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domenica 30 aprile 2017

Milano. Società Umanitaria
ricodando Alessandrina Ravizza
e Carlo Cassola
In occasione della IV edizione del Festival dell’Espressività Stanze di Psichesotto il titolo “Il Dolore e il Coraggio” venerdì 5 Maggio 2017 alle ore 18,45 in via San Barnaba n. 48, Artelier vi invita ad un interessante incontro sul tema del Welfare al femminile e del Disarmo come inderogabile valore umano.
Angelo Gaccione discuterà del carteggio inedito dello scrittore Carlo Cassola di cui ricorre il centenario della nascita. Il volume è stato pubblicato dalla casa editrice toscana Tralerighe Libri.

La locandina dell'incontro

APPELLO DI PADRE ALEX ZANOTELLI:
FERMIAMO I SIGNORI DELLA GUERRA

Barbarie

Napoli. Trovo vergognosa l’indifferenza con cui noi assistiamo a una ‘guerra mondiale a pezzetti’ , a una carneficina spaventosa come quella in Siria, a un attacco missilistico da parte di Trump contro la base militare di Shayrat in Siria, ora allo sgancio della Super-Bomba GBU-43 (la madre di tutte le bombe) in Afghanistan e a un’incombente minaccia nucleare. L’Italia , secondo l’Osservatorio sulle armi , ha deciso di spendere quest’anno 23 miliardi di euro in armi (l’1,18% del Pil). Significa 64 milioni di euro al giorno! Ora Trump, che porterà il bilancio militare USA a 700 miliardi di dollari, sta premendo perché l’Italia arrivi al 2% del Pil che significherebbe 100 milioni di euro al giorno. “Pronti a rivedere le spese militari - ha risposto la ministra della Difesa Roberta Pinotti - come ce lo chiede l’America .” La Pinotti ha annunciato anche che vuole realizzare il Pentagono italiano a Centocelle (Roma) dove sorgerà una nuova struttura con i vertici di tutte le forze armate. La nostra ministra della Difesa ha inoltre preparato il Libro Bianco della Difesa in cui si afferma che l’Italia andrà in guerra ovunque i suoi interessi vitali saranno minacciati. E’ un autentico golpe democratico che cancella l’articolo 11 della Costituzione. Dobbiamo appellarci al Parlamento italiano perchè non lo approvi. Il Libro Bianco inoltre definisce l’industria militare italiana ‘pilastro del Sistema paese’ . Infatti nel 2015 abbiamo esportato armi pesanti per un valore di oltre sette miliardi di euro! Vendendo armi ai peggiori regimi come l’Arabia Saudita . Questo in barba alla legge 185/90 che vieta la vendita di armi a paesi in guerra o dove i diritti umani sono violati. L’Arabia Saudita è in guerra contro lo Yemen, dove vengono bombardati perfino i civili con orribili tecniche speciali. Secondo l’ONU, nello Yemen è in atto una delle più gravi crisi umanitarie del Pianeta. All’Arabia Saudita abbiamo venduto bombe aeree MK82, MK83, MK84, prodotte dall’azienda RMW Italia con sede legale a Ghedi (Brescia) e fabbrica a Domusnovas in Sardegna. Abbiamo venduto armi anche al Qatar e agli Emirati arabi con cui quei paesi armano i gruppi jihadisti in Iraq, in Libia, ma soprattutto in Siria dov’è in atto una delle guerre più spaventose del Medio Oriente. In sei anni di guerra ci sono stati 500.000 morti e dodici milioni di rifugiati o sfollati su una popolazione di 22 milioni! 


Come italiani, stiamo assistendo indifferenti alla tragica guerra civile in Libia, da noi causata con la guerra contro Gheddafi. E ora , per fermare il flusso dei migranti, abbiamo avuto la spudoratezza di firmare un Memorandum con il governo libico di El Serraj che non riesce neanche a controllare Tripoli. E così aiutiamo la Libia a frantumarsi ancora di più. E con altrettanta noncuranza assistiamo a guerre in Sud Sudan, Somalia, Sudan, Centrafrica, Mali. Senza parlare di ciò che avviene nel cuore dell’Africa in Congo e Burundi. E siamo in guerra in Afghanistan: una guerra che dura da 15 anni ed è costata agli italiani 6,6 miliardi di euro.Mentre in Europa stiamo assistendo in silenzio al nuovo schieramento della NATO nei paesi baltici e nei paesi confinanti con la Russia. In Romania, la NATO ha schierato razzi anti-missili e altrettanto ha fatto in Polonia a Redzikovo. Ben cinquemila soldati americani sono stati spostati in quei paesi. Anche il nostro governo ha inviato 140 soldati italiani in Lettonia. Mosca ha risposto schierando a Kaliningrad Iscander, ordigni atomici, i 135-30. Siamo ritornati alla Guerra Fredda con il terrore nucleare incombente. (La lancetta dell’Orologio dell’Apocalisse a New York è stata spostata a due minuti dalla mezzanotte come ai tempi della Guerra Fredda). Ecco perché all’ONU si sta lavorando per un Trattato sul disarmo nucleare promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, mentre le 9 nazioni che la possiedono non vi partecipano. E’ incredibile che il governo Gentiloni ritenga che tale Conferenza “costituisca un elemento fortemente divisivo “, per cui l’Italia non vi partecipa. Eppure l’Italia, secondo le stime della Federation of American Scientists, ha sul territorio almeno una settantina di vecchie bombe atomiche che ora verranno rimpiazzate dalle più micidiali B61-12. E dovremmo mettere in conto anche la possibilità, segnalata sempre dalla FAS, di Cruise con testata atomica a bordo della VI Flotta USA con comando a Napoli. Quanta ipocrisia da parte del nostro governo!
Davanti a una così grave situazione, non riesco a capire il quasi silenzio del movimento italiano per la pace. Una cosa è chiara: siamo frantumati in tanti rivoli, ognuno occupato a portare avanti le proprie istanze! Quand’è che decideremo di metterci insieme e di scendere unitariamente in piazza per contestare un governo sempre più guerrafondaio? Perché non rimettiamo tutti le bandiere della pace sui nostri balconi? Ma ancora più male mi fa il silenzio della CEI e delle comunità cristiane. Questo nonostante le forti prese di posizione sulla guerra di Papa Francesco. E’ un magistero il suo, di una lucidità e forza straordinaria. Quando verrà recepito dai nostri vescovi, sacerdoti, comunità cristiane? Dopo il suo recente messaggio inviato alla Conferenza ONU, in cui ci dice che “ dobbiamo impegnarci per un mondo senza armi nucleari”, non si potrebbe pensare a una straordinaria Perugia-Assisi, promossa dalle realtà ecclesiali insieme a tutte le altre realtà, per dare forza al tentativo della Nazioni unite di mettere al bando le armi atomiche e dire basta alla ‘follia’ delle guerre e dell’industria delle armi? Sarebbe questo il regalo di Pasqua che Papa Francesco ci chiede: “Fermate i signori della guerra, la violenza distrugge il mondo e a guadagnarci sono solo loro.”
Milano. Attualità
L’Associazione Metaeducazione
L’educazione ad una cultura per la pace deve
Diventare oggi più che mai un impegno ineludibile.
Metaeducazione ci sta provando.









