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venerdì 23 febbraio 2018

OPPOSIZIONE
di Franco Astengo


La crisi della democrazia rappresentativa non è mai apparsa così evidente come nella situazione italiana attuale, inasprita per di più da regole elettorali pasticciate, incongrue e incostituzionali. È questo lo scenario che si presenta in vista delle elezioni del 4 marzo: la risposta che i corifei dell’eterno establishment stanno cercando è quella del trasformismo parlamentare, di una “grosse koalition” che comprenda gran parte dei soggetti presenti nell’emiciclo di Montecitorio e in quello di Palazzo Madama.
I “nanetti” della nuova solidarietà nazionale (molto diversa dalle già previste “larghe intese”) si sosteranno l’uno con l’altro utilizzando vari voltagabbana di turno come apertamente auspica Antonio Polito dalle colonne del “Corriere”.
Obiettivo: mantenere i provvedimenti assunti nel corso di questi anni dalla “Fornero” al “Job Act” (come vuole la Confindustria) ,accelerare quella che viene definita “la prosecuzione delle riforme” per una politica che potrebbe essere definita con una parola come antipopolare e soprattutto mantenere l’assoluta sudditanza ai diktat dell’Europa dei banchieri e della Trojka con la benedizione della “grossekoalition” tedesca e dell’ultrà liberista Macron (tutto in nome della lotta a presunti “populismi” : lotta altrettanto presunta della quale dovremmo farsi garanti anche soggetti del tipo M5S, ormai maturi per saltare sul carro degli eterni padroni). Questo quadro, descritto schematicamente ma realisticamente, propone la necessità di un grande impegno: quello destinato a realizzare una presenza istituzionale, nel Parlamento Italiano, collocata attorno ad un progetto di coerente opposizione. Un’opposizione “sistemica” capace di prefigurare l’alternativa e collegata, sul piano sociale, con le istanze più dirette delle stridenti contraddizioni in atto attraverso le quali si esaltano le disuguaglianze e le sofferenze delle masse popolari. Così si può descrivere la situazione che abbiamo di fronte: ben oltre le analisi più raffinate che pure è necessario elaborare e che ci parlano di “rivoluzione passiva” e di “guerra di posizione”.
È il tema dell’opposizione politica posta in diretta relazione con le insorgenze sociali: sicuramente quello centrale in questa fase della “modernità inestinguibile” della lotta di classe da far valere in questa difficile prospettiva elettorale.

           


MILANO. URBAN CENTER

Il manifesto del Convegno
  
MILANO. LA VOCE DI PEPPINO IMPASTATO


La locandina dell'iniziativa




MILANO. CAMERA DEL LAVORO


La locandina del Convegno

MILANO. BIBLIOTECA SORMANI
Sala del Grechetto. Poeti e prosatori


La locandina dell'incontro

MILANO. FONDAZIONE CORRENTE

La locandina dell'evento

Il racconto
IL COMPLEANNO
Opera di Giuseppe Denti

Ricordo che anni addietro avevo trovato lavoro in una azienda di Lecco la cui produzione consisteva nell’imbustare lettere, depliants e quant’altro. La persona che mi aveva indicato questo posto era per alcuni versi un personaggio ambiguo. Avevo deciso di smettere di fumare e mi ero rivolto a lui. Non era nessuno e ben presto capii che era un bluff, figuratevi che teneva corsi anche per guarire l’omosessualità come se si trattasse di una malattia.
Partivo alla mattina alle cinque dalla mia abitazione che era ancora buio ed essendo febbraio faceva un freddo cane, attraversavo il largo viale Fulvio Testi con i semafori  ancora lampeggianti, controviale, viali centrali, controviale e alla fine in via Pulci raggiungevo la fermata del tram linea 7, di nuova costruzione, tram nuovissimo. Poche fermate lungo la via Rodi attraversando la neonata Università Bicocca e giungevo sul piazzale della Stazione di Greco-Pirelli. A quell’ora la sala d’aspetto era piena di clochards, extracomunitari ed anche no che dormivano per terra con addosso una coperta o dentro un sacco a pelo; io ero costretto ad aspettare il treno sulla pensilina al freddo. Il treno era carico di persone e si andava sempre più riempiendo soprattutto di studenti man mano che si avvicinava a Lecco. Di sedersi neanche a pensarci.
Fuori il paesaggio invernale, gli alberi spogli, i rami come mani ossute ghermenti il cielo plumbeo,  grigio come ferreo soffitto. I ruscelli e i torrenti si immaginavano inquinati, forse  erano  la causa che privava della vita la vegetazione laddove la fanghiglia melmosa  lambiva il corso d’acqua. Cloache, discariche che attraversavano lande desolate tra i villaggi.
I nomi dei paesi dove il treno fermava alla stazione,  Arcore, Carnate-Usmate, Osnago, Cernusco- Merate , Calolziocorte;  io scendevo a Lecco Maggianico fermata prima di Lecco centro sul lago di Garlate, da dove per arrivare alla fabbrica in riva al lago dovevo fare ancora strada a piedi. Arrivavo alle 8-8.30.  In azienda a conduzione familiare vi erano pochi operai e operaie addetti all’imbustaggio, macchine automatiche e poi macchine per l’operazione di confezionamento e lo stoccaggio con i muletti. A mezzogiorno andavo a pranzare in  un vecchio bar-osteria salendo dove vi erano un gruppo di case. Una pastasciutta, un panino con il salame e un bicchiere di vino, magari un grappino per poche lire. Poi tornavo in fabbrica . Mentre ero intento a imbustare, dietro di me sentii la presenza di una persona, era il titolare che con un rimprovero mi punzecchiava affinché io aumentassi il ritmo di lavoro. Più di cosi cosa vuoi fare, pensavo io.
Venne il giorno del compleanno del capo ed è li che io maturai la mia decisione di andarmene.
Tutti facevano gli auguri, ma in maniera affettata, troppo falso, mellifluo e quanti complimenti superflui al taglio della torta che il principale eseguì tutto compiaciuto come un pavone maschio dispiega la coda. Mandai tutti a quel paese.
[Tiziano Rovelli]

giovedì 22 febbraio 2018

Giuseppe Martucci ci ha lasciato
di Cataldo Russo

La rivista Artecultura

È morto il direttore di “Artecultura” da sempre impegnato
in favore della pace e dell’arte. 

