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sabato 11 marzo 2017

Per il partigiano Vincenzo Gigante
di Fulvio Papi
Vincenzo Gigante
È da leggere come testimonianza, quasi vivente, di una bambina e della sua famiglia durante il periodo della persecuzione fascista, il libro Mai più lontani. Antifascismo e Resistenza visti con gli occhi di una bambina. Ricordo di Vincenzo Gigante (Mimesis ed. 2016). Gli occhi della bambina sono di Miuccia Gigante coautrice del libro di ricordi del padre Vincenzo, militante attivo socialista e poi comunista, e poi impegnato nella Resistenza, dopo aver scontato quasi dieci anni di carcere inflittogli dal Tribunale speciale fascista. Un personaggio di cui qualcosa dirò, ma ora che ricordo per l’impegno morale, il progetto educativo sociale e familiare, la valorizzazione del sapere e della conoscenza: sarebbe piaciuto molto a Gramsci e a Pertini. Sulla capacità dell’autrice, la figlia, ormai di tutt’altra età, di riprodurre il suo sguardo infantile, la sua passione bambina, si può capire qualcosa solo leggendo con cura le sue pagine dove il padre è un’assenza piena di vita. La seconda autrice Patrizia Pozzi a me è nota per i suoi studi specialistici su Spinoza e per il suo costante impegno sui temi etici, metodologici e storici della Resistenza. Patrizia, più giovane di me di molti anni, ha frequentato il mio stesso (amato) liceo classico Carducci e ha la mia stessa memoria dei professori impegnati nella Resistenza: la signora Maria Arata, moglie del prof. Masaniello, Giorgio Cabibbe (della sezione D con Vittorio Sereni) ai quali aggiungerei don Locati, già parroco a Lambrate, e alcuni ragazzi come Mantegazza e Lusiardi che Patrizia non poteva conoscere. Ma nell’ottobre del ’45 quando capitai al liceo non c’era purtroppo una memoria entusiasta della Resistenza, la maggioranza, ragazze e ragazzi era, di una borghesia della “zona grigia”, conformisti, e con in bocca le parole che già allora ne oscuravano il senso. Ma un gruppetto c’era: comunisti, socialisti, azionisti, repubblicani che si conoscevano tra loro e avevano qualche seguito. 


Patrizia, nel suo saggio finale, discute temi teorici, metodologici, storici particolarmente segnati giustamente contro quel “negazionismo” che è riuscito, almeno in parte, a oscurare la pluralità di significati della Resistenza italiana. Non erano certo tutti uguali: i “badogliani” delle Langhe non erano gli azionisti del Cuneense, e così i garibaldini della Val Sesia, e gli autonomi dell’Amiata o della Val Cannobina, i democristiani della Val Toce o i socialisti della Matteotti. Sono cose che tutti sanno. Ma chi c’era, sa che tutti, quali che fossero le prospettive politiche, erano in campo per la libertà e la giustizia contro i fascisti e per la liberazione contro l’occupazione tedesca le cui nefandezze, indegne di un onore militare, sono state nascoste per anni per pura opportunità politica. Se qualcuno in Germania ha dubbi lo posso dire in tedesco. Aggiungerò solo che le “categorie” storiche non sono affatto categorie teoriche, ma forme di pensiero combattivo che portano l’usura dei contrasti, delle mutazioni e del tempo. Proviamo a fare l’esperimento con la “Rivoluzione francese”. Per questo mi pare importante portare testimonianze memoriali, tentare di ri-vivere gli eventi. Quanto allo storico revisionista Nolte, premi a parte, è di una notevole mediocrità, il suo uso del dato empirico è acritico, banale, ideologico. Quanto a Heidegger è un nazista antisemita senza alcun dubbio e tale va moralmente considerato. Tuttavia Essere e Tempo della fine degli anni Venti è un libro fondamentale della filosofia del Novecento, bisogna saperlo leggere. E queste divaricazioni sono ben note a chi sa che “criticare” vuol dire saper “distinguere” (circostanze, letture, influssi, propositi, consensi, desideri, ecc.).


Vengo al libro. Il protagonista non è mai visibile. La sua figura intrepida di radicale oppositore al regime e le sue tragiche vicende risultano sempre dalla fantasia, dall’emozione, dalla trepidazione e dalla esperienza della bambina Minuccia. E il suo fantasma più o meno accentuato, secondo l’età della bambina, come nei discorsi di casa . il nonno, la nonna, la mamma, la zia, gli amici, i compagni politici che frequentano la casa. Ciascuno di essi esce dalle pagine con una sua tipica raffigurazione che appartiene, nella memoria, tutta ai segni del tempo. La memoria di Miuccia sa percorrere antichi sentieri, e la scrittura sa determinare la configurazione e il limite con lo sfondo sempre presente di Vincenzo Gigante, il papà perduto che, nel silenzio e nelle poche immagini, segna tuttavia un destino. A parte la memoria morale, una preziosa prova narratologica.
I fatti: dopo quasi dieci anni di carcere, Gigante dopo l’8 settembre riprende la sua attività nella Resistenza e il partito comunista lo manda a Trieste a organizzare lo scontro con i nazifascisti. Trieste, per chi ne conosce la storia (vengo da lì) è uno dei luoghi più difficili per un resistente comunista e italiano. Nell’ottobre del 1944 una delazione lo mette in mano ai nazisti e il 22 novembre viene ucciso nella tragicamente celebre Risiera di San Sabba. Ebbe la medaglio d’oro con una motivazione di Concetto Marchesi. La famosa Risiera, unico luogo di forni crematori in Italia, luogo infame rimosso per lunghi anni dalla memoria di Trieste come ha scritto Claudio Magris (e io stesso sapevo). Sempre Magris mi disse che a Monaco dove insegnava avrebbe voluto almeno vedere in faccia il birraio che era stato il responsabile militare e politico di San Saba, e ora passava una tranquilla vita da oste. Ebbene, c’è ingiustizia a questo mondo. Ma c’è anche onore, dignità, passione, giustizia come escono dalle belle pagine proprio del libro di Gigante-Pozzi sul suo perduto papà.