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giovedì 28 febbraio 2019

Taccuino
LUNARIO DI DESIDERI
di Angelo Gaccione

La copertina del volume

Duecentotrentatre autori per un totale complessivo di 360 pagine, di questo si compone il corpus di Lunario di desideri, l’antologia che il poeta, critico e traduttore Vincenzo Guarracino ha curato, introdotto ed annotato per la collana “Il Gabbiere” della Di Felice Edizioni di Martinsicuro (Teramo). Si tratta di un’antologia poetica il cui tema si incardina in quella tessitura amorosa tanto antica, diffusa, universale, (e abusata), e che tuttavia non pare mostrare (a giudicare dalla quasi totalità del materiale qui raccolto), alcun segno di cedimento. Declinato nei modi e nello stile di ciascun verseggiatore, il sentimento amoroso in questi componimenti prende le forme più diverse e batte i sentieri che gli sono prossimi. Tenerezza, nostalgia, distacco, passione, gioco, desiderio, erotismo, si fondono in un continuo rimando fra terra e cielo, fra carne e spirito, riuscendo a comporre una variegata corolla dai petali cangianti.

Vincenzo Guarracino

Magnifica la dotta e affascinante dissertazione introduttiva di Guarracino, bravo come sempre, che rilegge i contemporanei lungo un suggestivo tracciato catulliano. Ad ogni singolo testo egli ha premesso, con certosina e rigorosa minuzia, una nota in grado di far affiorare le possibili risonanze che dai versi “innamorati” degli autori e delle autrici presenti nel volume, si riverberino dentro la materia del poeta di Sirmione. Operazione originalissima e ben riuscita. Mi si permetta a chiusura di questa nota, di rendere merito ad uno dei pochi critici italiani in circolazione, per un’altra rara virtù: la disponibilità e l’attenzione. Non so di quanti altri questo si possa dire oggi nel campionario delle lettere italiane. Sono davvero in molti a dovergli qualcosa.


Vincenzo Guarracino
(a cura di)
Lunario di desideri
Di Felice Edizioni 2019
Pagg. 360 € 25,00

Per richieste all’Editore:
Tel. 329-4338259
UN INNO ALL’AMORE DI ANGELO GACCIONE
IN UN “CORTO” FIRMATO DA STEFANIA ROMITO

Stefania Romito

Le metafisiche atmosfere del Lago Maggiore, protagoniste del corto a cura di Stefania Romito (Ophelia’s friends Cultural Projects), incorniciano il racconto “Isola dei Pescatori” nato dalla magistrale penna di Angelo Gaccione. Una storia di sublime intensità emotiva che mette in scena l’esclusivo sentimento che lega due persone che per anni si attendono, si cercano e si ritrovano nelle stanze dell’Hotel Verbano, divenute testimoni inconsapevoli di un amore che non dovrebbero essere, ma che è. Un vero elogio al sentimento amoroso che rifugge le convenzioni, le convenienze, gli opportunismi e che si eleva sulla materialità del reale per approdare sull’isola dell’intangibilità, dove tutto è vero, dove tutto è possibile, dove nulla è giudicabile. Una dimensione indefinibile che Angelo Gaccione ha scelto di rappresentare avvalendosi dell’immagine dell’Isola dei Pescatori, tra le più suggestive località del Lago Maggiore.
Isola dei Pescatori

Rosemary Wood è la donna-simbolo che incarna l’essenza di un sentimento in grado di oltrepassare i limiti invalicabili della moralità giudicante. Le nebbie, che avvolgono le autunnali rive di Stresa, custodiscono la sua impaziente attesa alla felicità. Di fronte a lei l’isola la osserva, la invita, la seduce con il suo alchemico richiamo. Attimi di estatica trepidazione destinati a sprofondare nel nebbioso gorgo del silenzio. Il rumore dell’imbarcazione, che avrebbe dovuto traghettarla dalla terraferma all’isola, si dissolve nella voragine del nulla. Un silenzio che le assorda l’anima e la proietta negli abissi di una devastante inquietudine. La realtà irrompe con la sua invasiva carica di crudeltà, annerendo la luce della speranza. Intensi e coinvolgenti sono gli istanti in cui il livello di drammaticità del racconto raggiunge il suo apogeo. Le avvolgenti atmosfere del lago Maggiore, da fedeli custodi del segreto della donna, si trasformano in efferate sentinelle di una gabbia nella quale Rosemary si sente sempre più rinchiusa, intrappolata in un’angosciante morsa di dolore. La nebbia le offusca la vista e le agita la mente. 


L'Hotel Verbano
sull'Isola dei Pescatori

Ma al di là da quella c’è lui che l’attende allHotel Verbano sull’Isola dei Pescatori. Un uomo che non le appartiene, ma che abita la sua anima. Un uomo che nell’attesa si lascia andare a una conversazione con la propria coscienza, salvo cedere all’irresistibile forza del mistero e alla conseguente consapevolezza che la vita, senza quell’indefinibile emozione che esula qualsiasi logica e razionalità, tanto fragile quanto irrefrenabile, tanto eterea quanto tangibile, tanto sublime quanto straziante, non avrebbe alcun senso.
Un uomo e una donna che si ritrovano dopo essersi cercati nella struggente agonia dell’attesa. Privilegiati protagonisti di un immenso sentimento d’amore in grado di superare le barriere del tempo e dello spazio.