Sono certo che Edgar Lee Master, il grande e fortunato autore de L’Antologia di Spoon River, il libro di poesie più letto del XX secolo, avrebbe ben volentieri scritto un epitaffio o un componimento per Giuseppe Martucci, il direttore di Artecultura scomparso alcuni giorni fa, in punta di piedi, ignorato dai media e dai poteri forti, verso i quali il poeta e critico d’arte non è stano mai tenero e accondiscendente.
Lo avrebbe scritto perché il poeta americano amava le storie delle persone umili, che preferiscono l’agire al parlare.
Fa rabbia, in questo mondo di apparenze, farcito di falsi intellettuali, VIP di cartapesta, veline e giornalisti giullari, che una persona come Giuseppe Martucci non abbia avuto nemmeno due righe su un giornale e due parole alla radio o alla televisione. Martucci è stata una persona straordinaria e vera. Un uomo sanguigno che non si è mai piegato alla logica del potere, che per tutta la vita ha portato avanti con l’ostinazione tipica dei lucani, le sue battaglie a favore del disarmo, della pace, della poesia, dei valori della laicità.
Martucci era un uomo generosissimo, sempre pronto ad aiutare e incoraggiare un artista che si rivolgeva a lui per un consiglio, un parere, una critica. Così generoso da destinare, a dispetto delle ristrettezze economiche che caratterizzava la sua esistenza, borse di studio per gli studenti che partecipavano alle sue iniziative a favore della poesia, della pace, dell’integrazione e del disarmo.    
La vita di Martucci è stata tutta in salita, ma lui non si è mai arreso. Bracciante, operaio, sindacalista, il direttore di Artecultura è l’esempio più nobile di auto- emancipazione attraverso la cultura.
Martucci era un uomo di cultura, ma mai si è atteggiato ad accademico. Anzi, a volte guardava coloro cui viene appiccicata l’etichetta di intellettuali con sospetto per la loro attitudine ad ammiccare al potere o di vivere all’ombra dei padrini, cosa che lui non ha mai fatto.
Martucci era un critico d’arte preparato e serio, avulso dalle sviolinate, era un poeta autentico, che attribuiva alla poesia il nobile ruolo di riscattare l’uomo dalle brutture della guerra, dal degrado ambientale, dalla violenza e dalla corruzione.  Martucci era anche uno scrittore raffinato, pronto a intraprendere o aderire a un’iniziativa per rinvigorire la cultura e innovare e svecchiare la politica.
Alcuni anni fa, lo scrittore Angelo Gaccione, io e pochi altri amici lo candidammo al Premio Nobile per la pace. Non si trattava solo di un’iniziativa provocatoria verso un’istituzione che negli ultimi tempi ha attribuito il prestigioso premio per la pace a leader che poi si sono dimostrati dei veri e propri guerrafondai, ma di una proposta che riconosceva il valore morale e la coerenza di un uomo che si è sempre battuto per la pace, l’emancipazione degli ultimi, l’uguaglianza e l’integrazione, senza distinzione di pelle.
                                                



mercoledì 21 febbraio 2018

CONVERSIONE  ECOLOGICA?
di Alex Zanotelli


È grave che un problema così impellente come la crisi ecologica non sia al centro del dibattito elettorale nel nostro paese. “Le previsioni catastrofiche - ci ammonisce Papa Francesco in Laudato Si’- non si possono più guardare con disprezzo e ironia. Potremo lasciare alle prossime generazioni troppe macerie, deserti e sporcizia”. Siamo oggi sull’orlo del disastro ecologico. Eppure continuiamo a procedere come se nulla fosse. La colpa è di tutti noi. Primo della politica, oggi prigioniera della lobby degli idro-carburi, e poi del movimento ambientalista, oggi più che mai frammentato e indebolito, e infine delle comunità cristiane che non hanno ancora colto la sfida lanciata da Papa Francesco con Laudato Si’: la sfida di una ‘conversione ecologica’. Il movimento ambientalista riteneva che l’Accordo di Parigi (COP 21-2015) avrebbe finalmente dato una forte spinta per forzare i governi a prendere drastiche misure per scongiurare la catastrofe ecologica. Ma purtroppo non ci eravamo accorti che  Parigi era il frutto avvelenato delle lobby petrolifere USA, perché è solamente un accordo e non un Trattato; inoltre ogni nazione ha la responsabilità di decidere i suoi impegni che non sono vincolanti. Ci eravamo illusi che il movimento avrebbe potuto forzare i governi ad implementare l’Accordo: ciò non è avvenuto. L’arrivo poi di Trump, con la decisione di ritirarsi dall’Accordo di Parigi, ha fatto il resto. L’Italia, invece, che ha firmato l’Accordo,  ha fatto ben poco per metterlo in pratica. Con Sblocca Italia, il governo Renzi ha rilanciato con forza le trivellazioni per terra e per mare, prevedendo procedure semplificate per il rilancio dei permessi di ricerca e di estrazione. Sia Renzi che Gentiloni hanno poi continuato la politica degli inceneritori, delle discariche, della cementificazione selvaggia del suolo, della TAV, della TAP, delle megastrutture stradali e aeroportuali. “La questione ambientale- ha detto giustamente il senatore Manconi- riguarda il PD e tutta la politica italiana e rimanda a un deficit culturale dell’intera classe dirigente”.
Dobbiamo riconoscere che i partiti italiani, in larga parte, sembrano avere un’unica preoccupazione : la crescita. Eppure sappiamo che una crescita costante e illimitata, sia in economia come nei comfort, è alla base della crisi ecologica. Purtroppo dobbiamo anche riconoscere che il movimento in difesa dell’ambiente si è indebolito e annacquato. “Col passare degli anni, i movimenti si sono appiattiti sui valori e le ‘leggi’ dell’economia globalizzata- osserva il noto ambientalista Giorgio Nebbia.  Molti sono diventati collaboratori dei governi nelle imprese apparentemente verdi.”                                                                                                                In questo indebolimento hanno giocato anche fattori come visibilità, protagonismo, individualismo, ricerca di potere. Purtroppo anche quel forte movimento in Campania (contro discariche, rifiuti tossici, roghi) si è sciolto come neve al sole. Ma altrettanto deludente per me è il fatto che dalle comunità cristiane non sia nato un forte impegno ecologico in seguito all’enciclica Laudato Si’, un testo straordinario di Papa Francesco, ma che trova difficoltà a essere fatto proprio dai fedeli, forse perché anche preti e vescovi non l’hanno fatto proprio. Infatti non è ancora nato un serio movimento in seno alla chiesa in Italia. È un peccato questo perché in questo momento epocale un serio impegno da parte della comunità cristiana potrebbe rafforzare il movimento in difesa dell’ambiente. Solo insieme, credenti e laici, potremo realizzare un grosso movimento popolare per forzare i partiti e il nuovo governo a mettere al centro il problema ecologico. È un compito fondamentale per tutti noi, credenti e laici. Solo insieme ci possiamo salvare. “L’Accordo di Parigi è totalmente insufficiente per affrontare la problematica del riscaldamento globale-affermano giustamente G. Honty e E. Gudynas di Via Campesina. La società civile non può restare passiva e deve raddoppiare i propri sforzi per andare oltre questo tipo di accordi e realizzare misure effettive, reali, concrete, contro il cambiamento climatico. Molte saranno costose e dolorose, ma il compito è urgente.” A quando la conversione ecologica?                                                                                                                                                                 
ANTIFASCISMO OGGI
di Franco Astengo

