Pagine

domenica 29 ottobre 2017

LIBRI
DIECIMILA.
IL PICCOLO GRANDE LIBRO DI ANDREA KERBAKER
di Angelo Gaccione

Andrea Kerbaker fra i suoi libri

Narrazioni che hanno come protagonisti i libri ce ne sono diverse. Nel 1998 curai un volume di racconti collettivi sul tema della notte; ognuno dei ventidue scrittori presenti ha raccontato la notte col suo stile, le sue visioni, i suoi fantasmi. In uno di questi racconti notturni dal titolo “Caos” di Raffaele Nigro, i libri si animano e, ubbidendo alle loro inclinazioni e preferenze, non solo cambiano di posto sovvertendo l’ordine di catalogazione disposto dal suo proprietario, ma addirittura combinandosi arbitrariamente si rimescolano al punto che l’incipit delle Rime dell’Angiolieri è stato sostituito da un brano delle Confessioni di Ippolito Nievo, tra le Rimembranze di Berni si sono inseriti versi del Foscolo, tra l’Innamorato del Boiardo brani della Vita Nova di Dante, e così via. Insomma, i libri durante la notte si sono cercati dei compagni di viaggio e si sono organizzati “una nuova vita nella piazza della mia libreria”, come scrive efficacemente Nigro.

Una città di libri a Kasa Kerbaker

Nell’agile delizioso libretto di Andrea Kerbaker ripubblicato da Interlinea di Novara: Diecimila. Autobiografia di un libro, è un libro a parlare e a raccontare la sua storia e lo fa in prima persona. È uno dei diecimila, come segnala il titolo, di una vasta biblioteca, poiché il suo proprietario è un accanito, appassionato bibliofilo. Chi come me ha avuto il privilegio di visitare la “Kasa dei Libri” di Kerbaker in Largo De Benedetti qui a Milano, e di essere guidato attraverso i vari ambienti dove i libri conducono la loro esistenza di inquilini preziosi e di riguardo, può capire a fondo questa Autobiografia. Non se ne lamentano, ma anche loro, benché la Casa goda di un certo blasone, stanno stretti ed hanno problemi di spazio come noi comuni mortali, distribuiti e ammassati come sono in ogni angolo, in ogni anfratto, disposti a colonne, a torri, sospesi al soffitto e pendenti dall’alto, debordanti nei tre piani della Casa. 

Il logo di Kasa dei Libri

La storia che il protagonista del volumetto di Kerbaker ci racconta non è solo la sua storia, ma è uno spaccato di esistenza di altri compagni di sventura e di avventura. La vita grama tra scatoloni e polverosi scaffali di librerie; l’indifferenza di clienti distratti, avventori dai gusti spesso superficiali e discutibili, di lettori esigenti, acquirenti spericolati. E ancora: il privilegio della vetrina e del posto ben in vista, gli onori di una seconda vita attraverso la trasposizione  cinematografica, l’approdo nelle case e nelle librerie di lettori accorti e sensibili; ma anche il tempo vuoto e interminabile dell’immobilità, muti tra scaffali dimenticati (perché un libro senza un occhio che lo legga è muto, come dice Eco, non ha voce e non ispira sentimenti, riflessioni, intelligenza, e perché come aggiunge Kerbaker “per un libro, non esser letto è forse la peggiore delle fini ), fino al rischio di venire svenduti, declassati del loro valore, o, peggio, finire al macero in una morte ingloriosa perché ritenuti inservibili. 

Libri sparsi in Kasa Kerbaker

L’amara poesia che la prosa di Kerbaker ci consegna non nasce solo dalla separazione che il libro deve subire quando un compagno più fortunato lascia la massa obbligata a restare dov’è, dall’incertezza del destino nuovo che attende chi se ne va; nasce soprattutto dall’aver conferito un’anima a queste fragili povere creature di carta, esposte ad ogni minaccia: un libro che rovina da un’altezza significativa a causa del gesto maldestro del suo possessore, è spacciato; è spacciato se inavvertitamente chi lo ha acquistato fa rovesciare fra le sue pagine il bicchiere pieno che tiene vicino al libro sul comodino. Un’anima umana e un occhio attento a registrare ogni dettaglio, ogni sussulto. Dal loro sentire ci è rimandata la psicologia dei frequentatori di librerie: come scelgono, cosa scelgono; le case dove i libri approdano, il carattere dei loro padroni, le relazioni, le vite di coppia e di singoli; il loro status sociale, le loro convinzioni ideologiche, la cura o meno che costoro hanno nei loro riguardi, le abitudini alla lettura, i luoghi preferiti per questo momento di raccoglimento e di silenzio solenne.