sabato 22 aprile 2017

Giorgio Bàrberi Squarotti, il grande critico dal volto umano
di Franco Esposito

Il poeta Franco Esposito ricorda Bàrberi Squarotti

 Le trappole non catturano la morte,
gli aghi non l’avvelenano, i cani non l’afferrano coi denti.
So che dobbiamo perire perché un nuovo polline sia sulle colline.

A sinistra Giorgio Bàarberi Squarotti con Franco Esposito


Stresa. Dopo la morte dell’amico  Barberi Squarotti e dopo aver percorso con la memoria più di quarant’anni di bella e lunga amicizia fatta di incontri, di sentimenti, di gesti, di consigli, sono sempre più convinto che tutte le sue parole, le sue opere devono essere tramandate assolutamente a futura memoria perché facciano parte di un imponente libro patrimonio, deposito di tutti i suoi interventi critici, ma anche della sua importante opera poetica che sono convinto non tutti hanno preso in giusta considerazione e per dirla con franchezza hanno un po’ tutti snobbato. Invece sono convinto che aveva ha un suo valore, una sua originalità nel panorama della poesia italiana. Amava la poesia e sono convinto che è stato il critico che ha seguito con più costanza e competenza sia la poesia classica con studi di eccellenza sugli autori più importanti della letteratura italiana, che i giovani che si avvicinavano a quest’arte magica e sulfurea con consigli e  per i più meritevoli con sue splendide ed originali presentazioni. Era questo lo spirito umano e critico di Barberi Squarotti, era questo che guidava il suo pensiero e la sua mano di grande critico dal volto e dal cuore umano. Sicuramente il più umano degli umani il più imparziale e generoso dei critici italiani di cui la letteratura di tutti i tempi può vantarsi. Ci sono stati critici, ma, soprattutto ci sono ancora critici che si autodefiniscono maestri che dai loro pulpiti universitari, o dalle colonne di riviste e giornali sputtano sentenze e quel che è peggio si vantano pubblicamente che non hanno bisogno di leggere, ma sanno per opera divina che quasi tutto, se non tutto quello che si produce nel campo delle lettere è spazzatura salvo i loro scritti e quelli dei loro amici che sono naturalmente e magicamente dei capolavori della letteratura. Invece Barberi Squarotti era e rimane uno dei pochi critici pieno di sensibilità verso tutti e quello che è più importante anticipava i tempi. Penso che non ci sia un autore in Italia che non abbia ricevuto, sia all’inizio della sua carriera che dopo il successo una parola di incoraggiamento, un aggettivo per rincuorarlo a studiare e andare avanti, non arrendersi. Sapeva con precisione e lo trasmetteva ai più giovani che il vero poeta, il vero scrittore si misura coi tempi lunghi, lunghissimi. Questo era lo spirito di Barberi Squarotti a differenza dell’esercito di supponenti che circolano oggi come ieri in Italia. L’amico Barberi Squarotti se n’è andato in silenzio, in punta di piedi coerente fino alla fine con il suo stile langarolo elegante e discreto. Ricordo con grande affetto e con una vena di tristezza l’ultima telefonata appena una diecina di giorni prima della sua definitiva partenza da questa nostra plastificata, faziosa e falsa vita culturale italiana. Come al solito dopo un piccolo cenno alla sua età e la sua salute era sempre curioso e incominciava a chiedere della nostra “Microprovincia” dico nostra di proposito, perché Barberi Squarotti è stato in questi 38 anni un po’ l’anima della rivista, il fratello maggiore a cui chiedevo consigli e suoi interventi su autori che amavamo entrambi e i suoi magnifici saggi arrivano puntuali e puntuali scritti a macchina per scrivere tutta sbilenca e con centinaia di correzioni a mano. Ricordo a casa sua a Torino che mi lamentavo tutte le volte e gli dicevo almeno falla riallineare e lui che rideva tutto soddisfatto. Amava sia la sua vecchia e cara macchina per scrivere che la sua preziosa e inseparabile stilografica erano un po’ il suo marchio di stile e di garanzia. Non parliamo delle sue lettere con una grafia che i primi tempi mi sembravano sgorbi illeggibili, poi con gli anni riuscivo a leggere non solo le mie lettere ma decifrare le tante lettere spedite ad amici e conoscenti che con gentilezza mi facevano avere in fotocopia. A questi piccoli ricordi personali che ho raccontato potrei aggiungere tantissimi altri, ma altri toccano la sensibilità di personaggi e associazioni per cui appartengono alla nostra  amicizia, alle nostre confidenze private che sono sepolte nella nostra proverbiale discrezione, e nella nostra reciproca stima. Altro capitolo importante di Barberi Squarotti è stato il suo amore per il nostro lago, infatti sono state storiche le sue conferenze sugli scrittori piemontesi e soprattutto è stato il primo ad aver tolto dall’oblio e dato spazio per primo a due allora giovani esordienti scrittori di frontiera come Benito Mazzi e Gianfranco Lazzaro. Altro capitolo importante per Stresa e il lago è stato la sua disponibilità, e soprattutto ha messo a disposizione la sua competenza nel partecipare per tanti anni come giurato al nostro “Premio Stresa di Narrativa” fino a quando le forze gli avevano consentito il lungo tragitto Torino e Stresa. Ultimo capitolo, ma non ultimo come ricordi personali, lo voglio dedicare ai faziosi di tutta la stampa italiana, almeno fino ad oggi, nessuna testata esclusa. Il loro comportamento è stato di una tale gravità per cui mi  vergogno io per il loro egoismo e per la loro insensibilità. La morte di Barberi Squarotti è stato trattato nello spazio e nei ricordi giornalistici come se fosse scomparso uno degli ultimi degli intellettuali italiani e non uno dei più grandi critici, uno che possedeva i ferri del mestiere e a pieno diritto è entrato a far parte nell’olimpo in compagnia di Contini, Macrì, Bo, Gramigna, solo per citare a memoria, con buona pace dei falsi cercatori di gloria. Dell’impreparazione, dell’improvvisazione, delle loro amnesie dei rifacitori delle pagine culturali dei nostri giornali era nota a tutti da almeno un ventennio, ma che potessero arrivare a relegare la notizia della morte dell’ultimo grande critico italiano Barberi Squarotti con due striminzite colonnine ha sfiorato il ridicolo. Malgrado il loro disinteresse resta uno dei critici più famosi d’Italia e uno dei più importanti d’Europa. Barberi Squarotti fatevene una ragione è stato e resta il critico per eccellenza nel senso più classico e più profondo della parola, con la forza della sua scrittura, con la sua autorità, conquistata sul campo e non per diritto di nascita, ha accompagnato una moltitudine di studenti e studiosi, per farci cogliere la complessità della letteratura e dei suoi autori e darci o indicarci una strada per poterci avvicinare  senza paura alle loro opere. Probabilmente, o forse senza probabilmente almeno per me, è stato uno degli ultimi esempi di intellettuale, di critico in Italia per il suo coraggio di stare non con i potenti, ma sempre dalla parte degli umili, per contestare la verità del potere anche e soprattutto nel campo delle lettere, per dare coraggio ai timidi, ai giovani di tante generazioni. Comunque di una cosa sono certo, e lo dico non accecato dalla nostra lunga amicizia, parecchi o quasi tutti i cosiddetti pseudo critici di oggi finiranno del dimenticatoio, ma di Barberi Squarotti si continuerà a studiare a lungo la sua opera  e giustamente. Da parte mia e di “Microprovincia” caro Giorgio, continueremo a volerti bene come abbiamo fatto negli ultimi quarant’anni. Un altro amico che ci lascia, un altro dolore.
Una nota di Roberto Sanesi sul pittore Valentino Dionisi