Milano. Fermata Metropolitana "Inganni"

La dichiarazione di Silvio Berlusconi: “Temo l’antifascismo”, in questo momento di particolare tensione attorno al sensibilissimo tema della democrazia, va respinta con sdegno rafforzando le argomentazioni proprie dell’antifascismo, nelle sue diverse forme di espressione possibile. L'onda lunga del “revisionismo storico”, venuta avanti fin con il Nolte dei primi anni'80, ci ha rivolto una domanda insistente: “Serve ancora l'antifascismo?”, oppure si tratta di una di quei “ferrivecchi” ideologici, da archiviare in nome della “modernità”, della riconciliazione nazionale, del superamento di fittizie contrapposizioni?
A Sinistra questo “tam – tam” è risuonato più volte (ricordate il Violante dei “ragazzi di Salò”?) attirando molti. Oggi possiamo ben rispondere con nettezza: sì l'antifascismo serve, anzi, serve un antifascismo di “due tipi” (tanto per usare una definizione un po' grossolana, ma che spero alla fine risulterà comprensibile). Serve, prima di tutto, l'antifascismo “classico”, proprio quello della cosiddetta “retorica” partigiana, delle celebrazioni del 25 Aprile, della Costituzione nata dalla Resistenza: quell’antifascismo sulla base del quale l’ANPI ha saputo e potuto prendere una posizione “forte”  a favore del “NO” nell’occasione del Referendum Costituzionale del 2016.
Una posizione da non dimenticare.
Affermare che la “Costituzione è nata dalla Resistenza” non è retorica è semplicemente ribadire la verità.
Serve dunque l’antifascismo delle celebrazioni, quello che abbiamo portato avanti nel corso dei decenni magari davanti alle proposte di intitolare vie ad Almirante, tirando fuori le copie del famoso manifesto firmato dal futuro segretario dell'MSI quando era capo di gabinetto del Ministero della Cultura Popolare durante la Repubblica di Salò, con il quale si stabiliva la fucilazione alla schiena per i partigiani : quel manifesto sulla base del quale anni fa, nel 1972, lanciammo una campagna per l'MSI fuorilegge con tanto di proposta di legge d’iniziativa popolare, naturalmente rimasta in un cassetto nonostante le firme di Umberto Terracini e Ferruccio Parri. Serve l’antifascismo che ci portava nelle piazze a contestare ogni manifestazione dei fascisti redivivi, ogni comizio del MSI, ogni iniziativa della destra.
Come oggi fanno i ragazzi che tanta paura incutono a Silvio Berlusconi, al punto da indicarli come i nemici pubblici n.1, quando giustamente contestano Casa Pound, Forza Nuova e tutte le forme di fascismo in circolazione. Serve l'antifascismo militante davanti al rifiorire delle svastiche, delle croci celtiche che accompagnano azioni di violenza, Serve, un nuovo “antifascismo”: occorre far capire, soprattutto ai giovani che non hanno vissuto determinate stagioni, che è antifascismo battersi contro lo sfruttamento dell'immigrazione, contro la barbarie dell'intolleranza, contro gli squilibri sociali, contro la barbarie dello sfruttamento del lavoro: serve l'antifascismo dei molti che allora si batterono, certo per cacciare dall'Italia l'invasore straniero, ma in nome di ideali di eguaglianza, solidarietà, nuovi livelli di convivenza civile che poi trovarono spazio anche nella Costituzione Repubblicana, la cui difesa dei principi fondamentali contenuti nella prima parte (e non si può modificare la seconda, dobbiamo sempre ricordarlo scanso equivoci che si ripresentassero sulla scena della storia ) appare come il nostro sostanziale punto di riferimento. Dobbiamo ritrovare così per intero la realtà dell'antifascismo come fatto politico; reale discriminante tra gli schieramenti; punto di fondo di un superamento di un clima pesante, laddove l'idea della militarizzazione del territorio appare idea “bipartisan” (modello Minniti, per intenderci), almeno tra i maggiori protagonisti dell'agone elettorale, l'antifascismo come punto di orgogliosa identità democratica.
L’antifascismo come rinnovato punto di partenza, come base fondamentale per recuperare l'idea e il progetto di una profonda trasformazione sociale.
NOTA A MARGINE



Aggiungerei, al titolo dello scritto di Dinucci che compare appena più sotto, qui in prima pagina su “Odissea”, una piccola breve postilla, e cioè che la Nato ha già votato ed ha anche già vinto. Anzi, è la sola e unica vincitrice della prossima tornata elettorale perché i suoi piani, i suoi bilanci, la sua nota-spesa, i suoi uomini, alla faccia e sulle spalle di noi popolo coglione, non subiranno un solo taglio, una sola interruzione, una sola contrazione, un solo licenziamento. Anzi, avranno una decisa e salutare impennata. E mentre il presidente cattolico ronfa e i miseri figuranti di partiti e partitini fanno promesse mirabolanti prendendosi sul serio, i padroni veri del Paese (Nato e Casa Bianca) se la ridono sotto i baffi. [A.G.]   
Ha già votato la Nato prima di noi
di Manlio Dinucci