©Ophelia’s Friends Communitaions
Anno: 2019
Durata: 8 minuti
Voce narrante: Stefania Romito

mercoledì 27 febbraio 2019

PER LA STORIA. PER LA POLITICA 
di Giorgio Riolo

E. H. Carr

A proposito di Sei lezioni sulla storia di Edward H. Carr

Questo scritto riprende una nota a suo tempo redatta come introduzione all’opera di Edward H. Carr. Come si cerca di argomentare, la storia non è solo disciplina, materia, ambito del sapere e della conoscenza. Essa è fondamento della cultura critica, dello spirito critico, tanto più necessario nella nostra realtà contemporanea, della educazione civile e della formazione della persona attiva. È fondamento e sostanza della politica.
  
Queste note che seguono hanno il modesto fine di richiamare l'attenzione sulla questione della storia. A riconsiderare il problema della storia, come questione cruciale della sostanza della nostra cultura, della nostra politica, della nostra democrazia, della nostra vita. Nell'epoca del trionfo della filosofia complessiva del neoliberismo, non solo della sua naturalmente potente e decisiva dimensione economica. Nell'epoca della destoricizzazione compiuta, della eternizzazione del presente e quindi del potente bisogno dei dominanti di espungere la coscienza storica, la dimensione storica dalla coscienza diffusa delle persone. Coscienza diffusa già manipolata e alienata. Ma proprio al fine della manipolabilità infinita delle coscienze delle persone. A partire dal retroterra della filosofia individualistica compiuta (la signora Thatcher “La società come ente non esiste, esistono gli individui e le famiglie”), come una delle componenti più granitiche di questa filosofia complessiva. Cultura dell'io, cultura del corpo, cultura del narcisismo (Christopher Lasch): la trinità del contemporaneo monoteismo imperante. Ricordiamo il problema che sottolineò Lukács, già nel 1923, e cioè che il limite del pensiero borghese (noi diremo oggi del pensiero e dell'ideologia capitalistiche), proprio perché appiattito sul “dato”, sul “compiuto”, sul “risultato” della forma-merce, occultando il processo genetico, la processualità, risiedeva nella difficoltà di considerare il presente come problema storico, il presente come storia. Questo complesso problematico è più attuale che mai proprio nell'era del capitalismo della globalizzazione neoliberista.
Queste note le facciamo cogliendo l'occasione della riproposizione di un testo importante della cultura storica, della metodologia della storia. Apparso in lingua italiana nel lontano 1966, formò molti di noi, non solo come libro di studio, liceale e universitario, ma anche come libro della formazione (e autoformazione) politica.




I.
Lo storico inglese Carr passò dalla carriera diplomatica al lavoro di storico e al breve periodo di insegnamento accademico, e dall'essere un classico liberale inglese alla aperta adesione al marxismo. Decisiva fu l'esperienza prima del rapporto con l'Unione Sovietica e poi la volontà di scrivere quella che poi divenne la monumentale Storia della Russia sovietica, in 14 volumi, scritta tra il 1950 e il 1978. La volontà di capire la rivoluzione russa, i rivoluzionari russi e l'arcano vero, il problema storico delle rivoluzioni, da dove nascono, come evolvono e come spesso degenerano.
Quell'opera rimane un monumento e molti storici, anche di parte avversa, non simpatizzanti con l'Urss o col socialismo o col marxismo, attingono a essa come fonte, per la mole sterminata di documenti originali, in lingua russa in primo luogo, che Carr riporta, a loro volta il risultato del vaglio di un ancor più vasto orizzonte di documenti, di analisi, di dibattiti ecc. Proprio lavorando a quest'opera, Carr si è imbattuto in quelle grandi questioni che la storia solleva: principio di causazione, oggettività e soggettività, determinismo, caso, libero arbitrio, necessità e libertà, individuo e società, il ruolo della personalità (i cosiddetti “grandi uomini” e le masse dei semplici uomini e donne) ecc.
  
II.
Nel 1960 lo storico di Cambridge fu invitato a tenere un ciclo di sei lezioni sul significato della storia e sul senso del mestiere di storico. Il titolo complessivo dell'opera a stampa, del 1961, di quelle lezioni era What is history? (“Che cos'è la storia?”). Ne è risultato un aureo libretto di tale densità e spessore, come sedimentazione di una vastissima cultura letteraria, filosofica, sociologica, scientifica, oltre naturalmente la cultura storica, da costituire ormai un classico. Uno dei pochi libri dove la metodologia storica, la concezione della storia, nella duplice funzione di res gestae (gli accadimenti, i fatti, l'attività umana) e di historia rerum gestarum (la disciplina, il ramo del sapere, l'arte e la scienza della storia) vengono esposti con rigore e con mano ferma, tipiche di un intellettuale preparato e culturalmente e politicamente impegnato. Si direbbe “da storico militante”, se non fosse che oggi questa nozione è in disuso, in discredito.
Uno dei pochi libri appassionanti, che hanno valore oltre il proprio campo di studi, accanto ad Apologia della storia o mestiere di storico di Marc Bloch, agli scritti di metodo e ai saggi di Fernand Braudel e degli storici francesi delle Annales, da Fevbre in avanti ecc. E questo conseguito proprio perché l'autore considera la sua disciplina non come arida materia da studio, ma come viva e vitale cultura, necessaria, non solo allo storico di professione ma anche allo everyday man, all'uomo comune, della normale vita quotidiana. L'atteggiamento non è professorale, dalla cattedra, ma al contrario l'autore si pone da pari a pari, in rapporto egualitario con il lettore.



