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giovedì 30 giugno 2016

Brutti, Sporchi e Cattivi … Mica Scemi!
A proposito della Brexit
di Dino Erba



Di fronte al responso delle urne britanniche, politicanti e pennivendoli[1] di mezzo mondo sembrano caduti dalle nuvole, sprizzando livore antiproletario. Dopo anni di batoste, pensavano che i proletari inglesi[2] scegliessero di restare nell’Unione Europea. Mazziati e cornuti! E sì, che non hanno conosciuto le gioie della moneta unica, l’Euro, altrimenti il responso a favore dell’uscita sarebbe stato ben più alto.
Politicanti e pennivendoli vivono in un modo a parte, il magico mondo degli affari, degli intrallazzi e della gioventù rampante che, a Londra, va a divertirsi, facendo magari qualche business. Solo dei vecchi ignoranti e morti di fame potevano por fine a questa pacchia. La voce delle Borse è stata assai più chiara di quella dei pennivendoli.
Procediamo con ordine, vediamo che cosa è successo in questi anni nel Regno Unito.
– Il flusso migratorio è cresciuto, con l’arrivo di circa 3.300.000 cittadini dell’Unione Europea, di cui 900mila sono polacchi. Quindi non si tratta di profughi extraeuropei, questa è un’altra storia, di razzismo e pasticci[3]. Inoltre, più del 10% dei cittadini britannici ha origini extraeuropee e non è white (caraibici, indiani, pakistani, nigeriani ecc.). Sono noti i problemi di integrazione che, in questi anni, l’orientamento antimulticulturale di David Cameron ha aggravato, dando spazio ai movimenti razzisti english.
– Il welfare è andato scemando, in seguito ai tagli inaugurati da Margaret Thatcher e proseguiti dai suoi seguaci di sinistra, Tony Blair, e di destra, David Cameron col suo compare George Osborne (ministro delle finanze). Il risultato è che il Regno Unito presenta oggi la maggiore sperequazione sociale tra i Paesi dell’Unione Europea (Indice di Gini 0,360). Dopo c’è l’Italia. La povertà («gravi privazioni materiali») riguarda il 15% della popolazione (in Italia è l’11,5%).
– Di pari passo, cresceva l’età media dei britannici… circa il 18% ha più di 65 anni. E in questa fascia di età il Leave ha superato il 60%. Complessivamente, nella fascia d’età superiore ai 45 anni è prevalso il Leave.
– Il Regno Unito ha subìto una fortissima de-industrializzazione. Oggi, le attività industriali contribuiscono al Pil per meno del 20% e rappresentano circa il 15% dell’occupazione (Italia: 24% e 29%). Molte grandi industrie sono multinazionali (Nissan, Tata, Bmw, Aibus). Il settore terziario (i cosiddetti servizi) contribuisce al Pil per quasi l’80% e rappresenta circa l’83% dell’occupazione[4], in cui confluiscono banchieri e sguatteri… I «servizi» sono il ricettacolo di una miriade di attività che, in questi anni, hanno fatto dell’Inghilterra la meta ambita per migranti in cerca di «fortuna».



– Libertà di lavoro e libertà di impresa hanno attratto dall’Unione lavoratori e aspiranti imprenditori. La legislazione in materia di lavoro è assai lasca e consente contratti denotati da una spiccata precarietà (Zero hours contract)[5]. Altrettanto lasca è la libertà di impresa che ha favorito l’apertura di una marea di aziende, grandi e piccole (le Start-Up!)[6], queste ultime spesso sono in concorrenza con quelle english.
– Il basso tasso di disoccupazione (6%) cela spesso condizioni di lavoro assai precarie, che riguardano oltre 8milioni di lavoratori. Mentre 9milioni di britannici tra i 16 e i 64 anni hanno smesso di cercare lavoro (tasso di inattività è pari al 22%).
– Tra i grandi Paesi Ue, il Regno Unito è quello meno «integrato», come mostra l’interscambio commerciale che nell’export il suo primo partner sono gli Usa (quasi il 13%), e nell’import la Cina è al secondo posto, con circa il 9%.
– Nel Regno Unito, come in ogni altro Paese capitalistico, la crisi economica globale ha indebolito le relazioni commerciali, favorendo le spinte centrifughe, quindi disgregative. In conclusione, la torta da dividere diventava sempre più risicata, aumentavano i commensali mentre la condizione proletaria complessiva andava peggiorando, in particolare per i vecchi english che, giustamente, reclamavano i loro diritti, più che acquisiti (dopo anni di contributi versati!).
Significato del voto e … del non voto
Il Leave è stato sostenuto in Inghilterra (53,4%) dove più si concentra il malcontento sociale. Il Remain è invece prevalso nettamente in Scozia (62%) e in Irlanda del Nord (55,8%)[7].
L’astensionismo è stato circa il 28%. I motivi sono vari, tra cui anche la consapevolezza che il nemico non è l’Unione bensì il capitalismo. L’anticapitalismo appare anche nella scelta del Leave. E qui tocchiamo il tasto delicato. Certamente, buona parte dei proletari britannici e della piccola borghesia inglese, che mal digerisce la competizione con i nuovi arrivati, ha votato Leave, scambiando la forma, l’Unione Europea, con la sostanza, ovvero il capitalismo, che è la vera origine delle loro disgrazie. A questo proposito, lascio la parola a Wu Ming 1:«Negli ultimi vent’anni un processo di unificazione europea tecnocratico, neoliberista e austeritario, ha rafforzato centri decisionali che i cittadini sentono, giustamente, lontanissimi da qualunque loro possibilità di influire. Ciò è avvenuto nel quadro di una globalizzazione diretta dall’alto, nel corso della quale si sono intaccati diritti e garanzie che generazioni di lavoratrici e lavoratori avevano conquistato versando sangue, sudore e lacrime. Lo vogliono i mercati, così ci han detto, il mondo va così e non potete farci niente, quello che era su deve venir giù, l’arcolaio gira e dipana la matassa, basta coi “lacci e lacciuoli”, i capitali saranno liberi![8]».
Parole che ben si attagliano all’Inghilterra della Brexit e che mi consentono delineare alcune considerazioni sulle sue possibili conseguenze.