C’è un partito che, anche se non compare, partecipa di fatto alle elezioni italiane: il Nato Party, formato da una maggioranza trasversale che sostiene esplicitamente o con tacito assenso l’appartenenza dell’Italia alla Grande Alleanza sotto comando Usa. Ciò spiega perché, in piena campagna elettorale, i principali partiti hanno tacitamente accettato gli ulteriori impegni assunti dal governo nell’incontro dei 29 ministri Nato della Difesa  (per l’Italia Roberta Pinotti), il 14-15 febbraio a Bruxelles. I ministri hanno prima partecipato al Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, presieduto dagli Stati uniti, le cui decisioni sono sempre top secret. Quindi, riunitisi come Consiglio Nord Atlantico, i ministri hanno annunciato, dopo appena due ore, importanti decisioni (già prese in altra sede) per «modernizzare la struttura di comando della Nato, spina dorsale della Alleanza».
Viene stabilito un nuovo Comando congiunto per l’Atlantico, situato probabilmente negli Stati Uniti, allo scopo di «proteggere le linee marittime di comunicazione tra Nord America ed Europa». Si inventa in tal modo lo scenario di sottomarini russi che potrebbero affondare i mercantili sulle rotte transatlantiche. Viene stabilito anche un nuovo Comando logistico, situato probabilmente in Germania, per «migliorare il movimento in Europa di truppe ed equipaggiamenti essenziali alla difesa». Si inventa in tal modo lo scenario di una Nato costretta a difendersi da una Russia aggressiva, mentre è la Nato che ammassa aggressivamente forze ai confini con la Russia. Su tale base saranno istituiti in Europa altri comandi della componente terrestre per «migliorare la risposta rapida delle nostre forze».
Previsto anche un nuovo Centro di Cyber Operazioni per «rafforzare le nostre difese», situato presso il quartier generale di Mons (Belgio), con a capo il Comandante supremo alleato in Europa che è sempre un generale Usa nominato dal presidente degli Stati Uniti.
Confermato l’impegno ad accrescere la spesa militare: negli ultimi tre anni gli alleati europei e il Canada l’hanno aumentata complessivamente di 46 miliardi di dollari, ma è appena l’inizio. L’obiettivo è che tutti raggiungano almeno il 2% del pil (gli Usa spendono il 4%), così da avere «più denaro e quindi più capacità militari». I paesi europei che finora hanno raggiunto e superato tale quota sono: Grecia (2,32%), Estonia, Gran Bretagna, Romania, Polonia. La spesa militare dell’Unione europea – è stato ribadito in un incontro con la rappresentante esteri della Ue Federica Mogherini – deve essere complementare a quella della Nato.
La ministra Pinotti ha confermato che «l’Italia, rispettando la richiesta Usa, ha cominciato ad aumentare la spesa per la Difesa» e che «continueremo su questa strada che è una strada di responsabilità». La via dunque è tracciata. Ma di questo non si parla nella campagna elettorale. Mentre sull’appartenenza dell’Italia all’Unione europea i principali partiti hanno posizioni diversificate, sull’appartenenza dell’Italia alla Nato sono praticamente unanimi. Questo falsa l’intero quadro. Non si può discutere di Unione europea ignorando che 21 dei 27 paesi Ue (dopo la Brexit), con circa il 90% della popolazione dell’Unione, fanno parte della Nato sotto comando Usa. Non si possono ignorare le conseguenze politiche e militari – e allo stesso tempo economiche, sociali e culturali – del fatto che la Nato sta trasformando l’Europa in un campo di battaglia contro la Russia, raffigurata come un minaccioso nemico: il nuovo «impero del male» che attacca dall’interno «la più grande democrazia del mondo» con il suo esercito di troll.



