOVERSO” ricorda con un
nutrito numero monografico, il poeta,
scrittore, saggista, regista ed intellettuale

bolognese-friulano. Un incontro da non mancare.
Martedì 26 Gennaio 2016 alle ore 18
Casa della Cultura via Borgogna n. 3 (MM1 Rossa- San Babila)

Interverranno: Giovanni Bianchi, Franco Dionesalvi,
Gian Carlo Ferretti, Angelo Gaccione, Fulvio Papi,
Alessandro Zaccuri.

Sarà presente l'editore di "Capoverso" Franco Alimena.
Maria Dilucia leggerà brani di "Patmos"



PER NON DIMENTICARE
MAI PIÙ!
Il pittore Giuseppe Denti con queste sue quattro opere
ispirate alla Shoah, ci invita a tenere viva la memoria.






domenica 24 gennaio 2016

UN DECRETO DEL GOVERNO DEPENALIZZA LA GUIDA SENZA PATENTE
di Fulvio Papi

L’incomprensibile decisione del Governo di depenalizzare la guida senza patente, ha indignato l’opinione pubblica nel suo insieme. La carneficina che ogni giorno insanguina le strade italiane non è servita da freno. Non si capisce perché la Presidenza del Consiglio continui a fare spot televisivi sugli incidenti stradali, quando poi gli esiti sono questi. La decisione ha giustamente indignato anche il filosofo Fulvio Papi che ha scritto per “Odissea” questa nota di buonsenso. 
 

Dalla tivù, per quel poco che interessa guardare, si è appreso che la guida delle auto senza patente è stata depenalizzata. Devo dire in prima battuta poiché si possono fare considerazioni più approfondite, che solo degli irresponsabili potevano prendere in considerazione una decisione del genere. Ci si rende conto che qualsiasi ragazzo, anche senza essere ubriaco o drogato (come spesso accade) può prendere l’auto di famiglia e, per vanagloria infantile, può mettersi a correre per le strade. E se poi uccide delle persone? Come del resto accade già adesso con una certa frequenza. Come va a finire la faccenda non solo come tragico fatto umano, ma come reato penale? Ho usato la parola “irresponsabili” e qui mi fermo perché altrimenti sarei costretto a unirmi al coro di recriminazioni e di improperi che comunemente vengono lanciati contro “coloro”.                         
Ripensateci subito, cassate questa decisione che è dello stesso genere o peggio, perché più pericolosa, della depenalizzazione del falso in bilancio. La misura appare di una impudenza e di una volgarità morale nella considerazione della vita sociale da lasciare senza parole. È una protezione in più per chi può delinquere. Mi domando persino se non voglia essere una misura demagogica che sbaglia completamente il segno. Aggiungerò che la scolarità per la patente automobilistica è del resto sbagliata. Il problema non è quello della tecnica di guida, ma è quello di conoscere la capacità del candidato a guidare un’auto dal punto di vista della sua attitudine psicologica. È su questo punto che occorre essere certi quando si affida a qualcuno un mezzo che può essere mortale. Chiunque abbia percorso tratti di strade comunali, provinciali, autostradali, ha avuto modo di accorgersi che con una certa frequenza si possono notare modi di condurre l’automobile non pertinenti alla sicurezza collettiva. La domanda, anche per legislatori poco perspicaci, dovrebbe essere questa: come mai? Anche coloro che di psicologia sanno poco, sanno però che l’automobile è spesso un “simbolo di stato”, sia sociale che individuale. E questa considerazione non diviene ulteriormente aggravata in relazione al modo di condurre il mezzo? Qui ci troviamo di fronte al caso dello “stupidissimo io” di cui parla Gadda, solo che questo “io” non è solo stupido ma criminale.   

       

Con una prova attitudinale (che è come chiedere la luna, allo stato della superficialità e della corruzione esistente) queste “bravure” potrebbero essere evitate. Ma chi, contraddicendo magari poteri transoceanici, se la sente di parlare in nome di un bene comune? Quello che personalmente posso dire è che dal primo disastro che certamente verrà compiuto da un guidatore senza patente, considererò corresponsabili coloro che hanno preso quella decisione. Capisco che l’ebbrezza del potere, la dovizia dei privilegi, l’assoluzione dalle scemenze intellettuali sono tutti fattori che contribuiscono a infischiarsene di un parere avverso. Ma così non abbiamo passato la soglia di un sistema democratico con poche possibilità di ritorno?