I libri appesi di Kasa Kerbaker

Capolavori di ogni tempo e libri che non hanno lasciato neppure una lieve traccia di sé, scorrono in questa narrazione. Libri che tornano ad avere una loro rivincita a distanza di decenni, contro e malgrado i tempi fulminei del consumo, delle mode e del mercato, che tratta queste creature come una merce qualsiasi. Ma anche libri che riescono ad opporre un margine di resistenza a tutte le invenzioni tecnologiche che vorrebbero cancellarne la forma in cui noi, perversi ed incalliti gutenberghiani libridinosi, li abbiamo conosciuti ed amati. Ed allora anche il libro protagonista di Diecimila continua a godersi il suo momento di trionfo e di gloria, perché il lettore Numero Quattro, come è indicato nella sequenza degli acquirenti, lo ha selezionato tra il gruppo da portarsi via. Continuerà la sua esistenza ed il suo viaggio perché ha ancora tanto da dire e “da dare”, in barba a Internet e a tutti i surrogati della modernità. Almeno fino a quanto un lettore irriducibile e premuroso, si lascerà incantare da quelle parole e da quella scrittura.

La copertina del libro

Andrea Kerbaker
Diecimila.
Autobiografia di un libro.
Interlinea Ed. 2017
Pagg. 80 € 12,00
      


mercoledì 25 ottobre 2017

LIBRI
IL FALCO PELLEGRINO
Una fuga dalla libertà
di Angelo Gaccione


La copertina del libro

Come l’amore, il tema della libertà è universale in letteratura, e i narratori vi si sono ampiamente ispirati e sempre lo faranno: perché l’anelito alla libertà è insopprimibile e prima che un valore sociale, la libertà è un’esigenza umana connaturata all’uomo come il suo respiro.
Franco Celenza che è molte cose insieme, narratore, poeta, saggista e uomo di teatro, questa volta ci consegna un apologo contemporaneo sulla libertà e la sua avventura, usando lo strumento della favola. Avrebbe potuto scrivere un dramma su questo tema e mostrarne drammaturgicamente tutti i risvolti, attraverso la coralità delle voci, ed invece no. Forse aveva davanti agli occhi le tremende performance dei miei amici del Living Theatre, che con la loro spietata crudeltà annientavano gli spettatori, mostrando sui corpi degli attori le bastonate e le sevizie inferte dagli aguzzini, che della libertà hanno avuto sempre paura. Ha preferito il ricorso alla favola Celenza, perché trasferendo su un piano più simbolico e astratto, facendo agire in un unicum umani, mondo vegetale e mondo animale, il suo discorso diventasse corale, libero, inventivo, e gli permettesse di oltrepassare ogni limite fissato dalla effettualità. Com’è noto, la favola è un mondo a sé, un mondo dove tutto è possibile, dove ad agire possono essere gli elementi più diversi della natura, possono animarsi, acquisire il dono della parola, ragionare, proporre le soluzioni più ardite o indicare una possibilità mai sperimentata prima.
Nella favola di Celenza è una serra ad animarsi, una serra di fiori destinati a vivere lo spazio di un mattino, perché la loro bellezza, i loro fantasiosi colori devono far mostra nelle case di città: devono ornare, ingentilire, rallegrare, così come devono accompagnare gli eventi e le cerimonie degli uomini. Battesimi, comunioni, matrimoni, anniversari, lutti... per tutti questi, ed altri eventi, i fiori rivestono un ruolo irrinunciabile, e dunque la loro è un’esistenza effimera, un’esistenza che non avrà mai la gioia di vedere ciascuno di loro “appassire in pace sul proprio stelo”. A questa condizione miserabile la zucca cercherà di dar voce e coscienza, proponendosi come teorica e guida e preparare la rivolta contro le forbici inesorabili. Preparare la strategia della fuga e la rinascita senza più timore, in mezzo ai campi liberi e sotto il cielo vivido e lucente che l’esistenza nella luce artificiale delle serre non consente.
Rompere i tendoni è ora un obbligo morale. Osare è tutto, e rassegnarsi è essere già morti. La fuga ci sarà, ma gli esiti non saranno dei migliori. La libertà costa fatica, sacrifici, dolori. Si mettono in moto dinamiche e pratiche di potere non dissimili da quelle che la storia delle rivoluzioni ha conosciuto come perverse. Un crudele e disilluso ritorno all’ordine sancisce l’ineluttabilità del principio di realtà, contro ogni desiderabilità possibile, contro ogni aspirazione all’utopia.

