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lunedì 20 novembre 2017

RISCHIO CATASTROFE
di Fulvio Papi

Gunther Anders

Il filosofo Günther Anders ci ha lasciato 25 anni orsono  e la memoria delle sue ricerche è molto nota intorno al tema della “antichità dell’uomo” e della fine dell’uomo come essere capace di autodeterminazione e di dominio della finalità, divenuto, al contrario, un elemento formato dalle tecnologie dominanti la nostra epoca. Sono ovvietà ricordare che sulla sua formazione fenomenologica ha certamente agito anche in maniera rilevante la concezione di Heidegger sulla tecnica come configurazione ontologica della nostra epoca, con la trasformazione dell’uomo da fine a mezzo, con l’esito della metafisica in sapere scientifico e operatività tecnologica. Sono temi che hanno invaso le nostre scritture. Sarebbe interessante vedere come. Ora in Anders gli esperti hanno notato nella sua prosa una ricorrenza di categorie interpretative che derivano dal Nuovo e Vecchio Testamento. Sono aperture semantiche per una più accurata analisi della sua scrittura filosofica. Contributi interpretativi interessanti, ma qui Anders rinasce per tutt’altra occasione, quella della riapertura della paura per una strage atomica, evento della fine, che era ormai lontano, in questi termini, dai nostri pensieri. E credo oggi sia tornato presente con una incredula fatalità, un sentimento di impotenza che nasce dalla distanza irrimediabile tra il proprio esistere e i dettati della storia mondiale. Non è mai esistita come adesso una storia universale. Nella mia memoria Anders è rimasto come un autore di grande rilievo soprattutto per il famoso Diario di Hiroshima quando pose nettamente, come caratteristica fondamentale della nostra epoca, la possibilità di una distruzione totale del pianeta a causa di una possibile catastrofe atomica. 


Era la prima volta che un’iniziativa umana poteva cancellare dall’universo la storia dell’uomo. Questa “possibilità della fine” acquistava il suo spazio nell’essere nel mondo della figura umana. O, posso aggiungere, era il nostro conclusivo atto della volontà di potenza. Comunque pensato, l’allarme di Anders fu percepito in tutta la sua incommensurabile drammaticità. Anche se era un pensiero comune ritenere che non vi sarebbe stata nessuna catastrofe poiché era certo che in un conflitto nucleare sarebbero stati distrutti entrambi i contendenti. La famosa crisi di Cuba mostrò che questa valutazione poteva essere troppo superficiale, tuttavia nonostante il clima di grande tensione, era un’opinione diffusa quello che poi accadde veramente con la decisione di Kruscev. Anche in un clima meno teso, era ancora diffusa l’opinione secondo cui un errore nell’interpretazione dei segni dell’attacco da parte delle rispettive difese era sempre possibile. E infatti sarebbe accaduto, non fosse stato per l’intelligente prudenza di un militare sovietico, Stanislav Evgrafovič Petrov. Il riarmo atomico di India e Pakistan, se pure oggettivamente pericoloso, fu valutato come rischio che ci riguardava poco. La dotazione di armi nucleari da parte di Israele fu considerata una dimostrazione politica della capacita estrema di reazione, poiché non si poteva ripetere la guerra dei sei giorni. L’opinione pubblica considerò in genere che quella situazione estrema non vi sarebbe stata. Poi le trattative Usa- Urss sul parziale disarmo atomico, fecero pensare che la distruzione della terra rimanesse nelle possibilità “prometeiche” terrorizzanti, ma solo teoriche. 


Ora la situazione politica internazionale con le esibizioni e le minacce nucleari della Corea del Nord, sottraggono Günter Anders dal suo luogo nella filosofia contemporanea, e lo collocano un’altra volta in primo piano. Nello scenario della storia possibile è già più che allarmante la certezza che, se l’emergenza climatica (nonostante gli accordi di Parigi) dovesse procedere con i ritmi attuali, “il pianeta conoscerà un riscaldamento superiore ai +3°C, ovverosia la temperatura del Pliocene, 3 milioni di anni fa” (Göel Giraud). Siamo destinati a convivere con il pensiero della catastrofe. Ora tutti sanno che il dittatore della Corea del Nord è certamente un paranoico delirante tenuto in piedi anche da una folle religione che lo qualifica come discendente da una divinità. E con un paese dall’identità fanatizzata: almeno da quello che si vede. Diventa difficile attribuirgli in queste condizioni una qualunque strategia politica che dipenda da un calcolo razionale che vada al di là della “volontà di potenza”. D’altro canto il suo nemico americano, lasciando perdere altre valutazioni, è un personaggio inidoneo, come sostiene la maggioranza degli americani, a gestire la politica degli Stati Uniti non solo di fronte alle folli minacce, ma anche nel quadro della politica interna e internazionale. Dal nostro punto di vista è un altro fattore di pericolo. Basti pensare che Trump ha suggerito ai suoi concittadini di preparare rifugi atomici con provviste. Non ci vuole uno specialista per sapere che i rifugi atomici sono teorici. E che, anche nel caso funzionino come rifugio, all’uscita i superstiti non possono che andare a morire. La perdita del senso della realtà come delirio, e l’abitudine alla menzogna come strumento politico sono altri elementi che portano con sé i semi di tragedie. Mi auguro quello che tutti si augurano, ma sono persino costretto a non tentare una ragionevole conclusione. Del resto le analisi degli specialisti non sono confortanti. Ma è già una catastrofe che il nostro pensiero sia tornato alla cognizione di dover convivere con il timore di una fine. Siamo al punto di prima.