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mercoledì 19 settembre 2018


PER GENOVA CON AMORE
NUOVE INIZIATIVE A QUARTO


L’ex ospedale psichiatrico di Quarto-Genova, con L’Istituto Materie e Forme Inconsapevoli e Quarto Pianeta (di cui diverse volte abbiamo parlato su Odissea), nei quarant’anni della Legge 180 (Legge Basaglia) è più vivo che mai. Con i suoi nuovi locali e le sue tantissime, pregevoli iniziative (mostre, dibattiti, convegni, presentazioni di libri, spettacoli, danza e molto altro) non smette di affascinare il pubblico e di onorare la memoria di Claudio Costa, Antonio Slavich (i primi a concepire un laboratorio di arte-terapia in quel luogo che non voleva più essere solo di sofferenza e malattia) e ora anche di Gian Franco Vendemiati, scomparso pochi mesi fa dopo una vita dedicata alla realtà di Quarto.
Ora un nuovo ciclo di incontri e una mostra di Giuliano Galletta e Beppe Dellepiane, sempre presso il Centro di Via Giovanni Maggio 4 (locandine qui sotto) stanno per aprire i battenti e permettere a tutti di conoscere una delle realtà più affascinanti e feconde non solo di Genova.Massimo Casiccia, Rossella Soro, Amedeo Gagliardi e le tante persone che lavorano a Quarto sono encomiabili per tenacia, idee, spirito di sacrificio e volontà di portare avanti progetti importanti, ora più che mai in una città ferita e sofferente come Genova, che nonostante la rabbia e il dolore con fierezza e in silenzio, senza urlare ciò che fa (e quanto fa!), lotta per la propria dignità e bellezza.
Forza, siamo tutti con VOI!
Chiara Pasetti

La locandina degli eventi





L’ELZEVIRO
di Luigi Caroli


Il PCC*

L'inconvertibilità del dollaro in oro è stata sancita unilateralmente da Nixon il 15 agosto 1971 e nessuno - in Occidente - ebbe la forza di protestare. Non poteva farlo la Russia. Tantomeno la Cina. In seguito, gli americani si sono sempre opposti a che altre valute (l'euro in particolare) assumessero prestigio a livello mondiale in modo da essere usate negli scambi commerciali. Diversi sono stati i Paesi che sono falliti per aver tentato di adeguare al dollaro il cambio della loro valuta. I più furbi sono risultati i cinesi che - dal 1994 - hanno saldamente legato al dollaro il cambio della loro valuta. Senza permettere oscillazioni.
A seguito della globalizzazione cominciarono a fare affari d'oro e presero ad accumulare buoni del Tesoro e obbligazioni americane a vagonate quando General Motors trasferì in Cina le sue linee di montaggio.
Un libro americano titolava: Ruote General Motors, strade  cinesi.
Ma come hanno fatto ad evitare che i numerosi yuan stampati di conseguenza generassero l'inflazione nel Paese? Il Grande Capo ha ordinato alle banche locali di aumentare (con la scusa della sicurezza) forte-mente le riserve (in yuan, naturalmente) sterilizzandone gli effetti sui prezzi locali. E convinto i dirigenti delle grandi aziende esportatrici cinesi con le buone (pena la prigione) a fare altrettanto.
Pregi del Partito Unico!... e senza minoranza. I massimi fautori del capitalismo (e del globalismo) hanno finito per favorire i maggiori sostenitori ( a parole) del comunismo. E sono loro che adesso non possono protestare. Trump si rimangerà presto i dazi perché i cinesi potrebbero inondare il mondo di bot americani.
PS: nel 1994 il rapporto di cambio scelto dai cinesi col dollaro fu molto basso, non molto alto. Se noi fossimo entrati nell'euro col cambio a 1500 (invece che a 1936) oggi staremmo molto meglio. Se poi ci fossimo risparmiati Berlusconi, Renzi e i grossi sindacalisti che hanno fatto immeritata carriera politica, saremmo dei signori.