Franco Celenza
Il falco pellegrino
Una fuga dalla libertà    
Puntacapo 2017
Pagg. 80 € 10,00     



LIBRI
STORIA DI VITA E DI ANARCHIA
di Angelo Gaccione

La copertina del libro

I potenti e gli uomini di potere (siano essi re, nobili, prelati, generali, condottieri, capi di stato e quant’altro) hanno sempre avuto, ed hanno, i loro cantori, i loro storici, i loro biografi. Quasi sempre si tratta di cantori prezzolati che hanno prestato i loro versi, i loro pennelli, le loro parole, per esaltarli o tramandarne le gesta, anche quando queste sono state indegne e immeritorie. Chi ai potenti si oppone ha, a sua volta, un obbligo morale importante: quello di prendersi cura e rimuovere dal buio della storia le vite di quanti a quei potenti e a quei poteri hanno detto no, e si sono ribellati. Rimuovere dal buio della storia le loro vite per consegnarle alla memoria collettiva, alle generazioni di oggi e di quelle che verranno, perché ne capiscano il valore, ne imitino l’esempio e ne perpetuino le idee.  È solo in questo modo che quegli uomini e quelle donne resteranno vivi e le loro idee giovani e imperiture. Per fortuna c’è, ed alquanto diffusa, una storiografia e una ricerca che di questo si fa carico; e lo fa con ammirevole passione, anche se priva dei mezzi che sarebbero necessari alla fatica. Trovo a questo riguardo oltremodo ammirevole che alcuni militanti libertari volterrani del Collettivo Distillerie: Pietro Masiello, Gianni Calastri e Bruno Signorini, abbiano intrapreso un viaggio fino in Belgio, assieme a Duccio Benvenuti, che ha strutturato il materiale del libro Storia di vita e d’anarchia, per raccogliere dalla voce di Ovidia Guelfi e della nipote Viviane, elementi utili a comporre un ritratto dell’alabastraio anarchico Guelfo Guelfi e di sua moglie Erminia Del Colombo, costretti dalla persecuzione fascista a lasciare la loro bellissima città di Volterra e trasferirsi, come tantissimi altri oppositori del regime, nella capitale belga. Informazioni il volumetto ne trae anche da altre fonti, come ad esempio quelle diplomatiche e di polizia custodite nel Casellario Politico Centrale dell’Archivio di Stato di Roma, ma verificare direttamente i luoghi che hanno visto agire la coppia, il quartiere dove hanno vissuto, il posto dove Guelfo ha scolpito le sue opere, immaginarsene il clima, ha un peso particolare in queste pagine. Il libro racconta di Guelfo sin da quando giovanissimo segue le orme paterne, imparando il mestiere di alabastraio che  praticherà nelle botteghe artigiane di Volterra prima e degli ateliers di Bruxelles poi. Ci sono la sua maturazione politica, l’impegno delle lotte, gli arresti, le fughe, le condanne, fino al riconoscimento del suo valore che è qualcosa in più di una semplice abilità di lavorante di alabastro. Il bassorilievo dedicato ad Errico Malatesta, il busto delle Gioconda leonardesca, la lapide all’educatore libertario teorico della Escuela Moderna, Francisco Ferrer y Guardia che ora fa bella mostra di sé sul bellissimo palazzo primi Novecento, proprio davanti al vescovado, e accanto a quella dedicata a Giordano Bruno, sono la prova tangibile del suo estro artistico.
Il libro è anche una piccola guida sull’antifascismo nella città di Volterra, ricco com’è di eventi, spunti, aneddoti, su un periodo storico difficile, ma contrassegnato da una grande solidarietà, e, soprattutto, da una indomita voglia di libertà.  

Duccio Benvenuti
Storia di vita e d’anarchia
Guelfo Guelfi e Erminia Del Colombo
Fra Volterra e Bruxelles
Distillerie Ed. 2016
Pagg. 70  s.i.p.

