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venerdì 14 settembre 2018

Savona e l’identità perduta
di Franco Astengo

L’identità perduta è la testimonianza dell’arretramento storico. 



Le note che seguiranno contengono un semplice abbozzo di riflessione sulle vicende savonesi, dal dopoguerra in avanti. Sarà necessario scavare a fondo nell’identificazione di ciò che è accaduto per ricostruire i passaggi di una trasformazione d’epoca, che ha portato una piccola città di provincia a rappresentare una vera e propria fuoriuscita dalla  prospettiva del futuro. Questo va detto con grande chiarezza alle giovani generazioni perché si superi lo smarrimento dell’oggi. Savona non ha più identità. Quella di città operaia l’ha perduta irrimediabilmente, smarrendone la memoria, principalmente in ragione di una totale assenza di capacità progettuale del suo ceto dirigente inteso in senso lato, nella politica, nell’economia, nella società.
Savona si è trasformata in un anonimo punto d’attracco, con le sue vie percorse da annoiati crocieristi che aspettano di imbarcarsi per la “Nave dei Sogni” e neppure guardano il degrado dei suoi negozi, le vetrine mute, la terribile architettura che ha violentato la sua darsena. Non se ne accorgono perché non c’è nulla di cui accorgersi: si tratta soltanto di un fondale per il loro telefilm. Memoria e identità rappresentano una connessione inscindibile per riuscire a progettare il futuro, avere una visione, non limitarsi all’oggi, alla voracità del profitto di una borghesia nemmeno “compradora” ma soltanto  accumulatrice; una borghesia composta di un limitato numero di sodali che siedono assieme nei consigli d’amministrazione, uniti dall’intento di realizzare il classico della “privatizzazione dei profitti” e della “socializzazione delle perdite”.
Non è questo un puro e semplice discorso di nostalgia della “Savona operaia”, della Savona delle grandi lotte, della Savona de “Gli innocenti” di Guido Seborga.
Servirebbe riflettere su quella che è stata una vera privazione del domani, realizzata su tutti i terreni, dal politico all’economico, dal sociale al culturale. Soprattutto, però, è stata una sottrazione di prospettiva alla quale si è smesso di pensare, perché la cancellazione della memoria ha fatto sparire l’identità.


Quell’identità in nome della quale si compivano le grandi scelte soggettive: la politica, la più importante fra quelle, ne era conseguenza naturale. Si stava dalla “parte giusta” quella della nostra condizione materiale, del nostro interesse di tutti giorni, dell’etica del lavoro, della prospettiva dei grandi cambiamenti.
Si stava dalla parte dell’etica del lavoro perché lì si collocavano, in una dimensione insieme politica e morale, gli operai delle grandi fabbriche.
Savona rappresentava una delle Città della classe operaia “forte, stabile, concentrata” che aveva costruito interi quartieri, le forniva il nerbo vitale, riempiva i negozi, le scuole, perfino il piccolo stadio racchiuso alla confluenza tra Letimbro e Lavanestro, forniva i campioni degli sport poveri dall’atletica al pugilato, dalla lotta alla ginnastica, seguiva il cinema, la letteratura, le arti fino a inventarsi il “Libro di latta”.
Tutto è stato cancellato d’imperio in nome dell’urgenza di un ingannevole profitto che si poteva realizzare soltanto stroncando il soggetto principale che aveva portato la città al suo massimo storico non soltanto nell’economia e nella cultura ma, soprattutto ed essenzialmente, nella sua identità.
Quel soggetto cancellato e ridotto ai margini è stato proprio la classe operaia, una classe operaia non composta soltanto di braccia ma di cervelli, la classe operaia del riscatto sociale, della Resistenza, del Luglio ’60, della vigilanza contro un terrorismo tenuto ancora (colpevolmente) nell’anonimato.
La Savona operaia cominciò nel tempo, piano piano, a scomparire ed emersero, gradualmente, i fattori che poi caratterizzarono la fase della discesa economica e sociale della Città e del suo comprensorio: crisi industriale, fuga dei cervelli, autonomia del politico dal sociale e dall’economico, questione morale.


Furono questi gli elementi che, in seguito, avrebbero caratterizzato la fase di smarrimento dell’identità di Savona, appunto della Savona operaia. Il tessuto sociale della città si è, nel frattempo, frantumato suddividendosi in rivoli non confluenti fra loro, nell’impossibilità di ritrovare un senso comune come era avvenuto nel momento delle lotte operaie, quando si era riusciti tra ceti diversi a non fermarsi alla semplice solidarietà, che pure era stata esercitata in una dimensione molto intensa, arrivando all’espressione di un comune sentire, ad una tensione verso il futuro. È emerso, invece e da molti anni, un provincialismo di basso profilo inteso ormai come componente decisiva della vita cittadina, in particolare nella politica e, di conseguenza, nell’amministrazione pubblica.
Savona non ha più saputo “essere parte”, né “prendere parte”. L’impressione è che le istituzioni e i corpi intermedi savonesi (pensiamo anche ai sindacati) non siano vivi, ma semplicemente “sopravvissuti” a loro stessi. La realtà è quella di una città invecchiata dove il declino appare irrimediabile, senza alternative. Bisognerebbe avviare la possibilità di una seria presa di coscienza  per promuovere una ripresa d’impegno collettivo rivolto al futuro, con i giovani protagonisti. Se così fosse, allora, si potrebbe affermare che sarebbe valsa la pena misurarci ancora con questo tema dell’identità allo scopo di non relegare la memoria al retaggio di un tempo che non potrà mai ritornare.