*PCC= Partito Comunista Capitalista

CONFUSIONE
INTERVENTO PUBBLICO E STATO SOCIALE
di Franco Astengo


Si fa presto a dire “Intervento pubblico e Stato sociale”, magari aggiungendo che la “confusione sotto il cielo è grande”, e basta. Tanto per spiegare lo stato delle cose in atto si può prendere come riferimento un’intervista ad Andrea Roventini, presentato da ”la Repubblica” come il Ministro del Tesoro “in pectore” scelto dal Movimento 5 stelle nel fantomatico governo formato nel corso della campagna elettorale.
Lo stesso Roventini si auto definisce: “ keynesiano eretico, critico con il liberismo e la deregolamentazione sfrenata dei mercati finanziari”. Fin qui tutto bene, ma per cercare di capirci meglio partiamo dal titolo dell’intervista stessa: “L’economista che piace ai 5S: Pace fiscale? Nome orwelliano, questo è solo un condono”. Un titolo che sembra tutto un programma, al quale – sempre allo scopo di comprendere la situazione andrebbe aggiunta la risposta all’ultima domanda dell’intervista:
Domanda: Appunto. Gli elettorati di M5S e Lega rischiano di restare delusi.
Risposta del prof. Roventini: “Guardi, io dico solo che le misure pensate dal M5S puntano a stimolare la domanda. Mi sembra la giusta strada, perché servono interventi di rilancio della crescita visto che il vero problema italiano non è tanto quello del debito quanto piuttosto quello della produttività. Se il nostro Paese chiedesse all’Europa qualche decimale di deficit in più per fare interventi di politica industriale incontrerebbe maggiore disponibilità da Bruxelles. Se invece quei margini li chiedesse per sperperarli in flat tax o misure simili, non ci sarebbe riscontro”.
Allora andiamo per ordine, saltando a piè pari il piccolo particolare della “disponibilità di Bruxelles” e degli intendimenti fin qui sbandierati nel confronto dell’Europa.
Andando, invece, nel merito: preso atto della posizione su condono e flat tax che credo debbano essere considerati entrambi come un grosso regalo ai ricchi e agli evasori. E fin qui il giudizio può apparire assolutamente scontato e banale. Il quesito vero però potrebbe essere così sintetizzato: come si accompagnano gli “interventi di politica industriale” con il reddito di cittadinanza?
Com’è possibile scegliere tra lo stimolo alla domanda attraverso l’incremento di produttività in un Paese come l’Italia in totale deficit nei settori strategici dell’industria e in grave difficoltà infrastrutturale, e l’elargizione di sussidi che, al massimo, una volta incassati potrebbero provocare - in situazioni soggettive di assoluta sopravvivenza - una minima crescita del consumo individuale a livello di bassissimo incremento produttivo? Non ritorniamo a questo punto nel dettaglio di antiche recriminazioni partendo dall’ errore clamoroso (denominiamolo ancora così per “carità di patria”) che fornisce l’idea concreta di ciò che è stata ed è la classe presuntuosamente dirigente di questo Paese: a partire dall’operazione smantellamento delle PPSS e scioglimento dell’ IRI negli anni’80.
Le poche aziende (Finmeccanica, Fincantieri, Fintecna, Alitalia e RAI) rimaste in mano all'IRI furono trasferite sotto il diretto controllo del Tesoro. Nonostante alcune proposte di mantenerlo in vita, trasformandolo in una non meglio precisata "agenzia per lo sviluppo", il 27 giugno 2000 l'IRI fu messo in liquidazione e nel 2002 fu incorporato in Fintecna, scomparendo definitivamente. Prima di essere incorporato dalla sua controllata ha però pagato un assegno al Ministero del Tesoro di oltre 5000 miliardi di lire, naturalmente dopo aver saldato ogni suo debito.
Qualsiasi idea d’intervento pubblico nella politica industriale deve necessariamente partire dalla riconsiderazione al riguardo dello scempio fatto in passato e risulta comunque assolutamente incompatibile con provvedimento di mera natura assistenziale (la DC, in condizioni economiche ben diverse dalle attuali, nella fase “affluente” della ricostruzione post-bellica aveva governato i due corni del dilemma. Poi come sappiano bene la situazione era degenerata).
Restano sullo sfondo alcune questioni: quelle del rapporto tra assistenza, previdenza e stato sociale nella società moderna e quella del sistema fiscale che si situa sempre al centro di un quadro di fortissima evasione e di mancato utilizzo della leva per un’efficace redistribuzione di reddito. Perché non si parla mai di “Patrimoniale”?
Insomma: la confusione sotto il cielo è grande e il rischio , scontato il “parturient montes nascetur ridiculus mus”, è proprio quella di un assemblaggio contraddittorio e ingovernabile. A questo punto sarebbe necessario ritornasse in scena la politica, ma questo è un altro discorso. Scontando la difficoltà di organizzare “cene riservate”.


La nuova cortina di ferro 
di Manlio Dinucci

La Lettonia sta costruendo una recinzione metallica di 90 km, alta 2,5 metri, lungo il confine con la Russia, che sarà ultimata entro l’anno. Sarà estesa nel 2019 su oltre 190 km di confine, con un costo previsto di 17 milioni di euro. Una analoga recinzione di 135 km viene costruita dalla Lituania al confine col territorio russo di Kaliningrad. L’Estonia ha annunciato la prossima costruzione di una recinzione, sempre al confine con la Russia, lunga 110 km e alta anch’essa 2,5 metri. Costo previsto oltre 70 milioni di euro, per i quali il governo estone chiederà un finanziamento Ue. Scopo di tali recinzioni, secondo le dichiarazioni governative, è «proteggere i confini esterni dell’Europa e della Nato». Esclusa la motivazione che essi debbano essere «protetti» da massicci flussi migratori provenienti dalla Russia, non resta che l’altra: i confini esterni della Ue e della Nato devono essere «protetti» dalla «minaccia russa».
Poiché la recinzione costruita dai paesi baltici lungo il confine con la Russia ha una efficacia militare praticamente nulla, il suo scopo è fondamentalmente ideologico: quello di simbolo fisico che, al di là della recinzione, c’è un pericoloso nemico che ci minaccia. Ciò rientra nella martellante psyop politico-mediatica per giustificare la escalation Usa/Nato in Europa contro la Russia.
In tale quadro, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato in Lettonia due volte, la prima in luglio in un giro di visite nei paesi baltici e in Georgia. Al pranzo ufficiale a Riga, il presidente della Repubblica italiana ha lodato la Lettonia per aver scelto la «integrazione all’interno della Nato e dell’Unione Europea» e aver deciso di «abbracciare un modello di società aperta, basata sul rispetto dello stato di diritto, sulla democrazia, sulla centralità dei diritti dell’uomo».
Lo ha dichiarato al presidente lettone Raymond Vejonis, il quale aveva già approvato in aprile il disegno di legge che proibisce l’insegnamento del russo in Lettonia, un paese la cui popolazione è per quasi il 30% di etnia russa e il russo è usato quale lingua principale dal 40% degli abitanti. Una misura liberticida che, proibendo il bilinguismo riconosciuto dalla stessa Unione europea, discrimina ulteriormente la minoranza russa, accusata di essere «la quinta colonna di Mosca». 
Due mesi dopo, in settembre, il presidente Mattarella è tornato in Lettonia per partecipare a un vertice informale di Capi di Stato dell’Unione europea, in cui è stato trattato tra gli altri il tema degli attacchi informatici da parte di «Stati con atteggiamento ostile» (chiaro il riferimento alla Russia).
Dopo il vertice, il Presidente della Repubblica si è recato alla base militare di daži, dove ha incontrato il contingente italiano inquadrato nel Gruppo di battaglia schierato dalla Nato in Lettonia nel quadro della «presenza avanzata potenziata» ai confini con la Russia.
«La vostra presenza è un elemento che rassicura i nostri amici lettoni e degli altri paesi baltici», ha dichiarato il Presidente della Repubblica. Parole che sostanzialmente alimentano la psyop, suggerendo l’esistenza di una minaccia per i paesi baltici e il resto dell’Europa proveniente dalla Russia.
Il 24 settembre arriverà in Lettonia anche Papa Francesco, in visita nei tre paesi baltici. Chissà se, ripetendo che si devono  «costruire ponti non muri», dirà qualcosa anche sulla nuova cortina di ferro che, dividendo la regione europea, prepara le menti alla guerra. Oppure se a Riga, deponendo fiori al «Monumento per la libertà», rivendicherà la libertà dei giovani lettoni russi di imparare e usare la propria lingua.

