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mercoledì 29 giugno 2016

L’arroganza della governabilità
(rapsodia)
di Giovanni Bianchi

Un’analisi ampia e articolata che sfida altre intelligenze a interrogarsi



Lo spiazzamento
Sempre la premessa di un pezzo viene scritta alla fine. Quelle che seguono sono infatti  riflessioni intorno alle dinamiche che il ballottaggio alle amministrative di metà giugno ha a  mio avviso evidenziato, e che trovano un punto di incontro e di sutura con le dinamiche, ben più vaste e coinvolgenti – anche per i territori italiani – che la Brexit ha prodotto. Inoltre la rapsodia è un genere che mal si concilia con gli sforzi di precisione analitica. Eppure le difficoltà dell’indagine talvolta si combinano con gli scarti della stagione politica: è in questi casi che l’errare dalla rapsodia può provare a combinarsi con l’inconciliabile segmentazione degli eventi. Prendiamo dunque le mosse dal voto britannico.
L‘antico cuore nazionalista inglese ha dunque prevalso riesumando, con un voto sicuramente popolare, la bandiera nostalgica e un passato dove la fierezza insulare si è generalmente accompagnata all’isolazionismo rispetto al Continente. Detto alle spicce: la politica ha battuto l’economia che, con la globalizzazione, aumenta il Pil insieme alle disuguaglianze, ottiene il consenso delle banche ma perde quello della povera gente. La globalizzazione produce crescita ma anche disuguaglianze in termini esponenziali. A curarsi delle periferie sono rimaste le città e gli Stati.
E la gente, i peanuts si rivolgono alla politica (ovviamente a una sua parte, quella populista, perché la politica moderna è comunque divisa in fazioni) piuttosto che ai banchieri che fanno politica. Cameron è caduto per questo: non ha capito la profondità del cambiamento, la sua irruenza nostalgica; ha pensato di mediare credibilmente con la sua posizione politica interessi oramai duramente contrapposti. Gli è mancato cioè quel coraggio che nei confronti dell’Europa ebbe Helmut Kohl, che, oltre ad aver visto giusto, perse le elezioni. Così, come ha osservato impietosamente Mario Monti, Cameron  è entrato nei libri di storia per aver sfasciato insieme l’Europa e la Gran Bretagna.
Ovviamente si tratta di una lunga deriva, in un Paese che alle costituzioni ha preferito la consuetudine. Le citazioni a questo punto si sprecano. Quella classica che afferma che per gli inglesi la Manica è comunque più larga dell’Atlantico. Quella esplicita di Churchill a De Gaulle: tra il “grande largo” e l’Europa l’Inghilterra sceglierà sempre il “grande largo”…
Tutto ciò rimanda con stupore alla diagnosi di Romano Prodi a “la Repubblica” di mercoledì 22 giugno. Una diagnosi che vale insieme per un’interpretazione dei ballottaggi elettorali delle città italiane e per una prospettiva nella quale collocare gli esiti e gli effetti dell’uscita inglese. Davvero il mondo è economicamente globalizzato. E per questo può presentare le medesime istanze sociali e le stesse ipotesi politiche.
Indubbiamente nei due casi si tratta di un voto (atteso o inatteso non importa) di cambiamento. La cosa da mettere all’ordine del giorno è che anche il cambiamento può cambiare così come cambia il vento, la velocità dei tempi della politica, il bisogno e il senso della rottamazioni. Per questo non ho mutato le considerazioni già stese sul voto dei ballottaggi dopo l’esito del leave inglese: quelle valutazioni valgono per la gran parte su entrambi i piani. Per questo alla fine del pezzo, proverò a sovrapporre le due circostanze alle due prospettive: è sempre la quotidianità della vita dei cittadini che intende imporre le proprie ragioni (lucidamente o rozzamente), le istanze, le sofferenze e le rabbie del proprio gioco rispetto ai grandi giochi della politica istituzionale. Capirlo e tenerne conto è comunque segno di politica realistica e pensosa.




Uno sguardo contemplativo
Sembra senz’altro ironico (anche a me) affrontare questa fase convulsa della transizione politica italiana proponendo l’opportunità di uno sguardo contemplativo. Tutto congiura, soprattutto in politica e in economia, contro un atteggiamento distaccato, nel senso anche più preciso di non interessato. Tutto è invece piegato a un interesse, percepito come tale perfino quando ha cessato di esserlo realmente. Tutto congiura contro la contemplazione e la irride.
