Pagine

mercoledì 30 maggio 2018


LO SFRUTTAMENTO NEL CUORE DELL’OPPOSIZIONE
di Franco Astengo



Il tema del lavoro non è contemplato nell’orizzonte del costituendo nuovo governo e di conseguenza viene totalmente ignorata la questione dello sfruttamento che ne rappresenta, da sempre, il risvolto più evidente e significativo. La realtà concreta dello sfruttamento si è estesa, nel corso di questi anni definiti abbastanza impropriamente di “globalizzazione” ben oltre i confini di quella che marxianamente era stata definita “contraddizione principale”.
Si sono acuiti i termini del conflitto di genere, di quello generazionale, del rapporto centro- periferia in particolare sul tema ambientale, e l’utilizzo capitalistico dell’innovazione tecnologica ha intrecciato diversamente, da come l’avevamo storicamente concepita, la relazione tra struttura e sovrastruttura.
A Sinistra, sul piano internazionale, è stata accettata l’idea dell’irreversibilità della vittoria del capitalismo e accettata, subita, introiettata la logica della gestione del ciclo attuata in forma particolarmente violenta dagli apparenti vincitori del “post-Muro”: gestione del ciclo dimostratasi violenta e sopraffattrice su tutto l’insieme della società causando ingiustizie e disuguaglianze ben oltre il solo elemento del reddito e delle condizioni materiali di vita. Sono state abbandonate anche le più pallide e timide obiezioni di derivazione “socialdemocratica”: soltanto negli ultimi tempi questo tipo di opzioni che definiremmo di revisione del keynesismo hanno ritrovato spazio, prima in alcuni autori come Atkinson, Stiglitz, Piketty, Krugman e poi all’interno del Partito Democratico USA e del Labour Party: non certo modelli di ritorno al bolscevismo (da riflettere nuovamente l’idea marxiana della rivoluzione nei “punti alti”? Oppure del Gramsci che, all’annuncio della rivoluzione russa, scrive “La Rivoluzione contro il capitale)”.
Torniamo a noi e al costituendo governo italiano.
Se s’intende cercare di costruire un ‘opposizione ciò che si sta preparando si tratta di riflettere sul fatto che, prima di tutto, serve un’opposizione posta sul piano internazionalista organizzativamente dimensionata su di un impianto sovranazionale almeno a dimensione europea. In questo contesto la questione del lavoro e di conseguenza la questione dello sfruttamento deve essere considerata centrale, ritenuta come l’architrave di tutta l’elaborazione che deve essere posta in campo. Come si è scritto nel titolo di questo intervento “Lo sfruttamento nel cuore dell’opposizione”.


Di seguito alcuni punti di riflessione sul tema che si è cercato (naturalmente in una dimensione del tutto schematica e insufficiente) di approfondire:
1) È evidente che il tema non è quello dei salari ma quello dello sfruttamento. La forza-lavoro è, infatti, adoperata secondo l’antica logica dell’“esercito di riserva”, oggi agita soprattutto attraverso la leva della precarietà che si accompagna oggettivamente ai bassi salari;
2) In questo senso si comprende benissimo, per quel che riguarda l’Italia essenzialmente nel quadro europeo, il presentarsi di un vero e proprio deficit d’innovazione. Deficit d’innovazione assolutamente voluto per tenere al minimo il profilo produttivo accentrato in settori marginali sia rispetto alla necessità di produzione interna sia al riguardo delle esportazioni;
3) Questo quadro è riconducibile alla quasi completa sparizione, in Italia, della produzione nei settori industriali strategici derivante dal fallimento dei processi di privatizzazione seguiti alla liquidazione dell’IRI. Processi di privatizzazione che hanno generato due fattori fondamentali della crisi: l’emergere di un vero e proprio “ritardo tecnologico” e una gigantesca “questione morale”. “Questione morale” che ha rappresentato, assieme al mutamento degli equilibri internazionali, uno dei fattori determinanti della perdita di senso dell’intero sistema politico, fino al punto di determinare la situazione attuale;
4) La mancata innovazione tecnologica è stata dovuta essenzialmente da un’assoluta carenza d’investimenti attuati da una gestione pubblica. Contemporaneamente alla crisi dell’industria registriamo un’obsolescenza delle infrastrutture (strade, ferrovie, porti) e l’esplosione della vicenda bancaria che sta tenendo  banco sul terreno dello scacchiere politico, ma al riguardo della quale quasi nessuno fa notare come stia all’origine del complesso delle difficoltà economiche del Paese. La questione bancaria non può essere certo risolta propagandisticamente con la promessa del rimborso ai risparmiatori colpiti (e truffati si potrebbe aggiungere);