domenica 16 settembre 2018

ECONOMIA E FINANZA
di Franco Astengo


In questi giorni molti si stanno esercitando nel rievocare il decennale del fallimento della crisi della banca Lehmann e dell’avvio della crisi globale dentro la quale questo periodo è stato vissuto portando sul piano economico a un impoverimento generale e alla crescita enorme delle disuguaglianze a tutti i livelli e sul piano politico al ritorno dei nazionalismi e all’esplosione di incontrollabili pulsioni razziste. Dagli scatoloni circolanti per Wall Street sarebbero usciti, come da un vaso di Pandora, nuovi imperialismi, nuova nazionalismi, esasperazioni corporative e razziste: insomma, il mondo di questo 2018. Non si entra qui nella ricostruzione di quei fatti e neppure nel merito dell’analisi di ciò che sta accadendo e nemmeno si pensa di percorrere il pensiero lastricato di sassi di nuove proposte alternative. L’occasione è soltanto quella del ribadimento al riguardo della ciclicità nella gestione del capitalismo e, in questo, del rinnovarsi dell’eterno “sempre uguale”. Per avvalorare questa tesi si ripubblica semplicemente un frammento tratto da quello che è stato il maggior autore marxista nel campo del rapporto tra economia e finanza.
In questo scritto di Rudolf Hilferding, esponente di punta del marxismo austriaco, si mescolano affermazioni convenzionali e affermazioni estremamente originali e stimolanti sul nazionalismo come sorgente ideologica dell’imperialismo (ogni accenno all’attualità, naturalmente, è puramente casuale). Hilferding mette in luce il fatto che il capitalismo industriale è stato rimpiazzato dal capitalismo finanziario (siamo nel 1910).
Questo testo conserva dunque tutta la sua attualità, soprattutto ai nostri giorni in cui l’intreccio politica e finanza è più profondo e invadente che mai; non per nulla c’è un continuo passaggio di esponenti dal mondo finanziario al mondo politico e viceversa. Inoltre lo stato trae enormi vantaggi dalle speculazioni finanziarie. Per cui coloro che chiedono allo stato di regolamentare le transazioni finanziarie per farla finita con le speculazioni appare come il classico caso di chiedere alla volpe di custodire il pollaio. Su questo punto, se è permessa un’opinione, non c’è governo che tenga e se ne accorgeranno, almeno in Italia e nel rapporto con l’Europa, gli epigoni di un “governo del cambiamento” nato, almeno stando a ciò che si può osservare direttamente, al di fuori da una qualche proposizione alternativa che non sia quella dell’allineamento alle tensioni conservatrici cui si accennava in precedenza.

Ecco il testo: da “Il capitale finanziario
(estratto dal capitolo XXII) (1910)

La massima aspirazione è ora quella di assicurare alla propria nazione il dominio sul mondo, un'aspirazione non meno illimitata di quella del capitale al profitto, da cui anzi scaturisce. Il capitale parte alla conquista del mondo e a ogni nuova conquista esso non fa che toccare nuovi confini che sarà spinto a valicare. Questa espansione incessante è ora un’inderogabile necessità economica, perché rimanere indietro significa caduta del profitto del capitale finanziario, diminuzione della sua capacità concorrenziale e, come ultimo effetto, subordinazione del territorio economico rimasto più piccolo rispetto a quello divenuto più esteso. Quest’aspirazione espansionistica causata da esigenze economiche, viene giustificata ideologicamente mediante uno strabiliante capovolgimento dell’idealità nazionale, la quale ora non riconosce più a ogni nazione il diritto all'autodeterminazione e all'indipendenza politica e non esprime più il dogma democratico dell'uguaglianza sul piano internazionale di tutto ciò che è umano. Al contrario, le aspirazioni economiche del monopolio si rispecchiano nella posizione di privilegio che esso pretende per la propria nazione. I privilegi appaiono più di ogni altra cosa come frutto di predestinazione. Poiché l'assoggettamento di nazioni straniere avviene con la violenza e, quindi, in un modo molto naturalistico, sembra che la nazione dominante debba questa sua egemonia alle sue specifiche caratteristiche naturali, e cioè alle sue qualità razziali. L'ideologia della razza, quindi, non è altro che il tentativo di fondare scientificamente, con un camuffamento biologico, la volontà di potenza del capitale finanziario che intende in tal modo presentare i suoi movimenti come ineluttabili e condizionati da leggi naturali. Al posto dell'ideale egualitario democratico subentra ora un ideale egemonico oligarchico. Laddove sul terreno della politica estera, questo ideale ha come oggetto, nell'apparenza, l'intera nazione, su quello della politica interna esso diviene accettazione e accentuazione del punto di vista padronale che tenta di subordinare al proprio quello della classe operaia.

Un appunto fuori testo: forse l’ideale egemonico oligarchico troverà oggi il suo strumenti di trasmissione nella democrazia illiberale magari portata alle masse attraverso il Web che consisterebbe addirittura di connettere proprio la “democrazia illiberale” con la “democrazia diretta”. Attenzione: è il vecchio discorso del “Capo” da solo di fronte alla masse (Gustave Le Bon: Psicologie della folle). Stiano le masse in piazza oppure davanti al 
LETTURA/23
Aforismi per un giorno solo
di Nicolino Longo

[Con questa ventitreesima Lettura,“Odissea” augura a Nicolino Longo
una presta guarigione]



“Una volta, gli alimentaristi ti facevano la credenza, ma a che prezzo!
Se, poi, alla fine, alcuni, al posto di uno zero te ne facevano trovare due,
e al posto di due, tre, e così via, era questo il metodo con cui loro,
in fin dei conti, si pagavano il conto".