III.
Carr svolge un lavoro che attinge alla filosofia della storia. In primo luogo, il rapporto tra fatti e interpretazione. Contro la visione empirista, e poi positivistica, secondo cui i fatti sono autoevidenti, parlano da sé (l'esigenza espressa dallo storico tedesco dell'Ottocento, Leopold von Ranke, di raccontare i fatti “wie es eigentlich gewesen”, “come sono propriamente stati”), egli avanza la sobria constatazione che lo storico compie sempre una selezione e quindi fa agire una sua interpretazione e quindi una sua visione soggettiva. Un solo esempio, delle numerosissime attraversate del fiumiciattolo Rubicone da parte di milioni di esseri umani, significativa è solo quella di Cesare nel 49 a.C., per i destini della Repubblica romana ecc. 
Lo storico fa agire il suo giudizio e, in ultima analisi, il suo essere appartenente a una data epoca storica, una data società, il suo essere partecipe di una cultura, di una visione politica. Come dice Carr, spesso un saggio storico ci dice di più dello storico che della materia che tratta. “Prima di cominciare a scrivere di storia, anche lo storico è un prodotto della storia”.
La storia è sempre storia contemporanea, diceva Benedetto Croce, o come diceva Marx, “l'anatomia dell'uomo è una chiave per l'anatomia della scimmia”. Non è solo alla luce del passato che noi comprendiamo il presente, ma, al contrario, è spesso dal presente, dagli interrogativi nostri, dalla intelligenza nostra delle dinamiche storiche, sociali, politiche, culturali della contemporaneità che noi possiamo interpretare e cogliere le dinamiche della storia passata. Non solo. Carr, che conosce anche i filosofi, anche i filosofi marxisti (Hegel, Lukács, Bloch, Althusser, Adorno ecc.), aggiunge che senza visione del futuro, senza prefigurazione e desiderio-principio speranza, senza Utopia, non possiamo comprendere né presente né passato. Passato, presente e futuro sono intimamente connessi.
Quella che poi gli storici delle Annales, chiameranno “storia totale”, vale a dire il tentativo di abbracciare l'intero di ogni epoca umana, non solo quindi di considerare le dinamiche economiche, sociali e culturali, le dinamiche politiche soprattutto, ma di considerare anche la vita quotidiana, le mentalità, i riti, le credenze, religiose e non, la cultura materiale, il cibo, gli oggetti, è presente nella tradizione marxista e quindi anche in Carr.
In ciò riprendendo la famosa affermazione di Marx ed Engels contenuta nell'Ideologia tedesca “Noi conosciamo una sola scienza, la scienza della storia”. Il termine tedesco nell'originale è Wissenschaft. È termine non ancora del lessico positivistico, la scienza esatta positivistica del secondo Ottocento, ma in Marx ed Engels era più vicina alla nozione classica tedesca di “conoscenza”, di “sapere”.



IV.
In sostanza, la posta in gioco è una concezione e una considerazione della storia da “filosofia della storia”, dove i fatti contano ma debbono essere ordinati e compresi entro un principio ordinatore, dove entro la casualità (“il naso di Cleopatra ovvero il caso nella storia”), entro l'azione dei Grandi Uomini (“il cattivo Re Giovanni”), sia possibile discernere categorie, dinamiche impersonali (“Grandi forze impersonali”, per esempio la teoria dei modi di produzione, delle formazioni economiche e sociali ecc. di Marx) senza cadere in determinismi, sociologismi volgari. Dove i fattori economici, strutturali, spiegano tutto, deterministicamente, spiegano la cultura e le idee di un operaio o di un contadino, di un sottoproletario, di un borghese, di un aristocratico, di una donna ecc. a partire dalla loro collocazione sociale, di classe, di ceto e di genere, senza cadere in visioni finalistiche, teleologiche, in provvidenzialismi o visioni semplicemente idealistiche.
In gioco è la visione dialettica della reciproca interazione di “momento economico” e di “momento extraeconomico” (la cosiddetta sovrastruttura, le idee, le culture, la politica, le concezioni religiose, il diritto ecc.). Dove il momento economico svolge sì un'azione importante, da momento egemonico o soverchiante, come dice Marx nella famosa Introduzione del ‘57 ai Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, ma non esclusivamente deterministico e dove quindi la sovrastruttura spesso agisce in modo decisivo per le sorti finali, per il risultato finale delle dinamiche complessive dell'intero storico-sociale.
In gioco è, in ultima istanza, il ruolo della coppia dialettica soggetto-oggetto, il problema del rapporto di causalità e di teleologia, dell'interazione tra finalismo soggettivo, dell'attivismo umano, e condizionamento delle circostanze oggettive. Come scrisse Marx ne Il XVIII Brumaio di Luigi BonaparteGli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione”.



V.
Occorre qui ricordare le considerazioni che Tolstoj svolge alla fine di Guerra e pace, nel capitolo “filosofico” sul ruolo di Napoleone e dei “grandi uomini”, di contro all'azione, ai desideri, alle motivazioni di milioni di persone, di grandi masse coinvolte in quegli eventi epocali di inizio Ottocento. E occorre ricordare la visione degli storici francesi di inizio Ottocento, che molto influenzarono Alessandro Manzoni nel mentre concepiva quel capolavoro che sono I promessi sposi, sull'importanza delle oscure vite di esseri umani “che non lasciano traccia nel loro passaggio sulla terra”, ma che sono carne e sangue, la sostanza della storia, sono la vita vera, masse di esseri umani senza le quali la storia e la vita non avrebbero senso.
Quello stesso pensiero che Antonio Gramsci esprime come credo profondo, ma anche come interrogativo dell'uomo e del dirigente politico provato dalle esperienze tragiche di quell'epoca, comprese le sue condizioni di carcerato indebolito e malato, nella famosa lettera dal carcere al figlio Delio “Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così?”.
  