5) Si è rivelata sbagliata anche la logica dei “distretti” e della “fabbrichetta del Nord-Est” (fenomeno, come stiamo notando, strettamente collegato con la situazione delle banche).Si è risposto, nel corso degli anni, in maniera completamente sbagliata alle esigenze di decentramento sul territorio delle possibilità d’investimento che pure erano state giustamente avanzate fin dagli anni’80 del secolo scorso. Si raccolgono così, non certo da oggi, i frutti amari della “deregulation” attuata in materia di rapporti di lavoro, di relazione con l’ambiente da parte dell’impresa, di sparizione degli elementi d’intervento e gestione pubblica anche attraverso il ruolo delle istituzioni. In questo modo l’Italia si è marginalizzata rispetto al contesto europeo, la fragilità del suo tessuto economico è stato facile preda delle delocalizzazioni e delle acquisizioni esterne: senza alcuna idea autarchica o sovranista è evidente che l’assenza di una struttura industriale “forte” nei settori strategici si sia rivelata esiziale
6) Non si è mai realizzata un’ipotesi di capacità programmatoria delle Regioni (ridotte ormai a Ente di nomina e di spesa) e si sono stroncate, proprio sul piano economico, le possibilità degli Enti Locali, abbattendone i bilanci a colpe di scure (anche su questo punto il programma del costituendo governo non enuncia nulla di concreto), di intervenire sul territorio in tema di infrastrutture. Si è dimostrato sbagliato anche il modello delle “aree industriali di crisi complessa” da affrontare attraverso Invitalia, proprio perché modello interno all’opzione “deregulation” e attuato, quando è capitato, al di fuori da una logica programmatoria da esercitarsi sia sul piano generale, sia in sede locale;
7) Risultato: estrema debolezza della struttura industriale ormai sede di assalto da parte di compagnie di ventura oltre alla mai abbastanza ricordata intensificazione dello sfruttamento e quindi della crescita nella precarietà e nell’incertezza anche delle stesse espressioni di capacità tecnico – scientifica (senza aprire questo capitolo che pure dovrebbe essere ricordato e analizzato con grande determinazione). La storia più recente della siderurgia in Italia ma anche della chimica e dell’elettronica può essere considerata del tutto paradigmatica;
8) Completamente dismessa la possibilità d’investimenti pubblici in un quadro di programmazione economica (impedita tra l’altro, è bene ricordare, dai Trattati Europei, con la tagliola degli “aiuti di stato”) e di gestione pubblica diretta di alcuni comparti assolutamente strategici (ferrovie, aerei, utilities energetiche, ecc) oltre alla confusione legislativa al livello degli Enti Locali la situazione italiana presenta sostanzialmente tre punti da evidenziare che qui elenchiamo raccogliendo le fila del ragionamento:
a) deficit strutturale nei settori strategici della produzione industriale e delle infrastrutture;
b) Intensificazione dello sfruttamento nel segmento occupato del mercato del lavoro: sfruttamento realizzato attraverso essenzialmente la leva del precariato che il Job Act ha assolutamente ingigantito;
c) Assenza d’investimenti pubblici rivolti soprattutto all’innovazione tecnologica, mentre la gestione delle principali aziende italiane appare in forte ritardo (permangono anche, com’è ben noto, forti frizioni nel rapporto tra industria e ambiente, anche esse derivanti dal deficit d’investimento, come è ben dimostrato dal caso della siderurgia).
In sostanza il tema dello sfruttamento può essere affrontato elevando la qualità del lavoro. Qualità del lavoro da elevarsi soprattutto sotto l’aspetto tecnologico dell’innovazione, dell’estensione nella certezza delle condizioni materiali di lavoro e di vita, di promozione delle professionalità in un’entità collettiva e non meramente di competizione individualistica, in una dimensione complessiva d’iniziativa e gestione pubblica dei settori strategici dell’industria: solo così può essere possibile mettere in discussione radicalmente i parametri europei, si può ricostruire i termini di un’idea d’iniziativa capace, attraverso le lotte e senza demandare al puro gioco istituzionale e legislativo, di contrastare il precariato materiale e morale che avviluppa questa fase di declino della società, si può cominciare a lavorare alla costruzione di un’alternativa insieme sociale e politica.