*
“Una volta: per il sindaco analfabeta, firmava il vice con una croce.
Oggi, accade di peggio: per il sindaco carcerato, firma il vice a piede libero”.

*
“La palestra: luogo ove i grassi d’impiccio vengono sciolti
in muscoli posticci”.

*
“Il treno: una sfilza di processionarie metalliche che anziché viaggiare
su tronchi d’alberi, viaggiano su sfilze di tronchi ferroviari”.

*
 “L’uomo che uccide, altro non è che il cadavere vivente di un uomo già ucciso”.

*
“L’inquinamento urbano, oggi, è così elevato che se un cittadino
passasse, di botto, da una grande città a una campagna, rischierebbe
di sfiorare la morte, per astinenza da gas velenosi”.

*
“Certe Società hanno per anni appiccato fuoco al verde,
solo per poi spegnerlo, e lasciar le casse di molte regioni al verde”.

*
“Se una parola ben detta vale più di mille medicine, vuol dire che
chi ha il dono delle belle parole deve avere in bocca parecchie farmacie”.

*
“Un cuore che batteva a mille all’ora, come in Marina di Rocco Granata,
non poteva essere un cuore che batteva forte, ma, al contrario,
un cuore per forza morto”.

*
“In una partita di calcio, delle 47 palle in campo, alla fine è solo
e sempre quella senza compagna la più in gamba a far goal”.

*
“Ci sono politici che, dopo aver vinto, la prima cosa che fanno  è quella
di salire su un piedistallo: non già per ringraziarci della loro ascesa,
ma per averci sotto i piedi”.

*
“Non è tanto nel tutto che non si ha, l’infelicità dell’uomo,
ma nel troppo che si vuole”.

*
“Nella ristampa delle opere edìli, il terremoto è sempre il gran maestro
che, agitando, sussultoriamente e ondulatoriamente,
la sua tellurica bacchetta, ne indica gli errori; l’uomo, lo scolaretto,
tremante, che, pazientemente, poi, ne effettua la correzione”.

*
“Avere la palla al piede, e non poterla calciare”.

*
“Chi mangia molto, non lo fa per farsene venire la nausea,
ma perché ha nausea di sé stesso”.

*
“La maggior parte degli amministratori se sono politicamente
poco educati, è perché non sanno neanche dove sta di casa
l’Educazione Civica”.

*
“Nella vita, tutto è divisibile: tranne due cuori inchiodati
l’uno all’altro dall’amore”.

*
“La congiuntivite, oggi, è una malattia che non attacca solo la congiuntiva,
ma quanto, e soprattutto, il congiuntivo”.

*
“Il diminutivo Nicolino farebbe pensare a una persona piccolina,
invece, sono il doppio di quel che dovrei; e il motivo è presto detto: i
n me convivono due persone: Nico e Lino”.

*
“Ci rivedremo per le feste di fine anno, disse il coltellaccio
(maciullato, nel manico, dai suoi denti) al maiale”.

*
“Lo zucchero: va a nozze col palato, e in luna di miele nelle Isole
di Langerhans”.

*
“Una stretta di mano può anche darti una stretta al cuore,
quando, chi a dartela, lo fa col cuore nell’altra mano”.

*
“ Un uomo che ama la vita, rispetta  la morte”.

*
“Da colui al quale tu oggi volgi le spalle, prima o poi, sarai colpito
alle spalle”.

*
 “Ci sono bambini, oggi, talmente bravi che riescono a mettere K.O. i propri
insegnanti, i quali, per assenza d’arbitri sul momento, non vengono, per loro fortuna,
né contati, né, quindi, eventualmente, decretati sconfitti o squalificati”.

*
“Tachicardie parossistiche: cuoricino mio, corri, corri, corri:
ma dove vuoi tu andare?
Sempre dentro al petto mio, dovrai pur restare”.





















sabato 15 settembre 2018

LA MARCIA PERUGIA-ASSISI


Cliccare sul testo per ingrandire

venerdì 14 settembre 2018

Savona e l’identità perduta
di Franco Astengo

L’identità perduta è la testimonianza dell’arretramento storico. 



Le note che seguiranno contengono un semplice abbozzo di riflessione sulle vicende savonesi, dal dopoguerra in avanti. Sarà necessario scavare a fondo nell’identificazione di ciò che è accaduto per ricostruire i passaggi di una trasformazione d’epoca, che ha portato una piccola città di provincia a rappresentare una vera e propria fuoriuscita dalla  prospettiva del futuro. Questo va detto con grande chiarezza alle giovani generazioni perché si superi lo smarrimento dell’oggi. Savona non ha più identità. Quella di città operaia l’ha perduta irrimediabilmente, smarrendone la memoria, principalmente in ragione di una totale assenza di capacità progettuale del suo ceto dirigente inteso in senso lato, nella politica, nell’economia, nella società.
Savona si è trasformata in un anonimo punto d’attracco, con le sue vie percorse da annoiati crocieristi che aspettano di imbarcarsi per la “Nave dei Sogni” e neppure guardano il degrado dei suoi negozi, le vetrine mute, la terribile architettura che ha violentato la sua darsena. Non se ne accorgono perché non c’è nulla di cui accorgersi: si tratta soltanto di un fondale per il loro telefilm. Memoria e identità rappresentano una connessione inscindibile per riuscire a progettare il futuro, avere una visione, non limitarsi all’oggi, alla voracità del profitto di una borghesia nemmeno “compradora” ma soltanto  accumulatrice; una borghesia composta di un limitato numero di sodali che siedono assieme nei consigli d’amministrazione, uniti dall’intento di realizzare il classico della “privatizzazione dei profitti” e della “socializzazione delle perdite”.
Non è questo un puro e semplice discorso di nostalgia della “Savona operaia”, della Savona delle grandi lotte, della Savona de “Gli innocenti” di Guido Seborga.
Servirebbe riflettere su quella che è stata una vera privazione del domani, realizzata su tutti i terreni, dal politico all’economico, dal sociale al culturale. Soprattutto, però, è stata una sottrazione di prospettiva alla quale si è smesso di pensare, perché la cancellazione della memoria ha fatto sparire l’identità.