Tre opere di Valentino Dionisi


Trittico del ciclo dantesco di Dionisi


Avevo già notato, in una precedente presentazione a Dionisi, come la sua pittura fosse orientata verso posizioni gestuali di un vitalismo fra il «popolare» e il «romantico» (virgolette necessarie, poiché non intendo riferirmi a significati storicizzati dei due termini), di una tensione da morphologie autre con venature espressionistiche e da opera non terminata, non ripassata dagli strumenti della ragione. Mi pare, oggi, che Dionisi non si sia separato da queste caratteristiche che gli sono evidentemente naturali, e che le abbia invece arricchite di motivazioni sempre più precise. Nelle masse che si slanciano vertiginose e contorte in spazi generalmente monocromi, e che sono trattate con una sorta di vigorosa indifferenza verso il dato estetizzante per quel che riguarda eventuali raffinatezze o concessioni al piacevole, se da un lato si può riconoscere una lontana aspirazione a elevazioni e distorsioni barocche, a esasperazioni monumentali, dall'altro si intravede una carica rabbiosa che non nasconde una volontà di riflessioni di tipo sociale. Le forme, a prima vista di una brutale astrazione gestuale, hanno una precisa origine antropomorfica, e sono corpi, mani, teste come ridotte a un fasciame di muscoli scoperti, mentre in altri casi l’occhio è come se penetrasse all’interno di ogni immagine a cogliere un particolare e a limitarlo, fino a farne il soggetto di una serie di «mandala» scarnificate. A mio parere, la chiave di comprensione di quanto Dionisi sta cercando di fare è data dai collages, dove un elemento fotografico isolato e di provenienza significativa (il Vietnam, gli alienati, ecc.) viene a integrarsi e a sommergersi in masse che ne riecheggiano in toni sordi e bruschi il motivo di fondo. A uno sguardo orientato verso soluzioni di quiete razionale i risultati di Dionisi possono anche apparire incompleti, o transitori, ma è difficile non cogliere la forza da cui sono stati dettati. 
Milano. Marelli al Circolo Filologico

