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mercoledì 28 marzo 2018

LINGUE MADRI. L.M. VOLANTE
IN DIALOGO CON  MARCO SCALABRINO


Marco Scalabrino


Marco Scalabrino, nato nel 1952 a Trapani, scrittore e poeta, lo studio del dialetto siciliano, la poesia siciliana, traduttore in Siciliano e in Italiano di autori stranieri contemporanei, la saggistica, ne fanno il continuatore della più alta tradizione della cultura siciliana.
Marco Scalabrino, infatti, traduce in siciliano autori tra cui Catullo, Bukowski, Masters, Russell, Szymborska. “La traduzione, oggi, nel dialetto siciliano non è né risulta, una ‘insania’: rappresenta bensì un tentativo riuscito di porre in risalto “la bellezza, la dovizia, la duttilità del  dialetto siciliano, nonché, pure nella sua millenaria storia, la straordinaria modernità, l’innegabile capacità di confrontarsi tuttora a testa alta, in tutta dignità, armoni, magnificenza, con ogni altra lingua, cultura, civiltà del mondo”. Questo anche perché, come giustamente afferma Marco Scalabrino, “ciascuno di noi cammina sulle ossa di chi lo ha preceduto”.
Il Siciliano, con la poesia alla corte di Federico II, è stato determinante per la nascita della poesia italiana; il Siciliano è stato altresì strumento letterario di poesia e di prosa: nella seconda metà del sec. XV diede vita alle Ottave o Canzuni, nel sec. XVIII a un autentico poeta come Giovanni Meli e nel XIX secolo a Nino Martoglio, ad Alessio Di Giovanni, al Premio Nobel Luigi Pirandello.
“Il Siciliano è differente dall’Italiano standard in modo abbastanza sufficiente per essere considerato una lingua separata; è inoltre una lingua ancora molto utilizzata e si può parlare di parlanti bilingui in Siciliano e in Italiano standard.” (Centro Ethnologue di Dallas).
Si avvicendano nel tempo il greco-siculo, il latino-siculo, l’arabo-siculo, il franco-siculo, l’ispano-siculo, ma sostanzialmente sempre una lingua, una sola: il Siciliano.
“Quali sono dunque le origini del Siciliano?” Lucio Apuleio, scrittore siciliano del II secolo d.C., asseriva che i Siciliani parlavano tre lingue: il Greco, il Punico e il Latino. Ma da allora, e fino al XIX secolo, ne sono passati di “ospiti”!
Il “sentire siciliano”: ci soccorre daccapo Salvatore Camilleri, “esprimersi con forme, con spirito, con immagini profondamente siciliani e non già con scialbe traduzioni dall’Italiano”, significa “liberarsi dal preconcetto che il dialetto debba solamente rivolgersi alle piccole cose, al folclore, al ricordo”, giacché “il dialetto può esprimere tutte le complesse realtà: la storia, la filosofia, la sociologia, tutte le scienze, non in quanto tali ma come patrimonio culturale che chi scrive consuma nell’atto della creazione.”
Ai lettori non resta che assaporare “A tu per tu”  dallo stesso Marco Scalabrino.
[Laura Margherita Volante]



1. Se mai fossi tenuto a parlare di me stesso non potrei iniziare se non a partire dalla mia terra, dalle mie radici, dalla mia lingua; e come meglio se non per voce dei poeti (di taluni di loro ovviamente) che la mia Sicilia da sempre hanno celebrato; Giovanni Meli magari o, chissà, qualche passo della migliore tradizione popolare siciliana o, perché no?, il testo di un autore dialettale calato nella nostra contemporaneità. Esempi probabilmente che, agli occhi del lettore, finirebbero col risultare slegati, ben differenti fra loro per collocazione temporale, per scansione metrica, per taglio contenutistico; ma che, nella loro complementarietà, potrebbero tuttavia assurgere a campione emblematico della composita realtà siciliana.
Da questa schematica prolusione credo traspaia già la principale combinazione a fondamento dei miei interessi culturali: la Sicilia nella sua interezza di natura, storia, arte, cultura, folklore, costume e, nello specifico, il dialetto siciliano e la poesia in dialetto.  