LEGGE ELETTORALE E ARTICOLO 67 DELLA COSTITUZIONE
di Franco Astengo


Alfio Mastropaolo dalle colonne del “Manifesto” del 21 Febbraio dopo aver definito “sgangherata” l’attuale legge elettorale invoca una formula elettorale proporzionale “ragionevole, senza dispersioni eccessive che lasciano ai partiti la responsabilità di unire uno schieramento”.
Quel tipo di formula elettorale (in un quadro legislativo compiuto sulla materia che al riguardo dei vari aspetti che il processo elettorale contempla che mi permetto di definire ancora adesso quasi perfetto) c’era già ed era il tipo di proporzionale che senza fortuna difendemmo dal referendum del 18 aprile 1993, quando la furia iconoclasta dei maggioritari (Segni con Occhetto e Pannella) contribuì a distruggere buona parte degli avamposti democratici che, sulla base del dettato costituzionale, erano stati costruiti nell’immediato dopoguerra, attraverso il sistema dei partiti.
IL DPR del 1957, dopo la vicenda della legge truffa del 1953, conteneva, al riguardo appunto della formula elettorale, sia un premio per i partiti maggiori (attraverso l’aumento della cifra del divisore nei collegi: in quel modo, tanto per esplicitare, DC e PCI pagavano ogni deputato circa 50.000 voti, PRI e PLI circa 80.000), sia una soglia di sbarramento con la richiesta di 300.000 voti su tutto il territorio nazionale e dell’ottenimento del quorum in almeno una circoscrizione: quindi 60.000 voti circa da ottenere in una grande città, difatti il PLI realizzava il quorum a Torino, il PR a Roma, il PdUP a Milano. Soglia di sbarramento che dovrebbero ben ricordare quanti hanno avuto la ventura di passare attraverso le storie di PSIUP e Manifesto (cfr. elezioni 1972).
Il risultato di quella formula elettorale (in una situazione specifica protrattasi per anni, con la DC partito “pivotale” e il PCI ridotto nella “conventio ad excludendum”) fu ,per un lungo periodo, quello di consentire la presenza parlamentare delle principali “sensibilità” e “culture” politiche presenti, in una misura consistente, nel Paese e raccolte (fino all’esplosione delle “fratture post – materialiste” e il conseguente calo nella partecipazione al voto che fino ad allora, seconda metà degli anni’80, si era mantenuta superiore al 90%) in 7-8 formazioni politiche che diedero vita a 3-4 formule di governo (dopo la solidarietà nazionale nell’immediato dopoguerra, il centrismo, il centro – sinistra dopo qualche sussulto non trascurabile, il centrosinistra -quello “vero”-, il ritorno effimero alla solidarietà nazionale chiusa con l’esito del rapimento Moro, il pentapartito). Il tutto in applicazione del dettato togliattiano, da ricordare per l’ennesima volta ,del “Parlamento specchio dei Paese”.
Quindi la formula elettorale di riferimento volendo esiste e può essere ripresa e aggiornata: un’opposizione di sinistra alternativa potrebbe sicuramente farne un punto di battaglia e aggregazione politica.
Così come deve essere espressa un’assoluta contrarietà all’abolizione dell’articolo 67 della Costituzione, inerente la libertà di mandato. Abolizione oggi annunciata dalla destra e dal M5S. Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Si tratta di un principio che va assolutamente difeso. Certamente, come altri istituti quali l’immunità parlamentare e le agevolazioni per deputati e senatori per esempio in materia di gratuità dei viaggi, abbiamo verificato l’emergere di una progressiva degenerazione che ha portato al record di trasformismo raggiunto nel corso della legislatura appena conclusa. E’ necessario però ricordare come si tratti comunque di punti di principio fondamentali per l’esercizio dell’attività parlamentare da parte di tutti in piena libertà e inalienabili.
Quanto all’articolo 67 è necessario ricordare, non tanto e non solo i deprecabili episodi di trasformismo che ci accompagnano ormai da diverse legislature (da quando cioè si è affermato il principio di “nomina” dei parlamentari e sono state abolite le preferenze), ma i grandi avvenimenti che segnarono il riallineamento nel sistema politico italiano dovuti a passaggi fondamentali nello sviluppo del pensiero politico e delle scelte di fondo dei partiti (cito tre episodi per i quali valse l’articolo 67 nel bene e nel male, intendiamoci: la formazione del PSLI a Palazzo Barberini nel 1947, la formazione dello PSIUP nel gennaio 1964, la formazione del gruppo del Manifesto nel 1969) furono possibili anche per l’assenza del vincolo di mandato.
Legge elettorale proporzionale e articolo 67: punti di principio che abbiamo difeso e che dobbiamo continuare a difendere e a proporre perché fondamentali rispetto alla logica di fondo che la nostra Costituzione esprime circa la centralità del Parlamento. L’Italia deve rimanere una repubblica parlamentare, anzi è necessario riaffermare con forza questo principio troppo spesso messo in discussione: del resto un principio che l’elettorato ha dimostrato di approvare respingendo con il 59% di NO nel referendum il goffo tentativo di modifica costituzionale portato avanti dal PD il 4 dicembre 2016.
TUTTO O NIENTE
di Federico Migliorati

Nella foto: Federico Migliorati

UN VIAGGIO NELLA VITA E NELLE OPERE DI CURZIA FERRARI

Decana delle poetesse italiane, classe 1929, Curzia Ferrari (all’anagrafe Calcagno) è presentata al pubblico nella sua più ampia veste di intellettuale a tutto tondo grazie alla recente opera di Vincenzo Guarracino dal titolo “Tutto o niente” (Giuliano Ladolfi Editore, 90 pagine, 10 euro). Autorevole studioso di Leopardi e Verga, latinista e grecista di chiara fama, Guarracino delinea un pregevole ritratto della Ferrari, con un’analisi critica puntuale e lucidissima che lascia spazio, al termine, ad una conversazione con il cuore in mano. Vita tutt’altro che lineare e semplice, tanto nell’attività professionale quanto negli affetti, quella della poetessa milanese, che emerge imperiosa nel complesso scandagliare il suo percorso a ritroso nel tempo. Dai dissidi familiari (con il padre soprattutto, che la porterà a cambiare il cognome paterno con quello del marito) ai dilemmi esistenziali di cui è ricca la sua poesia. Non di soli versi, tuttavia, si è nutrita l’anima della Ferrari, la cui penna si è dimostrata “poliedrica e duttile”: pure nella narrativa, nella saggistica, nel giornalismo ha saputo mettersi in mostra senza dimenticare le traduzioni e soprattutto le biografie  (su tutte quella di Majakovskij) nelle quali la scrittrice milanese dimostra capacità “empatiche e mimetiche” arrivando a ricostruire e rivivere dall’interno il personaggio, uomo o donna che sia. Sposata con un apprezzato musicista, musicologo e compositore (Domenico Ferrari), ha vissuto anche un rapporto sentimentale di breve periodo (“nato per colpa dei libri”) con il poeta Salvatore Quasimodo, tratteggiato in diverse pagine delle sue opere. Nell’analisi critica Guarracino descrive anche le passioni dell’artista: la pittura (nella sua “casa piena di silenzio” spiccano opere, tra gli altri, di Francesco Messina e Giorgio Morandi), lo sport con il tifo acceso per il Milan (“rossonera dalla punta dei capelli alle unghie dei piedi”), la pratica dello sci, dell’alpinismo e della bicicletta ed ancora gli animali, i felini in particolare, “che non sanno fingere, offendere, ferire”,  la politica e il ”socialismo colorato di rosa”. Il volume si conclude con la conversazione, quasi un dialogo intimo tra Guarracino e Ferrari con quest’ultima a ricordarci, a mo’ di epigramma da scolpire nel marmo, che “i pensieri e i sentimenti hanno bisogno di essere condivisi”, proprio ciò che lei ha sempre praticato e che emerge in maniera così brillante in “Tutto o niente”.  