La locandina dell'incontro

CASSOLA: IL PERCHÉ DI UNA PUBBLICAZIONE
di Federico Migliorati

La copertina del libro

Nell’agosto 2014 ero in vacanza nell’amata Toscana, in cerca di stimoli per dare vita ad un filone di interviste riguardanti alcuni protagonisti letterari del Novecento, compito che m’ero assunto da tempo. A Cecina, lungo il viale di due chilometri che conduce alla spiaggia di Marina, richiamai alla mente quello che, indubitabilmente, era lo scrittore più legato a quel luogo: il romano Carlo Cassola. Le sue storie semplici nel loro fluire, i personaggi umili presi dalla quotidianità, l’introspezione subliminare dell’esperienza umana che ne caratterizzò la produzione iniziale  mi si fecero subito chiari nella mente. Cassola ha scritto pagine terse di letteratura, superando anche i marosi prodotti dalle feroci accuse dei neoavanguardisti riuniti nel Gruppo ’63, ma si è dimostrato altresì un autore impegnato a livello politico e civile, da combattente partigiano prima, sulle colline intorno a Volterra, e da critico lucido dei misfatti della società contemporanea in età più matura. Schivo di temperamento, non incline alla mondanità ed ai riflettori del palcoscenici, generoso, ma anche franco e diretto, Cassola non ha esitato a portare un incisivo ed acceso contributo in nome del pacifismo e del disarmismo che ne hanno segnato in particolar modo l’ultimo periodo della sua esistenza.
C’era, mi dissi dunque, “materia” su cui lavorare in vista dell’importante appuntamento con il centenario dalla nascita. L’intervista sullo scrittore de “La ragazza di Bube” poteva costruirsi inserendola in percorso che consentisse di approfondire soprattutto l’uomo Cassola, poco conosciuto, più che l’artista delle lettere su cui esiste ormai ampia ed elaborata documentazione tra cui il completo Meridiano Mondadori curato da Alba Andreini. Il tempo giocò a mio favore offrendomi, complice la preziosa “intermediazione” del noto critico letterario Vincenzo Guarracino, l’opportunità di avvicinare Angelo Gaccione, scrittore e intellettuale vivace e prolifico nonché tra i più stretti collaboratori e sodali di Cassola nell’ultimo tratto della sua vita. I due hanno condiviso l’impegno antimilitarista, entrambi sono stati impegnati in qualità di promotori di quella Lega per il disarmo unilaterale dell’Italia che tanto fece parlare di sé tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta. Oggi che ancora troppi conflitti sconvolgono il mondo ed una minaccia atomica permane quale fosco presagio, leggere, anzi, rileggere Cassola appare oltremodo illuminante. Ancor più fondamentale rappresenta scoprire quanto l’epistolario in gran parte inedito a cui egli diede vita con Gaccione costituisca per alcuni versi l’ultimo suo testamento spirituale, estremamente interessante, fitto di osservazioni, illuminazioni, corrosivi giudizi sui personaggi e le situazioni dell’epoca: è il bagaglio di uno scrittore che vide nella pace e nel disarmo il rimedio ad ogni sorta di violenza, di disillusione e di disincanto. Il volume in questione vuole costituire un piccolo contributo per entrare nel “cuore” del pensiero pacifista cassoliano ricercandone i frutti più fecondi, a 100 anni dalla nascita e a trenta dalla prematura scomparsa dell’illustre intellettuale per il quale scrivere significava essere “attenti al rumore continuo della vita”.


Per conoscere Cassola la Letteratura non basta
di Marzia Borzi      

La copertina del volume

A cento anni dalla nascita di Carlo Cassola (Roma 17 marzo 1917), viene data alle stampe una pubblicazione importante, che finalmente rende merito a quella parte di vita di un autore conosciuto soprattutto come romanziere ma che nell’impegno antimilitarista ha vissuto la sua stagione più ricca e profonda. «Carlo Cassola e il disarmo: la Letteratura non basta» è il titolo del saggio, presentato presso la biblioteca Sormani di Milano, alla presenza di un pubblico numeroso e stupito dalla descrizione di un Cassola inedito e quasi sconosciuto. Un testo frutto dell’impegnativo lavoro a quattro mani svolto da Angelo Gaccione, narratore e drammaturgo, intellettuale vivace, grande amico di Cassola negli anni dello impegno disarmista, con il quale condivise lotte e impegno nella Lega per il disarmo unilaterale e Federico Migliorati, giornalista e ricercatore letterario, che da qualche hanno sta svolgendo una meticolosa opera di approfondimento sui maggiori autori del Novecento. 

Biblioteca Sormani, Sala del Grechetto 12 aprile 2017
da sin. Bianchi, Gaccione, Migliorati, Ferretti

La fortunata collaborazione, nata anche grazie all’intermediazione del critico letterario Vincenzo Guarracino, ha permesso la stesura di un’opera non solo significativa nel panorama dell’approfondimento letterario contemporaneo ma indispensabile per conoscere pensiero e azione di un autore impegnato, che con coraggio ha sostenuto le proprie idee anche davanti alla chiusura nel suoi confronti non solo di parte del mondo letterario ma in primis di quegli ambienti editoriali che con i suoi romanzi si erano ampiamente arricchiti. «Carlo Cassola e il disarmo» si compone di tutte quelle lettere che Gaccione e Cassola si scambiarono nei lunghi anni di impegno antimilitarista, un epistolario ricostruito con grande cura, che apre uno spaccato indispensabile sull’autore romano e, per molti versi, risulta un testamento spirituale postumo. 

 Un momento dell'incontro

La serata alla Sormani ha visto la partecipazione di Giovanni Bianchi, ex parlamentare e scrittore e Carlo Ferretti, tra i più noti critici letterari italiani, i quali hanno ripercorso gli anni intensi dell’impegno civile di Cassola, i suoi assidui confronti con Don Maria Turoldo sull’importanza del disarmo e dell’antimilitarismo, la figura stessa di un Cassola lontanissimo dallo scrittore da talk show, costretto a subire una freddezza critica come pochi da parte delle principali testate giornalistiche, che non ne comprendevano le scelte e lo consideravano quasi un politico utopista, oltre ad una sorta di scomunica dal «pulpito marxista» che lo accusava di visione antieroica della lotta partigiana e accuse a non finire dal fronte Neoavanguardista. Insomma un fuoco incrociato di attacchi che invece di indebolire lo scrittore ne fece emergere l’anima più vera: quella dell’impegno antimilitarista, della presa di pozione appassionata contro la guerra, che lo accomunò ad altri grandi della Letteratura e della scienza, quali Einstein, Bertrand Russell, Tolstoj, don Chisciotte meravigliosi in una società che faticava a recepirne la grande opportunità di messaggio civico. 