Il libro può essere richiesto a:
duccio.benvenuti@tin.it
info@ledistillerie.com
Gianni Calastri: Tel. 335-5794908


Italia 2017
di Davide Di Felice
Davide Di Felice

Principia Belpaese  da Piemonte,                   
ove a baluardo torreggiò Fassino,
capitan de la guardia di Torino:
ma al Grillino dovè chinar la fronte;
(Principia… Piemonte:
Gran barbacani eresse qui Fassino,)
Ma al Grillino…

Non valser Chiamparini e Littizzetti,               
né i fossati di Stura e del Lingotto,
ché ’l compagno pensò:  “or me ne fotto
d’una sinistra omai fatta d’inetti”.

Per Po discendi in quella Lombardia                   
Ov’ogni amor carnal era bandito,
fosse pur de la moglie co’ ‘l marito:
tal fu di Formigoni l’omelìa  (;)                          

fin che nove puttane tuttavia                                        
volse ‘l popol che a Silvio rese omaggio;
(di puttane disioso, tuttavia,
era ‘l vulgo e…  a Silvio rese omaggio;)
(e… di Silvio fè l’assaggio)
Irata, e offensa da cotanto oltraggio,
la nobil acqua presta fuggì via

ad insalarsi in mar presso a Vinegia.       
Trascorri pur Friuli, anco Trentino:
di Luca non vedrai maggior cretino,
però di Zaia Veneto si  fregia.

Il nobile lignaggio d’esto sito,                           
che strombazza ‘l miracul del  Nordeste,
solerte è sempre a raschiar le ceste
d’un erario già messo a mal partito.

Vagando per cittadi marinare,                                                    
obliar non déi il Beppe genovese;
d’esser profeta avanza le pretese
e gl’idioti no’l cessan d’acclamare.

Idioti?!,  e che diran i Malatesta                                   
dei predappiani e di quel Poletti,
medaglia d’or fra tutti li suggetti
che di membro viril hanno la testa?

Poi  che sul sesso me se n’ gì l’accento,                   
par che Renzi a la ninfa di Valdarno
tenda  i suo’  lacci, forse non indarno.
(tenda suo’ lacci: Dio non voglia indarno!)
(ch’anch’ io per esso lui sarò contento,)
(sarei per esso lui ben io contento)   
Per una volta anch’io sarò contento,

dopo lazzi sì crudi e duri strali,                                
se ‘l suo fulmin terrà dietro al baleno;
ma potriangli le forze venir meno
se son pari ai trionfi elettorali.

Or ne fa prova il prode Gentiloni,                         
vanto d’Ancona e ancor di Recanati,
forse ‘l miglior tra tutti li mal nati:
e però se ‘l torràn da li coglioni.

Coglioni:  un po’ ci son e un po’ ci fanno               
quei che, pascendo pecore e maiali,
non temono tremuoti ed altri mali
e,  cocciuti, di là non se ne vanno.

Perciò  Francesco  diligea le fiere,                           
sola forma di vita intelligente
ne le province, ov’ ora un presidente
in loco del cerébro have ‘l sedere.

Forse perché di tant’Italia fella                             
Terni, con Rieti, s’erge a  baricentro,
Tevero istesso sdegna intrarci dentro:
ahi, ch’in bragia cadrà da la padella!

Ché l’imbiondire ne la landa opaca                                 
di Tuscia e di Sabina per vie tòrte,
non gli varrà scansar le gore morte
serpeggianti ne l’inclita Cloaca.

Imagina, lettor, a quale prezzo                                                             
ora potrei cantar, e con qual metro
argomento sì ‘mmenso e pur sì tetro
del qual, sol a nomar,  m’uccide ‘l lezzo.

Per discettar di fogne e di liquami,                        
l’alloro cedo a qualche imbonitore
(alloro miglior cinge imbonitore)
dal calamo ruffian e servidore,
che, ‘ntinto in guazzo, fa gran bei ricami.
(… , scaglia gran proclami.)

Onde, a fuggire dal mortal ferétro                           
fatto de l’aere denso che qui esala,
novo Dedalo, ratto levo l’ala
sovra Tirreno, chiaro come vetro.

Ed ecco, fiera del suo popol sardo,                           
l’Isola, fertil d’uomini contenti
di scaldare li scranni più eminenti,
pria che calasse Bossi longobardo.

Poscia, per evitar l’usato puzzo,                                       
volte le terga a l’erculée colonne,
volo d’un balzo in terra di Marchionne,
e, mentre leggi, sono già in Abruzzo.