La corsa anzitutto alla governabilità dei sistemi è figlia anche di questo istinto e di questa spinta universale, ancorché indotta da sopra e da fuori. Solo l’interesse, anche come punto di vista generale, ha finito per acquisire dignità di luogo di osservazione. Derubricando tutti gli altri punti di vista a non-luoghi.
A prima vista potrebbe sembrare un omaggio tardivo alla effettualità di Niccolò Machiavelli. Dimenticando che il segretario fiorentino guardava alle condizioni e alle decisioni cruente del suo tempo con lo sguardo di chi è primariamente interessato a capire. La diagnosi perciò non può essere troppo partigiana, perché cessa di essere diagnosi e finirà per non servire a chi ne è portatore.
Voglio anche dire che questo elogio della contemplazione e dello sguardo contemplativo è solo involontariamente frutto dell’ironia. Non sto cioè facendo l’elogio della contemplazione così come Erasmo faceva quello della follia. Mi è costato un lungo e accidentato percorso il raggiungere questo luogo di osservazione.


L’enigma dei nuovi lavori
Tra le circostanze che più mi ci hanno sospinto è la diagnosi della realtà e delle motivazioni che oggi si concentrano intorno al lavoro. Nessun tema più concreto worldwide. La stessa ipotesi generalizzata di un reddito di cittadinanza, che riempia l’abisso generazionale della  mancanza di lavoro, in fondo prende le mosse dalla persistente centralità del lavoro, non soltanto come uno dei due assi fondamentali della costruzione della personalità del cittadino (insieme allo status), ma anche in quanto colla, fin qui risultata indispensabile nel moderno e nel postmoderno, dell’intero tessuto sociale.
In fondo perfino il prete e il monaco sono ricondotti dal rapporto vocazione-professione a una loro particolare centralità del lavoro. Basta anche uno sguardo non spocchioso, ma attento al quotidiano, alla realtà metropolitana che ci circonda. Quanto lavoro svolgono gli anziani gratuitamente? Non è solo per riempire il tempo, non è solo un modo per sfuggire ai giardinetti, ma un modo per esercitare una funzione educativa all’interno della famiglia parentale e degli organismi deputati all’accoglienza degli immigrati.
Quanto è esteso questo tipo di lavoro che risulta sommerso per gli indici economici e per il Pil? Riuscirebbe questa società, non più affluente e tutta attraversata dall’istinto del guadagno e della carriera, a sopravvivere senza il lavoro gratuito di chi è finito fuori dalla produzione remunerata? Un interrogativo che si annida fin dal 1968 nel pezzo migliore della retorica politica del secolo scorso: il discorso sul Pil americano di Bob Kennedy alla Kansas University.
Diciamo pure che il tema persiste sotto traccia e che soprattutto nessuno s’è dato cura veramente di rintracciarne gli indicatori economici. (È forse bene così.) Resta il fatto che senza elementi cospicui di gratuità all’interno del suo tessuto socio-economico la società del turbocapitalismo non riuscirebbe a sopravvivere.
Ma i suoi corifei ignorano il problema, anche perché finirebbe per metterne in crisi le ricette ed anche la fede nei propri principi. Di solo Milton Friedman non si campa. E aggiungo subito che è mia intenzione tenermi il più lontano possibile dal buonismo dalle ong.  Per due ragioni: anzitutto perché quel tipo di buonismo è rapidamente sfociato nella ricerca, insieme plausibile e insieme pericolosa, di una nuova “economia mista” dove la remunerazione e la circolazione del danaro – talvolta abbondante – diventano insieme lo sbocco agognato e la laguna nella quale gettare le reti per pescare, con coscienza tranquilla e soddisfatta, pesci piccoli e pesci grossi. “Mafia capitale” e pratiche similari nascono e prosperano a Roma sulle rive del lago Campidoglio e del lago Vaticano.