Un momento dell'incontro

«La ragazza di Bube», «Fausto e Anna» restano romanzi vivi, privi di quella retorica che fin troppo spesso domina le pagine degli scrittori più noti, paesaggi reali fatti da personaggi che meritano sicuramente di essere riletti e riscoperti ma spesso, soprattutto in tempi oscuri come quelli attuali dove il pericolo di una guerra atomica appare nemmeno tanto lontano all’orizzonte, la Letteratura non può più bastare. 

Da sin. Bianchi, Gaccione, Ferretti, Migliorati

Occorre cercare nel profondo un messaggio che possa essere da guida verso un futuro di pace, un messaggio che tra le righe delle lettere di Cassola emerge con chiarezza disarmante. 

[Le foto del servizio sono di Marzia Borzi] 



Milano. Testamento biologico

La locandina dell'incontro

Novara con Dante e Shakespeare

La locandina dell'evento

Vittorio Valenta

venerdì 21 aprile 2017

Castro, iniziano le Feste di Primavera
Arrivano giornalisti da India, Germania e Italia



Torre dell’Orso. Con la grande festa della Madonna dell’Annunziata a Castro, iniziano le vacanze e arrivano giornalisti da tutto il mondo per apprezzarne la bellezza: India, Germania e Italia.
Grazie al Bando ospitalità della Regione Puglia, il Comune di Castro ha progettato in partenariato con Carmen Mancarella, direttrice della rivista di turismo e cultura del Mediterraneo Spiagge,  (www.mediterraneantourism.it)  un educational tour aperto a giornalisti e opinion leader.
I giornalisti arriveranno domenica sera 23 aprile e oltre che a partecipare alla grande festa di tradizione tra bande, luminarie e degustazione della tipica pietanza castrense, lu Pisce a Sarsa, potranno ammirare il sito archeologico dove sorgeva il tempio della Dea Minerva, la sua Statua, custodita all’interno del castello, la Grotta Zinzulusa. Prevista anche un’escursione in barca per le grotte di Castro.


Visita poi il 25 mattina al sito archeologico di Roca Vecchia, l la sua grotta della Poesia. Dice il sindaco Alfonso Capraro: “Siamo impegnati da anni nella promozione della nostra magnifica Castro. Tanti passi avanti sono stati fatti e tanti altri ne faremo ancora per far diventare la nostra bella città meta di turismo soprattutto in bassa stagione. E’ significativa, a tal proposito, la presenza di turisti stranieri, in gran parte provenienti dalla Germania, perché gli stranieri sono gli unici che, avendo vancanze scaglionate, possono decidere di fare una vacanza anche in primavera e in autunno”. L’educational è stato progettato dal Comune di Castro e da Carmen Mancarella, direttrice della rivista di turismo e cultura del Mediteraneo Spiagge (www.mediterraneantourism.it) grazie al Programma operativo regionale FESR-FSE 2014-2020  “Attrattori culturali, naturali e turismo” Asse VI - Tutela dell’Ambiente e promozione delle risorse naturali e culturali - Azione 6.8 Interventi per il riposizionamento competitivo delle destinazioni turistiche - Programma di promozione turistica nei mercati intermediati.

Statua della dea Minerva

Lunedì mattina, 24 aprile, alle 9.30 conferenza stampa nel castello di Castro Alta il viaggio ai giornalisti locali e dare il benvenuto agli ospiti.


Carmen Mancarella
Milano. San Bernardino alle Monache
Una musica per l’anima.

La locandina del concerto


giovedì 20 aprile 2017

Milano. Alla parrocchia san Michele
Con Turoldo, Bianchi, Goel, Gaccione

La locandina dell'incontro

Il “complesso del re”: missili, atomiche ed altre storie
di Paolo Maria Di Stefano



Un incalzare di eventi quanto meno preoccupanti, nell’imminenza di una Pasqua che, almeno per alcuni di noi, è e rimane sinonimo di pace e di rinascita: la strage di bambini anche per l’uso di armi chimiche (oltre che per miseria, malattie, lavori usuranti);  i missili lanciati dagli americani sulla Siria; gli attentati in Europa; quelli in Egitto contro i cristiani proprio la domenica delle palme; l’attentato a San Pietroburgo; la confermata volontà di costruire la bomba atomica e di farne uso da parte della Corea del Nord; la rinunzia degli USA alla difesa dell’ambiente e il loro ritorno all’energia prodotta dal carbone; la posizione della Russia in favore di Assad; il continuo flusso di profughi verso l’Europa; il Mediterraneo che sempre di più appare simile ad un cimitero… E l’ONU, che ancora una volta dimostra la propria impotenza ed a proposito della quale è forse giunta l’ora di parlare di sostanziale inutilità, anche a causa della persistente generalizzata difesa del concetto di “sovranità nazionale”, limite a qualsiasi evoluzione dei popoli, delle nazioni, degli Stati e dunque dell’intero genere umano.
Può darsi che la storia possa, un giorno, fare un po’ di chiarezza, sempre che il tutto non cada nel dimenticatoio, come è molto probabile. Nel frattempo, tutti diranno tutto e il contrario di tutto, e in tutto sarà riscontrabile un briciolo di verità.
E alcune cose, forse troppe, non saranno mai dette e alcuni dubbi, anch’essi troppi, non verranno mai espressi, soprattutto perché “impolitici”, quanto meno. A cominciare da tutto quanto potrebbe spingere a ragionare utilizzando piccoli o grandi schemi inusuali. Ne propongo qualcuno, anche se quanto dirò incontrerà con quasi assoluta certezza la riprovazione di politici, di benpensanti, di esperti e di colti, segnatamente italiani.
Ma tant’è…