Quest’è patria d’Ovidio, e dell’Antonio                       
sodal, a un tempo, a Silvio ed a Di Pietro:
sgorga la sua favella dal didietro,
ché la faccia non è di miglior conio.

E mentre quei contra la luna latra,                               
priego la dolce Musa che m’assista;
novo è ‘l cammino, nova ancor la pista
che mena a la region uggiosa ed atra.

Già l’ora tarda tinge d’ametista                                     
il mar, ch’in cielo sfuma;  a l’orizzonte
la sagoma m’appar bruna d’un monte:
è Gargano che s’offre a la mia vista.

Sotto le sue pendici padre Pio                                        
infinocchiò le turbe d’innocenti
ch’or una gamba, or tutti li denti
speravano sanar da morbo rio.

Tu devi ben saper il fatto empio:                                    
tanto fu l’oro tolto a’ suoi seguaci,
che, vegliato da monaci rapaci,
n’avanzò pur per innalzargli un tempio.

Ma non pensar, lettor, che li terroni                               
ognora sian o sciocchi o ben pasciuti;
savi e frugali, più ch’altrove aguti,
a Palermo han fatto li milioni.

Ed altri son, s’io son degno di fede,                                        
 rifatti fessi  ov’ urge gir in guerra,
come fece già Ulisse in la sua terra;
ma crudo è ‘l fato d’ogni Palamede.

E ‘l padre Dante, ch’ebbe così caro                                 
lo ’ndugiar appo i savi d’Antinferno,
non potea  divisar che ’l Padre etterno
avea già proclamato Catanzaro

fucina somma d’ogni vera scienza.                             
Erede d’Alessandria e, pria, d’Atene,
ogni animal che viva qua se n’ viene
a perseguir virtute e conoscenza.

Uscita da le selve d’Amatrice,                                            
dicon giungesse la superba Lupa:
tornata in Lazio molto meno cupa,
fu dei fasti di Roma levatrice.

De la Lupa non so, ma Mariastella                                   
vi piovve ch’era sol ringhiosa cagna:
dopo pochi esercizi alla lavagna,
più di Gorgia sapiente, montò in sella

e diè volta a l’amata sua Leonessa;                                   
fu poi lustro a l’italica nazione,
ministra de la Pubblica Istruzione,
e nel dritto eccellente dottoressa.

Maligna  alcun che ‘l titolo di studio                                  
che ne la Magna Grecia è procacciato
valga sol per il posto ne lo Stato,
sempre occasion d’universal  tripudio.

E intanto da li spalti di Padania,                                          
adorni de li usati ceffi tristi,
viepiù belli del grifo dei leghisti,
si leva ad una voce l’aspra lagna:

“Razza di lazzaron, o tu!, Vesuvio!,                                      
ch’ ancora lasci l’opra tua  incompiuta
sovra Napoli e plebe sua cornuta:
foco non hai per l’ultimo diluvio?”

 Saprò già mai de’ due chi fu ’l primiero,                           
se Cavurre, o ‘l prence di Savoia,
più acconcio a reclutare qualche troia
ch’ a cingere corona e pur cimiero,

a vaneggiar l’idea d’Italia unita?                                             
Un dubbio mi riman: che ‘l Masnadiero
in Sicilia volgesse ‘l suo veliero
per rimpiazzare la defunta Anita.

Ma  concupire tutto ‘l Meridione,                                       
qual  meretrice guasta, a buon mercato,
or ch’ altro morbo è metastatizzato,
non fu gran giovamento a la Nazione.

D’Esperia omai n’è dato l’abitare                                   
la liquida necropoli fetente:
Oh, beata d’Atlantide la gente,
poi ch’ebbe ad affogar in acque chiare!