Quell’identità in nome della quale si compivano le grandi scelte soggettive: la politica, la più importante fra quelle, ne era conseguenza naturale. Si stava dalla “parte giusta” quella della nostra condizione materiale, del nostro interesse di tutti giorni, dell’etica del lavoro, della prospettiva dei grandi cambiamenti.
Si stava dalla parte dell’etica del lavoro perché lì si collocavano, in una dimensione insieme politica e morale, gli operai delle grandi fabbriche.
Savona rappresentava una delle Città della classe operaia “forte, stabile, concentrata” che aveva costruito interi quartieri, le forniva il nerbo vitale, riempiva i negozi, le scuole, perfino il piccolo stadio racchiuso alla confluenza tra Letimbro e Lavanestro, forniva i campioni degli sport poveri dall’atletica al pugilato, dalla lotta alla ginnastica, seguiva il cinema, la letteratura, le arti fino a inventarsi il “Libro di latta”.
Tutto è stato cancellato d’imperio in nome dell’urgenza di un ingannevole profitto che si poteva realizzare soltanto stroncando il soggetto principale che aveva portato la città al suo massimo storico non soltanto nell’economia e nella cultura ma, soprattutto ed essenzialmente, nella sua identità.
Quel soggetto cancellato e ridotto ai margini è stato proprio la classe operaia, una classe operaia non composta soltanto di braccia ma di cervelli, la classe operaia del riscatto sociale, della Resistenza, del Luglio ’60, della vigilanza contro un terrorismo tenuto ancora (colpevolmente) nell’anonimato.
La Savona operaia cominciò nel tempo, piano piano, a scomparire ed emersero, gradualmente, i fattori che poi caratterizzarono la fase della discesa economica e sociale della Città e del suo comprensorio: crisi industriale, fuga dei cervelli, autonomia del politico dal sociale e dall’economico, questione morale.


Furono questi gli elementi che, in seguito, avrebbero caratterizzato la fase di smarrimento dell’identità di Savona, appunto della Savona operaia. Il tessuto sociale della città si è, nel frattempo, frantumato suddividendosi in rivoli non confluenti fra loro, nell’impossibilità di ritrovare un senso comune come era avvenuto nel momento delle lotte operaie, quando si era riusciti tra ceti diversi a non fermarsi alla semplice solidarietà, che pure era stata esercitata in una dimensione molto intensa, arrivando all’espressione di un comune sentire, ad una tensione verso il futuro. È emerso, invece e da molti anni, un provincialismo di basso profilo inteso ormai come componente decisiva della vita cittadina, in particolare nella politica e, di conseguenza, nell’amministrazione pubblica.
Savona non ha più saputo “essere parte”, né “prendere parte”. L’impressione è che le istituzioni e i corpi intermedi savonesi (pensiamo anche ai sindacati) non siano vivi, ma semplicemente “sopravvissuti” a loro stessi. La realtà è quella di una città invecchiata dove il declino appare irrimediabile, senza alternative. Bisognerebbe avviare la possibilità di una seria presa di coscienza  per promuovere una ripresa d’impegno collettivo rivolto al futuro, con i giovani protagonisti. Se così fosse, allora, si potrebbe affermare che sarebbe valsa la pena misurarci ancora con questo tema dell’identità allo scopo di non relegare la memoria al retaggio di un tempo che non potrà mai ritornare.

ACCORDO ILVA
Il profitto è garantito, il posto di lavoro no. La salute neanche,
forse in futuro se compatibile con l’aumento dei profitti.   


Tutti i sindacati confederali – FIOM/CGIL-FIM/CISL-UILM/UIL, a cui si aggiunta USB- si dichiarano soddisfatti per l’accordo firmato con Am Investco, la cordata guidata da Arcelor Mittal, concordando con il viceministro Di Maio che “sull'Ilva è stato raggiunto il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili”, la stessa, solita, frase che sentiamo ogni volta che i sindacalisti firmano accordi antioperai.
In attesa di leggere il testo integrale definitivo facciamo alcune considerazioni basandoci su quanto pubblicato sugli organi di stampa.
Gli stessi sindacati firmatari dell’accordo non possono fare a meno di ammettere che “si tratta comunque di circa 3.000 esuberi con una clausola di salvaguardia (sic!) che prevede che ‘dal 2023 i lavoratori in esubero possano essere riassorbiti se nel frattempo non hanno usato gli ammortizzatori”. In teoria, come prevede  l’accordo, chi accetta il licenziamento senza chiedere nemmeno un euro di FIS (ex cassa integrazione), fra 5 anni può forse cominciare a sperare che lo riassumano, un sogno destinato a rimanere tale.
Anche sull’ambiente il risultato è pessimo. Come ha dichiarato il presidente del Consiglio Conte “Se Ilva vuole produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio lo deve fare senza aumentare di nulla le emissioni che ci sono”. Non c’è che dire, una bella difesa dell’ambiente in questo stabilimento dove gli infortuni e i morti sul  lavoro sono all’ordine del giorno, non solo fra gli operai costretti a lavorare senza sicurezza, ma anche tra i loro famigliari e la popolazione, che protesta da decenni. Si può continuare a morire, basta “non aumentare le emissioni” di sostanze cancerogene.
Con quest’accordo i padroni possono continuare a fare il massimo profitto risparmiando sulla sicurezza, ma anche con garanzia d’impunità!
La popolazione della città da anni protesta, insieme a molti operai, ma non tutti, contro l’inquinamento provocato dalla fabbrica; ma non si difende il salario difendendo il posto di lavoro così com’è, con i suoi veleni per tutti e i profitti per il solo padrone di turno, che in cambio da loro un misero salario.
La storia insegna che gli operai, senza un’organizzazione di classe che difenda i loro interessi immediati e futuri, sono alla mercé del padrone: lavorano finché il loro lavoro valorizza il capitale e sono licenziati appena non servono più.
L’esperienza ci insegna che la monetizzazione della salute, della vita umana, del posto di lavoro e dei licenziamenti va a vantaggio solo dei padroni. La salute non si paga, la nocività si elimina e la sicurezza deve essere garantita, anche se questo obiettivo si scontra con il mercato, con la logica del profitto che sono i fondamenti della società capitalista. La mancanza di sicurezza in fabbrica e l’inquinamento, le sostanze cancerogene, uccidono prima gli operai che sono a diretto contatto in fabbrica, ma uscendo nel territorio anche i loro famigliari e tutta la popolazione. E questo è ciò che accade da sempre in molti luoghi, prima di tutto a Taranto.
Per difendersi bisogna intervenire sull’ambiente di lavoro e sulla società con una posizione anticapitalista, e questo è possibile imporlo solo con un’organizzazione indipendente che unifichi le lotte in fabbrica e nella società. L’unità di classe fra i proletari che lottano in fabbrica e nel territorio, l’unione degli sfruttati, fa ritornare più che mai di attualità la famosa esortazione: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!".
Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro 
e sul territorio - Sesto San Giovanni - Milano