1.Nell’analisi di quanto sta accadendo nessuno degli illuminati sociologi che rappresentano una delle ricchezze indiscutibili della nostra civiltà, della nostra cultura e del nostro Paese ha fatto riferimento a quella Scuola Superiore di Parentologia, attiva in tutto il mondo con successi talvolta anche clamorosi.
Eppure, si tratta, forse, della sola istituzione a carattere veramente generale, quasi una componente del DNA di tutti gli individui, di tutti i popoli, di tutte le nazioni, di ogni cultura, senza eccezioni.
Ed è presente ed attiva in tutti i rapporti tra gli individui, i popoli, le nazioni, quale ne sia l’oggetto: dalla Politica, all’Economia, al Diritto, all’Etica, alla Morale, alla Religione, sia pure in gradi diversi.
E questo rende, intanto, assolutamente stupefacente il disinteresse almeno apparente che la circonda anche da parte di quanti, singoli e istituzioni, si occupano della vita del genere umano e della sua organizzazione. ONU in testa. 
Per la Scuola Superiore di Parentologia la parentela è una professione e come tale va insegnata e appresa con serietà e metodo. E' un istituto risalente alle origini del genere umano, e pur avendo ottenuto da tempo il riconoscimento tacito degli Stati e, sopra tutto, finanziamenti non trascurabili, sembra non essere ancora del tutto a punto, pur avendo raggiunto ragguardevoli livelli. Di altissimo interesse l'insegnamento di “Storia del parentato” che, assieme al biennale corso di “Clientelismo teorico e pratico”, fa da corona ai corsi di “Istituzioni di Servilismo” e di “Filosofia dell'ossequio”, mentre sembrano carenti materie quali “Etica Professionale del Parente” e “Parentologia applicata alla Pubblica Amministrazione”. Piuttosto approfonditi e consolidati, invece, due insegnamenti fondamentali per l'esercizio della professione: “Apprensione e Appropriazione delle risorse pubbliche” e “Politica della Spartizione” i quali si giovano di un approccio più sistematico, di una elaborazione   teorica che consente di minimizzare i rischi scaturenti da una pratica tutto sommato elementare e in buona parte basata sulla improvvisazione e sulla prontezza istintiva a cogliere l'occasione quando e se si presenti. E' infatti oggi indiscusso il principio secondo il quale le occasioni vanno cercate e trovate, se ci sono; se non ci sono, vanno create.
È un dato della storia: da noi come in altre parti del mondo, il figlio di un professionista tende ad intraprendere la stessa professione del padre o anche di un parente prossimo; e quelli degli artigiani, anche. Notariato, avvocatura, farmacia, medicina, giornalismo, idraulica, meccanica, politica, imprenditoria, docenza universitaria (…): in quasi tutti i mestieri e le professioni, i figli sono indirizzati dai padri a continuare la tradizione, magari migliorandola.
Per questo, la scuola ha dato vita all'Albo Professionale Parenti e Affini (APPA) e ad una Associazione Studenti e Laureati Mercurio alla quale ultima, in attesa che sia risolta la questione giuridica, possono iscriversi anche i diplomati del corso dedicato ai Clientes, un corso breve molto frequentato. Segnalo l'iniziativa sopra tutto perché lo scambio di idee e di esperienze che tramite suo ha luogo può lasciare intravedere così nuovi orizzonti come tecniche di appropriazione delle esperienze pregresse.
Per connessione, la Scuola Superiore di Parentologia tratta della “sindrome del Monarca”, la più nota tra le forme di ereditarietà ed anche ispirazione del meno conosciuto “complesso del Re”, che spinge all’emulazione ed alla istituzione di monarchie striscianti. A tal proposito, una sola annotazione almeno in apparenza scontata: si tratta sempre e comunque di aspetti di quella ereditarietà delle professioni e dei mestieri di cui abbiamo detto.
Per l’argomento di cui mi occupo qui, ricordo: la tentata sebbene non riuscita operazione Clinton, caso non unico di successione della moglie al marito, preceduto dalla dinastia Bush; il successo di quella di Assad in Siria e di quella di Kim Jong-un in Corea del Nord, entrambi figli del Capo del rispettivo Stato; e l’operazione che riguarda Trump, parziale perché in prevalenza iscritta nella imprenditoria privata, ma non estranea alla Politica ed alla grande Economia, per volontà congiunta di Trump e della maggioranza degli americani.

Circa gli avvenimenti attuali, ancora qualcosa va premesso.
2.1. C’è una guerra, che comunque la si voglia vedere guerra è e guerra rimane. E come tutte le guerre, consente solo una alternativa: vincerla. Perché la guerra ha due sole categorie: guerra vinta oppure guerra persa, e chiunque provochi una guerra lo fa per vincerla. Come peraltro accade per chi viene aggredito e la guerra la subisce
Vincere è la causa ultima di ogni guerra, senza distinzioni ulteriori.
Di qui, una importante conseguenza: la guerra di per sé non consente altra regola che l’utilizzare i mezzi che si ritengono adatti allo scopo. E dunque, ogni mezzo è buono, se il suo uso si pensa possa portare alle vittoria.
Tanto – è la conseguenza dell’esito di una qualsiasi guerra – il vincitore forgerà un diritto a misura della tutela dei propri interessi ed al mantenimento del potere conquistato. E dunque le sue azioni diverranno comunque legalmente giustificate, in una con l’avvilimento del perdente.
Se tutto questo ha un senso – e credetemi, lo ha, purtroppo – nello specifico come mai si è cercata e si cerca con ogni mezzo l’eliminazione fisica dell’avversario, ma non quella del (presunto o reale) responsabile o, se si è tentato, non si è riusciti ad ottenere il risultato?
E non si sostenga che l’eliminazione fisica del nemico non è cosa democratica né civile: la guerra non ammette democrazia e neppure civiltà, poiché di entrambe è negazione assoluta.


