Pagine

mercoledì 3 ottobre 2018


PARTITI
di Franco Astengo


Il 18 maggio 2015 era capitato a chi scrive queste note di analizzare così la crisi del sistema dei partiti in Italia: “Il riferimento del voto diventa quindi quello del notabile che può elargire benefici selettivi a categorie ben precise, dislocate sul territorio che formano l’insieme delle clientele che sostengono il candidato di turno, frutto di una selezione personalistica fondata sull’individualismo competitivo, del quale è espressione massima il Circo Barnum delle cosiddette “primarie” (nel nostro caso un orrido adattamento all’italiana che già anticipa il meccanismo clientelare del voto).
Eppure i temi di fondo sui quali si era sviluppate il radicamento sociale fondativo dei grandi partiti di massa sono ancora tutti presenti nelle “fratture” che anche la società moderna presenta: in particolare e principalmente il tema della distinzione di classe, una distinzione sempre più feroce a livello globale all’interno di un quadro di spietata gestione capitalistica, intrecciata a quelle altre distinzioni di stampo post-materialista, di genere, ambientale, della pace. La sinistra, arresa all’individualismo della società consumistica e all’ineluttabilità della gestione comunque del potere, non sembra (o non vuole) rendersi conto di questo stato di cose e non pensa a riprendere il discorso dell’identità collettiva nell’azione politica organizzata da realizzarsi attorno ai temi della trasformazione radicale della società.
Nel frattempo svilisce l’idea di una democrazia parlamentare che si rattrappisce proprio nello scontro, imperativamente diretto dall’alto, della pura gestione del presente: la legge elettorale appena approvata corrisponde esattamente a questo tipo di esigenze oggettive attraverso la smisuratezza del premio di maggioranza e la “nomina” dei capilista (veri e proprio notabili davvero) che esercitano anche il potere di nomina di chi gli sta alle spalle attraverso il meccanismo della pluralità delle candidature.
Questi sono i temi di fondo della trasformazione e della crisi del sistema dei partiti, soggetti che tutti ritengono indispensabili al funzionamento della democrazia, ma con idee ben diverse tra di loro proprio sull’esercizio della funzione fondamentale nel funzionamento dello Stato”.
Una nota aggiuntiva: il discorso che nell’intervento del 2015 si sviluppava attorno alle primarie può essere oggi facilmente trasportato verso quel che riguarda gli esiti concreti della democrazia del web. In quest’occasione riprendo comunque l’argomento, nel frattempo del tutto trascurato, grazie allo spunto che mi è stato fornito da un articolo di Nadia Urbinati pubblicato da Repubblica il 2 ottobre.
La politologa della Columbia presenta, infatti, un libro di due studiosi statunitensi Frances Mc Call Rosenbluth e Ian Shapiro, uscito presso la Cambridge University Press con il titolo Responsabil Parties: Saving Democracy from Itself. In sostanza: salvare la democrazia da sé stessa. Riprendo allora, senza commento e ponendo il testo in comparazione con quanto esposto all’inizio di questo intervento, le linee guida di questo lavoro così come queste sono indicate appunto da Nadia Urbinati: “Dagli anni’60 si è assistito a un processo di democratizzazione che ha caratterizzato non tanto le istituzioni quanto le associazioni della società, per esempio i partiti.
Un processo fatto di primarie e di altre forme di decentramento che ha creato l’illusione per cui meno organizzazione significasse più democrazia. L’esito è impietoso: le nostre democrazie hanno prodotto decisioni che forse sono più vicine all’opinione popolare e al volere dell’audience eppure sono più cesaristi che e i suoi leader sono meno soggetti al controllo dei cittadini.
I partiti hanno adottato riforme interne (il PD ne è un esempio) con lo scopo di diminuire al massimo l’organizzazione per essere più vicini agli elettori (i 5 stelle attraverso il web, particolare da non trascurare) Rovesciando la “legge ferrea dell’oligarchia” si potrebbe pensare che partiti più liquidi e leggeri (addirittura con la propria organizzazione che viaggia nell’etere) significhino partiti più democratici. Ma così non è. A partiti deboli è seguita una più debole democrazia. L’analisi di Urbinati in relazione al testo di Mc Call Rosenbluth e Shapiro conclude in questo modo: “Il tema proposto è riassumibile in una massima che la vicenda italiana dimostra con disarmante facilità: il partito leggero non è il miglior amico della democrazia. Né lo è il movimento che coltiva l’illusione di connettere e far interagire i cittadini per mezzo di piattaforme digitali e senza un’organizzazione. Il primo è una sicura ricetta per leader autoreferenziali (ben dimostrato dal PD) il secondo crea un potere insindacabile di un piccolo gruppo (vedi M5S/Casaleggio associati).
In entrambi i casi l’esito non è più la democrazia ma la vulnerabilità della democrazia al potere di minoranze da un lato (che magari si auto gonfiano attraverso i sondaggi: vedi Lega) e del populismo dell’uomo forte dell’altro. Realtà descritta con rara efficacia.