L’ultima verità della prof. Patrizia Livreri 
la Zarina del MUOS
di Antonio Mazzeo


Patrizia Livreri, docente presso il Dipartimento di Energia, Ingegneria dell’informazione e Modelli matematici dell’Università degli Studi di Palermo, è da sempre una delle più convinte sostenitrici della innocuità per uomo e natura delle emissioni elettromagnetiche del MUOS, il sistema di telecomunicazioni satellitari di proprietà ed uso esclusivo delle forze armate USA, entrato in funzione all’interno della riserva naturale orientata di Niscemi, Caltanissetta. In qualità di “consulente scientifica” della Presidenza della Regione Siciliana, nel 2011 ha certificato la piena sostenibilità ambientale delle tre mega-antenne del MUOS; ciò ha spianato la strada alle autorizzazioni per la loro installazione e alle conseguenti contestazioni dei pacifisti e degli ecologisti siciliani che da allora soprannominano Livreri la Principessa del MUOS. Oggi, dopo una lunga intervista al quotidiano della comunità italiana negli Stati Uniti d’America, la docente palermitana può aspirare però al titolo e al trono di Zarina del MUOS.      
“Patrizia Livreri, l’ingegnere spaziale che ha la fiducia degli Stati Uniti”, il titolo dell’articolo comparso nell’edizione de La Voce di New York del 12 settembre 2018. “Abbiamo intervistato l’ingegnere elettronico che collabora con gli Stati Uniti dal 1992. Siciliana e docente universitaria, lavora come consulente per la US Navy nel settore aerospaziale e della difesa satellitare”, riporta il sommario. “Dal 1988 con laurea e tesi in comunicazioni satellitari si imbarca per l’avventura americana, dal 1992 ho svolto in Italia attività di ricerca e didattica per il corso di Laurea in Ingegneria Elettronica dell’Università di Palermo, alternando lunghe permanenze nella Silicon Valley. Oggi vive a New York lavorando come consulente e ricercatore per l’esercito americano”. A seguire il racconto di Patrizia Livreri sul suo sogno a stelle e strisce. “La fiamma di Plutarco che si accese mi portò a sbarcare i primi di dicembre del 1988 negli States con un passaporto nuovo di zecca e un visto che occupava due pagine. La tesi di Laurea sulla progettazione di sistemi di ricezione a microonde per trasmissioni via satellite, svolta alla seconda università di Roma, fu una scelta importante che mi aprì le porte degli Stati Uniti, la patria della tecnologia elettronica. Due anni dopo ero negli Stati Uniti per lo svolgimento del Dottorato di Ricerca sulla progettazione di sistemi di ricezione a microonde in monolitico: Boston, New York, Washington. Furono tre anni intensi di ricerca dediti alla progettazione di sistemi a microonde e all’integrazione spinta dei circuiti: si avviava velocemente il processo della miniaturizzazione dei circuiti elettronici. La tesi di dottorato fu coronata dall’invenzione di una equazione matematica per la progettazione di amplificatori a basso rumore a microonde. Aver vinto un concorso di ricercatore universitario mi portò di nuovo in Italia nel 1992. Ma sia io che il tempo sapevamo bene che non sarebbe stato un addio. Da allora ho svolto in Italia attività di ricerca e didattica per l’Università di Palermo, fino a quando dalla California arrivò una chiamata di un cliente chiedendo di visionare il mio curriculum. Dopo poco capì che mi si stava offrendo la possibilità di essere Consulente per un progetto dell’US Navy. Realizzai in quello stesso istante che avevo vissuto due Americhe e forse anche due vite. All’incarico di recente si è aggiunto quello per una società americana nel settore aerospaziale e della difesa”.
Livreri ammette le finalità prettamente belliche e i finanziatori delle sue odierne ricerche scientifiche. “Mi occupo di progetti militari”, spiega la docente. “E qui la sintesi degli ingegneri si sposa con la riservatezza degli incarichi. Per la US Navy ho curato il progetto MUOS, un sistema di comunicazione satellitare. Per la società di difesa americana sto curando un progetto di ricerca”.
La Livreri, dunque, ha curato (e non solo valutato) il progetto MUOS. Un’ammissione differente dalle dichiarazioni che la stessa docente aveva rilasciato nel corso di una seduta pubblica sul MUOS di Niscemi delle Commissioni Territorio e Ambiente e Sanità dell’Assemblea Regionale Siciliana, il 5 febbraio 2013. “Devo precisare che sono stata chiamata da una società italiana, non dagli americani”, esordì Patrizia Livreri. “Sono stata contattata dalla società d’ingegneria e consulenza ambientale URS di Milano e ho preso a riferimento i dati relativi alle emissioni elettromagnetiche registrate in un’analoga postazione di antenne MUOS operante nelle isole Hawaii. Noi abbiamo espresso un parere non su un’arma di guerra ma di telecomunicazioni, migliorativa rispetto all’esistente. Il MUOS è un sistema di difesa del territorio, un sistema dell’ONU”. Incalzata dai parlamentari dell’ARS, la Livreri aggiunse che “i dati completi sul MUOS sono secretati, per cui li potremo dare fino ad un certo punto, perché abbiamo firmato un non-disclosure act con la Marina Usa”. L’ingegnera palermitana era stata convocata in audizione in qualità di “consulente” dell’allora Presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo “per la valutazione dell’impatto ambientale del sistema MUOS della US Navy”.