2.2.Quasi tutte le guerre – anche quelle combattute senza ricorrere alle “armi” propriamente dette – al loro interno esaltano quei principi che di solito sono ritenuti propri della competizione economica ed ai quali si riconosce una libertà assoluta dai limiti giuridici, etici, morali e religiosi.
Il Presidente degli Stati Uniti è un imprenditore di successo. Significa che nel suo DNA è presente il principio fondamentale secondo il quale occorre cogliere ogni occasione favorevole alla affermazione della propria impresa sul mercato di riferimento, e che la rapidità nel farlo è essenziale al successo. Ed è un principio che afferma che la concorrenza va battuta, e i mezzi per farlo si trovano indicati in un sistema economico che prescinde da ogni altra regola diversa dalla libertà più assoluta, appena limitata da un minimo di norme che dovrebbero regolare in qualche modo il mercato in modo da non trasformarlo in automatico in un teatro di guerra armata.
Che è cosa quasi altrettanto difficile del “regolare giuridicamente la guerra”.
Il Presidente ha affermato che è suo dovere fare dell’economia statunitense la più forte e del suo Paese il più ricco. Vuol dire prima di tutto tornare a fare gli interessi immediati della gente, ovviamente disinteressandosi e sacrificando quelli dei non americani. E gli interessi immediati sono, in concreto, posti di lavoro (riaprire le miniere di carbone è un modo per ricreare lavoro, come lo è il sostenere il mercato del petrolio e il rifiuto di limitare tutte le attività che recano danni all’ambiente); e poi, far accettare gli USA come limite invalicabile ad ogni azione che non sia nell’interesse del Paese e, a maggior ragione, far desistere in partenza coloro che gli siano in qualche modo ostili. E per questo è (anche) opportuno e necessario che il mondo riconosca gli Stati Uniti come il Paese più forte, in ogni senso, e si astenga dunque –il mondo- dal contrastarlo, tanto non ci riuscirebbe e andrebbe incontro ad un sicuro disastro. Mettere in moto le portaerei, lanciare missili, dimostrare di essere in grado di reagire militarmente a (vere o supposte) provocazioni…
Significa, se così posso esprimermi, validare a livello planetario la battuta di Franca Valeri sul marito (Alberto Sordi) imprenditore, da lei (quasi) affettuosamente chiamato Cretinetti: “vuol fare concorrenza alla Montecatini!”. Se ricordo bene, si tratta de “Il Vedovo”, diretto da Dino Risi, secondo me un capolavoro di umorismo nero: se sostituite “Montecatini” con “USA” e “Cretinetti” con uno Stato qualsiasi…


2.3.La conquista del potere, il suo accrescimento e il suo mantenimento sono obbiettivi sempre, dovunque e comunque giustificati dal “bene comune” della nazione (come dell’impresa) di riferimento. E dunque, ottime ragioni per stroncare sul nascere qualsiasi opposizione. In politica come in economia.
Meglio: il perseguire il bene comune è una vera e propria argomentazione di vendita diretta a fare accettare “dalla gente” quanto i detentori del potere fanno o hanno in animo di fare, in genere nel proprio esclusivo interesse e in quello dei clienti e sodali, in perfetta malafede. I pochissimi in buona fede sono sempre stati considerati idealisti illusi quando non perfetti imbecilli.
Credo non sia mai esistito e non esista al mondo “uomo politico” e ancor di più “uomo forte” a capo di uno Stato che non faccia l’impossibile per proporsi ed essere accettato come detentore della ragione, della conoscenza di ciò che è bene per il popolo, del dovere di difendere lo status quo da una massa di incompetenti disonesti nemici. E che sappia resistere alla tentazione di chiamare in causa Dio quale fonte del potere e ragione dell’uso dei mezzi ritenuti adatti a mantenerlo e accrescerlo.
E sia chiaro: Dio viene evocato anche quando lo si nega, poiché ogni politico crede di esserlo in proprio e cerca di vendersi alla gente come tale.
Immaginiamoci quando si tratti di un dittatore, detentore del potere assoluto!
Tutto questo giustifica qualsiasi cosa, anche la detenzione e la tortura e la pena di morte e i comportamenti più biecamente crudeli nei confronti di chiunque “non creda”. La storia ci dice che spesso è bastata una obbiezione o anche il solo sospetto di una possibilità di contrasto per eliminare fisicamente anche figli, coniugi, fratelli, parenti…
In politica, come in economia, ciò che conta sono i rapporti di forza.
Con almeno una possibile aggiunta: gli imprenditori – come i politici- essendo “uomini illuminati” sono in grado di prevedere il futuro e, in molti casi, addirittura di preordinarlo operando sul presente affinché cambi l’avvenire.
Che in genere scarseggino di autocritica e di senso dell’umorismo è un’altra questione, peraltro suffragata dalla storia.