VI.
Un solo esempio finale per esemplificare. La battaglia di Waterloo nel 18 giugno 1815 fu persa da Napoleone per una serie di circostanze sfavorevoli. In primo luogo la pioggia battente dalla giornata precedente e nel corso della notte. Al mattino presto il fango e il terreno difficile ritardarono, alle ore 11 circa, il classico cannoneggiamento terrificante dell'artiglieria francese dell'alba, prima di ogni battaglia. Ciò causò un prolungamento nei tempi della battaglia e quindi consentì l'arrivo, decisivo, delle armate prussiane al comando di von Blücher in soccorso degli inglesi di Wellington. Ma, qualora l'accidentalità delle condizioni fosse stato favorevole ai francesi e Napoleone fosse risultato vincitore a Waterloo, la traiettoria dell'esaurimento della spinta propulsiva che veniva dalle conquiste della rivoluzione francese, di cui Napoleone era affossatore e prodotto al medesimo tempo, era già tracciata.
Il morale, il “fattore umano”, delle armate repubblicane francesi, dove, come si diceva allora, il semplice soldato portava dentro lo zaino, potenzialmente, “il bastone da maresciallo”, avendo la rivoluzione consentito che i più capaci e i più preparati, anche tecnicamente, fossero valorizzati nell'esercito, come nel resto dell'amministrazione statale, di contro alla visione aristocratica dell'Ancien Régime, nel quale divenivano ufficiali solo membri della nobiltà. Ricordiamo che lo stesso Napoleone era oscuro sottotenente di artiglieria e poté divenire prima generale e poi imperatore.
In tutti i casi un impero non poteva poggiare solo sulla “punta delle baionette” e il coalizzarsi di troppe forze, non solo reazionarie, ma anche popolari, essendo i francesi, ancorché portatori del Codice Civile napoleonico e delle conquiste della rivoluzione, oppressori di molti popoli europei. Alla lunga ciò condusse alla fine della fulminante, travolgente, e breve, epopea napoleonica.



VII.
Carr conclude il suo lavoro con un capitolo, una lezione, dal titolo “Verso più ampi orizzonti”. Agiva in lui un sobrio ottimismo che gli veniva da una razionale, e non ingenua, visione del progresso, dell'accumularsi di forze positive per il cambiamento, per le trasformazioni rivoluzionarie, per conquiste di civiltà. Così anche nella prefazione per la seconda edizione, che fece a tempo a stendere prima di morire, traspare questo ottimismo.
Oggi noi abbiamo alle spalle più di tre decenni che potremmo tranquillamente definire “reazionari”. Come Restaurazione capitalistica feroce, nell'era del neoliberismo (l'era thatcheriana e reaganiana, prima, e poi l'era del mutamento radicale dei rapporti di forza sociali, politici e planetari dopo il crollo ignominioso del cosiddetto socialismo reale e la fine dei movimenti di liberazione delle periferie del mondo). Ancor più nell'attuale lunga crisi economica in cui siamo immersi, configurantesi come “crisi di civiltà” perché la crisi economica è parallela e associata a una grave crisi ambientale-climatica e a una grave crisi politica e culturale, della democrazia. Una vera e propria crisi di civiltà, come dice la Teologia della Liberazione.
L'atmosfera culturale generale, almeno in Italia e in Europa, è da “tramonto dell'occidente”, da pensiero negativo, da “decadenza”. Ma, benché le sfide siano, per la civiltà umana planetaria, ultimative, vale sempre l'analogia storica. La Restaurazione dopo la sconfitta di Napoleone sembrava la “fine della storia” e l'Europa era alla mercé delle tremende e oscurantiste forze reazionarie. Tuttavia poi venne il 1848 e la cosiddetta “Primavera dei popoli”, venne un nuovo moto di emancipazione democratica, con nuovi soggetti e nuovi protagonisti, in primo luogo il movimento operaio e i movimenti di emancipazione socialista e comunista. Per i popoli colonizzati dei quattro angoli del pianeta si profilavano una realtà e un orizzonte di schiavitù e di rapina delle loro risorse. Eppure il vento dell'emancipazione dei popoli delle periferie, dei movimenti di liberazione della nuova Primavera dei popoli, soprattutto dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha liberato l'umanità da questo incubo. Il fascismo e il nazismo (e non dimentichiamo mai il feroce fascismo giapponese, spesso reso opaco, se non occultato, per volere degli Usa) sembravano aver cacciato l'Europa e l'umanità in un buio profondo e senza via d'uscita. Eppure vennero la Resistenza e la Liberazione.
Così, in nome di questo colto, serio, rigoroso, impegnato storico del secolo scorso, il monito rimane. “Verso più ampi orizzonti”, verso una visione equilibrata, né ottimistica né pessimistica, delle possibilità storiche e sociali, delle possibilità umane in senso lato. Per una nuova ondata di civilizzazione umana, per una valorizzazione dell'etica e della politica.
Pertanto, eravamo partiti dalla questione della metodologia storica, dalla storiografia e, grazie a Edward H. Carr, siamo approdati alla questione decisiva della politica, del ruolo che possiamo svolgere come protagonisti attivi e non come semplici spettatori nella nostra vita, nella nostra società. What is history?, Sei lezioni sulla storia è opera politica per eccellenza.




martedì 26 febbraio 2019

TIRIAMOCI SU IL MORALE


Un gioco poetico-aforistico di Nicolino Longo
per Laura Margherita Volante

Laura non è ape ‘Volante’ di fiore in fiore, avendo a proprio
fior la ‘Margherita’: fiore attorno a cui lei sempre vola
e fa turismo, e dal cui ‘nettar’ nascon tutti i suoi ‘aforismi’ ”.



