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giovedì 18 ottobre 2018


CERASO
di Vincenzo Guarracino


Alle spalle del mare di Elea e al riparo di un’ansa del fiume Palistro, dietro la lunga schiena delle Tempe, sta il Paese, poche case raggrumate a farsi animo per resistere alle insidie di scirocco e tramontana. Imponente, lo sormonta e schiaccia col suo profilo dentato il Gelbison, il “monte del verde cristallo” o forse il “monte dell’idolo”, che ammirazione e rispetto dovette incutere con i suoi maestosi contrafforti ai saraceni che assaltavano dal mare in secoli di corrusche paure e miserie e da lì vedevano saettare sull’alba marina dardi d’oro di luce accecante (“L’arco folgora Apollo dall’alpestre / azzurro sul mattino da altri nimbi / ed esiste nel mondo dal suo lampo / il sortilegio della luce il volto / della nuda verità al suo apparire / dal Passo Scuro tra le forre la dea // Odegitria di pietra là sul sacro / luogo dove si celebra la festa / sul Gheison delle candide pupille /in vista delle piana dell’Alento / e Palistro doni e inni recando / là le zorie dalle terre del viaggio”).
Poche case in una piana alluvionale di frutteti e uliveti, pietre vive riarse dal sole e dalla storia: al centro, gigantesca e mirabilmente sproporzionata al suo contesto, la mole della Chiesa, secolare reperto di una fede cresciuta e stratificata dal respiro e dalle passioni dei suoi abitanti, dall’alito vinoso di amori e bestemmie di essenziale fierezza quale solo i cilentani sanno nutrire.
E la gente? La gente è un miscuglio variegato e composito, che il nome corrotto del luogo apparenta impropriamente all’albero da frutto ma che invece nel suo etimo tradisce l’antica nobiltà di una cultura di incontro e mescolanza, di accoglienza insomma e tolleranza, quale oggi forse resta incomprensibile e cui solo la poesia può restituire i suoi millenari statuti: ” il cuore dove nasce nella valle / luminosa per lieviti ed aromi / il crogiolo Ceraso di diverse / strade e genti sul corso del Palistro / in un canto di pollini e stupori”.


CILENTO, CILENTI
Quando si parla di Cilento, soprattutto da lontano, si pensa a un qualcosa di monolitico e compatto: a una terra singolare e appartata, chiusa nella sua selvatica, impervia diversità e inassimilabilità. Non per niente nell’800 risorgimentale era qualificata come “terra di tristi”, di feroci “breanti” da sterminare senza pietà (ne ha parlato anche recentemente uno storico appassionato, don Carmine Troccoli, un prete, che ha messo in evidenza come anche i preti avessero all’epoca, caso forse unico in Italia, combattuto al fianco dei “cafoni” rivoltosi, in I preti rossi e le rivolte nel Cilento borbonico, 2016). Napoli, l’epicentro della regione, è lontana geograficamente e moralmente; Salerno appare distante e scostante, troppo frivola e pretenziosa.
Ma certo, come non si può generalizzare in nessuna cosa, tanto meno questo può farsi con il Cilento e i Cilentani. Ci sono infatti molti Cilenti: quello delle selvagge dorsali montuose e quello dei litorali marini; quello dei paesini isolati dell’interno e quello dei centri più grandi (Vallo, in primo luogo, poi Agropoli e Sapri, ma anche Piaggine e Laurino). Situazioni e attitudini diversissime: non è facile trovare un comune denominatore. Neppure l’orgoglio dell’appartenenza a una terra ricca di memorie storiche e letterarie (Elea, Palinuro, Paestum, la Vatolla di Giambattista Vico). Molti, troppi Cilentani, queste cose non le sanno e non per loro colpa. Ricordo che quando ancora ero studente, mezzo secolo fa, presso un Liceo dalla  prestigiosa intitolazione al filosofo dell’Essere, all’eleatico Parmenide, nessuno veniva a farci sentire l’orgoglio di siffatta appartenenza. Erano cose da scoprire faticosamente, da sé, e con il tempo.


Solo quando te ne rendi pienamente conto cominci ad apprezzarle. E ti senti fiero che la tua terra e il mare che guardi all’orizzonte come un trepido, palpitante miraggio, cercando tra le sue onde l’apparire di una pentecòntera velina, siano ancora impregnati di antichi miti; che il pensiero (Parmenide, Zenone e Vico) e la poesia antica (Virgilio) e moderna (Goethe, Ungaretti, Maffeo, Pirrera) li abbiano lambiti e fecondati, offrendoteli a tuo ristoro e consolazione nelle fatiche della quotidianità. Il fatto è che il Cilento sconta antiche tare e pregiudizi, di cui si fa ancora fatica a liberarsi: quelle che in una novella del seicentesco Giambattista Basile, Vardiello, si condensavano in un giudizio sprezzante nei confronti dei suoi abitanti (in particolare, quelli di Gioi), qualificati come gente rozza al limite della stoltezza; quelle che si perpetuano ad esempio da parte di tanti sciocchi, che per sembrare spiritosi non sanno fare di meglio che correggerti con finto stupore, quando ad esempio si parla di Ceraso, il tuo paese: “Ceraso? Ciliegio, vuoi dire!”, ignorando la pregnanza antica di un nome che etimologicamente in greco allude alla sua funzione di raccordo tra le genti del mare e dell’interno, un compito riconosciutogli dai Greci di Elea.
Ma chissà che finalmente la “rozzezza” beltoldesca del Cilentano, di quello delle coste non meno che di quello dell’interno, non possa oggi perfino ribaltarsi in una virtù da ricuperare: che la sua parsimonia, il suo attaccamento alla terra e alla “roba”, la sua umoralità pronta ad esplodere in ire incontenibili non meno che in insospettati gesti di generosità, il suo senso di diffidente concretezza, al limite del misoneismo, non possano perfino offrire, se non un modello, almeno qualche spunto di riflessione.