In secondo luogo perché mi soccorre, come sempre, e come più volte ripetuto, il mantra di Giancarlo Brasca: “Vedi Giovanni, un malvagio lo puoi convertire, ma a uno stupido cosa gli fai”? E se i danni peggiori li fanno gli stupidi (che, al contrario dei malvagi, non possono essere convertiti) è giocoforza tenersi lontani dalla bontà cogliona…
Ma torniamo al lavoro, alla sua persistente centralità, al suo esercizio in larghe fasce della società postindustriale, senza remunerazione, ma con soddisfazione e persistente senso del dovere. Forse non lo diranno mai: ma torme di pensionati, indipendentemente dalle loro radici ideologiche, pensano che continui ad esistere un diritto alla pensione, ma non a vivere da pensionati. I nuovi lavori, la loro assenza, la radice profonda di una precarietà che dai luoghi della produzione si è trasferita nel centro delle antropologie, soprattutto giovanili, pongono comunque il tema.
Un tema che uno sguardo contemplativo si azzarda a pensare che possa essere affrontato anche da una prospettiva di gratuità e disinteresse. Un approccio che vale anche per le politiche correnti, sempre da considerare nel loro complesso e nella loro discorde coralità, e molto meno a partire dai leaders, per i quali più valgono le categorie del tifo sportivo che quelle del consenso.


I ballottaggi di metà giugno
Tutti i ragionamenti sopra impostati valgono a maggior ragione per le politiche in atto, lungo tutto quello che un tempo veniva definito “l’arco costituzionale”, e che oggi è l’arena rissosa dove le recite politiche di un populismo onnivoro si esercitano, fino a cannibalizzare (più presto di quanto questi s’aspettino) i propri campioni. E infatti la cosa che ogni volta più mi sorprende è notare come i diversi esponenti del credo rottamatorio (tutti e sotto tutte le bandiere) non sospettino che – grazie anche alla velocità dei tempi da essi interpretata ed introdotta - giungerà molto presto il tempo di rottamare i rottamatori. Insomma, di rottamazione si vive, ma anche di rottamazione si muore: sempre più presto di quanto tu abbia preventivato.
Non è la disaffezione dei cittadini o la proverbiale mancata riconoscenza dei governati (o forse non solo questo): si tratta piuttosto della velocità di caduta di queste politiche in senso aggressivo e ricostruttivo, ma anche nel senso della propria inevitabile obsolescenza. Ha ragione ancora una volta Toynbee: le culture e le organizzazioni si suicidano. Un processo e un trend che, oltre che nel senso, chiede ogni volta di essere valutato nei dettagli.
La fase e il cambiamento evocati da tutti i competitors – sia quelli che hanno vinto le ultime elezioni amministrative come quelli che hanno perso – chiedono quindi di essere valutati nei diversi aspetti costituenti, là dove più si esercitano le scuole di pensiero, gli ottimismi e le paure, l’acutezza e la refrattarietà, e perfino l’eleganza e il kitsch.
Tutti d’accordo dunque sul cambiamento. Ma quale, e a partire da dove e per dove approdare? Con tutto il complicatissimo problema delle fasi intermedie per raggiungere la nuova meta, dove oltre agli esercizi d’intelligenza e di stile, le passioni, anche quelle meno encomiabili, hanno finalmente modo di esercitarsi.
Tra le diagnosi più coinvolgenti e chiarificatrici metterei al primo posto l’intervista rilasciata dall’ex premier Romano Prodi a “la Repubblica” di mercoledì 22 giugno:
“Non basta guardare il voto di questa o di quella città. C’è un’ondata mondiale, partita in Francia, ora in America. Lo chiamano populismo perché pur nell’indecifrabilità delle soluzioni interpreta un problema centrale della gente nel mondo contemporaneo: l’insicurezza economica, la paura sociale e identitaria… La paura di non farcela è tremenda ma non immaginaria. La chiami iniqua distribuzione del reddito, ma per capirci è ingiustizia crescente… Nel senso più ampio possibile, chiunque avesse una sicurezza anche modesta sulla propria vecchiaia e sul futuro dei figli. Ma il pensionato che diceva orgoglioso: “io non ce l’ho fatta, ma mio figlio è laureato”, ora non lo dice più. L’ascensore sociale si è bloccato a metà piano e dentro si soffoca… La disonestà pubblica peggiora le cose, ma la radice è la diseguaglianza. Ci siamo illusi che la gente si rassegnasse a un welfare smontato a piccole dosi, un ticket in più, un asilo in meno, una coda più lunga… Ma alla fine la mancanza di tutela nel bisogno scatena un fortissimo senso di ingiustizia e paura che porta verso forze capaci di predicare un generico cambiamento radicale”. Niente da aggiungere.