La copertina di Guarracino su Curzia Ferrari

Invisible girl
Racconto per Francesca
[I disegni sono di Adamo Calabrese]



1
L’ingresso del Palasesto è ostruito da una folla di ragazze che spingono per varcare quella porta troppo stretta. Francesca si avvicina correndo e si ferma dietro la calca imprevista. Il richiamo di Carolina, che si allenerà al Pala per i campionati mondiali di pattinaggio a Milano, è stato incredibilmente forte.
Francesca con lo zaino in spalla, la felpa slacciata e la sciarpa penzoloni, cerca uno spazio per incunearsi. Lo zaino le pesa e le dà molto fastidio. Ha l’impressione che qualcuno si sia appoggiato. Si guarda intorno e vede un’ombra.
Ehi! SCRUNCH! Lascia andare lo zaino.
???ZZZSSSZZZ???...
Hai capito? Non ti pesare sullo zaino. GRRR!
Ah … scusa.
Chi sei?
L’altra fa per andarsene, ma non può. Ormai sono intrappolate nella folla. Osserva il viso di quella ragazza. È alta come lei, capelli ricci, neri, due grandi occhi neri con lunghe ciglia su un viso moro, affilato e spigoloso. Indossa una felpa, lisa e smunta, che le sta abbondante.
Come ti chiami?
?!?!?!
Allora, ti vuoi decidere? Ti ho chiesto solo il nome. UUFFF!
Nur … - l’altra apre la bocca come in un soffio.
Nur?!? Non l’ho mai sentito. Da dove vieni?
Lei gira la testa indietro come volesse indicare una direzione.
Ti devo ripetere due volte le domande? UUUFFF! Da dove vieni?
Là. Dietro la stazione – ancora un soffio e la sua voce si spegne.
Sei arrivata col treno?
No. Sto alla stazione. Dietro la stazione.
Finalmente passano dalla porta come avessero superato un posto di blocco.
La prende per mano e raggiunge le gradinate. Si siede in mezzo alle amiche e comincia a prepararsi. Le passa un pattino; lei lo gira e lo rigira tra le mani, ammirandolo con un sorriso stupefatto. Francesca scende in pista. Nur in piedi, in alto alla gradinata, la guarda. Ogni tanto si ferma, alza il viso per incrociare il suo sguardo e la saluta alzando la mano.
L’altoparlante invita le atlete a lasciare la pista. Francesca saltella verso le gradinate cercandola con lo sguardo. Trova la felpa appoggiata sullo zaino. Si guarda in giro ansiosa ma Nur non c’è. GULP! Non l’ha aspettata.
2
Francesca ha convinto il nonno, giunto al Pala per accompagnarla a casa, a seguirla nella ricerca di Nur.
Andiamo alla stazione. La troveremo.
Uhm, non credo. La stazione è piena di gente che va e viene.
Nur ha detto che si trova dietro la stazione.
Guarda quanto spazio c’è là in fondo, dietro la stazione. Come possiamo trovarla?
Francesca davanti e il nonno dietro risalgono la corrente di pendolari e puntano all’ultimo binario. Usciti dal sottopasso al binario 8, si trovano affacciati su mucchi di traversine e ghiaia, recuperati dallo smantellamento dello scalo ferroviario Falck.
Ce ne possiamo andare.
No! Dobbiamo cercare lì dentro.
Non si può entrare in quella zona.
Cosa rischiamo?
Una multa e forse possono chiamare la polizia.
Nur è la dentro. Me lo sento.
Francesca si lancia SSSVISHHH! tra le macerie accatastate e s’infila in quella specie di labirinto seguita dal nonno che, ripresosi dalla sorpresa, la tallona per paura di perderla. I due si rincorrono zigzagando tra le piramidi di materiale ferroviario, per fermarsi vicino a una specie di tenda strappata e rappezzata con cartoni. Passano alcuni istanti senza che i due dicano una parola.
Che cosa ci fate qui? – un agente in divisa esce dalla tenda, rimproverandoli. S’intravede un uomo trattenuto dietro di lui.
Siamo venuti a cercare la sua amica. – risponde il nonno.
La cercate qui? – continua con voce aspra l’agente.
La sua amica si è persa da queste parti e volevamo ritrovarla per portarla a casa. – il nonno s’inventa una scusa.
Non ci sono ragazzine. Ho preso un clandestino. Andatevene prima che metta dentro anche voi.
Francesca vorrebbe ribellarsi, gridare, cercare ancora attorno alla tenda; invoca il nome di Nur mentre il nonno la trascina via.
C’è mancato poco che ci arrestassero.
Non l’abbiamo trovata.
Hai capito in quale situazione ci siamo messi?
So solo che non l’abbiamo cercata bene.
Ah! Non l’abbiamo cercata bene. Che cosa avremmo dovuto fare?
Tu non capisci. Nur è in pericolo.
È scappata prima che arrivasse la polizia.
Francesca si lascia convincere e sale sull’auto del nonno mentre col cuore insegue Nur, che chissà dov’è andata a nascondersi in quella notte fredda.



