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giovedì 15 marzo 2018


I nostri fantasmi, la "post-verità" e la compassione.
La questione dell'immaginario nella società contemporanea
nella ricerca di Attilio Mangano.
di Franco Toscani

La copertina del libro

Alla fine degli anni Ottanta Attilio Mangano accennava, in una intervista data ad Angelo Gaccione, alla stagione politico-culturale di quel tempo che vedeva il ridimensionamento o il riflusso della grande spinta e tensione dell'immaginario avviatasi nel '68 (si vedano le "risposte" di Mangano in A. Gaccione (a cura di), La crisi della ragione e le ragioni della crisi. Gli anni Ottanta fra caduta della razionalità e incubo nucleare, Edizioni Nuove Scritture, Milano 1987, pp. 21-26).
Lo scenario internazionale attuale non è certo confortante. Quali riflessioni possiamo svolgere oggi, cercando di riprendere criticamente il discorso sui "fantasmi" e sugli "spettri", sull'immaginario della società contemporanea? Quali sono le paure e le speranze prevalenti nell'immaginario contemporaneo?
Purtroppo qui bisogna dire con chiarezza che - nella situazione internazionale odierna, caratterizzata da crisi economica, persistenza di privilegi, ingiustizie e diseguaglianze sociali enormi a livello planetario, strapotere delle oligarchie economico-finanziarie, inquinamento globale e devastazione della terra, terrorismo diffuso, venti di guerra, nazionalismi ovunque riemergenti, torsioni populiste, autoritarie e xenofobe, vaneggiamenti autarchici, etc. - i "fantasmi" che ci attraversano e riguardano profondamente sono per lo più inquietanti e allarmanti.
Il dominio odierno della ratio strumentale-calcolante, dell'ideologia neo-liberistica/ capitalistica, dell'efficientismo/funzionalismo che tutto controlla, manipola, misura e riduce a quantità non sa che farsene dell'immaginario creativo, del pensiero critico, delle libere soggettività e tende a operare una colonizzazione dell'immaginario, a imporre un controllo totale attraverso un'incessante trasformazione e innovazione tecnologica.
L'immaginario prevalente, tutto avvolto nelle sue macchinazioni e irretito in ciò che Martin Heidegger chiamerebbe il dominio del Gestell, sembra aver perso la caratteristica vitale ed energetica di fresca anticipazione/precorrimento del futuro e pare invece aver accentuato la tendenza all'accettazione del cattivo esistente, all'appiattimento su chiusure identitarie, al rifiuto di ogni apertura, confronto e accoglienza dell'alterità.
Oggi siamo ben lungi dal valorizzare la ricchezza delle differenze, anzi ci riguardano molto di più la paura della diversità, il rifiuto dello straniero e dell'incontro con l'altro. E' un immaginario paralizzante, regressivo e debilitante quello oggi più diffuso, appiattito sull'esistente, catturato da fantasmi nocivi, dalla brama di arricchimento e di potenza, subalterno agli interessi e al comando dei gruppi dominanti, agli imperativi del Dio-mercato, del tutto opposto all'immaginario energetico e vitale, generoso e aperto al novum, rivolto all'affermazione della giustizia sociale e alla salvaguardia dei beni comuni, che caratterizzò - pur attraverso non pochi errori, contraddizioni e ambiguità - la generazione e le lotte del '68 e degli anni Settanta.
Nel mondo in cui viviamo, per liberarci dall'illusione pericolosa dell'immodificabilità del presente, sarebbero più che mai necessarie quella "utopia concreta", quella nuova sinistra e tensione in avanti dell'immaginario sociale che con Mangano e tanti altri sognammo sin dagli anni Sessanta/Settanta del XX secolo, ricordandoci però del monito di Bronislaw Baczko a proposito delle utopie in quanto forme, fra le altre, di immaginario sociale: "Lo storico delle utopie lascia di buon grado agli utopisti stessi l'incombenza di immaginare il futuro dell'utopia; indovinarne il passato è per lui una fatica sufficiente. Se tuttavia egli dovesse lanciare un monito, egli riprenderebbe forse le parole di Berdjaev: le utopie sono oggi più che mai realizzabili. Non nel senso che le fantasie dei romanzi utopici possono diventare realtà, ma in un altro. Come tutti gli immaginari sociali, le utopie sono oggi più che mai manipolabili, principalmente mediante le moderne tecnologie di comunicazione, i poderosi strumenti della propaganda, etc. La loro 'riuscita' storica può dunque venire, oggi più che mai, fabbricata, particolarmente dai poteri e dalle forze totalitarie che mirano a monopolizzare e a sequestrare l'immaginazione sociale" (B. Baczko, voce "Utopia", trad. it. di C. De Marchi, in Enciclopedia Einaudi, vol. 14, Einaudi, Torino 1981, p. 917).
Il monito di Baczko rivolto (all'inizio degli anni Ottanta del XX secolo) a non monopolizzare e a non sequestrare l'immaginazione sociale è ancora validissimo oggi, nella nostra società sirenico-spettacolare e consumistica, che ha certamente oltrepassato le vecchie forme di totalitarismo, ma che ha introdotto nuove forme, più sofisticate, di colonizzazione dell'immaginario e pure nuove forme di alienazione e di barbarie.
Nel 2016 l'Oxford Dictionary s'è arricchito di un nuovo termine, "post-truth" ("post-verità") - a quanto pare risultata "parola dell'anno" -, la cui fortuna attuale sta a indicare innanzitutto il discredito in cui è caduta la verità, nonostante i numerosi omaggi formali che le vengono tributati.