Tornano le città
L’analisi del voto di metà giugno nelle principali città conferma la diagnosi di Prodi, indica il perché dei risultati e può additare le vie di sortita che un elettorato disorientato e arrabbiato ha pensato di segnalare.
Tornano cioè le città. E’ rimesso in campo il loro ruolo di comunità coese che provano a cercare migliori condizioni di vita. Un trend riconoscibile da chi si è messo alla sequela di Sturzo e ha letto ed apprezzato Giorgio La Pira, per il quale appunto “le città sono vive” e in grado di contribuire a dare una risposta alle “attese della povera gente”. Le città cioè si collocano in questa fase in un punto ortogonale e correttivo rispetto all’arroganza della governabilità, che meglio pensa di esercitarsi accentrando le risorse e le decisioni. Le città si ostinano a pensare che democrazia e governabilità non siano soltanto in contrapposizione, ma che anzi, in taluni frangenti, la democrazia delle città risulti la via più spedita ed efficace dentro il percorso complessivo della governabilità.
Quello che è stato definito il “renzismo” subisce qui la critica più radicale ed estesa. Le ragioni della democrazia (dal basso) contestano l’accentramento delle decisioni e degli interventi, cui si accompagna la disseminazione di quelli che si usa definire “cerchi magici” degli amici.
Per questo Piero Fassino perde Torino, pur avendo amministrato dignitosamente: per essersi collocato dalla parte di chi propone una governabilità determinata ad “asfaltare” le autonomie locali. Ho intravisto un riconoscimento di questa sindrome nelle dichiarazioni rilasciate dopo il voto dalla Appendino. Unica tra i sindaci neoeletti, la vincitrice di Torino ha ringraziato Fassino e le amministrazioni precedenti.
Ma c’è di più da mettere nel conto della comprensione. Le nuove generazioni torinesi ignorano le fatiche degli amministratori dei decenni alle loro spalle, quelle fatiche popolari che hanno consentito alla capitale piemontese di superare l’austerità e una certa tetraggine del fordismo made in Agnelli. Per loro Torino è quella bella città che si è rinnovata dopo i giochi invernali e i centocinquant’anni dell’unità d’Italia e che ai loro occhi pare da sempre essere stata così: quella che gli immigrati del dopoguerra dal Mezzogiorno cantavano sui treni, accompagnati dalla valigia di cartone: “Torino Torino, la bella città, si mangia si beve e bene si sta”!
È svanito da tempo il ricordo del movimento, a ondate successive, dei sindaci. Ma in tempo di governabilità accentuata, apicale e romana, tornare alle città può anche presupporre un ripensamento, la ricerca di laboratori e di una democrazia che cessi di eliminare la partecipazione dal basso. (Paulo Freire  non sarebbe scontento.)
I risultati elettorali dicono – da Nord a Sud, passando vistosamente per le regioni centrali –  che ha perso una visione della governabilità apicale e accentrata, che s’è intestata il nuovo corso della governabilità tout court. Torno ogni volta con la mente al convegno della Trilaterale a Okinawa di metà anni Settanta. E ricordo anzitutto a me stesso che una democrazia senza governabilità perisce, ma che il massimo della governabilità coincide con il minimo della democrazia.


Dunque i ballottaggi di domenica 19 giugno li ha persi questa direzione governativa, o meglio, quello che Ilvo Diamanti ha da tempo battezzato il partito democratico di Renzi: PDR.  Anche a Milano, dove Sala ce l’ha fatta sottraendosi negli ultimi quindici giorni alle ingombranti benedizioni del premier, che lo affondavano, riuscendo a tagliare primo il traguardo grazie alla spinta residua e al soccorso rosso di Giuliano Pisapia  e della sinistra considerata radicale. Questo ha pesato in maniera decisiva rispetto al vento calato di una Expo riuscita.
Due considerazioni riassuntive dunque: la diagnosi puntuale di Romano Prodi dice che il Paese attende le riforme, che le nuove generazioni, insieme ai vecchi in difficoltà e sulla soglia della povertà, le esigono: ma le riforme necessarie sono quelle sociali, quelle cioè che riguardano anzitutto la vita quotidiana e il lavoro. Le riforme istituzionali sono state lette come un passo obbligato verso quelle sociali. Ma se di queste ultime non si fa parola e se le riforme istituzionali sembrano essere non propedeutiche ma alternative alle stesse riforme sociali, i ceti poveri e popolari – gli inquilini delle periferie – si mettono di traverso e cercano altrove la soluzione.