2.4.Nel caso di Assad, (ma quello di Kim Jong-un non è poi troppo diverso) mi pare di poter dire che ci troviamo di fronte ad un dittatore talmente illuminato da essere in grado di occuparsi non solo del presente, ma più ancora del futuro del suo Paese e della sua gente. Presente e futuro che si chiamano come lui. E di questo sono forse convinti coloro che lo sostengono.
I quali un giorno loderanno l’uso delle armi chimiche e la strage degli innocenti come il tentativo di preservare la Siria dai rischi di una popolazione che pretenderebbe pace e lavoro, se la si lasciasse fare, e ciò farebbe anche ricordando gli anni della guerra, della miseria, delle stragi, delle fughe. Cosa di più efficace, se così è, del cancellare la memoria attraverso l’eliminazione fisica della attuale generazione e di quella futura? Oppure (o anche) ritenere che è meglio salvare i giovani da un futuro nero, quale sarebbe quello senza di lui, uccidendone il maggior numero possibile, in base ad uno dei sacri principi fondamentali: a mali estremi, estremi rimedi.
E poi, il bene del mondo! Non mi stupirebbe affatto se si scoprisse che l’obbiettivo ultimo è quello di contribuire alla riduzione del numero della popolazione mondiale: una popolazione ridotta avrebbe maggiori risorse a disposizione e quindi una vita migliore.
Se così fosse, Assad si proporrebbe come un modello di perfezione irraggiungibile. Dimostrerebbe di perseguire il perpetuarsi della specie e la qualità di vita dell’intero genere umano a costo di sacrificare gli interessi della sua gente.
Anche ignorando un altro dei sacri principi fondamentali: il numero è potenza. 
Egli ha rinunciato a copiare da coloro che hanno pianificato e gestito campagne demografiche, magari stabilendo premi per la nascita dei figli (cosa peraltro che in qualche modo sembra tentare alcuni dei nostri politici e sociologi, preoccupati per il basso tasso di natalità nel nostro Paese) e, soprattutto, ha provveduto ad impegnare tutte le risorse possibili per non correre il rischio insito in una migliore qualità di vita: quello di desiderare di mettere al mondo più figli. La povertà, la schiavitù, le malattie vanno incentivate, e in Siria (e non solo: la Corea del Nord segue a ruota) questo è successo, poiché le risorse sono provvidenzialmente andate alle armi ed alla ricchezza dei pochi meritevoli perché necessari a guidare la nazione alla fine.
Un segnale certo della decadenza di civiltà tra di loro diverse ma almeno in parte fatte di una cultura abbastanza avanzata da consentire affermazioni del tipo “la guerra va respinta”, “la violenza non paga”, “il convincimento è il mezzo migliore” (…), tutte affermazioni che hanno già perduto gran parte del significato loro proprio. Il ritorno all’uso della violenza e della forza più o meno bruta, a tutti i livelli e sotto tutti i cieli, è un passo indietro di immensa portata e tale da non poter essere ignorato. Si tratta del frutto di una “ignoranza di ritorno” alla quale sembra nessuno possa almeno per ora sottrarsi, in una con quello che appare come il trionfo della imbecillità.


3.Da qualche parte è stato affermato che la previsione degli attentati terroristici e la ricerca e la individuazione degli organizzatori e dei responsabili sia un qualcosa di praticamente impossibile. Il che rende difficilissima la difesa e casuale ogni eventuale successo.
Io credo che se si provasse ad approfondire il tema della imbecillità e dei suoi rapporti con gli individui e con gli eventi, con qualche probabilità si potrebbe compiere qualche passo positivo.
Una delle caratteristiche dell’imbecille è l’imitazione. L’imbecille è spinto dal proprio status a replicare azioni a suo parere in grado di produrre notorietà e dunque di toglierlo dall’anonimato.  Chi, magari da giovanissimo, non ha partecipato ad una dimostrazione (studentesca, in genere) senza neppur sapere il perché di quell’accadimento, scagli la prima pietra. In più di una occasione, quella partecipazione si è dimostrata il seme dei successivi comportamenti da imbecille, tutti in genere caratterizzati dalla mancanza assoluta di creatività e più ancora di consapevolezza.
E se fosse vero che una qualsiasi forma di notorietà è una delle molle della imbecillità, potrebbe pensarsi a combattere proprio la notorietà, rinunziando a dare risalto alle azioni degli imbecilli ed a quelle di chi le utilizza. Non sarebbe certo la soluzione ai problemi creati dal terrorismo, ma probabilmente la riduzione di una motivazione di un certo rilievo, questo sì.
Che sarebbe cosa positiva.











Milano. In memoria di Bruno Caccia

La locandina dell'incontro

POESIA
FRANCESCA DONO

Euridice e Orfeo

-nel centimetro-


nel centimetro della papula cronica.
Con gli aghi-rabdomanti in ogni gondola di piombo.
Euridice e la lunga vestigia coperta di acne.
Sii il misto bosco implacabile.
Sfoglia la parietaria per l’intestino del gorilla.
Mio padre giudaico.
La voce araba della macchina da scrivere.
Un casco elettrico.
Le pinne del subacqueo. L’acqua ci cresce.
Appena davanti il retro del ricettario sulle erbe spietate.
Mi abbasso. Celato appare il tempo.
In fuga il cantore dei minuscoli bottoni. Habitat ed altre anatomie
in questa molle morte.
______/
Dicono che subito dopo le ciabatte furono indossate dal missile
piegato dal tuo corpo.
PereAmon mutate in giardino.
Le case nel sibilo. Non ci sono e non amo.
AFORISMI
di Laura Margherita Volante

Gay. Lo Stato tutela i diritti e l’individuo la propria dignità. Se diritto e dignità sono in conflitto non c’è pace…
I bambini sono il patrimonio sacro dell’umanità.
Nella cultura della vita il crimine era: “o la borsa o la vita”. Nella cultura della morte è diventato: “crollo della borsa e dei valori umani”. 
Il senso della precarietà è diventato senso della provvisorietà.
Memoria buona. Quando le puntine servono solo per attaccarci gli invidiosi.
Gli inetti hanno mal di testa a forza di criticare girandosi i pollici…
Palloncino o pallone gonfiato? Il primo sale in cielo, il secondo si sgonfia cadendo miseramente al suolo.
I “grandi” hanno spirito libero di accoglienza e di valorizzazione verso chi è talentuoso. I meschini come vasi pieni…di sé…non bevono alla sorgente.
Accogliere critiche costruttive è un bene, non da chi dà fiato a trombe stonate.
Gli elogi fanno girare le pale eoliche agli invidiosi e in tal caso bisogna prender la rotatoria…
Terra! In un paradiso l’uomo creato un inferno!
Ribelli senza causa. Non si può andar bene a tutti, soprattutto agli adolescenti viziati…