SARDEGNA 2019: NUMERI ELETTORALI
di Franco Astengo


Non è andata delusa l’attesa di quanti aspettavano l’esito delle regionali sarde di domenica 24 febbraio per verificare l’andamento del “trend” nazionale del voto, dopo il test abruzzese che aveva fornito indicazioni rilevanti.
Prima di tutto va fatto notare come le elezioni regionali mantengano un appeal inferiore a quello delle elezioni politiche facendo registrare, nella generalità dei casi, un calo di partecipazione al voto tra le diverse tornate: segnale importante sotto questo aspetto per quel che riguarda le Europee di maggio. Normalmente le elezioni europee risultano le meno frequentate da elettrici ed elettori, ma nel caso delle prossime consultazioni si verificherà anche la capacità di traino di un turno amministrativo di un certo rilievo e ne constateremo l’effetto.
In Sardegna, a differenza dell’Abruzzo, invece tra i due turni di elezioni regionali (2014-2019) si registra un lieve incremento nelle espressioni di voto.
Andando per ordine: nell’occasione delle elezioni politiche del 2018 erano iscritti 1.368.471 elettrici ed elettori e si registrarono 869.000 voti validi; in precedenza nelle elezioni regionali 2014 gli aventi diritto risultavano essere 1.480.322 con 737.305 voti validi per i candidati presidenti e 682.022 voti validi per le liste. Lo scrutinio delle regionali 2019, sulla base di 1.470.401 iscritte/i nelle liste, ha fatto registrare 759.819 voti validi per i candidati- presidente e 704.943 voti validi per le liste.
Nei 5 anni intercorsi fra le due elezioni regionali abbiamo avuto quindi un incremento di 22.514 nell’espressione di suffragi per i candidati – presidenti e di 22.921 per le liste.
Nel 2014 il presidente Pigliaru fu eletto con 312.982 voti pari al 21,14% del totale degli aventi diritto, nel 2019 Solinas è stato eletto presidente con 363.485 voti pari al 24,72%. Un incremento del 3,58%.
Esaminiamo allora l’andamento delle diverse candidature a Presidente.
Come è già stato fatto rilevare Solinas è stato eletto con 363.485 voti: nel 2014 il candidato del centro destra Cappellacci era stato sconfitto con 292.395 voti. L’incremento del candidato di centro destra tra il 2014 e il 2019 è stato dunque di 71.090 voti. Sul versante del centrosinistra Pigliaru era stato eletto presidente nel 2014 con 312.982 voti: Zedda nel 2019 è stato sconfitto con 250.355 voti, per una flessione di 62.627 voti. Grande interesse si era dimostrato attorno alla candidatura Desogus presentata dal Movimento 5 stelle, candidatura per la quale non sono possibili raffronti con il 2014 poiché in quell’occasione il Movimento 5 stelle non era presente. In questo caso il solo confronto possibile diventa allora quello con il voto delle elezioni politiche 2018. Il 4 marzo 2018 il Movimento 5 stelle (Camera dei deputati) ottenne 369.196 voti. Il 24 febbraio 2019 la candidatura Desogus ne ha avuti 85.046, mentre la lista del M5S ne ha ottenuti 68.461. Un calo rispettivamente di 284.123 e di 300.735 unità.  Una flessione così rilevante che nel caso specifico non può essere attribuita all’astensione: tra il 2018 e il 2019 il calo dei voti validi è stato (raffrontati i voti dei candidati-presidenti) di 109.181 unità. Ne consegue che la perdita dei voti accusata dal Movimento 5 stelle si è diretta verso altri soggetti: in questo caso l’esito delle elezioni sarde dimostra come la volatilità elettorale abbia colpito il Movimento in dimensioni che si potrebbero definire di “smottamento strutturale”.
Per le altre candidature presentate nell’occasione un raffronto può essere eseguito con quella del candidato Pili, presentatosi nel 2014 sostenuto da 3 liste e nel 2019 dalla sola lista “Sardi Liberi” con un calo di 24.673 unità.
Presenti anche le candidature Maninchedda con 25.474 voti, Murgia 13.331 e Lecis con 4.515.
Esaminiamo allora l’andamento delle diverse liste.
Già scritto del M5S in calo rispetto alle politiche di 300.735 unità. Per fornire un’idea sul piano percentuale, riferendoci al totale degli iscritti nelle liste alle politiche 2018 il M5S aveva ottenuto il 26,97%, percentuale scesa dodici mesi dopo al 4,65%. Una flessione del 22,32%.
L’analisi del campo del centro destra indica per la Lega una flessione tra le politiche 2018 e le regionali 2019 (anche la Lega come il M5S non era presente nelle regionali 2014) da 93.771 voti a 80.068, un meno 13.703 suffragi.
Da considerare però la presenza del Partito Sardo d’Azione (che esprimeva il candidato presidente, poi eletto). Il Psd’az non era presente alle politiche 2018 (le sue candidature erano interne al centro destra) e ha realizzato un notevole incremento tra le regionali 2014 e quelle 2019 passando da 31.886 voti a 69.816 (più 37.930). Dato che naturalmente altera l’esito delle altre formazioni di centro destra.
Forza Italia registra una rilevante flessione sia rispetto alle Regionali 2014, sia rispetto alle Politiche 2018 passando da 126.327 voti (regionali 2014) a 128.503 (politiche 2018) fino a 56.450 (regionali 2019), oltre il 50% del proprio elettorato.
Fratelli d’Italia conferma invece la crescita fatta registrare tra le regionali 2014 e le politiche 2018 quando era passato da 19.275 a 34.963 voti sostanzialmente confermati (33.323) il 24 febbraio 2019. Un indice di consolidamento che si evidenzia in tutte le diverse tornate elettorali di questa fase per questa formazione.