“La professoressa Livreri è un tecnico neutrale e non ingaggiata sicuramente dal Ministero della difesa o dalla Nato, ma segnalata in maniera particolare dal Rettore dell’Università di Palermo”, spiegò il presidente Lombardo a Niscemi, il 16 febbraio 2011, quando furono presentate agli amministratori locali le conclusioni a cui erano giunti i consulenti scientifici. “Le nuove antenne statunitensi del MUOS, da come espresso dai tecnici in materia, fanno meno male rispetto a quelle che insistono già nel territorio di Niscemi”, asserì Lombardo in Consiglio comunale. “Il MUOS è un’innovazione tecnologica a bassissimo impatto ambientale che non comporta condizioni di rischio per la salute dell’uomo”, aggiunse la professoressa Livreri. “Le tre antenne del sistema mandano il segnale al satellite ma non funzionano contemporaneamente. Il loro scopo è di trasmettere i dati elaborati sulla stazione base e ovviamente il funzionamento è previsto per una, due antenne. Un’altra è sempre di riserva per dare continuità alla trasmissione”. Il successivo 22 febbraio 2011, su carta intestata del Dipartimento d’Ingegneria elettronica e delle telecomunicazioni dell’Università di Palermo, la docente qualificò il MUOS come un sistema migliorativo poiché “presenta valori di campo elettromagnetico di gran lunga inferiori a quelli generati dal sistema di comunicazioni attualmente esistente nella base americana di Niscemi”.
Due anni più tardi, la docente palermitana fornì una seconda “verità” sulla sua collaborazione con il controverso progetto di telecomunicazioni satellitare. “Per chiarire, non so chi abbia incaricato il gruppo URS di Milano per il MUOS di Niscemi”, dichiarò Livreri a un giornalista di una testata siciliana. Poi, il 26 luglio 2014, sul suo curriculum professionale con carta intesta dell’Università degli Studi di Palermo, Patrizia Livreri autocertificò un incarico professionale dal 19 luglio al 26 luglio 2010 (datore di lavoro URS) per “redigere una relazione sui possibili effetti sulla popolazione e sulle biocenosi, con particolare riferimento all’avifauna, del sistema MUOS della Marina Militare Americana, nel sito di Caltanissetta - Produzione di proposta di Piano di monitoraggio e delle misure di mitigazione per salvaguardare popolazione e avifauna stanziale e migratoria”.
Realmente difficile credere che gli “incaricati” di URS Milano non fossero a conoscenza dell’identità del committente degli studi sugli impatti del MUOS. Al tempo, la società lombarda era interamente controllata da URS Corporation, holding internazionale con sede a San Francisco (California) operante nel campo dell’ingegneria militare, nucleare, spaziale, ecc. e dell’offerta di servizi di progettazione, manutenzione, ampliamento e dismissione di siti militari. Più specificatamente, come riportava il sito internet di URS Italia “la società fornisce di norma la propria consulenza al Dipartimento della Difesa sull’applicabilità delle normative ambientali e tecniche nazionali alle basi dell’esercito, della marina e dell’aeronautica militare Usa in Italia”. Nel solo periodo compreso tra il 2006 e il 2013, la società milanese ha sottoscritto con il Pentagono contratti per un ammontare di 1.280.886 dollari per non meglio specificati servizi di ingegneria e valutazione di impatto ambientale.
Dal luglio 2014, URS Corporation (e dunque la controllata URS Italia) è stata interamente acquisita da AECOM Technologies Corporation, società di Los Angeles leader nel comparto delle progettazioni industriali in campo civile e militare. Coincidenza vuole che quattro mesi fa, AECOM-URS Italia SpA (la controllata italiana del colosso californiano) ha redatto per conto di US Navy un progetto dal valore di 3 milioni e mezzo di euro per ampliare e modernizzare le infrastrutture stradali e la rete perimetrale della stazione di telecomunicazioni militari di Niscemi, interventi che se venissero autorizzati dalla Regione Siciliana comporteranno ulteriori devastanti impatti ambientali e paesaggistici all’interno della Riserva naturale “Sughereta”.

DIVERTIRSI RAGIONANDO
film in arrivo...  e un invito particolare per i lombardi


Carissime e carissimi,
questa newsletter è un po' particolare, contiene la presentazione, i miei commenti/recensioni, di alcuni dei film che stanno arrivando in questi giorni sugli schermi delle nostre  città e che ho avuto l'occasione  di poter vedere al Festival  di Locarno al quale partecipo ormai da oltre dieci anni. I film che ho commentato sono quasi una quarantina, alcuni sono titoli già ampiamente pubblicizzati, altri non entreranno mai nei circuiti ufficiali e per poterli vedere è necessario cercarli nel Web, ma in diversi casi ne vale veramente la pena. Gli argomenti trattati sono i più vari e spaziano a 360° ai quattro angoli del pianeta; ho sistematizzato i miei commenti in cinque puntate raccogliendo i film per tematiche e pubblicando il tutto sull'agenzia internazionale Presenza. Queste le puntate:
1.Da Singapore all'Europa, l'insostenibile leggerezza del lavoro
2.Essere rifugiati oggi: assimilazione o integrazione ?
3.Tra il dominio dei social e la miseria del quotidiano
4.Israele e la pedofilia, il terrorismo e le guerre