Non stiamo qui a tergiversare e glissiamo, quindi, sulla vexata quaestio lingua o dialetto; ma, a onore del vero, non possiamo né vogliamo sottacere circa lo stato attuale nel quale versa il dialetto siciliano. Esso difatti, secondo uno studio recente dell’autorevole Unesco, è una lingua che rischia di scomparire entro la fine del corrente secolo. Un tempo lingua molto utilizzata – tant’è, affermava il Centro Ethnologue di Dallas, che si poteva parlare di parlanti bilingui –, esso è oggi un idioma che giorno dopo giorno va perdendo i pezzi, che paga un prezzo salatissimo alla scienza, alla tecnologia, alle contaminazioni. Nel volgere del Novecento e in questo inizio del terzo Millennio, in Sicilia si sono alternate le civiltà rurale-artigianale e quella finanziaria-industriale, entrambe a loro volta soppiantate dalla civiltà mediatica-globale. L’uomo per conseguenza cambia (nella quotidianità, nello stile, nella tensione ideale) e la lingua (che l’uno e l’altro, il mondo e l’uomo, è chiamata a rappresentare) deve fare di continuo i conti col proprio ultra-millenario spendersi, col fronte magmatico dei “tempi moderni”, con l’arrembante tecnicizzazione e inglesizzazione. È d’uopo perciò, ne va della stessa sua sopravvivenza, che si attrezzi, si espanda, si adegui.
E allora?, mi si potrebbe ragionevolmente obiettare. Allora, è presto detto, non sono stato io a scegliere il dialetto; è stato lui che ha scelto me! La prima lingua che ho ascoltato, la prima lingua che ho imparato, la prima lingua con la quale ho interloquito con i miei simili è stata la parlata siciliana della mia città; la lingua d’‘a minna (la lingua del seno materno), come l’appellò il nostro illustre poeta ramacchese Vito Tartaro. È stato un atto naturale; nessuna strategia, nessuna forzatura è stata praticata. L’italiano l’ho appreso dopo, a scuola; l’italiano si è sovrapposto al dialetto, si è imposto sul dialetto, si è sostituito al dialetto. Per lunghi anni è stato così. Poi (d’un tratto?) il dialetto, evidentemente mai del tutto piegato, mai del tutto sconfitto, mai del tutto sbaragliato ma solamente sopito, ingabbiato, proscritto, s’è presa la sua rivincita! S’è scrollato di dosso decenni di abbandono, di negazione, di rifiuto e, in tutta la sua bellezza, dovizia, duttilità, nel rigoglio delle sue nobili radici greche, latine, arabe, si è fatto, si è elevato, si è eletto, prepotentemente, a lingua della mia poesia. Mi viene in proposito da considerare che sono in buona sostanza bilingue, ho adeguata competenza in entrambi i registri linguistici; perché mai, arrendendomi peraltro a una devastante sudditanza culturale in voga, dovrei rinunciare a uno di loro, a quello per giunta che più mi appartiene, a quello al quale più appartengo? D’altronde, sappiamo bene, la bontà di ciò che si dice/scrive non insiste per assioma sullo specifico codice di comunicazione che si adopera quanto sulla qualità intrinseca del pensiero che esso esprime e sulla forma che tale pensiero assume.
Si situa in quest’ambito, entrando nel merito del nostro incontro, la poesia dialettale. In ciò peraltro confortato dall’assunto di Giovanni Vaccarella: “La poesia dialettale oggi è poesia di cose e non di parole, è poesia universale e non regionalistica, è poesia di consistenza e non di evanescenza”. Oltretutto – rileva con acume Antonio Corsaro – “i dialettali non sono mai stati estranei alle vicende della cultura nazionale, anche se disuguale è il loro piano di risonanza”.
Quanto a me, fatti salvi forme e contenuti circa i quali va affidata “ai posteri l’ardua sentenza”, scrivo in siciliano perché il mio sentire è siciliano, i miei pensieri nascono in siciliano, il mio animo è profondamente, convintamente siciliano.