L’UDC sarda cala tra le due elezioni regionali ma nel 2019 cresce rispetto alle politiche 2018: da 51.923 (2014) a 12.584 (2018) a 26.049 (2019).
Il centro destra sardo aveva presentato alle regionali 2014 tre liste locali di sostegno, cresciute a 5 nel 2019: complessivamente i voti sono passati da 69.938 a 99.139 fornendo sicuramente un incremento di rilievo alla candidatura rivelatasi vincente. C’era molta attesa nel campo del centro sinistra per verificare il dato di tenuta del PD e l’apporto che avrebbero fornito le cinque liste di sostegno alla candidatura Zedda, sindaco di Cagliari eletto a suo tempo al di fuori dalle liste del PD.
Nonostante una rilevante flessione il PD si è affermato con il partito di maggioranza relativa nell’isola raccogliendo 94.818 voti. Nel 2014 erano stati 150.492 poi scesi nel 2018 a 128.884. Il calo tra il 2014 e il 2019 è stato quindi di 55.674 suffragi (si ricorda che tra la candidatura Pigliaru e quella Zedda sono mancati 62.627 voti.). Per fornire un’idea più approfondita del valore assoluto della maggioranza relativa nella misura conseguita dal PD è il caso di ricordare che la percentuale rapportata al totale degli iscritti (e non dei voti validi) è stata del 6,44%, con un indice di frammentazione molto elevato a dimostrazione di una fragilità congenita del sistema nel suo insieme.
Tra le liste di appoggio della candidatura Zedda sarebbe necessario distinguere tra quelle dichiaratamente di orientamento a sinistra e quelle che più propriamente potevano essere definite come “civiche”.
A sinistra, infatti, possiamo collocare LeU, Campo Progressista e Progetto Comunista: queste tre liste hanno conseguito complessivamente 52.405 voti. Nel 2014 Sel ne aveva avuto 35.376, PRC e Comunisti Italiani (che in questa occasione hanno sostenuto la candidatura Lecis) 13.982, una lista del PSI 9.518, una lista IDV – Verdi 7.551. Difficile eseguire comparazioni se non fornire l’impressione di un ulteriore calo delle liste di sinistra nell’ambito del centrosinistra. Una lista di Cristiani Popolari Socialisti ha ottenuto 9.542 voti, mentre le liste che possono essere definite come più propriamente civiche hanno avuto in totale 55.778.
Nell’insieme rispetto alle Regionali 2014 dove il centro sinistra aveva avuto (come liste) 289.663 voti con il PD che ne rappresentava il 51,95% nel 2019 lo stesso schieramento ha avuto 212.933 voti dei quali il PD ne ha rappresentato il 44,52%. Si può quindi parlare di una flessione complessiva con un sistema di alleanze articolato ma non in grado di affrontare il calo ma soltanto di contribuire a contenerlo.
Da rimarcare ancora come il Partito dei Sardi abbia ottenuto più voti del suo candidato alla presidenza 26.006 contro 25.474, la lista di Autodeterminazione che alle politiche 2018 aveva ottenuto 19.307 voti è scesa a 13.311
(la candidatura di Andrea Murgia poco sopra con 13.381).
Rifondazione Comunista - Sinistra Sarda si è fermata a 4267 voti (con la candidatura Lecis a 4.515) mentre Potere al Popolo alle Politiche 2018 aveva ottenuto 7.885 suffragi e, ancora, la lista PRC -Comunisti Italiani presente nelle Regionali 2014 all’intero del centrosinistra di Pigliaru ottenne 13.982 voti. Una discesa evidente nell’espressione di voto della sinistra d’alternativa.
I rilievi più evidenti, alla fine, possono essere così riassunti.
1)Si conferma la minore appetibilità delle elezioni regionali rispetto alle politiche ma in Sardegna tra il 2014 e il 2019 si registra un lievissimo incremento nella partecipazione al voto;
2)Il centro destra si afferma grazie soprattutto alla forza dei suoi soggetti organizzati. La presenza del Partito Sardo d’Azione impedisce di comprendere meglio la forza di sfondamento potenzialmente rappresentata dalla Lega anche in quelle che un tempo erano considerate “partibus infidelium”. Forza Italia prosegue nel suo regresso mentre si consolidano i Fratelli d’Italia;
3)Il centro sinistra offre segni di vitalità anche se, almeno nello specifico delle regionali sarde, il PD appare meno centrale nello schieramento. Si nota nello schieramento di centro sinistra l’assenza di soggetti organizzati ma su questo punto sarà necessario riflettere in caso di elezioni generali;
4)Come già scritto all’interno del testo quello del M5S può essere definito, a questo punto uno “smottamento strutturale”. Difficile trovare altra definizione per una perdita, in due regioni come Abruzzo e Sardegna (tutto sommato periferiche) di circa mezzo milione di voti in due tornate elettorali svoltesi a distanza ravvicinata.
5)Non si sfugge, come già fatto rilevare, ad una impressione di debolezza complessiva dei soggetti che compongono il sistema, non solo in Sardegna, e di riapertura di una fase di transizione e di ricerca di equilibri non ancora definiti Il calo del M5S contribuisce molto a costruire questa incerta possibilità. Diventa difficile pensare anche ad un ritorno verso il bipolarismo classico centro destra-centro sinistra. È il caso comunque di ricordare che le elezioni sarde sono state elezioni locali destinate ad eleggere Presidente e Consiglio di quella Regione. Non va mia dimenticata, insomma, la specificità di ogni turno elettorale.