Buona visione, Vittorio


Colgo inoltre l'occasione di questa newsletter per invitare i miei concittadini milanesi ad un importante convegno su "Privatizzazione e corruzione nella sanità" che si svolgerà il 25 settembre dalle 17,00 alle 20,00 in sala Alessi, a Palazzo Marino a Milano; tra i relatori, oltre al sottoscritto: Gino Strada, Nando dalla Chiesa, Gianni Barbacetto, Gianluca Corrado, Basilio Rizzo, Vittorio Agnoletto, coordina: Albarosa Raimondi
Vi aspetto, Vittorio Agnoletto


ALLI BENIGNI LETTORI


Segnaliamo ai lettori e alle lettrici, gli scritti musicali del maestro Giovanni Battista Columbro nella sua Rubrica “Note” e di Matteo Marni nella Rubrica “Lumi”. Nella Rubrica “I Taccuini” troverete una lunga intervista che riguarda la Pinacoteca Ambrosiana. È un’intervista rimasta inedita per 20 anni e rinvenuta fortuitamente di recente. In questa prima pagina, invece, la bella nota di Velio Abati su Grosseto, la vicenda stucchevole nei confronti del nostro collaboratore siciliano Antonio Mazzeo e tanto altro ancora. Ricche come sempre le altre rubriche in cui potete navigare con tutta calma. Buona lettura.

GROSSETO. ITALIA
di Velio Abati

Una veduta aerea di Grosseto fra le mura

Ho conosciuto Grosseto dalla campagna, ultima tappa di un avvicinamento partito dalla montagna, passato alla collina e infine arrivato alla pianura. A Grosseto non ci sono nato. Ma chi davvero ci è nato? Alla proclamazione dell’unità d’Italia contava quattromila abitanti, solo nel dopo guerra ha conosciuto un balzo del quarantacinque per cento rispetto al precedente censimento del 1936, raggiungendo i trentottomila. Oggi ne ha ottantamila. Luciano Bianciardi notava divertito che le possenti mura medicee di Grosseto, dell’ultimo Cinquecento, sono forse l’unico esempio di mura a difesa della campagna.
Ma i numeri nudi non parlano. Grosseto è il contado della repubblica di Siena, dunque, come in tutti i comuni e poi i ducati italiani, terra di esproprio: economico e umano. I Paschi messi a garanzia dei risparmi raccolti dalla “più antica banca del mondo” sono appunto i pascoli della Maremma, mentre lavori di scavo storico hanno messo in luce come la Repubblica senese inviasse periodicamente suoi funzionari nel contado a invogliare, all’occorrenza costringere i giovani più promettenti ad andare a impolpare i ranghi di governo. Col tempo questa terra ha coltivato il proprio disprezzo.
Nei primi anni Cinquanta Bianciardi e Cassola costruirono il piccolo mito della Grosseto “aperta ai venti e ai forestieri”, di un’infaticabile Kansas City in perenne costruzione, dell’anticonformismo degli operai che si comprano a rate la Lambretta per andare al mare, dei camionisti delle Quattro strade. Solo che l’ironia della disillusione descritta da Bianciardi nel Lavoro culturale sbagliava bersaglio: non la degenerazione burocratica del Pci era stata la causa del fallimento, bensì il fatto, ben più grave, che quel momentaneo fervore era l’effetto ottico di un’onda lunga altrove già in risacca. Nel grossetano si trovava uno dei più importanti distretti minerari d’Europa (pirite, carbon fossile, mercurio), con una classe operaia dura e combattiva, tanto che persino Lenin fece cenno alle sue lotte. Ma quella forza, che la Resistenza prima e la nascita dell’Italia repubblicana poi sembravano finalmente far fiorire, aveva già raggiunto il suo apice, come la sostanziale sconfitta dell’eroico sciopero dei cinque mesi del 1951 mostrò e lo scoppio della miniera del 1954 con i suoi quarantatré morti sancì. Il settore, come dicono gli economisti, era diventato obsoleto. 
Quanto alla campagna, mentre il resto della Toscana, quella ricca, abbandonava la mezzadria per l’industrializzazione e insieme per la nascita di una media proprietà contadina, nel grossetano la rinascita del dopoguerra è stato l’esodo dai paesi verso i minuscoli poderi della legge Stralcio di riforma fondiaria, che dietro lauti compensi smembrava il latifondo autoctono e soprattutto fiorentino. 
Per questo in Maremma non c’è stata l’effervescenza della piccola e media industria. Da noi la campagna è campagna. Non vedi l’urbanizzazione diffusa dei capannoni e dei blocchi di prefabbricato delle mille attività manifatturiere. A un certo punto, dopo la crisi dei primi anni Settanta, quella ‘arretratezza’ divenne una risorsa. È nato il territorio del Parco regionale della Maremma e degli agriturismi. Ma il ‘nuovo’ non è stata la trasformazione del millenario fondo contadino. Questo si è piegato, forse pensando di usarla facendola propria, alla visione feriale, vacanziera che ne ha la propria clientela. La città ha continuato ad essere priva di luoghi di propulsione culturale. Iniziative qua e là nascono, resistono una stagione, poi s’insecchiscono. Non dimentichiamo di disprezzarci. Grosseto è stata la prima in Toscana ad essere conquistata dai berlusconiani, oggi Casa Pound lancia le sue campagne dalla sala consiliare, mentre in questi giorni ha avuto qui il suo raduno nazionale.
I migliori non cessano di emigrare, lo scadente e spesso cialtronesco personale politico, amministrativo e professionale si dedica a coltivare la rendita della sua subalternità. Da qualche tempo i campi della collina e della pianura vanno assumendo il profilo ordinato della campagna senese o chiantigiana. Anche i nomi e i capitali sono gli stessi.