3
Nur la aspetta vicino all’ingresso del Pala. Francesca non è sorpresa, in cuor suo aveva fantasticato di ritrovarla. Le porge la felpa e poi scende in pista salutandola con la mano alzata. Ogni tanto alza la testa e la cerca. Ha il timore di perderla come l’altra volta. Finalmente l’allenamento è terminato. Le offre un pezzo di focaccia che aveva recuperato fin dalla mattina, sperando d’incontrarla. Nur la assaggia e infine la mangia con voracità. La sua amica ha una fame arretrata, che lei non può neanche immaginare.
Saltare i pasti deve essere un’esperienza molto dolorosa.
Vieni con me.
Dove?
Andiamo a casa mia.
L’hai detto alla mamma?
Beh, ancora no.
Non vengo.
Francesca vuole rassicurarla ma Nur scuote la testa e continua a mormorare quel “no” che tanto la ferisce.
Devo tornare a casa, da mio padre.
Quale casa?
Quella dietro la stazione.
Non c’è nessuna casa.
La mia casa è lì.
Bugiarda! C’è solo una vecchia tenda strappata. È arrivata la polizia e l’ha distrutta. Non c’è più.
Non è vero!
Sì, che è vero! L’ho visto io. Ieri sera ti ho cercata in quel posto e non c’eri. Per fortuna, perché la polizia ha spazzato via tutto e ha portato via un clandestino.
No. No. No.
Francesca si rende conto di aver parlato troppo e male BLEAH!
Nur si stacca da lei e scappa verso l’uscita. Francesca le corre appresso, disperata per il guaio che ha combinato, finché riesce a trattenerla prima di aprire la porta.
Scusa. Sono stata stupida.
Lasciami andare.
Ti voglio aiutare. Verrai a casa mia.
Non puoi aiutarmi. I tuoi non mi conoscono. Io sto con mia sorella.
Ti prenderanno, come hanno fatto con tuo padre.
Io sono invisibile. Non esisto. Devo continuare a nascondermi.
Nur si sgancia con un movimento brusco dalla presa di Francesca e oltrepassa la porta che si apre in quel momento. Il nonno, con la mano sulla maniglia, si scansa per lasciar passare quella ragazzina che corre veloce, via, via, via!!!
Francesca è seduta per terra con gli occhi pieni di lacrime.
Perché piangi?
Nur se n’è andata.
Sarà tornata dai suoi.
Ha detto che è una ragazza invisibile.
Ha ragione. Lei e i suoi sono invisibili e se li prendono li cacciano.
Come si fa ad aiutarli?
È molto difficile aiutarli oggi.
Il nonno cerca di spiegare cos’è un permesso di soggiorno, cosa vuol dire accoglienza, vivere in una casa, non una tenda, integrarsi, avere un lavoro per mantenere la famiglia e mandare i piccoli a scuola. Invece tanti, spinti e ingannati da chi semina odio, hanno paura dei migranti e dei diversi, e vorrebbero rimandare indietro questi disgraziati, che non hanno più nulla.
Forse domani ci sarà una nuova stagione di speranza ma per ora gli invisibili sono costretti a restare invisibili e con loro anche Nur.
Non mi basta. Voglio trovarla. E’ mia amica. Con me potrà tornare visibile.
Brava! Domani andiamo alla Caritas.
[Vito Calabrese]

lunedì 19 febbraio 2018

CDSHotels
"Aggiunge un'altra stella al firmamento,
nella cornice bella del Salento"
Di Max Luciani



Le Marine di Melendugno (LE) verranno impreziosite dalla settima stella di CDSHotels.
Il più grande gruppo alberghiero di Puglia, tramite la propria Direttrice Commerciale Ada Miraglia, ha annunciato alla BIT 2018 di Milano l'apertura del nuovo villaggio turistico ALBA AZZURRA.

BIT 2018 Milano - Conferenza

BIT 2018 Milano - Intervista ad Ada Miraglia


Sorge nella splendida cornice di Torre dell'Orso, la più conosciuta delle Marine di Melendugno (LE), in quel Salento così amato per la sua ospitalità, per la sua cucina e per le sue bellezze naturali ed architettoniche.



ALBA AZZURRA, che aprirà a maggio 2018 è composto da bianche palazzine, come nella tipica tradizione costruttiva mediterranea, ed ha al suo interno 2 piscine, una delle quali è dedicata ai bambini, che potranno scatenarsi sui divertentissimi scivoli d'acqua. Consta di ben 71 camere e di un ristorante in cui si possono assaporare i piatti tipici della cucina pugliese. Non mancherà naturalmente l'animazione per tutte le età, offerta da CDSHotels by ESPACE.



Torre dell'Orso affascina da sempre i turisti con la sua spiaggia di “talco“, la fresca pineta, la Torre di Guardia e la roccia che ricorda il plantigrado da cui la località prende il nome e da cui ammirare un Adriatico incredibilmente trasparente.



Da anni alle Marine di Melendugno se ne vedono di tutti i colori!
Proprio così, perché la Bandiera Blu, la Bandiera Verde e le Cinque Vele di Legambiente adornano un paesaggio che può vantarsi di annoverare i Faraglioni di Sant'Andrea,

Faraglioni di Sant'Andrea


la Grotta della Poesia (citata da National Geographic come una delle 10 piscine naturali più belle al mondo),


Grotta della Poesia

distese di ulivi (che producono un olio extravergine di ottima qualità) e tracce di un lontano passato che sta venendo alla luce nell'area archeologica vicino al mare.

ALBA AZZURRA si va ad incastonare in questo ammirevole contesto come un gioiello a forma di stella in una preziosa collana. Dopo il Relais Masseria Le Cesine a Vernole, Riva Marina Resort a Carovigno, Pietrablu Resort&Spa a Polignano a Mare, Costa del Salento Village a Lido Marini di Ugento, il Grand Hotel Riviera a Santa Maria al Bagno e il Basiliani a Otranto, ALBA AZZURRA sarà proprio la settima stella di CDSHotels.

Ce n'è per tutti i gusti e per tutte le stagioni.

Non resta che preparare la valigia e tuffarsi in questa esperienza che sarà certamente indimenticabile.

CDSHotels S.p.A.
Via Bastianutti 25
73100 Lecce – Italy
Tel. +390832351321
P.IVA 02475550758
info@cdshotels.it

