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sabato 27 ottobre 2018

MILANO, TRIESTE, STRESA
Fra delusione, incanto, dolorosa nostalgia
di Fulvio Papi

Milano. I nuovi grattacieli

Il direttore di «Odissea» mi chiede di scrivere qualcosa sulla mia città. Impresa a me molto difficile per due ragioni: l’una oggettiva, l’altra personale.
Quella oggettiva mi suggerisce che Milano, come altri imponenti agglomerati urbani, non è una città che, non essendo da tempo un’unità strutturata culturalmente, dovrebbe diventare un’unità etica, cosa che si è mostrata opposta nel suo destino. Rimane la parola, non il referente. Del resto noi chiamiamo “cannone” il nostro mostro distruttivo, così come i soldati del turbolento Rinascimento chiamavano la loro arma. Le poche cose che seguono possono illustrare le mie difficoltà.
Vivo in uno spazio di Milano, “Città Studi”: un capolavoro (fu però molto caro l’acquisto del terreno) dell’urbanistica e dell’architettura dell’amministrazione fascista (e non credo vi sia qualche cretino che voglia ricordare a me il valore dell’antifascismo). Certo, vi era alle spalle l’urbanistica tedesca socialdemocratica degli anni Venti, poi copiata dai nazisti, con l’eccezione del “grandioso” (l’aggettivo è di Heidegger filo-nazista) per l’autocelebrazione del potere del regime. Ora l’“esecranda fame dell’oro” vuole ridurre Città Studi a terreno edificabile dove anche un inesperto indovina subito una potente rete speculativa ed una architettura con un principio formale quale viene interpretato dalla solita volgarissima estetizzazione del mercato.
Continuerò dicendo che le mie difficoltà identitarie derivano proprio da questa imponente mercificazione della città con tutte le conseguenze che la sfigurano: il pubblico che diventa un lucroso privato, la corruzione come costume, la memoria cancellata da un presente simile a una grottesca teologia, la presenza del malaffare, la diffusione del teppismo, lo stile politico precipitato in un lessico da bar domenicale di una lontana provincia, l’inquinamento - mai veramente combattuto - distruttivo, una vocazione un poco pompieristica (come avrebbe detto il mio indimenticabile amico Paolo Grossi) in ogni iniziativa. Sull’urbanistica e l’architettura ho già detto ciò che pare indispensabile.

Veduta della Galleria

Il valoroso sforzo per organizzare una cultura popolare, la valorizzazione monumentale-turistica- archeologica della nostra tradizione è cosa buona, ma non cancella il resto. E a me resta il desiderio-immaginazione di finire il mio tempo altrove (in Provenza, nella Selva Nera, sul Lago Maggiore). Tuttavia ritorna il ricordo di una città che tanti anni fa avevo amato così profondamente da dedicarvi con passione tutte le forze possibili della mia vita giovanile. Era la città ancora piena di macerie, monumenti solenni della follia criminale di chi aveva voluto la guerra. Ma, giorno per giorno, la città ricostruiva se stessa: un’opera alla quale, più o meno consciamente, ognuno si sentiva impegnato al meglio delle proprie energie (andate a vedere le cifre del prestito della ricostruzione). La vita sociale, ritrovata dopo lunghi giorni di paura e di affanno, era dominata da un’eticità collettiva che si difendeva da ogni forma di barbarie. Un’eticità che si poteva leggere sul giornale o, addirittura, sui manifesti politici che infioravano i muri delle case. La rarità di ogni bene era medicata da quella confidenza con la forza della speranza. La cultura, ogni sapere umanistico o tecnico-scientifico era la stessa tessitura del vivere collettivo. La politica era propria di un ceto che aveva guadagnato sul campo la sua dignità, o s’impegnava a trovarla nel proprio lavoro di dirigente. Non c'era nessun fossato tra l’azione politica e il sapere, come invece c’era, e profondo, tra l’interesse pubblico e quello privato.