Attilio Mangano

Troppo rari sono ancora la dedizione, la cura e l'amore autentico per la verità in un'epoca ricca di gaglioffaggine, opportunismo e cinismo. Oggi ciò che conta non è infatti essere, non è dire o "fare" la verità, ma soltanto la verosimiglianza, il fare in modo che qualcosa o qualcuno sembri vero, senza che lo sia propriamente. Ciò che importa è dunque, innanzitutto e per lo più, apparire, mascherarsi, sembrare, calcolare, fingere, adulare, sedurre, attrarre, mentire bene, manipolare, simulare, persuadere, propagandare, illudere e illudersi. Registriamo così nella politica e nella pubblicità odierne un grande revival della retorica insegnata dalla sofistica nell'antica Grecia.
Il nostro è il tempo della "post-verità" e dello ψεδος, in cui la menzogna e tutto ciò che si sostituisce alla o si spaccia per verità tendono a prendere il sopravvento.
E' ferma convinzione dello scrivente che siamo già entrati nell'era della "post-verità", in cui la verità umana essenziale è sempre più irrilevante e ciò che conta sono i fatti interpretati arbitrariamente ad libitum, è l'opinione, la forza massmediatica e politica di persuasione, la manipolazione e l'orientamento dell'opinione pubblica e del consenso attraverso performances oratorie televisive, etc. .
E' quella che Remo Bodei ha chiamato la "degradazione della verità a semplice opinione", noi potremmo anche parlare dell'attuale predominanza massiccia della δόξα  e dell'apparenza sull'λήθεια. Sempre Bodei si chiede giustamente se - con l'attuale fortuna della "post-verità" - non siamo già entrati anche nell'era foriera di pericoli e di sventure della "post-democrazia" (cfr. R. Bodei, Vivere online. Riflessi politici dell'essere connessi virtualmente, "il Mulino. Rivista bimestrale di cultura e di politica", n. 2, marzo-aprile 2017, Anno LXVI, n. 490, pp. 205-209).
Bodei scrive infatti a questo proposito: "Occorre (...) chiedersi se la democrazia esista ancora o non si viva già nell'età della post-democrazia, che assume il volto del populismo, della smobilitazione e dell'infantilizzazione delle masse, dell'autocrazia elettiva, del conformismo, della degradazione della verità a semplice opinione e dell'inaridimento della facoltà di giudicare, spesso paralizzata da paure diffuse ad arte. Con il loro tasso di insicurezza e di complementare bisogno di rassicurazione e di protezione, tutti questi fattori rendono gli individui meno razionali e creano uno stato d'animo di allerta mista a rassegnazione.
Nei meccanismi di protezione e garanzia dei cittadini qualcosa si è rotto: è come se una caduta delle difese immunitarie avesse lasciato maggior spazio di manovra alle potenze della seduzione, per cui le analisi, i ragionamenti e i progetti si trasformano in storytelling, in narrazioni che si sovrappongono alla realtà, la mascherano o, addirittura, la sostituiscono" (R. Bodei, Vivere online. Riflessi politici dell'essere connessi virtualmente, cit., p. 209). Perciò, fra le altre cose, oggi ci serve soprattutto tornare a valorizzare il pensiero critico, ad amare la verità e - da un punto di vista insieme etico, antropologico e politico - riscoprire e valorizzare la compassione.