Film
Après mai  
di Mila Fiorentini

Nel quadro del tema del Maggio ’68, Film e incontri legati al Maggio francese, nell’ambito della mostra “Nascita di una Nazione” in corso a Palazzo Strozzi (dal 16 marzo al 22 luglio 2018) l’Institut français organizza un ciclo di incontri e di proiezioni.
Scatenati da una rivolta della gioventù studentesca di Parigi che si estese al mondo operaio e praticamente a tutte le categorie della popolazione sull'intero territorio nazionale, gli eventi del '68 restano il più importante movimento sociale della storia di Francia del XX secolo. In Francia queste manifestazioni acquistano un tono particolare perché si aggiunse il 13 maggio 1968 il più importante sciopero generale della V Repubblica che paralizzò completamente il paese per diverse settimane, accompagnandosi ad una generale frenesia di discussioni, dibattiti, assemblee generali e riunioni informali, che si svolgevano ovunque. La Francia si annoiava, il Gaullismo era al tramonto, finché poi arrivò la primavera del 1968.
Il Calendario cinematografico inizia il 24 maggio con APRÈS MAI, film del 2012, in Italia uscito con il titolo Qualcosa nell’aria, per la Regia di Olivier Assayas, che appare come un film realmente girato nel 1971, l’anno che appare all’inizio del film, la cui vicenda prende avvio dalla ribellione degli studenti in favore dei dirigenti arrestati della sinistra proletaria: la manifestazione viene duramente repressa dalla polizia e un ragazzo perde un occhio. Una ricostruzione vintage impeccabile, con una fotografia curata, e il mezzo, lo stile e il linguaggio che sposano il contenuto evocato. Molto curato, è un documento dettagliato di quella rivolta studentesca contro l’autorità, la scuola, le condizioni di lavoro, dalla parte degli operai, vissuta à bout de soufle, con un accento romantico, malgrado tutto, un’ingenua presunzione utopistica e molta confusione. La rivoluzione politica si sposa infatti con quella sessuale, in una continuità intrecciata, dalla presa di coscienza un po’ superficiale. Il film, con Clement Metayer, Lola Creton, Felix Armand, Carole Combes, India Menuez. Ben costruito nel seguire parallelamente le vicende di vari adolescenti, che si relazionano tra loro, cercando ciascuno la propria via, di fuga prima, di costruzione poi. Il sapore che resta è amaro, come la sensazione che tutto vada in fumo con il rischio di assimilazione a quella borghesia tanto contestata. Non è un caso forse che gli operai, evocati costantemente, non si vedano mai; mentre lo sfondo di riunioni, occupazione, feste e festini siano sempre case alto borghesi. Interessante la costruzione di una sorta di film nel film che fa di Après Mai, presentato alla 69° Mostra del Cinema di Venezia dove ha conquistato il premio Osella per la miglior sceneggiatura, poi a Toronto, San Sebastián e New York, che diventa una riflessione sul cinema, sul linguaggio e sul mondo della cultura. Il film, che ha una componente autobiografica, è un ritratto delle conseguenze del maggio francese, ma anche una riflessione sull'adolescenza e l'idealismo rivoluzionario ai giorni nostri che spesso si perde nei meandri di discussioni su dettagli che perdono il contatto con la vita reale, come il ruolo dei trozkisti e la separazione ad un certo punto da parte dei rivoluzionari dallo stesso partito comunista, per abbracciare una linea estrema anarchica, in Francia; di lotta armata, in Italia. Purtroppo la cinematografia di Assayas, ex redattore dei Cahiers du cinéma, non è molto frequentata in Italia ed è pertanto un’occasione importante. I protagonisti sono aspiranti pittori e disegnatori; una danzatrice che vuole recuperare il senso orientale di “danzare per gli dei” che, dopo una fuga in India, raggiungerà il padre diplomatico a New York, per tentare l’ammissione in una scuola di danza e abbracciare una via seriamente; nonché cineasti che vogliono promuovere un cinema alternativo fatto di reportage, di film documento sulla realtà degli ultimi, siano gli operai delle nostre fabbriche o gli oppressi in Laos o in Cina. Non siamo di fronte a un film sul ’68 e crea un’inversione rispetto a quanto racconta nel film: il cinema di pura denuncia e documentazione, rivolta al popolo che vuole la verità. Al contrario, Après mai, resta anche un viaggio introspettivo soprattutto nel personaggio centrale, Gilles, un adolescente che si dibatte nei meandri della sua passione per la pittura, dell’innamoramento per donne che lo affascinano e lo lasciano per seguire personaggi più determinati nella “lotta”, alla ricerca di una maniera diversa di fare cinema anche rispetto al padre, che sembra scrivere mediocri sceneggiature di Maigret.
Il film racconta le vicende, dopo una bravata notturna e un incidente incorso, di alcuni liceali interpretati da “attori per caso”, scelti appositamente attraverso un casting  tra strada e circoli giovanili, si trasferisce lontano da Parigi dove l’atmosfera era troppo calda. Alcuni intraprendono un viaggio in Italia, fermandosi a Firenze, proprio nei luoghi intorno alla sede attuale dell’Institut français, e proseguendo verso il sud, in direzione Reggio Calabria. Sublime la scena che ricorda le installazioni di Bill Viola della prima ragazza amata dal protagonista che perdendosi nella fuga-ricerca di sé, alla fine viene avvolta in un fuoco, l’incendio divampato nella villa in cui è in corso una festa.

Il ciclo si concluderà in occasione della festa nazionale francese: Libertà, uguaglianza e fraternità, a 50 anni dal “Mai 68”  che si svolgerà nella notte tra il 13 ed il 14 luglio.

Après Mai
Regia e sceneggiatura di Olivier Assayas
Interpreti Clement Metayer, Lola Creton, Felix Armand, Carole Combes, India Menuez
Anno di uscita 2012
In Italia 17 gennaio 2013
Titolo italiano Qualcosa nell’aria
Genere Drammatico
Durata 122 minuti 
VO francese con sottotitoli in italiano
Premio Migliore sceneggiatura Mostra di Venezia

