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domenica 27 novembre 2016

I LOMBROSO
GINA E PAOLA, LA CULTURA COMBATTIVA
DI DUE DONNE TRA OTTO E NOVECENTO
di Giorgio Colombo

La famiglia Lombroso. Da sin. Gina, Paola, Nina.
seduto e col bastone Cesare

Nella odierna confusione di alleanze e spaccature, richieste gridate o volgarmente respinte, ingiurie politiche al posto di ragionamenti e spiegazioni, penso che si possa opportunamente riprendere la storia di Paola e Gina Lombroso, parte di  un gruppo che si espose con tenacia e rischio per difendere le ragioni della  pacifica e democratica convivenza, in un periodo, quello tra ottocento e novecento, gravato da pesanti contrapposizioni, dittature e da ben due guerre mondiali. Ritorno alla nota ch avevo scritto in relazione al professore Mario Carrara, marito di Paola, alla sua destituzione dall’insegnamento universitario e da tutte le cariche connesse, uno dei 12 che si era rifiutato di giurare fedeltà al regime fascista (1931-32). È l’occasione per riprendere le vicende di una famiglia saldamente unita intorno al patriarca Cesare Lombroso, seguendo la traccia delle sue due figlie, a loro volta rare interpreti femminili di una cultura critica che si ritrova a fare i conti con varie ondate di crisi sfociate infine nella dittatura fascista.

Paola Lombroso

Devo premettere che quando ho incontrato a New York negli anni Ottanta del ‘900 Nina Raditza Ferrero, nipote di Lombroso, già avevo pubblicato ed esposto il materiale lombrosiano che avevo raccolto e studiato. È stata comunque una felice occasione di riparlare della madre, Gina, la figlia e stretta collaboratrice del noto e discusso scienziato. Nina aveva sposato il giornalista e storico croato Bogdan Raditza (che aveva scritto un libro di ‘colloqui’ con il padre di Nina, Guglielmo Ferrero, Lugano 1939) e insieme si erano trasferiti negli USA nel 1940 allo scoppio della guerra.
Le due figlie di Lombroso, Paola, nata del 1871 e Gina l’anno dopo, erano state incluse, con la madre Nina, nella ‘fabbrica’ letteraria lombrosiana: la madre nella trascrizione e correzione della pessima scrittura del marito, Gina, laureata in lettere e in medicina, nell’assistenza e sviluppo delle teorie paterne, Paola, più indipendente, nella letteratura per l’infanzia. Un gruppo famigliare molto stretto e dipendente dalla guida maschile, sia per la consuetudine dei tempi -il positivismo biologico e il destino della donna alla maternità-, sia per una preoccupazione difensiva, proprio delle famiglie ebraiche, verso un esterno sovente ostile. In ogni caso la consuetudine alla scrittura e alla pubblicazione su giornali e riviste, una esposizione pubblica non comune alla educazione femminile, diventa un carattere delle due sorelle. È la via per raggiungere “un po’ di dignità e un po’ di indipendenza”, scrive Paola in La vita è buona. L’incontro con Anna Kuliscioff, a Torino nel 1894, segna l’ingresso del socialismo in casa Lombroso. Paola e il padre scrivono su Il grido del popolo, insieme a E. Ferri, A. Loria, E. De Amicis, F. Turati, E. Mariani, M. Nordau. Ancora Paola, nel 1908, progetta il Corriere dei piccoli per il Corriere della sera,  ma il direttore Luigi Albertini le rifiuta la responsabilità direttiva, incompatibile con la sua condizione femminile. Sarà ridotta a delle rubriche, tutte molto popolari, con la firma di zia Mariù, nome che adotterà anche in seguito. Alla interruzione di questa attività si dedicherà all’educazione scolastica e alla organizzazione delle Bibliotechine rurali per le scuole povere di campagna.

Gina Lombroso

Un accenno a Gina. Negli anni ’90 si laurea con un soggetto già trattato dal padre, I vantaggi della degenerazione: “Sono i degenerati che alimentano la sacra face del progresso, ad essi è adibita la funzione dell’evoluzione, dell’incivilimento”. La deviazione socio-biologica non come malattia da estirpare, ma come riserva positiva di rottura e modificazione della società. “Sono questi squilibrati, pazzi, fanatici, lunatici, santi o genï che sfidando la impopolarità e le persecuzioni diffondono e divulgano per ogni dove le nuove riforme politiche, i nuovi prodotti industriali, commerciali, artistici e pratici, che sarebbero sepolti là dove son nati, soffocati dal misoneismo della maggioranza che tanto è più restìa alle innovazioni e ai cambiamenti, quanto più è equilibrata”(Ibd. p. 182). Ecco che un limite, un difetto della evoluzione (per il ‘Positivismo’ la via maestra di ogni progresso) diventa un vantaggio per l’umanità.
Entrambe le sorelle sposano i due Aiuti del padre -che muore nel 1909-, Paola, Mario Carrara professore di medicina legale e Gina, Guglielmo Ferrero (storico, aveva collaborato su richiesta di Cesare Lombroso a La donna delinquente, la prostituta e la donna normale). Carrara, grazie alla sua attività di medico nelle carceri torinesi, ha modo di conoscere molti oppositori del fascismo e la famiglia, avvicinandosi agli ambienti di ‘Giustizia e libertà’, diventa un punto di contatto tra gli antifascisti torinesi e quelli fuggiti all'estero. La destituzione e morte del marito non interrompe l’attività di Paola nello studio e assistenza dell’infanzia, premessa di ogni adulta civiltà, anche contro l’ingerenza sempre più ingombrante e intollerante dello stato fascista. Nel 1930 Gina e Guglielmo Ferrero -osteggiato nella sua attività di storico indipendente- riparano a Ginevra, centro dell’antifascismo repubblicano-socialista, dove Guglielmo insegna all’Università. A Torino s’infittiscono gli incontri e le trame dei Levi, i Segre, i Salvatorelli, i Mila, gli Olivetti e del giovane Leone Ginsburg. I rischi aumentano. “Scoperto a Torino un gruppo di antifascisti in combutta con i fuoriusciti di Parigi”... La Paola Carrara diceva che bisognava mandare una lettera al “Zurnàl de Zenève”, scrive in Lessico famigliare Natalia Ginzburg. Nella crisi del ’43, Paola si rifugia a Ginevra, dalla sorella Gina, che vi morirà però l’anno seguente. Tornata a Torino alla fine della guerra, Paola riprende l’esperienza della Casa del sole in aiuto ai bambini in difficoltà e la scrittura di fiabe per l’infanzia. Nel 1950 le viene consegnata la medaglia d’oro dei benemeriti della Pubblica Istruzione. Muore nel 1953 all’età di 83 anni.
Questi miei pochi cenni vorrebbero soltanto riportare l’interesse per vicende e figure che paiono lontane secoli dalle confusioni oggi dilaganti, allora, quando le differenze, le caste, le autorità, le organizzazioni famigliari, i ruoli sessuali erano rigidi, eppure “Essere figlie di Lombroso” (come recita il bel libro di Delfina Dolza) ha comportato assumersi una libertà, una responsabilità di rischiare, una capacità di cambiare che può ancora confortare le nostre deboli speranze.