Recensendo nel 2002 il bel libro di Saverio Caruso L'ospite luminoso. Sulla compassione (2002), Attilio Mangano ravvisa nell' "ospite luminoso della sociabilità umana un tratto umanissimo e di portata universale", di cui rivendica la religiosità laica, al di là di ogni interpretazione meramente pietistico-religiosa del termine compassione (cfr. S. Caruso,  L'ospite luminoso. Sulla compassione, Il Grandevetro/Jaca Book, Milano 2002 e A. Mangano, La com-passione o il sentimento dell'essere-in-comune: perché è luminoso l'ospite?, "dalla parte del torto", Anno V, n. 19, Parma, inverno 2002/2003, p. 9. Cfr. anche A. Mangano, Un breviario laico?, "dalla parte del torto", Anno V, n. 20, Parma, primavera 2003, p. 3).
Nel libro di Caruso - purtroppo quasi completamente ignorato dalla cultura ufficiale e dal "circo massmediatico" (come lo chiamerebbe Costanzo Preve) - Mangano coglie "una rivisitazione accorta di come silenziosamente la compassione emerga nella letteratura intera del secolo come ricerca di una resistenza al male e capacità di ridare senso al mondo distrutto bestialmente da guerre, inimicizie, odi, crudeltà e genocidi, e come sia essa - la compassione infine - a saperla cogliere, il passaggio dominante della nostra epoca che gli scrittori e gli artisti ci lasciano in eredità" (A. Mangano, La com-passione o il sentimento dell'essere-in-comune: perché è luminoso l'ospite?, cit.)
 A partire dal soffrire insieme e dall'universalità del dolore, si può pure condividere, farsi prossimi, andare incontro, essere solidali, resistere e opporsi - insieme agli altri - al male. Si può anche riscoprire il senso dell'umana società, dell'umano consorzio, dell' 'ospite luminoso', di una vecchia e spesso abusata parola come socialismo. Proprio il socialismo libertario è la stella polare di Attilio Mangano e del suo maestro Stefano Merli.
I termini socius e societas, che sono alla radice del socialismo, non implicano alcun annullamento delle differenze, alcun collettivismo astratto e totalitario, ma "presuppongono sempre l'alleanza, l'accordo, il patto tra soci diversi, in cui l'individuo e la differenza non vengono annullati da ciò che è-in-comune" (A. Mangano, La com-passione o il sentimento dell'essere-in-comune: perché è luminoso l'ospite?).  
Oggi non ci serve un rivoluzionarismo meramente verbale, ma l'immaginario/prefigurazione d'una nuova civiltà ed etica planetaria, d'una democrazia radicale, d'una società aperta, conviviale, solidale, ecologica, più giusta e libera, capace di salvaguardare la pace, l'umanità dell'uomo e la terra.
Non ci è però consentito crearci facili illusioni o riposarci in vagheggiamenti velleitari, dovendo invece affrontare i duri, aspri dati della realtà. Le gravi e penose difficoltà del presente non devono tuttavia impedirci di mirare - sempre concretamente e quotidianamente, con la lotta, la dedizione  e il coraggio - a un altro mondo possibile.