Institut Français Firenze, piazza Ognissanti 2
Ingresso libero




Palestina occupata.
In morte di un soldato israeliano...
di Patrizia Cecconi


Nella martoriata terra di Palestina altri ragazzi in questi giorni sono morti. Uno era quasi un bambino, aveva 15 anni ed è morto in seguito alle ferite riportate durante la manifestazione per la Nakba, in Cisgiordania, mentre chiedeva il rispetto delle legge internazionale. Disarmato. Si chiamava Odai Akraam M. Abu Khalil, aveva gli occhi azzurri, un sorriso aperto al mondo, era bello. Gli ha sparato un soldato dello Stato occupante, probabilmente di pochi anni più grande di lui, il quale per questo e forse per altri omicidi, presumibilmente verrà premiato per aver svolto egregiamente il suo lavoro. Esattamente come il suo collega, quello che ha ferito a morte Hussein Abu Aweida che aveva un carrettino di gelati in uno degli accampamenti della Grande marcia del ritorno. Era anche distante dal border, ma il cecchino lo ha centrato lo stesso e dopo un’agonia di diversi giorni oggi è morto. Anche lui ucciso da un soldato che faceva bene il suo lavoro. Un lavoro non nobile, ma pur sempre un lavoro. Quel tipo di lavoro che il poeta cristiano padre Turoldo, in un verso di una sua poesia, sintetizzava scrivendo “dove finisce l’uomo comincia il soldato”.
La libertà e il rispetto della legge che chiedevano, in luoghi diversi, Odai Akram e Hussein Abu Aweida davanti ai loro assassini sono rimaste istanze rivolte al cielo. Altri seguiteranno a chiederle e a camminare sui loro passi, ma saranno passi sempre più duri perché poggiano su un terreno troppo imbevuto di sangue.
Un altro ragazzo di nome Ronen Lurbasky è morto a pochi chilometri da Hussein ma molto vicino a Odai, perché in fondo la Palestina tutta, anche quella parte che oggi si chiama Israele, non ha grandi distanze. Potevano essere fratelli Ronen e Odai, solo cinque anni di differenza, Ronen aveva infatti 20 anni ed anche lui è morto non subito, ma in seguito alle ferite riportate mentre entrava, armato, insieme ad altri soldati israeliani, nel campo profughi di Al Amari, vicino Ramallah, in territorio a tutti gli effetti palestinese, per una delle continue retate che l’esercito occupante compie quotidianamente nei campi profughi in Cisgiordania. Entrano le jeep blindate e seminano un po’ di terrore, di solito i soldati vanno per arrestare qualcuno, a volte vanno ad arrestare addirittura bambini di sette, otto anni accusati di aver tirato dei sassi, ma più spesso ragazzi di età variabile tra i 16 e i 25-30 anni rei di resistere all'occupazione.
Come succede regolarmente in questi casi, la comunità del campo, che non sa neanche chi sarà il prossimo arrestato, cerca di respingere i soldati occupanti con l’unica arma che ha: le pietre. Ne nascono scontri. Sono scontri impari, è ovvio, infatti spesso ci scappa il morto, ovviamente palestinese, spesso il ferito, sempre palestinese com’è ovvio visto che i palestinesi non hanno armi, ne hanno caschi o giubbetti antiproiettile. Comunque di solito i soldati dell’IDF - quell’esercito che Israele ha definito il più morale del mondo, locuzione che tutti ormai hanno fatto propria per coazione a ripetere - devastano qualche abitazione e arrestano qualcuno anche senza una precisa accusa, basta essere stato notato come resistente all’occupante per finire in prigione per un mese, un anno, venti anni, dipende. Stavolta, al rituale lancio delle pietre da parte dei palestinesi, si è aggiunta la caduta, probabilmente voluta per evitare l’arresto da parte dei soldati, di una lastra di cornicione dal terzo piano della casa in cui i soldati stavano facendo irruzione e questa ha colpito Ronen Lubarsky sulla testa. Ronen, 20 anni, è morto mentre faceva il suo dovere. Un brutto dovere, forse lo avevano convinto che i palestinesi non hanno diritto a nessuna forma di rispetto e se alzano la testa li si può arrestare o uccidere, forse invece non aveva avuto il coraggio, che alcuni ragazzi israeliani hanno, di dire “NO, io il servizio militare contro un popolo illegalmente occupato non lo faccio”. Non lo sappiamo. Quel che sappiamo per certo è che nessuno parlerà di eccesso di difesa rispetto al lanciatore della grossa pietra, ma in tanti, come pappagalli ammaestrati, ripeteranno le parole di Netanyahu e chiameranno eroe il soldato che andava, sebbene sotto comando, a svolgere il suo dovere di oppressore, e chiameranno terrorista chi ha lanciato la lastra di pietra che lo ha ucciso. Ora più famiglie piangono i loro ragazzi e per pietà umana auguriamo che tutti riposino in pace. La morte è una livella, recitava il grande Totò in una sua poesia, è vero, ma prima della morte qualcuno era l’oppresso e qualcun altro l’oppressore. Dimenticare questo non aiuta né la comprensione della questione israelo-palestinese, né tantomeno aiuta il difficile percorso verso una giusta pace, quella che non potrà mai essere possibile finché Israele, incommensurabilmente più forte tra le due parti, seguiterà ad occupare la Palestina in violazione di tutte le norme del Diritto internazionale. Finché distruggerà scuole e distruggerà villaggi, finché ucciderà e ferirà centinaia e migliaia di inermi, come ha fatto in queste settimane alla Grande marcia del ritorno, avanzando perfino il diritto a non essere giudicato. Che riposi in pace il soldato israeliano, nella stessa terra in cui riposano gli oltre 115 palestinesi, tra cui diversi bambini, di cui forse qualcuno ucciso anche da lui o da qualche suo amico con la stessa divisa, convinto che gli ordini vanno eseguiti.