2. Il linguaggio da me schierato può (talora) profilarsi, nel suono e nel senso, di primo acchito poco comprensibile. Ciò perché, nel mio impari cimento con l’atto della creazione, sono andato a ricercare nelle vastissime plaghe del dialetto le parole, le locuzioni nominali, verbali, aggettivali, giusto quelle e non altre, che potessero al meglio rendere i concetti e i frangenti che esso andava a veicolare, che potessero costruire una sintassi di immagini atte a ri-creare non solo il senso ma anche il “tono” del mio pensiero. Ebbene, riguardo a ciò, probabilmente, esso pare esorbitare quello comunemente spacciato nella esangue e frettolosa prassi quotidiana. Una precisazione nondimeno, al fine di evitare di incorrere in facili equivoci e di scongiurare erronee impressioni che potrebbero derivarne e a beneficio soprattutto di coloro non iniziati alle finezze linguistiche, è doverosa. In effetti io non pratico e non adopero parole rare o desuete, arcaiche o dismesse; tutti i miei termini sono frutto di una lunga, assidua, entusiasta frequentazione del dialetto, di ieri e di oggi, dell’occidente e dell’oriente dell’Isola, degli studi dei testi di quei poeti, letterati, cultori che nel tempo, nei secoli ormai, al nostro dialetto hanno votato le loro esistenze. E pertanto, essi sono termini tutti del dialetto siciliano; termini, come poc’anzi detto, che al meglio realizzano il mio pensiero.


3. Siffatto dialetto perciò, e ci accostiamo così al secondo risvolto del mio lavoro, la traduzione, non teme tenzone. Ci potremmo inoltrare nell’argomento, se ne avessimo tempo e spazio, mediante taluni adattamenti desunti dal mio lavoro del 2014 Na farfalla mi vasau lu nasu, silloge alla quale comunque vi rimando.
La traduzione di poesia è un’operazione delicata e complessa, che implica problemi teorici e pratici non sempre di facile soluzione. “Un concetto, assevera Attila József, è lo stesso sia per un filosofo cinese che per uno ungherese o inglese. Chiunque può esporlo con le proprie parole. Il concetto quindi, in quanto spiritualità, è dell’umanità intera. Ogni filosofia infatti è traducibile in ogni lingua, perché importante è che vi sia concordanza concettuale, non verbale e se in una lingua non vi fosse una parola specifica per un concetto, noi possiamo sempre parafrasarlo ed esprimerlo, ciò nonostante, perfettamente”.
Ho affrontato l’attività di traduzione dopo accurati studi e dopo avere fatto miei parecchi degli assunti che nel tempo ho appreso. Luca Guerneri rilevò che “il confronto con l’altra lingua diventa spesso un braccio di ferro con la propria”; Alba Olmi che “si tratta di una trasposizione di testi, non di parole o frasi, da una cultura all’altra e che è l’opera stessa da tradurre a suggerirci i percorsi”; Paul Ricoeur che “il traduttore forza la propria lingua a rivestirsi di estraneità e la lingua straniera a lasciarsi de-portare nella sua lingua materna perché non solo i campi semantici non si sovrappongono, ma le sintassi non sono equivalenti, l’andamento delle frasi non veicola le stesse eredità culturali”. Tradurre poesia è dunque (per me) impresa nella quale, per quanto impegnativo, è gratificante e perentorio riuscire. Ciò perché la traduzione, questo genere letterario a sé, è per forza di cose re-invenzione in certa misura del testo originale, è un passe-partout che ci introduce a un inusitato trip letterario, è uno star-gate che ci spalanca l’altrui universo. Un universo composito, intriso di fantasia e parimenti radicato nella attualità, crudo e allucinante e altresì tenero e sognante, un universo che se per taluni caratteri rinveniamo sotto casa per taluni altri ci svela spaccati, scene, luoghi esoterici, misteriosi, mitici: la poesia di ogni latitudine, di ogni lingua, di ogni vocazione. Gli esiti non lascino trasparire il lungo studio e il grande amore che sono stati necessari, i vantaggi e gli svantaggi connaturati al passaggio da una lingua all’altra, l’iniziativa personale richiesta al traduttore e induca anzi il lettore alla considerazione che le poesie sembrano essere state concepite, nel nostro caso, in siciliano.