[I fatti di cronaca citati sono tratti da stampa
o informazione radiofonica di risonanza nazionale]


LORENZO GUADAGNUCCI A VIAREGGIO
La strage di Sant'Anna di Stazzema attraverso il libro
"Era un giorno qualsiasi"


Cliccare sulle locandine per ingrandire

DANTE A SARONNO

La locandina dell'evento

MUOVIAMOCI FINCHE' SIAMO ANCORA IN TEMPO:
NO ALLE BOMBE NUCLEARI IN ITALIA
del Comitato promotore della campagna
#NO GUERRA #NO NATO. Italia


BOZZA DI MOZIONE PROPOSTA AI PARLAMENTARI 
E AI RAPPRESENTANTI IN ENTI LOCALI

Sostieni la campagna per l'uscita dell'Italia dalla NATO - per un’Italia neutrale. 
27555 sostenitori

CONSIDERATO che – secondo i dati forniti dalla Federazione degli Scienziati Americani (FAS) – gli Usa mantengono oggi 70 bombe nucleari B61 in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), 50 in Turchia, 20 rispettivamente in Germania, Belgio e Olanda, per un totale di 180.
CONSIDERATO che – come documenta la stessa U.S. Air Force – sono in fase di sviluppo negli Stati Uniti le bombe nucleari B61-12, destinate a sostituire dal 2020 le attuali B61 installate dagli Usa in Europa.
CONSIDERATO che – come documenta la FAS – la B61-12 non è solo una versione ammodernata della B61, ma una nuova arma nucleare, con un sistema di guida che permette di sganciarla a distanza dall’obiettivo, con una testata nucleare a quattro opzioni di potenza selezionabili, con capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando in un attacco nucleare di sorpresa.
CONSIDERATO che foto satellitari, pubblicate dalla FAS, mostrano le modifiche già effettuate nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre per installarvi le B61-12.
CONSIDERATO che l’Italia mette a disposizione non solo il suo territorio per l’installazione di armi nucleari, ma anche piloti che – dimostra la FAS – vengono addestrati all’uso di armi nucleari con aerei italiani.
CONSIDERATO che l’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, firmato nel 1969 e ratificato nel 1975, il quale all’Art. 2 stabilisce: «Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente».
CONSIDERATO che l’Italia rifiuta, allo stesso tempo, di aderire al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, votato alle Nazioni Unite da una maggioranza di 122 Stati.

I PROPONENTI CHIEDONO AL GOVERNO DI
•Rispettare il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari e, attenendosi a quanto esso stabilisce, far sì che gli Stati Uniti rimuovano immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari.
•Aderire contemporaneamente al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, votato alle Nazioni Unite a grande maggioranza, il quale impegna a non produrre né possedere armi nucleari, a non usarle né a minacciare di usarle, a non trasferirle né a riceverle direttamente o indirettamente, con l’obiettivo della loro totale eliminazione.

https://www.change.org/p/la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale

PER CONTATTI
Coordinatore nazionale del CNGNN, Giuseppe Padovano
cell. 393 998 3462
e-mail: giuseppepadovano.gp@gmail.com
A GENOVA CON PASETTI
Sabato 28 ottobre ore 20.30 e domenica 29 ore 18.30
Teatro della Tosse-Sala Campana
Genova- Piazza R. Negri 6

La locandina dello spettacolo

A un anno dal debutto avvenuto presso l’ex ospedale psichiatrico di Quarto-Genova, e dall’uscita del libro Mademoiselle Camille Claudel e Moi di Chiara Pasetti, di cui si era parlato su Odissea in un’intervista condotta dal professor Gabriele Scaramuzza, torna in scena per due giorni al Teatro della Tosse di Genova lo spettacolo “MOI”  di Chiara Pasetti liberamente tratto dalla Corrispondenza di Camille Claudel
Regia di Alberto Giusta
Con Lisa Galantini
Costumi di Morgan-Maison Clauds Morene Novara
Elementi scenici Renza Tarantino
Associazione Culturale “Le Rêve et la vie”  
Fondazione Luzzati -Teatro della Tosse di Genova

MOI è un monologo scritto da Chiara Pasetti, per la regia di Alberto Giusta, con Lisa Galantini. Voler raccontare oggi un personaggio come Camille Claudel, scultrice francese  morta dopo trent’anni di internamento in ospedale psichiatrico, è un privilegio e insieme una sfida. Ci vuole la giusta dose di follia e di pragmatica lucidità. Non è una femmina facile, incarna un universo scomodo perché di talento eccelso, si muove sul palcoscenico della vita come un animale ruvido e fragile al contempo, e non si comporta mai da vittima anche se è lei stessa vittima della  società maschilista in cui vive. Lisa Galantini, sapientemente diretta da Alberto Giusta, ne rende concrete e moderne le infinite sfumature. Lo spettacolo rende omaggio alla sua vocazione e alla sua complessa personalità, e vuole regalare allo spettatore quella lezione artistica e umana che lei ha incarnato: semplicità intesa come ricchezza e cura febbrile del particolare al servizio del tutto che diventa, nelle sue mani, sublime.
Lo spettacolo è prodotto dall’Associazione culturale “Le Rêve et la vie” in collaborazione con il Teatro della Tosse di Genova.
Per info e prenotazioni: promozione@teatrodellatosse.it,
Tel. 0102470793

martedì 24 ottobre 2017

PERUGIA: GACCIONE ALLA BIBLIOTECA AUGUSTA
SALA BINNI, VIA DELLE PROME
Venerdì 27 Ottobre 2017 ore 17