martedì 29 maggio 2018


L’ELZEVIRO
di Franco Astengo

Sul piano dell’agire nei limiti della Costituzione Mattarella è sicuramente rientrato nei canoni. Era risultata maggiormente “border-line” l’iniziativa di Napolitano in occasione della nomina di Monti. Secondo l’art.92, infatti, è il Presidente della Repubblica che “nomina i ministri su proposta del presidente incaricato” di conseguenza è suo il potere di firma e di conseguenza la responsabilità. Diverso è il piano politico: nell’intervento con il quale il Presidente ha dettagliatamente dato conto della vicenda e delle ragioni dello scioglimento negativo della riserva da parte del presidente incaricato (che dal canto suo non ha fornito alcuna spiegazione) Mattarella è entrato nel merito politico. Soprattutto attraverso la frase riguardante “ i risparmi degli Italiani”. In questo caso si è sicuramente posto, sul piano politico, ben oltre il suo ruolo di imparzialità istituzionale. Anzi ha generato, probabilmente, fattori di vero e proprio riallineamento sistemico con parti politiche che si sono riconosciute nella sua azione fino a farne elemento di blocco. Nella sostanza, a questo punto, il voto parlamentare di fiducia al nuovo governo potrebbe stabilire l’asse delle alleanze per le probabili elezioni anticipate. Da un lato i “sovranisti anti-euro”, dall’altra gli europeisti chiamati a raccolta oggettivamente proprio dal Presidente con lo scompaginamento del precedente quadro di alleanze sulla base del quale si è andati al voto il 4 marzo. Neppure Cossiga con le “picconate” aveva ottenuto un tale risultato anche se aveva contribuito fortemente a far crescere l’onda popolare anti-sistema dei partiti e la richiesta di modifica del sistema elettorale in senso maggioritario (riforma del sistema elettorale della quale Mattarella era stato relatore alla Camera). Le tensioni presidenzialiste sono sempre state molto forti nella sinistra democristiana (Fanfani) e ancora una volta si rivelano.


«Sovranità» da Bruxelles, non da Washington
di Manlio Dinucci

Steve Bannon,  ex stratega di Donald Trump, teorico del nazional-populismo, ha espresso il suo entusiastico sostegno all’alleanza Lega-Movimento 5 Stelle per «il governo del cambiamento». In una intervista (Sky TG24, 26 maggio) ha dichiarato: «La questione fondamentale, in Italia a marzo, è stata la questione della sovranità. Il risultato delle elezioni è stato quello di vedere questi italiani che volevano riprendersi  la sovranità, il controllo sul loro paese. Basta con queste regole che arrivano da Bruxelles».
Non dice però «basta con queste regole che arrivano da Washington».
Ad esercitare pressione sull’Italia per orientarne le scelte politiche non è solo l’Unione europea, dominata dai potenti circoli economici e finanziari soprattutto tedeschi e francesi, che temono una rottura delle «regole» funzionali ai loro interessi. Forte pressione viene esercitata sull’Italia, in modo meno evidente ma non meno invadente, dagli Stati Uniti, che temono una rottura delle «regole» che subordinano l’Italia ai loro interessi economici e strategici. Ciò rientra nelle politiche che Washington adotta verso l’Europa, attraverso diverse amministrazioni e con metodi diversi, perseguendo lo stesso obiettivo: mantenere l’Europa sotto l’influenza statunitense.  Strumento fondamentale di tale strategia è la Nato. Il Trattato di Maastricht stabilisce, all’Art. 42, che «l’Unione rispetta gli obblighi di alcuni Stati membri, i quali ritengono che la loro difesa comune si realizzi tramite la Nato». E il protocollo n. 10 sulla cooperazione stabilisce che la Nato «resta il fondamento della difesa» dell’Unione europea.
Oggi 21 dei 27 paesi della Ue, con circa il 90% della popolazione dell’Unione, fanno parte della Nato, le cui «regole» permettono agli Stati uniti di mantenere, sin dal 1949, la carica di Comandante supremo alleato in Europa e tutti gli altri comandi chiave; permettono agli Stati uniti di determinare le scelte politiche e strategiche dell’Alleanza, concordandole sottobanco soprattutto con Germania, Francia e Gran Bretagna, facendole quindi approvare dal Consiglio Nord Atlantico, in cui secondo le «regole»  Nato non vi è votazione né decisione a maggioranza, ma le decisioni vengono prese sempre all’unanimità.
L’ingresso nella Nato dei paesi dell’Est, un tempo membri del Patto di Varsavia, della Federazione Jugoslava e anche dell’Urss, ha permesso agli Stati uniti di legare questi paesi, cui si aggiungono Ucraina e Georgia di fatto già nella Nato, più a Washington che a Bruxelles.
Washington ha potuto così spingere l’Europa in una nuova guerra fredda, facendone la prima linea di un sempre più pericoloso confronto con la Russia, funzionale agli interessi politici, economici e strategici degli Stati Uniti. Emblematico il fatto che, proprio nella settimana in cui in Europa si dibatteva aspramente sulla «questione italiana», è sbarcata ad Anversa (Belgio), senza provocare alcuna significativa reazione, la 1a Brigata corazzata della 1a Divisione statunitense di cavalleria, proveniente da Fort Hood in Texas. Sono sbarcati 3.000 soldati, con 87 carri armati Abrams M-1, 125 veicoli da combattimento Bradley, 18 cannoni semoventi Paladin, 976 veicoli militari e altri equipaggiamenti, che saranno dislocati in cinque basi in Polonia e da qui inviati a ridosso del territorio russo.
Si continua in tal modo a «migliorare la prontezza e letalità delle forze Usa in Europa», stanziando dal 2015 16,5 miliardi di dollari. Proprio mentre sbarcavano in Europa i carri armati inviati da Washington, Steve Bannon incitava gli italiani e gli europei a «riprendersi  la sovranità» da Bruxelles.