lunedì 25 febbraio 2019

Taccuino
ANTONELLO  
di Angelo Gaccione

Ritratto di giovane (1474)

C’è, in questa mostra che Milano dedica ad Antonello da Messina nelle Sale di Palazzo Reale fino al 2 giugno di quest’anno, un elemento che non dovrebbe essere trascurato, e che ai miei occhi riveste - per significati cultuali e appassionata dedizione - un’importanza pari ai dipinti del grande e sfortunato ritrattista. Mi riferisco al corredo con cui Giovan Battista Cavalcaselle ci guida, opera per opera, dettaglio per dettaglio, dentro la cronologia dell’artista; ai suoi sette preziosi taccuini e fogli sciolti ricchi di fitte annotazioni e di disegni, che a questa esposizione fanno da controcanto. Cavalcaselle è andato in ogni dove, spesso con difficoltà logistiche scoraggianti, per documentare, munito di matite e penne, quanto vedeva delle singole opere del pictore ceciliano, come lo connota Cicco Simonetta, segretario del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza che lo avrebbe voluto alla sua corte. Galeazzo alla corte milanese non lo avrà, e in fondo ad Antonio de Antonio (questo era il nome di Antonello) andò bene; il duca il 26 dicembre dell’anno successivo (1477), precisamente il giorno di Santo Stefano, e proprio dentro l’omonima chiesa (a me molto cara non solo perché è quasi di fianco all’Università “Statale), cadrà assassinato, vittima di una oscura congiura. Cavalcaselle alla sua acribia e rigore di studioso, unisce un’abilità straordinaria per il disegno tanto che il confronto con le figure e i singoli elementi presenti nelle tavole di Antonello, ci appare sorprendente. 


G. B. Cavalcaselle
Uno dei suoi appunti
esposti in mostra.
L’analisi accurata di queste riproduzioni, e soprattutto gli appunti di scrittura, si rivelano una preziosa miniera per la filologia e per lo stile del pittore messinese. E dunque non si ringrazierà mai abbastanza questo indefesso cultore dell’arte, e devotissimo al “non umano” pictoris. E a me è divenuto ancora più simpatico nell’apprendere che non era stato solo un grande storico dell’arte ammirato da Roberto Longhi, ma un carbonaro e rivoluzionario che aveva preso parte all’insurrezione del Lombardo-Veneto contro la dominazione austriaca, e che dovette scappare a Londra per evitare la fucilazione. Se si esclude la tela ottocentesca di Roberto Venturi raffigurante un Giovanni Bellini che spia Antonello al lavoro per carpirne i segreti (la tela proviene dalla Pinacoteca di Brera), i taccuini e fogli di Cavalcaselle e un paio di documenti quattrocenteschi conservati all’archivio di Stato di Milano, la mostra si compone di 20 opere fra tempere e oli, tutte realizzate su tavole, per lo più pioppo e noce. Ci sono stati risparmiati, per fortuna, gli eccessivi confronti, vezzo negli ultimi tempi molto diffuso (come se non sapessimo che l’arte si contamina di arte, la scrittura di scrittura, la musica di musica e via elencando), ed è con riposata misura che le dodici Sale di Palazzo Reale si offrono a noi per gustare questi gioielli, uscendone, come dev’essere, con il giusto appagato desiderio e non con la sazietà. 

Ritratto d'uomo
(detto anche Trivulzio) 1476

Le opere provengono fondamentalmente da Musei e istituzioni culturali italiani, ma c’è una suggestiva Crocifissione proveniente da Sibiu (Romania), un San Girolamo nello studio da Londra, un Ritratto di giovane da Filadelfia, una Madonna con Bambino da Washington, un altro Ritratto di giovane conservato a Berlino. I pezzi forti, quelli in cui Antonello eccelle, sono i ritratti. In queste piccole tavole comprese fra i 20 centimetri per 14 e i 37 per 29, i volti dei committenti e di coloro che hanno funto da modelli, non sono mai ripresi in posa rigidamente frontale; sono fissati con una leggera torsione del capo in modo che non vi guardino diritti negli occhi, in tralice, come diciamo noi letterati, e così lo sguardo assume una traiettoria enigmatica, carica di un sentimento ora di rimprovero, ora beffardo, a seconda dell’increspatura delle labbra. Sono figure che pur nel loro intenso realismo, nascondono una interiorità psicologica complessa e tutta da decifrare. È il loro fascino e la loro modernità, ed è per questo che continuano ad avere una presa così forte su noi contemporanei. Privi di qualsiasi orpello e ritratti nella essenzialità dei loro panni, il silenzio in cui sono fissati e gli sfondi scuri da cui si stagliano, sono tanto evocativi quanto eloquenti, e raccontano brandelli di vita che possiamo immaginare, dal momento che come tante altre forme d’arte, la pittura è racconto. 
Ecce Homo 1475