La mia attività di traduzione coincide con un’opera di promozione scaturita da una consapevole assunzione di responsabilità nell’implicito giudizio positivo di poeti senza limiti geografico-temporali e linguistici. Autori che si collocano dalla classicità, Orazio e Catullo, ai nostri giorni, taluni addirittura viventi: Peter Thabit Jones, Iacyr A. Freitas e Jacques Thiers; autori di disparate regioni dell’Europa e delle Americhe: Peter Russell, George Bacovia, Nat Scammacca, Horacio Castillo; alcuni planetariamente noti: Charles Bukowski, Edgar Lee Masters, Wislawa Szymborska, fianco a fianco ad altri scarsamente conosciuti o pressoché sconosciuti in Italia: Duncan Glen, Paul Snoek, Robert Garioch e Hugh Mac Diarmid. Tutti autori nondimeno di spessore, di valore, che trovano, tramite il mio devoto tributo, una piccola ribalta, un’angusta finestra mediante la quale affacciarsi ed entrare a far parte della cultura siciliana. Le mie traduzioni, preferisco però che le si appellino adattamenti, si propongono di restituire l’inconfutabile nobiltà, la straordinaria contemporaneità pur nella millenaria storia, l’innegabile capacità del dialetto siciliano di confrontarsi tuttora a testa alta, in tutta dignità, armonia, compiutezza, con ogni altra lingua, cultura, civiltà del nostro pianeta. Oltretutto, “Tradurre poesia, attestò Eugenio Montale, è uno dei possibili modi di fare poesia”.
4. Direi adesso di porre un argine al viaggio fra le “cose” di mia pertinenza e di concludere col solo menzionare uno dei miei volumi di saggi, datato 2013, dal titolo Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini; la saggistica difatti costituisce la terza e ulteriore branca del mio lavoro. Come è successo che vi sia approdato? Cresceva spontaneamente dentro me, man mano che andavo scoprendo, man mano che andavo leggendo, man mano che andavo studiando quei poeti (una buona fetta dei quali figurano in quel volume), una irrefrenabile curiosità, una sana voglia di saperne di più, un reale interesse all’approfondimento. Fu così che una traccia dopo l’altra, uno studio dopo l’altro, un anno dopo l’altro un bel giorno mi sono ritrovato in libreria una ragguardevole, in quantità e in qualità, mole di documentazione, acquisita dalle più svariate fonti: le riviste, le frequentazioni letterarie, le biblioteche; materiali che nel tempo, singolarmente, videro luce qua e là su periodici nazionali di settore. “Perché, mi venne un bel dì suggerito, non ne rivedi alcuni nell’ottica di una raccolta unitaria da pubblicare?” In verità non vi avevo mai pensato anche perché, trattandosi perlopiù di autori di fine Ottocento e della prima metà Novecento e per giunta in dialetto siciliano, non credevo potessero appassionare tanti oltre che gli addetti ai lavori. Raccogliendo ciò malgrado la sfida, allestii la raccolta, mutuando un passo dalla corrispondenza fra Alessio Di Giovanni e Silvio Cucinotta la denominai Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini e, per una fortunatissima congiuntura, la proposi alquanto titubante a un illuminato editore lombardo il quale, senza indugio alcuno, piacevolmente stupendomi, accettò di pubblicarla.
Chiudo questa essenziale chiacchierata, facendo un rapido accenno ai progetti ai quali attendo in questo momento. Sto curando, presso una associazione culturale della mia città, una rassegna denominata “Galleria Letteraria” che si protrarrà fino a tutta la primavera; di recentissima pubblicazione a New York la mia traduzione in siciliano della raccolta di poesie, The Divine Kiss, dell’autrice anglo-statunitense Carolyn Mary Kleefed; nel corso di questo 2018 conto di pubblicare, sempre a New York, una selezione trilingue (siciliano, italiano e inglese) dei miei testi.