lunedì 28 maggio 2018


LA CONCEZIONE DELLA POLITICA
di Franco Astengo


Dedicato alle vicende politiche dell’oggi, allo scenario che si presenta, sempre con un pensiero rivolto alla memoria: “ Fare della politica significa agire per trasformare il mondo. Nella politica è quindi contenuta tutta la filosofia reale di ognuno, nella politica sta la sostanza della storia e, per il singolo che è giunto alla coscienza critica della realtà e del compito che gli spetta nella lotta per il trasformarla, sta anche la sostanza della sua vita morale”.
Palmiro Togliatti appunti “Studi gramsciani. Atti del convegno di Roma, 11-13 gennaio 1958” Roma, Editori Riuniti 1958”.
Questa frase racchiude l’essenza delle motivazioni che appartenevano alla volontà generale dell’agire politico nel tempo delle ideologie e delle grandi formazioni di masse e vale ancora la pena, almeno per chi scrive, rappresentarla non come semplice (pur indispensabile) esercizio della memoria. Si tratta di temi da meditare. Certo non tutto era rose e fiori, le contraddizioni non mancavano e non sono mai venute meno: contraddizioni dure tra il quotidiano e la prospettiva; tra l’essere e il divenire nello spazio tra la ragione e la volontà. Contraddizioni che sono state affrontate e, in certi casi, non superate.
Abbiamo vissuto davvero momenti ben più drammatici di quelli odierni: tra il 1950 e il 1960 la polizia sparava spesso sugli operai in sciopero e i contadini che occupavano le terre: Melissa, Montescaglioso, Modena fino a Reggio Emilia restano indelebili nella nostra memoria di allora, giovani militanti, e di oggi.
La svolta si verificò con la classe operaia in campo e la cacciata, dalla piazza, di un governo democristiano appoggiato dai fascisti. Oggi la situazione si presenta completamente ribaltata. È bene ricordare che affrontiamo questa difficile situazione dell’oggi al di fuori dalla possibilità di essere presenti sul serio nella dinamica politica, sovrastati e schiacciati da motivazioni strumentalmente opposte che non ci appartengono, non stanno nella nostra storia internazionalista e di solidarietà di classe.
In questi anni ci si è ostinatamente rifiutati di ascoltare chi chiedeva di ripensare alla possibilità di costruzione di una soggettività politica fondata sull’evidente allargamento dell’ antica e mai tramontata” contraddizione principale”, sul tema del rapporto tra lavoro e sfruttamento dentro ad un’egemonia capitalistica sempre più vorace. Ha prevalso, in gruppi dirigenti improvvisati il corporativismo di una politica per se medesimi,  utilizzata come strumento per soddisfare la bramosia di un presenzialismo rivelatosi inutile e dannoso, cedendo sui principi fondamentali, concedendo spazio allo sgretolarsi di una società sempre più individualistica alla quale non si è contrapposto seriamente alcun modello di nuova integrazione di massa, rinunciando alla necessaria organicità nel rapporto tra politica e cultura. Si è fatto a meno dell’autonomia di pensiero, di organizzazione, di azione per seguire il flusso dell’eterno presente imposto dalla vanità del rispecchiarsi dei mezzi di comunicazione il cui utilizzo è diventato un fine. È stato questo l’elemento con il quale non si sono fatti i conti e, forse, è ormai tardi per cominciare.

domenica 27 maggio 2018

Libri
"I Provos, i Beatniks e l’Anarchia (1966-1967)"
Lo storico libertario Franco Schirone parla del suo nuovo libro.

La copertina del libro


“...Quante le strade che un uomo farà
e quando fermarsi potrà
quando tutta la gente del mondo riavrà
per sempre la sua libertà
quante volte un uomo dovrà litigare
sapendo che è inutile odiare
e quante morti ci vorranno perché egli sappia
 che troppe persone sono morte
quante volte le palle di cannone dovranno volare
prima che siano bandite per sempre?
Risposta non c'è o forse chi lo sa
caduta nel vento sarà.

(Bob Dylan, Blowin In The Wind)



Questo breve saggio vuole essere semplicemente un omaggio a una generazione perduta nel tempo e per le strade del mondo. A quei ragazzi e ragazze che nella metà degli anni Sessanta hanno desiderato la libertà totale al posto dell'ipocrisia e la dignità umana al posto dell'arrivismo. Agli indesiderati da tutti, agli allontanati con i fogli di via come appestati e ai denigrati dalla grande stampa: borghese, fascista, reazionaria o comunista, i cui colori sfumavano, si confondevano e il grigiore, soprattutto quello mentale, li univa. Ecco, in queste pagine parlano loro. Solo loro!
Quelli della generazione dell'innocenza, dei semplici, degli spontanei. Ma testardi nella loro volontà di critica al sistema. Parla l'ingenuo movimento che si è messo contro ogni genere di autoritarismo: il militare, lo Stato, la chiesa, la scuola, la famiglia.
Quelli che hanno anticipato le grandi rivolte del sessant'otto, spesso derisi dai movimentini iper organizzativisti e ideologizzati (chiamiamoli pure stalinisti, nessuna remora).
Quelli che hanno trovato l'anarchia sulla loro strada, spesso senza saperlo, spesso senza alcun filo diretto con quel movimento, pur parlando la stessa lingua senza che alcuno l'abbia insegnata: questo, forse, per tanti, è venuto dopo.