Il Renzi rottamatore si presentò come colui che rompeva gli indugi delle camarille e dei cacicchi governativi che lo avevano preceduto. Sul piano sociale giocò con molta abilità la carta degli 80 euro in busta paga. Gli 80 euro hanno funzionato in parte, e con qualche ritorno negativo. Di essi è rimasta nella memoria piuttosto la tempestività elettorale che l’efficacia sui bilanci familiari.
Così la domanda di riforme sociali è rimasta drammaticamente urgente, e si è fatta in particolare sentire nelle periferie delle grandi città. (L’uomo dell’Expo Giuseppe Sala, ben consigliato e pressato nell’imminenza del ballottaggio, indica come centrale nel proprio programma amministrativo finale proprio il ruolo delle periferie. Cosa che depone a vantaggio delle sue capacità politiche rispetto all’indubbio curriculum di manager.)
Le città, grandi o piccole non importa, fanno causa comune con le attese della povera gente. Riscoprono così un’antica vocazione per la quale il Comune, nella visione di Sturzo come in quella di Filippo Turati, si salda direttamente e rappresenta la questione sociale. Insomma, l’ultimo voto amministrativo è attraversato dalla disaffezione, che è anche ovviamente disaffezione rispetto alla democrazia, alle sue urne (il livello dell’astensionismo non accenna a scendere consistentemente), alle scadenze, ai riti, ma si salda anche con una nuova e forse non smessa attitudine al municipalismo.
L’Italia profonda e le sue radici storiche sono anche questo. (Anche Giorgio La Pira lo immagino agitarsi felice e vaticinante nel circolo di non so quale comunione dei santi.)


M5S
La spinta generale si è nel frattempo fatta più collettiva e meno individualistica. Grillo sarà pure un comico, ma indubbiamente dotato di un tempismo tattico che ben si sposa con l’abitudine alle scene. Infatti, nell’imminenza delle elezioni amministrative, ha provveduto a fare un passo indietro – loro dicono pudicamente “di lato” – presentando agli italiani il volto di giovani donne in carriera piuttosto che la propria maschera ingrigita. E infatti la politica dello spettacolo continuerà comunque ad accompagnare le nostre incerte giornate.
E’ ovvio che il PDR non può rappresentare tutte le spinte, al di là del presentarsi come partito della nazione, capitalizzando il tutto e il contrario di tutto. O la centralizzazione, o la partecipazione dal basso. Enfatizzare insieme e contemporaneamente l’uno e l’altro polo non è consentito a nessuno. Questa deriva, che ha origini lontane rintracciabili nel veltroniano “partito a vocazione maggioritaria”, si è accompagnata a due fenomeni che hanno da ultimo attraversato i rapporti con l’esterno del partito così come quelli interni al partito, raccogliendosi intorno a uno slogan sintetico, e a mio giudizio sbagliato e pernicioso: non c’è alternativa.
A pensarci bene è il famoso Dina della signora Tathcher. Una brutta traduzione laica dell’abbaglio e della furbata clericale che vide in Mussolini “l’uomo della provvidenza”. Un modo interno per scoraggiare gli avversari e un modo esterno per demonizzare i nemici. A mio avviso una modalità per avvelenare pozzi. Con il fatto increscioso che l’avvelenamento dei pozzi non risulta un processo selettivo: nel senso che a quell’acqua avvelenata potranno prima o poi abbeverarsi anche i tuoi.
Oggi assistiamo a un procedimento capovolto da parte dei media nei confronti degli ex grillini. C’è una corsa a intervistare ed accreditare gli esponenti dei Cinque Stelle. Così pure Matteo Salvini è stato piuttosto demonizzato che smontato nelle sue argomentazioni. Possibile che tra tante sciocchezze aggressive non si trovi anche in lui una volta, per sbaglio, un elemento che si approssimi alla verità? In effetti il problema non è quanto Salvini ci prenda, ma perché la gente lo voti. E al politico suo antagonista (non nemico) deve importare di più sottrargli voti convincendo i suoi adepti, che convertire Matteo Salvini…


Il processo naturalmente è dilagato anche all’interno del PD, demotivando i competitors e interessandosi piuttosto alle loro defaillances che alle loro ragioni. Non c’è alternativa: un mantra sbagliato e alla lunga antidemocratico. Anche perché la rapidità dei tempi sottesi alla rottamazione è prevedibile che obblighi prima o poi a porsi una domanda circa l’esigenza di rottamare i rottamatori o i loro programmi; e se tu non ci hai pensato, l’elettore andrà a cercare la soluzione presso un’altra agenzia politica.
