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sabato 17 marzo 2018


Finché resta un’idea
di Chiara Pasetti
 

Avere delle (buone) idee non è cosa da tutti. La magnifica Eleanor Roosevelt affermava che «le grandi menti parlano di idee, le menti mediocri parlano di fatti, le menti piccole parlano di persone». Talvolta, a qualcuno addirittura spesso, per caso o per talento, o per entrambi, una buona idea arriva. E quando arriva, come un lampo squarcia tutto, cerca di farsi strada in ogni modo finché non riesce a trovare realizzazione. Ci vuole molto tempo e moltissima pazienza per vedere compiuta un’idea ma di solito, se è realmente valida, ce la fa. Di solito… Sì, perché il rischio sempre in agguato, purtroppo, è che le idee non sono tutelate. Sono sempre in bilico. Come si fa a dimostrare e rivendicare che un’idea è tua e solo tua? Se si vuole realizzare un progetto con qualcuno bisognerà pur parlarne, altrimenti resta solo nella propria testa. E se questo qualcuno (donna o uomo che sia, ente, istituzione, associazione, ecc.) a cui l’idea viene affidata, consegnata, raccontata perché essa possa, grazie a dei sostegni non solo economici ma appropriati al caso, avere la speranza di concretizzarsi, ruba l’idea al soggetto/i che l’ha concepita e portata avanti con impegno e passione, se ne appropria, la snatura a proprio uso e consumo e vuole realizzarla come se fosse sua, che si fa? È giusto dover subire (o assistere) a un tale abuso e non fare nulla? Certo che no. Ma chi può ascoltare colui che confessa di aver subito un torto, un “furto di idea” (che equivale un po’ a un “furto d’anima”) con obiettività, senza pregiudizi, senza pensare che questi sia un mitomane, si inventi tutto, non sia sincero? Domande a cui è difficile poter rispondere. E, soprattutto, che è vergognoso doversi porre, invece sono sempre più spesso all’ordine del giorno. Specie per chi non ha alle spalle una struttura (Università, Comuni, Enti, ecc.) ma è, come si dice, “un cane sciolto”, il fatto di vedersi fregare un’idea è quasi una costante, ormai, ed è un boccone, alla lunga, davvero troppo amaro da digerire. La prima volta in cui succede generalmente ci si colpevolizza e ci si deprime… Forse non sono stato/a abbastanza diplomatico, forse non sono stato/a abbastanza accorto, forse avrei dovuto aspettare prima di fidarmi, forse la mia idea non era così buona, forse, forse… e via di seguito. La seconda volta ci si indigna, ci si infuria (i più vittimisti cominciano a pensare di essere sfortunati, ma questa è solo un’interpretazione e non un fatto). Si sta comunque zitti, spesso, troppo spesso, perché chi ruba le idee è quasi sempre molto più potente, oltre che prepotente, di chi le concepisce, e il soggetto/i espropriato della propria idea capisce che denunciare il furto andrebbe tutto a proprio svantaggio, creerebbe inimicizie, invidie e ostilità (se non, addirittura, l’ulteriore umiliazione di venire accusati dai “ladri di idee” di essere affetti da manie di persecuzione!). Quindi si manda giù il rospo, nel caso degli uomini, ci si fa un bel pianto, nel caso delle donne (o l’inverso), e ci si sforza di andare avanti a testa alta, anche se un po’ ammaccati. Ma quando capita una terza, una quarta, una quinta volta, cosa fare? Cosa pensare? E passi, più o meno, quando il furto viene compiuto da persone che sono note per essere disoneste, prive di morale (oltre che, ça va sans dire, di idee), e a cui si sta cordialmente sulle scatole perché si è più intelligenti di loro, più capaci, più creativi, appunto. Ma quando viene commesso da persone che si pensava fossero amiche, leali, rispettose del lavoro e dell’intelletto altrui, che hanno sempre detto di stimarti (oltre che, spesso, chiesto e ottenuto favori…)? In questo caso al furore si aggiunge il dolore. Morale e fisico. E il desiderio di urlare a tutti: «non è giusto! Quell’idea era mia, mi è stata rubata! Quel progetto doveva essere realizzato da me, con me, e invece mi hanno tagliato fuori!».
E la domanda, ancora una volta, è: c’è qualcuno che ha voglia di ascoltare chi è stato derubato della propria idea e, dopo aver ascoltato, ha sufficiente coraggio, rispetto e intelligenza per “riparare il danno”?
Non so rispondere, mi dispiace. Perché finora non mi è mai capitato…. di rubare un’idea? Mai! Che mi venisse rubata, o venisse rubata a persone che conosco e stimo? Spessissimo! Soprattutto, ciò che non ho mai constatato è il fatto che qualcuno che avesse realmente la possibilità di difenderne la paternità (fatta eccezione per gli avvocati, ma bisogna arrivare a tanto?!) scegliesse questa strada piuttosto che quella dell’omertà, della pavidità e del proprio tornaconto personale, del “dai non prendertela, questa volta è andata così… Che problema c’è, era solo un’idea…!”.
Me la prendo eccome! Ma non serve a molto, perché la prossima volta, probabilmente, andrà ancora così. A meno di non saper più concepire buone idee (che, forse, sarebbe un sollievo, per certi aspetti), o di non avere più voglia di raccontarle a nessuno (che, forse, è la strada giusta, per tutti).
Finché resta un’idea, come cantava Giorgio Gaber… La portiamo avanti e la proteggiamo, o la rubiamo e ce ne freghiamo? Choisissez-vous.