mercoledì 14 febbraio 2018

PRECISAZIONE SULLA FORMULA ELETTORALE
di Franco Astengo


“La confusione sotto il cielo è grande” recitava un vecchio motto maoista: definizione alquanto appropriata per quanto riguarda la legge elettorale  n. 165 del 3 novembre 1917 che stabilisce norme e formula sulla base delle quali voteremo il prossimo 4 marzo. Nell’elettorato stanno, infatti, sorgendo molti dubbi su punti cruciali del dispositivo in questione: sarà bene quindi chiarire per quanto possibile, sollevando anche alcuni interrogativi circa la costituzionalità della legge: costituzionalità che sicuramente sarà oggetto di ricorso all’Alta Corte.
Andando per ordine principiamo dalla suddivisione dei seggi tra collegi uninominali e collegi plurinominali.
Alla Camera i 630 seggi saranno assegnati così: 232 in collegi uninominali ( 6 riservati al Trentino – Alto Adige; 2 al Molise; 1 alla Valle d’Aosta); 386 in collegi plurinominali (al massimo 8 candidati per lista in ogni collegio); 12 nella circoscrizione estero.
Al Senato i 315 seggi saranno così assegnati; 109 in collegi uninominali ( 6 riservati al Trentino Alto Adige, 1 al Molise, 1 alla Valle d’Aosta), 200 in piccoli collegi uninominali, 6 nella circoscrizione estero. Attenzione, dunque alle modalità di voto:
Si riceve una sola scheda per la Camera e una sola scheda per il Senato.
Si può votare facendo un solo segno, oppure due, basta che entrambi i segni siano fatti nell’area della scheda che spetta a un’unica coalizione.
È possibile votare un candidato all’uninominale e, con un secondo segno, scegliere una delle liste che lo appoggiano.
Si può scegliere anche solo il candidato all’uninominale o solo una delle liste, ma il voto sarà comunque “trascinato” rispettivamente anche sulle liste o sul candidato.
Non si può votare una lista diversa da quelle che appoggiano il candidato che abbiamo scelto.
Quindi, se volete votare una coalizione ma non vi piace il candidato che la coalizione ha presentato nel vostro collegio uninominale, l’unico modo che avete per non votarlo è rinunciare e votare un’altra coalizione. Viceversa, se avete deciso di votare per un candidato ma non vi piace uno dei partiti che lo appoggiano, l’unico modo che avete per essere sicuri che il vostro voto non finisca a quel partito è fare due croci, esprimendo anche una scelta per un partito che non sia quello. Attenzione: deve essere parte della stessa coalizione, altrimenti il vostro voto sarà annullato (l’abbiamo già detto?). Infine, non si possono esprimere preferenze sui singoli candidati della lista plurinominale.
Quest’ultimo caso è quello che maggiormente viene evidenziato in questo momento nel dibattito tra i “media”, nel passaggio, ad esempio, tra il PD e la lista Più Europa.


Cosa succede una volta votato?
Scegliendo un candidato all’uninominale – o anche solo una delle liste che lo appoggiano -, quel candidato riceverà quindi un voto all’interno di quel collegio. Al termine dello scrutinio, il candidato che ha ricevuto anche solo un voto più dei suoi avversari sarà eletto. Se insieme al candidato viene barrata anche la casella di una delle liste proporzionali che lo appoggiano, quella lista allora riceverà un voto (altrimenti vale il calcolo di distribuzione detto sopra). Su base nazionale, grossomodo, ogni lista eleggerà un numero di parlamentari proporzionale ai voti che ha ottenuto, ma come questi eletti saranno divisi nei collegi è materia complessa. I candidati della lista proporzionale saranno eletti nell’ordine in cui compaiono sulla scheda. La legge permette le candidature multiple: si potrà essere candidati in un seggio uninominale e in un massimo di cinque collegi proporzionali. In caso di elezione in più collegi il candidato si ritiene eletto nel collegio uninominale, oppure nel collegio proporzionale dove la sua lista ha ottenuto la percentuale minore di voti.
Sono previste soglie di sbarramento:La soglia di sbarramento nella quota proporzionale è fissata al 3% su base nazionale, sia al Senato sia alla Camera, con l’eccezione delle liste relative alle minoranze linguistiche per le quali la soglia è al 20% per la regione di riferimento. In aggiunta alla soglia del 3% è prevista anche una soglia minima del 10% per le coalizioni (all’interno delle quali però almeno una lista deve aver superato il 3%).
Il candidato di un partito escluso dal riparto dei seggi perché non ha raggiunto il 3% ma eletto nel maggioritario ovviamente manterrà il suo seggio.
Applicazione del proporzionale alla Camera e al Senato
Un’importante differenza, stabilita dalla Costituzione, tra Camera e Senato è che il Senato deve essere eletto su base regionale. La nuova legge elettorale prevede che la ripartizione dei seggi tra le liste alla Camera sia effettuata su base nazionale mentre il riparto al Senato sarà regionale: fermo restando che le soglie del 3% e del 10% saranno comunque calcolate su base nazionale.


I punti dolenti della costituzionalità
Giudizio del tutto personale: nonostante i listini “corti” (come da indicazione della Consulta nella sentenza di bocciatura della legge del 2005) ci troviamo di fronte ad una quota di “nominati” intollerabile. Come ha dimostrato la rissa scatenatasi in tutti i partiti per la posizione dei candidati nel listino. Inoltre, anche per la quota uninominale, le indicazioni dei vari “gigli o cerchi magici” hanno portato ad imporre nelle situazione locali candidature anomale rispetto al territorio: candidature per lo più garantite da una pluralità di presenze in diversi collegi nella parte plurinominale creando di fatto delle “blindature” insuperabili.
L’altro punto è sicuramente quello del trasferimento del voto delle liste ferme tra l’1% e il 3% alle forze della coalizione che avranno superato la soglia. A prescindere dalla possibilità non remota di sorprese da questo punto di vista, rimane una violazione del voto personale perché – con il trasferimento – si potrebbe verificare il caso di elezioni non indicate dalla volontà dell’elettrice o dell’elettore (il voto trasferibile all’italiana, tra l’altro è un caso unico al mondo ben diverso dal voto trasferibile “classico” usato in Irlanda e in Australia, dove è l’elettrice o l’elettore che indica a quale candidato trasferire il proprio voto attraverso un’espressione subordinata di suffragio).
Una precisazione ulteriore
La vicenda relativa alla composizione delle liste del Movimento 5 Stelle ha fatto scattare una surreale discussione sulle eventuali dimissioni di un candidato eletto. Non occorre il parere di raffinati giuristi. Le dimissioni dal Parlamento debbono essere motivate e votate dal ramo cui appartiene il dimissionario/a. Non esiste alcun automatismo. Precisando nel caso che le dimissioni di un eletto nel collegio uninominale portano a elezioni suppletive nello stesso collegio mentre dimissioni di un eletto nel collegio plurinominale portano al subentro del primo candidato escluso.


Infine sulla “quantificazione” del quorum
Quanto può valere, in termini di voti assoluti, il superamento del quorum del 3%.
I flussi di partecipazione al voto negli ultimi 2 anni (amministrative 2015, 2016, 2017, referendum 2016) indicano la possibilità che, escluse le circoscrizioni estero, si possano contare tra 28/30 milioni di voti validi. Il quorum si collocherebbe quindi tra 850.000/900.000 voti. Una quota di sicurezza (nel caso di un maggior numero di espressione di voti validi) si può collocare tra 1 milione, un 1milione e centomila voti.