Detto in maniera meno congiunturale: la ricerca dell’alternativa è fatto costitutivo della vita democratica interna a un partito. Ricerca anzitutto di programmi alternativi. L’averlo  dimenticato rende asfittica la vita democratica interna al partito. E qui non conta proprio la bravura e l’ammirazione per il leader. La ricerca dell’alternativa è modalità costitutiva di un partito democratico. Se il processo si inceppa, l’elettore scontento si rivolgerà ad un altro forno politico. Non forse per convinzione, e neppure perché pensi che sicuramente l’altro forno sia in grado di soddisfare le sue esigenze, ma perché questa è la logica della competizione democratica. Se non avviene dentro i confini della tua organizzazione, l’elettore si sente legittimato a cercare altrove.
Mi sono ulteriormente convinto di questa dinamica leggendo il meglio degli articoli di “Cronache Sociali”, la rivista dei dossettiani, raccolti in due volumi.


Il recupero
È infatti merito non semplicemente editoriale di Gian Luigi Capurso l’essersi cimentato con un’opera di recupero non soltanto di Dossetti, ma anche del dossettismo, inteso come corpus di pensiero politico che, nella sua coerenza e nelle molteplici sfaccettature, ha coinvolto la cerchia dei “professorini”: da Giuseppe Lazzati ad Aldo Moro, a Giorgio La Pira, ad Amintore Fanfani, ad Achille Ardigò, a Giuseppe Glisenti…
L’operazione è riuscita – anche dal punto di vista estetico – e presenta una scelta  degli articoli apparsi in “Cronache Sociali” dal 1947 al 1948 (vol. I) e dal 1948 al 1951 (vol. II). La prefazione di Giuseppe Sangiorgi riesce nella difficile impresa di restituirci un Dossetti ricollocato nel suo tempo, anche grazie ad un qualche scandaglio prima non effettuato, od effettuato con un diverso orientamento. Sia Capurso come Sangiorgi hanno il vantaggio politico di rivolgersi al deposito dossettiano sotto l’urgenza degli interrogativi che la transizione infinita va ponendo oramai da troppi anni, senza potersi ancora confrontare con una sortita in qualche modo prevedibile.
È altresì merito dei due volumi la rivalutazione del ruolo non soltanto profetico svolto da La Pira all’interno del gruppo e intorno al tema centrale del lavoro, rieditando i tre articoli apparsi su “Cronache Sociali” e in seguito raccolti nell’opuscolo L’attesa della povera gente. Perché la sequenza degli articoli così come si evince dai numeri della rivista meglio mostra l’uso incredibile che La Pira riesce a fare di scienze economiche (Keynes) e giuridiche, parabole e versetti del Vangelo intorno a una teoria esposta con modalità ad un tempo cristallina e popolare: visto che il sistema socio-economico del Paese i disoccupati li deve comunque mantenere, sarà  saggio trovargli un lavoro dignitoso… Tutto ciò serve da orizzonte per l’individuazione di un punto di vista costitutivo di un approccio “attuale” alle politiche in corso.
La prima circostanza che balza agli occhi in maniera sorprendente è che la compagine dossettiana appare comunque impegnata a trovare ogni volta un’alternativa al programma, ai personaggi e al quadro delle decisioni prospettate.
Un modo dinamico di concepire e praticare una democrazia partitica capace di pensiero e di ascolto, perché il problema non è tanto costituito dall’eventuale durezza delle posizioni degli avversari, quanto piuttosto dalle ragioni per le quali i cittadini si affidano a quelle diagnosi e agli slogan conseguenti. Insomma è parte integrante della visione dei dossettiani la convinzione che l’assenza di “ascolto”, di critica e di sollecitazione riduca le possibilità di allargare il consenso e di conseguire una autentica vittoria democratica.