Il Regno Unito – l’Inghilterra in particolare – è il Paese capitalistico in cui si sono concentrati gli aspetti peggiori della globalizzazione e che, con la Brexit, potranno esplodere in modo drammatico.
– La de-industrializzazione avviata da Margaret Thatcher ha sgretolato la gloriosa working class britannica, della quale resta solo un ricordo, più mitico che reale. Oggi, la classe operaia britannica occupa un ruolo sociale (e quindi anche politico) assolutamente ridimensionato (se non marginale) rispetto al passato. Il voto per il Leave è stato il loro estremo e disperato sfogo. Ma impotente.
– La libertà di lavoro e di impresa ha generato una crescente concorrenza tra i lavoratori britannici (ma soprattutto inglesi) e i nuovi arrivati che fuggivano da situazioni assai peggiori, come i polacchi, gli ungheresi, i cechi e gli slovacchi.
– Nel frattempo è mutata la geografia sociale e politica dei lavoratori, in cui gli immigrati assumono il ruolo emergente.
– Gran parte dei lavoratori immigrati è occupata in attività legate ai servizi (tra cui la logistica) che, con la Brexit, dovranno per lo meno ridimensionarsi (se non scomparire). Medesimo rischio corrono i lavoratori delle industrie rivolte all’export nella Ue che ora si trovano appioppati i dazi doganali Ue. Il problema diventa scottante per multinazionali come la Nissan che erano state attratte dalle facilitazioni fiscali e normative, con la possibilità di entrare nel mercato Ue, mentre, oggi, dovranno fare i conti con i dazi (nel settore automobilistico gravano per il 10%). Il gioco non vale la candela …
– Tra le spinte centrifughe, si profila la richiesta di indipendenza da parte di Scozia e Irlanda del Nord, e quindi la disgregazione e fine del Regno Unito.
Come si suol dire, i signori del Regno Unito volevano la botte piena e la moglie ubriaca e si ritrovano con la botte vuota e la moglie incazzata. La situazione sta sfuggendo loro di mano.
Lo scenario che si delinea è pregno di tensioni sociali che potrebbero essere  attutite da soluzioni di circostanza, ma non è detto. Potrebbero attizzarle ancora di più, per esempio, l’ipotesi di ripetere il referendum scoperchierebbe il vaso di Pandora. Restano infine da vedere le ricadute in un’Europa che naviga in acque già abbastanza agitate.



Note
[1] Sorvolo sui leghisti nostrani, ricordo solo che: nel luglio 2008, al governo col Berlusca, votarono (con riserva!) il Trattato di Lisbona che rafforza la Ue (nel 1992 avevano votato per il Trattato di Maastricht); nel 2012 si astennero sulla riforma della costituzione che inseriva il principio del pareggio di bilancio, proposto nel settembre 2011 da Giulio Tremonti, ministro dell’Economia e delle Finanze del governo Berlusca e «amico» dei leghisti. Il pareggio di bilancio è alla base della macelleria sociale inaugurata dal duo Monti-Fornero e proseguita alla grande dalla coppia Renzi-Poletti col JobsAct. In poche parole, il leghisti hanno la faccia come il culo.
[2] Nel corso dell’articolo, distinguo tra inglese (cittadino dell’Inghilterra) e britannico (cittadino del Regno Unito di Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del Nord).
[3] «La cattiva gestione dell’intero sistema di immigrazione britannico è stata messa a nudo da una dura relazione parlamentare. Dalla quale emerge che i funzionari del ministero degli Interni di Sua Maestà ammettono di non sapere dove si trovino 50mila richiedenti asilo la cui domanda era stata respinta. Alla fine del 2013-14, infatti, ci sono stati più di 175mila stranieri che si erano visti rifiutare la richiesta di restare nel Regno Unito, ma senza adeguati controlli in uscita è quasi impossibile sapere che fine abbiano fatto molti di questi individui. Ma c’è di più. Il documento, infatti, denuncia i tempi biblici della macchina burocratica. Con addirittura 11mila richiedenti asilo che hanno aspettato almeno 7anni per sapere se potevano rimanere o no nel Regno». Ivano Abbadessa, Gestione inglese dell’immigrazione nel caos, 30 ottobre 2014, in http://www.west-info.eu/it/gestione-inglese-dellimmigrazione-nel-caos/.
[4] L’agricoltura e la pesca sono ridotte ai minimi termini: 0,6% del Pil e 1,3% dell’occupazione.
[5] Francesco Bacchini, Lavoro intermittente, ripartito e accessorio. Subordinazione e nuova flessibilità, Wolters Klauwe Italia, Milano, 2009 (3a), pp. 155, 156, 415 e ss.
[6] Vedi: Bright Business Consulting Llp, http://www. regnounito.bbc-llp.co.uk/it/contattaci.html.
[7] Questi dati come altri citati sono forniti dal «Corriere della Sera» del 25 e del 26 giugno 2016.
[8] Wu Ming 1, Cent’anni di Nordest, Rizzoli, Milano, 2015, p. 35.