Per scrivere questa storia ho ripreso un capitolo de La gioventù anarchica e l'ho ampliato utilizzando documentazione che nel frattempo ho potuto ritrovare. Si tratta di fogli e ciclostilati, una produzione cresciuta un po' in tutta Italia, prodotti dai gruppi o da individui che s'identificano in quell'ampio movimento noto col nome di "contestazione globale: sono, i Provos, i Beatniks, i Beats, i Pleiners, i Nozems, i Cavalieri del nulla. Insomma, "i capelloni", come sarcasticamente, sbrigativamente e soprattutto sprezzantemente venivano chiamati i ragazzi e le ragazze di quella generazione, dal poliziotto, dal benpensante, dal giornalista, dal mezzobusto della cronaca nera televisiva. I loro fogli, su cui hanno scritto i loro ideali e il loro pensiero, sono semplici e poveri. Sono ciclostilati, il più delle volte prodotti da un vecchio arnese dell'anteguerra, col nero dell'inchiostro che straborda a una pressione in più del dito sulla leva e macchia volentieri il bianco del foglio coprendo parti del discorso scritto. Le copertine e i disegni sono fatti a mano libera, con una penna a punta tondeggiante che solca e traccia una lucida e lunga matrice teneramente plastificata: tanto basta, ad esempio agli ironici Provos milanesi, per "dichiarare guerra agli Stati Uniti" per il genocidio che sta compiendo contro la popolazione vietnamita. La matrice "elettronica" verrà lì per lì ma son davvero pochi ad averla e per chi la detiene, è una grande cosa organizzare un foglio su cui incollare ritagli di giornali, foto e quant'altro, utili per la riproduzione: la comunicazione, così, è più immediata, colpisce chi legge, possono essere riprodotte e poi diffuse senza censure le immagini delle marce antimilitariste, gli scioperi della fame o le bombe che uccidono i bambini in Vietnam. Per i ragazzi e le ragazze, questi fogli non sono "ciclostilati": sono veri e propri "giornali", al pari dell'odioso "Corriere della Sera" che spara a zero su di loro. Nessuna differenza, se non nel contenuto, ovviamente. Ecco, questi giornali (ed ora togliamo pure il virgolettato) sono stati analizzati per rispondere fondamentalmente ad una domanda: quale rapporto esiste, e se esiste, tra il movimento dei giovani contestatori e gli anarchici (almeno con la componente giovanile), o col pensiero anarchico in generale.



Questo saggio, per la prima volta, affronta direttamente questo tema, mettendo a confronto la gioventù ribelle e la gioventù anarchica attraverso i loro incontri comuni, le comuni battaglie e le prospettive. Nella seconda parte del presente lavoro proponiamo ottanta volantini prodotti tra il 1966 e il 1967 a Milano, Roma, Savona, Lentini, Reggio Emilia, Lucca, Rimini, Brescia, ecc.; fogli spesso sequestrati su cui lo Stato ha confezionato denunce; fogli che irridono alla gerarchia della chiesa, al borghese, al potere, al militarismo; fogli che rigettano la grigia morale della società borghese; fogli che urlano la demolizione di un mondo marcio.
La domanda che ci si può porre, dopo quell'esperienza incredibile che ha preceduto il movimento del Sessant'otto, è la seguente: che fine hanno fatto i ragazzi e le ragazze della Beat generation?
Certamente la gran parte che ha calcato la via della moda e ne ha consumato i prodotti è stata tranquillamente riassorbita dal sistema, magari conservando un granello "ribelle", che fa sempre "chic" nella società dello spettacolo.
E gli altri?
Degli altri se ne è parlato e scritto, ma solo in parte.
Si è scritto dei personaggi più in vista di quel mondo, se n'è seguito il cammino e le avventure in Marocco, nel Nepal, in Afganistan, in India, o in oriente alla ricerca di altri mondi sul versante mistico attraverso la filosofia Zen, così come negli Stati Uniti era avvenuto con i viaggi verso il Messico e il Sud e la riscoperta delle antiche culture dei Maya, dei Nativi americani e africani. Altri hanno giocato sulla propria creatività in campo sociale, artistico, dell'editoria alternativa.


Scrivendo di loro, e solo di loro, in loro si è voluto identificare il "tutto". Anche nei documentari di recente produzione, sicuramente interessanti per molti versi, è stata ripetuta l'identica semplificazione che però offusca una più complessa realtà.
Una parte di quella gioventù ha sperimentato la vita delle Comuni, quelle agricole e quelle metropolitane per vivere insieme senza regole imposte, condividendo i gesti e i problemi quotidiani senza distinzione tra essere donna o uomo, condividendo i pochi soldi che giravano, dicendo no alla guerra, alla violenza, alle gerarchie, al possesso, alla gelosia... Questo era per noi la fratellanza e questo siamo riusciti a vivere e a realizzare in uno spazio-tempo che sembra oggi sospeso... in un'utopia futura.
Altri sono confluiti nel nuovo movimento di contestazione dopo il "Maggio Francese" del 1968: in parte su posizioni piuttosto distanti (per la vocazione non-violenta ed antiautoritaria) rispetto ai gruppi politicizzati marx-leninisti o stalinisti; altri ancora ne hanno fatto parte a pieno titolo, secondo le situazioni, il territorio, le realtà cittadine o la provincia, pur conservando la propria natura antiautoritaria. Altri ancora sono confluiti nei diversi e variegati gruppi anarchici, interessandosi dell'organizzazione, creando situazioni di lotta nelle grandi fabbriche, praticando l'anarco-sindacalismo attraverso la creazione di "comitati di lotta", portando avanti la battaglia contro le centrali nucleari, per l'ecologismo, per la liberazione animale. Molti di quei giovani non si sono mai arresi e li ritroviamo ancora oggi, barba e capelli lunghi candidi, presenti nello scontro sociale: tra i No-Tav, tra gli antimilitaristi e tra i movimenti orientati al cambiamento radicale della società.