È sufficiente rileggere l’intervento di Giuseppe Glisenti, il direttore della rivista, su L’attentato a Togliatti, il Governo e il Paese, del luglio 1948, per rendersi conto di come il gruppo dossettiano conoscesse e fosse attento alle ragioni (e alle intenzioni) degli altri. Ragioni considerate con lungimirante capacità di soppesarne gli esiti generali, a partire da una valutazione per la quale “sono stati invece i singoli comunisti, con cariche e senza cariche, che valutando con fantasia mediterranea l’opportunità degli avvenimenti, hanno suonato la campana a martello dell’insurrezione”; mentre invece – si noti quanto l’ironia (“fantasia mediterranea”) aiuti il realismo dell’analisi – “chi ha vissuto gli avvenimenti a Roma, meglio di chi li ha osservati nella loro violenza locale, senza notizie degli altri settori, e senza fiutare l’atmosfera sintetica che è propria della Capitale, ha avuto la certezza che nessuno, alla Direzione Centrale del Pci, neppure per un momento ha sperato che l’azione disorganizzata e tumultuosa della base potesse giungere alla conquista del potere o anche solo al rovesciamento del Governo”.
Il tutto viene sintetizzato con mirabile lucidità una quindicina di pagine più avanti da Gianni Baget-Bozzo che così legge natura e destino dei comunisti italiani: “Tutto questo mostra che se la formula di democrazia progressiva, di alleanza di tutte le classi lavoratrici, intuita dai dirigenti comunisti, è politicamente esatta, non è però stata concretata da essi come formula politica, ma come mera formula organizzativa ed elettorale”. La migliore apologia, addirittura un monumento, per la politica preceduta dall’ascolto e dal pensiero.
 E vale la pena ripetere che il problema non è demonizzare il leader concorrente e antagonista, ma intendere e interpretate le ragioni di quelli che lo votano. Quanto lontani questo metodo e questi giudizi dalla politica del surf (l’espressione è delle giovani sociologhe americane) che riempie i talk show mentre svuota le urne elettorali.


Crucialità del partito
Centrale l’attenzione allo strumento partito. Non sembrano lontani i dossettiani dalla visione togliattiana che pensava allo Stato della Repubblica come fondato sui partiti popolari e di massa.
Non a caso il primo volume di La passione e il disincanto si apre con un prologo costituito da due articoli a firma Demofilo, pseudonimo di Alcide De Gasperi, comparsi sul “Popolo” clandestino il 28 novembre e il 12 dicembre 1943. In essi De Gasperi così sintetizza il proprio pensiero, premettendo che per un partito esiste pure un problema di distinzioni e di limiti.
“Il partito è uno strumento organizzativo atto a fungere su di un solo settore della nostra comunità nazionale, quello dello Stato. E come per noi pluralisti (nel senso di Maritain e di Sturzo) lo Stato è l’organizzazione politica della società, ma non tutta la società, così partito è un organismo limitato che l’occhio non deve proporsi di tutto rifare e riordinare in tutti i campi, ma presuppone che altri organismi sociali agiscano nello stesso tempo e nello stesso spazio su diversi piani, al di fuori e al di sopra, come la società religiosa, cioè la Chiesa con le sue forze spirituali e organizzative, e al di sotto come le società scientifiche-culturali e le società economiche con le loro autonomie e con le loro leggi. Ecco perché, a differenza di chi nello Stato vede un mito che assomma, sostituisce e incentra tutte le fedi e tutte le forze sociali, noi, in funzione politica, non ci presentiamo come promotori integralisti di una palingenesi universale, ma come portatori di una propria responsabilità specifica, determinata non solo dal nostro programma ideale, ma anche limitata dall’ambiente di convivenza in cui esso deve venire attuato”.
A fare ancora una volta il punto è Gianni Baget-Bozzo: “Abbiamo visto che l’unico mezzo per inserire le masse d’ordine nella democrazia è l’abituarle alla partecipazione politica attraverso la piena funzionalità dei partiti. Resta a vedere quali possibilità storiche offra questa nostra soluzione nel quadro della situazione determinatasi dopo le elezioni politiche”.


Una critica insonne
Nulla sfugge alla critica insonne del gruppo dossettiano. C’è anzi il gusto di confrontarsi con i problemi più spinosi che le convenienze stringenti della guerra fredda suggerirebbero di sottacere. È il caso dell’articolo su Il patto Atlantico come strumento bivalente di progresso o di conservazione, di pace o di guerra, con il quale un giovane Achille Ardigò non teme di confrontarsi con la durezza di una contrapposizione che ha assunto i toni della lotta di civiltà.
