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sabato 29 ottobre 2016

LO SGUARDO PRESBITE      
di Fulvio Papi



Qualche volta, persino come filosofo, dubito del mio modo di pensare, soprattutto mi sembra, come tutti, di non tener conto dell’imprevisto. A questo riguardo gli atteggiamenti sono due: o non ci si pensa nemmeno e sarà come sarà, o si proiettano nel futuro le condizioni del presente e se ne ricavano immagini intellettuali di tipo previsionale che, al minimo, devono condurre con sé un grande interrogativo. Confesserò che un pensiero di tale natura continua a tornarmi nella mente e, forse, condividendolo, con qualche lettore, finirà coll’apparirmi più chiaro.
Secondo i demografi nel giro di qualche decennio la popolazione mondiale potrà raggiungere i nove miliardi di persone, una cifra imparagonabile a quei due miliardi di persone scarsi che hanno costituito l’ambiente antropologico di quella che chiamiamo comunemente “la nostra storia”. Ora anche limitandoci al quadro europeo, molto limitato, ma quello che, per lo più, costituisce l’elemento materiale della nostra riflessione, questa è la situazione che si può immaginare. Il problema del lavoro sarà probabilmente più difficile, è troppo parziale parlare solo di investimenti, perché, in ogni caso, bisogna anche dire per produrre cosa, a che costi produttivi, e per quale mercato. E qui le cose si complicano in un quadro in cui mercato e produzione sono di proporzioni mondiali. D’altro canto molto spesso abbiamo notizie intorno all’ulteriore sviluppo tecnologico delle condizioni del lavoro. Attraverso la conoscenza di una lunga tradizione sappiamo che quanto più l’apparato tecnologico governa le condizioni del lavoro, tanto più è necessario un sapere operativo da parte dei lavoratori. E nello stesso tempo gli addetti necessari sono inferiori, anche se, ovviamente questo processo non è eguale per ogni settore produttivo. Ma nel complesso, contrariamente a quello che si sosteneva tempo fa, gli occupati nell’insieme dei servizi tecnologici non assorbono tutta la forza lavoro precedente, nonostante gli eventuali processi di riqualificazione.


Herbert Marcuse

Il filosofo tedesco-americano Marcuse, circa quarant’anni fa, scrisse un libro in cui sosteneva che il sistema delle macchine avrebbe richiesto meno tempo lavorativo e le persone, liberate da quella necessità, avrebbero potuto godere di una vita simile a uno stile ludico, per stare nei classici, di stile schilleriano. Non è successo, almeno pare, niente del genere. A meno che non si possa prendere l’affollamento dei giovani entusiasti ai concerti dei “poeti” popolari del nostro tempo, e paragonarlo a quanti di essi hanno, o stiano per avere, un proprio lavoro, piuttosto che dipendere da altre risorse lavorative o, addirittura, pensionistiche. Un’impresa però che si può solo immaginare. In ogni caso rimane la sproporzione tra la forza lavoro, anche qualificata, e la possibilità numerica del suo impiego. Naturalmente ci sono lavori, visibili anche oggi, che, come altrove, sono riservati alla popolazione povera, come quella dispersa nella “grande Londra” o quella collocata nella periferia di Parigi. Ma non è affatto una situazione così pacifica come venti o trent’anni fa, come tutti sanno possono nascere situazioni esplosive. Il dislivello e la sproporzione tra lavoratori e disoccupati sarà destinata a rimanere o ad aumentare, almeno se il disegno tracciato è plausibile. Inoltre ricordiamo che previsioni scientifiche secondo cui il riscaldamento globale provocherà un aumento della superficie delle acque, renderà necessario l’esodo di un miliardo di uomini. Come pensare il lavoro in quelle condizioni, e come pensare un equilibrio internazionale capace di governare una crisi di quelle proporzioni, se ora, di fronte a problemi seri ma meno rilevanti, non si riesce a trovare una equa soluzione?
Un caro amico di altri tempi mi diceva spesso che ero presbite, vedo da lontano o credo di vedere da lontano, ma sono in difficoltà con le cose vicine. O non sarà piuttosto che le forme dominanti di comunicazione che sono diventate “il mondo”, hanno distrutto il tempo?   

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PER RIMANERE UMANI

A Settimo Milanese con Bracigliano
presentano Russo e Gaccione


La locandina dell'incontro