La locandina dell'incontro



                                  COMUNICATO STAMPA

Perugia. Venerdì 27 Ottobre 2017 alle ore 17 presso la Sala Binni della Biblioteca Comunale Augusta di via Delle Prome  il Comune di Perugia e l’Assessorato alla Cultura sono lieti di ospitare un interessante incontro sul carteggio inedito dello scrittore Carlo Cassola, edito dalle Edizioni Tralerighe Libri di Lucca, in occasione del centenario della nascita dell’autore de “La ragazza di Bube” che ricorre proprio quest’anno. Curato da Angelo Gaccione che con lo scrittore condivise una lunga stagione di impegno per la pace ed il disarmo, e da Federico Migliorati, il titolo del volume “Cassola e il disarmo. La letteratura non basta” contiene 82 lettere, 16 preziosi documenti inediti e alcune foto. A conversare in maniera colloquiale e amichevole su questo volume con Gaccione sarà il prof. Stefano Giovannuzzi, mentre l’assessore Teresa Severini porterà il saluto dell’Amministrazione. Gaccione, destinatario delle lettere contenute nel libro, è stato l’intellettuale più vicino a Cassola nella sua strenua e appassionata campagna pacifista. Di sicuro è stato il solo, dopo la morte dello scrittore, a tenerne desta nei suoi scritti, l’idea del disarmo unilaterale. A Cassola toccò la stessa sorte vissuta negli anni precedenti da Pasolini, fatta di avversione, ostilità, isolamento. Con rare eccezioni, questo fu l’atteggiamento dell’ambiente intellettuale al quale era da sempre appartenuto, e da cui si aspettava un convinto appoggio al suo impegno per il disarmo. Disarmo caparbiamente ribadito con scritti e conversazioni, fino a quando ne avrà le forze, dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso a oltre la metà degli anni Ottanta; disarmo colto nella sua drammatica urgenza non più dilazionabile, e che lo porterà a fondare anche una Lega disarmista. Un’urgenza che le lettere a Gaccione registrano in tutta la loro lucida spietata consapevolezza. Considerato lo scenario internazionale dentro cui ci troviamo a vivere, le tesi e le ragioni dello scrittore conservano oggi una attualità sconcertante e la sua lezione morale resta attualissima. A distanza di quarant’anni la situazione non ha fatto che peggiorare: gli arsenali militari sono cresciuti, così come sono cresciuti i paesi in possesso dell’arma nucleare. L’Italia è salita ai primi posti fra le potenze che più spendono per spese militari: 70 milioni di euro al giorno, e c’è la volontà di portare al 2 per cento del Pil la spesa complessiva nel nostro Paese. Tutta questa ricchezza potrebbe essere impiegata per mettere in sicurezza il patrimonio paesaggistico-architettonico della nostra bellissima nazione, far fronte a problemi gravi e contingenti, avere attenzione per la cultura, la salute, i giovani, gli anziani. Invertire questa perversa logica di morte e amministrare saggiamente l’uso di questa ricchezza in difesa della vita, è il monito a cui ci richiama il messaggio di Cassola.     
Per contatti: Tel. 075-5772500
 Ingresso libero fino ad esaurimento posti.


La copertina del libro



AUTUNNO PER LEGGERE
PAULLO. SALA CONSILIARE


Giovedì 26 Ottobre 2017 alle ore 21 Nella Sala Consiliare di Paullo
Piazza della Libertà n. 3
Presentazione del volume "Intervista a Pier Paolo Pasolini
(Torino 1961)"
Interverranno i curatori
Angelo Gaccione e Giorgio Colombo
Introduzione di Franco Celenza
Letture degli attori:
Franco Mengozzi e Alessandra Moscheri


La locandina dell'incontro


La copertina del libro