Per richieste:
edizioni bruno alpini (bruno.alpini@libero.it)
stella nera (stella_nera@tin.it)
Redazione di “Odissea”:
Per contatti con l’Autore
aanteo@alice.it


LETTURA/5
Aforismi per un giorno solo





*
Quando si è troppo sofferto, la fermezza viene scambiata per forza

*
Buon senso è scegliere il male minore

*
Le leggi arrivano sempre in ritardo per i trasgressori

*
Le persone di statura morale si pongono al servizio della società”

*
Solo i geni possono permettersi di non mettere alcun titolo davanti 
al proprio nome

*
I luoghi comuni sono i terreni sterili dei benpensanti

*
Il più bel saluto: che l’amicizia sia con te

*
La generosa intelligenza procura turbamento

*
Cattiva politica: dal capitolato al capitombolato...”

*
L’arte è il linguaggio espressivo di un dolore aperto al mondo

[Laura Margherita Volante]

*
Il Mosè di Michelangelo ha le corna per un errore di traduzione delle 
Scritture… Ci sono altri errori in quei libri?
Ferrerio Ornella

*
Memoria Ricordo
L’attimo è fuoco che brucia e non mente:
al suo ardore, tutto acquista sapore e sapere, visibilità:
bello e brutto, dolore e piacere
ti danno la certezza di esistere lì,
nel punto piantato sulla terra incurante dell’oltre.”
Vincenzo Guarracino

*

Tutti conosciamo la versione di Cappuccetto Rosso e nessuno conosce quella del lupo. Forse ci parlerebbe di solitudine e di orgoglio, di lune favolose e di boschi cancellati dagli uomini.
Fabrizio Caramagna

*
Per l’uomo politico, rubare per il partito non è un’attenuante, come si pensa,
ma un’aggravante. Se ruba per sé fa una vittima, il derubato. Se ruba per il partito ne fa due: il derubato e la democrazia.

*
Per la persona normale, due più due fa quattro. Per lo psicotico,  fa sette.
Per il nevrotico fa sempre quattro, ma gli dà fastidio.

*
Bacco, tabacco e Venere vogliono un fiasco, un letto e un portacenere.”

*
Tradurre la poesia è impossibile. La migliore delle traduzioni è una nuova poesia composta col pensiero di un altro.”

[Francesco Piscitello]

*
Essere più alti e belli dei propri pensieri, equivale sempre, o quasi,
a essere più bassi e brutti delle proprie suole.

*
Il matrimonio: è il presupposto indispensabile per il divorzio.

Il gregge: un ammasso di velli vaganti simili a nuvole, 
ma con piogge di latte e non d'acqua.

*
In amore, si è stimati per ciò che si ha; nell'amicizia, per ciò che si dà.”

*
La vecchiaia: è la giovinezza agli arresti domiciliari.

*
La cascata: una caduta del fiume dal letto.”

*
La corona: è ciò che i reali portano in testa; alcuni popoli, in tasca.”

*
“La riva: la linea in cui l'onda bacia la terra, e torna a casa.”

*
L’abbraccio è il cuore a cerchio attorno al corpo di una persona cara.

*
Una nuova formula di contratto mezzadrile: i contadini coltivano,
i cinghiali raccolgono”.

*
La morte è il passaggio dal sonno Rem al sonno Eterno.

[Nicolino Longo]

*
Quali che siano le conseguenze dell’Amore saranno sempre danni e guasti 
da post terremoto.”

*
L’Amore è una religione. Ed è l’unica religione che subito ospita in Paradiso, 
soprattutto se si è grandi peccatori.”

[Dante Maffìa]

*
Formula magica a risvegliare una realtà dormiente, la parola.”

*
Perdermi nell’azzurro di cieli o acque, perché di profondità mi parlano.”

*
La Via Lattea accoglie duecento milioni di buchi neri, 
bande di vagabondi assassini:
una gran fortuna non aver ancora incrociato uno di quei briganti.”

*
Per ricordarci che persino ciò che non si vede esiste, notturna carezza di Sole
Luna ci dona.”

*
Per tutta la vita ti porti appresso la tua ombra 
ma prima del tramonto si allunga 
l’oscurità davanti a te aumenta.”

*
Goloso di istanti il passato, cresce fino a diventare un gigante
che un giorno ti aggredisce alle spalle.”

*
Quando le radici – i genitori – muoiono, inizia a cadere il nostro albero.”

*
Presto riposeranno nel cimitero degli idiomi defunti 
le nostre moderne parole neonate.”

*
Parti dal presupposto che nulla ha un senso, 
ma poi colma di significati la tua vita.”

*
La fisica quantistica ci insegna la fede nell’incertezza.”

[Lidia Sella]

*
Non tutte le idee sono vendibili. Oggi come oggi, conviene non averle.”

*
Chi ha fede vive per meritarsi l’aldilà. Chi non ce l’ha, gronda sudore e sputa sangue per meritarsi l’aldiquà.”

[Giuseppe Denti]

*
Non ne vale la pena, tanto è già tutto pena

*
Amore Homo
È meglio se due uomini si baciano o se si afferrano alla gola?
Scegliete voi

*
Se la musica è morta, morta è la via...

*
Compiacere, soggiagere, giacere... Amen

*
C’è chi mangia il fegato, e chi se lo mangia

*
La poesia mi ha lasciato un pugno di mosche, ma voi ve ne beerete

*
Io sono un poeta da quattro soldi, voi neppure da uno

[Angelo Gaccione, Milano 26 maggio 2017]