Il Naviglio nella nebbia

Ovviamente c'erano errori, ma - come diceva Croce - erano di natura pratica, dovuti a orientamenti comunque puliti, privi di quella progettuale malizia che avremmo dovuto incontrare più tardi. In questa città povera, attiva e nobile (con un ceto operaio che aveva difeso contro i nazisti e la proprie fabbriche, fondamentali per la ripresa), feci un ottimo liceo che all'inizio, a causa dei bombardamenti, non aveva nemmeno le finestre. E poi un'Università, ospite del “Collegio delle fanciulle” poiché la sua sede era stata distrutta. Feci l'esame di latino con Luigi Castiglioni in una stanzetta la cui temperatura gelida era invano contrastata da una stufetta più apparente che reale. Ma fu quello il latino che rimase nel mio sapere, a prova che quando si oppone un impegno serio alle nequizie qualcosa comunque si riesce a fare senza tanti lamenti.
Prendere un tram era quasi avventuroso; i giardini erano spogliati dagli alberi, tagliati per fare fuoco nel terribile inverno '44-'45. Non sto raccontando le mie nostalgie: sto dicendo che tu, per la tua piccolissima parte, non eri “nella città”, ma l’invisibile specchio della città. Il sindaco non era un “abile politico” o un affarista mascherato, ma il custode di un bene collettivo.
Poi la città crebbe sino al famoso boom economico e alla prima crisi congiunturale (cosa da poco). È in questa città che ho vissuto, come in una scena preziosa, i miei sentimenti personali; ho sperimentato il mio lavoro, ho speso la mia attenzione politica. Mi pareva che la città fosse ricca di luoghi dove rinasceva la sua storia e viveva la sua cultura. Ho cercato di fare il mio modesto meglio e, molto tempo dopo, ne ebbi anche il riconoscimento di cui sono grato.
Ora, invece, torna spesso il desiderio di andarmene, offeso da un costume dominante che, quando mio malgrado ne vengo in contatto, non riesco a sopportare.
Monumento a Carlo Porta

So bene che questo discorso può essere rovesciato da qualsiasi custode del progresso che mi dirà: «sei tu che non ti sei adeguato». Se questo me lo dice il signor sindaco ne ha pieno diritto e, come filosofo che ha un'idea molto sensibile della verità, non ho alcun risentimento. Non sono stato forse l'ultimo assistente del "tollerantissimo Banfi”, come diceva un signore della cultura come Arangio Ruiz? E poi a suo tempo - come ho già detto - Milano non mi ha dato il suo riconoscimento?
Vivere altrove: È un pensiero che ha il suo senso emotivo, ma è anche un problema che poi non posso esaminare.

Trieste. Piazza dell'Unità d'Italia

Potrei parlare di Trieste dove sono nato, ho passato l'infanzia e ho abitato per alcune lontane estati. Devo riconoscere che il pensare a Trieste è diventato un montaggio di ricordi senza speranza che si confonde e si unisce con i racconti di mia madre. E così finiamo in compagnia dell'inquieto, gentile e favoloso Zeno Cosini. Ma vedo ancora il golfo azzurro e severo talora, quando soffia la bora, e il Carso verdeggiante; ricordo i deliziosi paesi delle colline. Sarei disposto ad andare a piedi a Trieste, anche se, onestamente, non so che cosa sarei destinato a trovare, dato che la famosa globalizzazione (non parlo di economia) ha imbruttito gli uomini, gli oggetti e anche le cose.

Stresa. Palazzo Bolongaro
sede del Centro Internazionale di Studi Rosminiani

C'è poi Stresa, dove dal 1941 ho sempre trascorso qualche periodo più o meno lungo: mesi, anni. Appartiene la cittadina del lago alla feroce nostalgia dell'adolescenza: comprende il fascino quasi doloroso della bellezza e la memoria degli anni più difficili della guerra. Stresa si è trasformata in un luogo emotivo, nella forma inconsolabile del desiderio. E potrei fare la topografia sentimentale delle sue trasformazioni (che, del resto, nessuno mi chiede). Chi sia mai quel vecchio-vecchio che continua a guardare il lago come dovesse apparire un dio lo sa solo un delicato poeta lacustre e i padri rosminiani che mi ricordano i miei insegnanti di un tempo. L'amministrazione bada al bilancio e agli alberghi. Lo capisco bene.
Quanto alle città, vi sono quelle immaginarie, ma - onestamente- Calvino è irraggiungibile.