Scrive senza patemi l’Ardigò: “La crisi della democrazia parlamentare si è rivelata pertanto ancora una volta gravissima, anche se nelle forme la democrazia parlamentare è più avanzata oggi che nel periodo giolittiano. La questione del patto Atlantico, decisamente risolta dall’esecutivo, è ormai divenuta, per l’improvviso gravare sull’opinione pubblica delle sollecitazioni apodittiche dell’opposizione e del governo, un’altra pietra dura di paragone fra comunisti ed anticomunisti tout court”.
Perché una politica, anche attenta ai vincoli e alle tattiche, non può venir meno dall’obbligo di guardare ogni volta con lungimiranza strategica, o almeno di provarci. E del resto proprio il voto sul Patto Atlantico aveva visto il leader esprimersi in maniera differente in commissione e poi in aula.
Una raccolta e una selezione questa degli articoli di “Cronache Sociali” che si legge dunque con l’attenzione di chi entra in un cantiere dove la cultura politica appronta i suoi strumenti, ivi compresi quelli decisionali e quelli che selezionano la classe dirigente. Una modalità ereditata da Sturzo che fu insieme pensatore instancabile e frenetico organizzatore.
Non c’è soltanto grande attenzione rispetto alla partecipazione popolare: c’è l’organizzazione del cervello e della macchina del partito popolare di massa in vista della sua capacità di consistere e di contrattare con gli altri poteri. Anche il partito degasperiano, il partito dossettiano e nel suo articolato complesso la Democrazia Cristiana intendono vincere. (Anche per essi la politica non somiglia alle Olimpiadi e la loro missione non è quella di de Coubertin.)
Ma proprio per questo il partito prepara, medita, discute e propone un programma (per Sturzo il partito è il programma), fa conoscere e propaganda le proprie ragioni; per questo si attrezza autonomamente per farle valere.
Perché il partito – il partito dossettiano, come quello degasperiano e come quello sturziano – è questo: autonomia tra le autonomie. Una autonomia continuamente ricaricata nei legami pensosi con una base sociale attiva, e che Dossetti rivendicherà fino all’ultimo come propria missione, nel quasi-testamento della conversazione con il clero di Pordenone (13 marzo 1994).
Un’attitudine e un compito da non dimenticare, anzi, da ricaricare e rilanciare (sia pure in forme nuove ed inedite) nel momento in cui, realizzando la profezia del 1920 di Walter Benjamin, il capitalismo si dispiega quotidianamente come la religione del mondo globalizzato dal capitale finanziario e dalle sue lobby.
Un pensiero più acuto e più frequentato rischia di essere nella fase che attraversiamo lo strumento teorico, ma anche pratico, più necessario alla politica che latita. Perché l’interpretazione del vento del cambiamento è comunque segno di una politica attenta ai cittadini.
E interpretare il cambiamento significa cogliere in questa fase storica soprattutto due cose: che la quotidianità della vita dei cittadini, in particolare nelle periferie, intende fare premio su tutto il resto: nuove narrazioni e residui di vecchie ideologie comprese. La seconda cosa riconduce a una dinamica ineliminabile ed interna delle democrazie: la costante ricerca di un’alternativa, che parte dai programmi e può coinvolgere le persone. Tenerne conto è esercizio di realismo che rende irrisorio oltre che inattuale il confine tra destra e sinistra.
La buona notizia è che la democrazia e le sue dinamiche sopravvivono al crollo delle posizioni di destra e di sinistra. Può morire la socialdemocrazia. Resta da fare tutto il possibile, fino alla respirazione bocca a bocca, per tenere in vita queste nostre democrazie e quel che ne resta. Perché quello che ci stiamo giocando è il destino delle nostre democrazie partitiche, dal momento che non si conosce al mondo democrazia senza partiti. Non necessariamente quelli di massa e ideologici che ci stanno alle spalle, ma partiti comunque sì, anche con un nome diverso e un funzionamento tutto da scoprire. Non certamente i vecchi partiti, ma strumenti in grado di colmare la distanza tra la società civile e le istituzioni, di organizzare le culture politiche e selezionare le classi dirigenti.