Persino il ritratto dell’Ecce Homo non guarda frontalmente in faccia i suoi fustigatori: ha lo sguardo spento e distante, il capo leggermente reclinato, le labbra atteggiate in una smorfia di commiserazione. È un Cristo umanissimo e che più terreno non si può; più che afflitto è rassegnato, indifferente alla sua sorte. Sono compresi in questa esposizione vari ritratti, fra cui il celebre Ritratto d’uomo del 1470 circa (cm. 30,5 x 26,3), quello più noto come Ritratto di ignoto marinaio dal beffardo sorriso, a cui Vincenzo Consolo dedicò un romanzo (Il sorriso dell’ignoto marinaio), e che tanto aveva indispettito Roberto Longhi. In una lettera del 1969 dava a Consolo il giusto merito del valore letterario, ma contestava con veemenza la condizione di marinaio della figura di Antonello. Consolo teneva incorniciato sulla parete della sua abitazione di Milano un’acquaforte del ritratto antonelliano realizzata da Renato Guttuso e tirata in una cartella di 150 esemplari, di cui andava fierissimo, assieme ad un disegno di Pasolini. Ogni volta che mi recavo da lui si finiva per parlare di quella acquaforte. Che ne andasse fiero era più che legittimo, dal momento che Consolo era nato a Sant’Agata di Militello, comune del messinese, come messinese era Antonello. 

Ritratto d'uomo 1470 circa
(detto anche di ignoto marinaio)


Nella ritrattistica tardo-umanistica questo ritratto di Antonello, che sia o no un marinaio, segna un vero e proprio spartiacque. Le sue fattezze, così come il suo incarnato ed il suo ironico sorriso, celebrano quella mediterraneità tutta meridionale, realistica e filosoficamente scettica, che in pittura rimarrà ineguagliata. Ma l'icona, a livello di immaginario collettivo, resta l’Annunciata, la celeberrima tempera e olio su tavola di 45 x 34,5 centimetri realizzata tra il 1475 e il 1476 e custodita nella Galleria di Palazzo Abatellis di Palermo. Da tempo sognavo di vederla dal vero. 

Annunciata 1475-1476

Davanti ad un dipinto così spoglio nella sua semplicità, tutta la tradizione figurativa “madonnara” ci appare di colpo insopportabile. È così familiare, domestica e priva di simboli, la scena; così imperturbata la figura...  
Nessun afflato mistico, nessun rapimento estatico. Ci troviamo davanti ad una giovane donna dalla bellezza tipicamente mediterranea, avvolta in un semplice e leggero velo azzurro che le cinge il capo, intenta a leggere su un leggio posato su un tavolo un po’ tarlato, forse un passo del Vangelo. Non è colpita da alcuna luce soprannaturale, non c’è alcun Angelo, ed è il suo primo piano a riempire tutto lo spazio. Non  avvertiamo alcuna presenza dello Spirito Santo in questa Annunciazione così essenziale. È il suo sguardo leggermente reclinato a dirci di una possibile presenza, ed è il lieve gesto della mano a contenere qualcosa che si muove. Il gesto è di chi intende ristabilire il silenzio, per un raccoglimento che è stato improvvidamente turbato. La perfezione del capolavoro di Antonello consiste proprio nella sobrietà assoluta con cui è risolto, e dall’alone di partecipata terrena purezza, che pare spirare dal raccolto silenzio della Vergine. 

Antonello - Jacobello
Madonna col Bambino  1480

Quella che nel percorso espositivo è contrassegnata come ventesima e ultima opera, è una Madonna col Bambino del 1480. Non è però tutta fattura di Antonello morto nel febbraio dell’anno prima; a completarla sarà il figlio Jacobello anche se da questi attribuita interamente al defunto genitore. Con sentimento di amorevole rispetto, Jacobello metterà una scritta in latino che così recita: non humani pictoris me fecit. Una singolare anticipazione per anni più tardi quando il Vasari userà per Raffaello il medesimo concetto di sovrumano, di divino. Al pari di Michelangelo e Leonardo, anche loro “pittori non umani”.


 
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Antonello da Messina
Palazzo Reale di Milano
21 febbraio- 2 giugno 2019
Curatore della mostra: Carlo Federico Villa


     
ONDATA DI MALTEMPO NEL SUD
Una drammatica testimonianza di Nicolino Longo


Caro Angelo, siamo ancora sotto attacco del vento siberico che si è abbattuto su San Nicola Arcella con una forza di spinta forse superiore ai duecento chilometri orari. Una cosa del genere questo borgo l’aveva subita nel 1982, quando ne scoperchiò un gran numero di case, con sfondamento di un gran numero di finestre e balconi. Non sappiamo cosa sia successo in paese. Strade, linee telefoniche ed elettriche sono interrotte da ieri, quando il fortissimo vento si era presentato assieme ad una fittissima nevicata fino a bassissima quota. Sappiamo solo di quanto sia successo in collina: cavi elettrici tranciati in mezzo alla strada; linee telefoniche fuori servizio, e centinaia di pini abbattuti lungo i tre chilometri di salita che un mio nipote, reduce, ieri notte, da una cena fra amici, ha dovuto farsi, assieme a moglie e bambina in braccio di 5 anni, 
per raggiungere casa, dove sono arrivati entrambi in uno stato fortemente apnoico. Io, solo, nella mia casetta ero andato in tachicardia, dopo che anche l’energia elettrica mi era venuta a mancare a seguito del servizio telefonico. 
Mia moglie, che si trovava da mia sorella, a cui ha scoperchiato un tetto fatto con tutti i crismi l’anno scorso, mi ha raggiunto grazie all’intervento di un coraggiosissimo pastore del posto. 


Altrimenti, non sarei riuscito neanche ad accendermi il caminetto, nonostante tutta la legna presente, a causa dell’affanno e della tachicardia appunto scaturita al pensiero che nessun’autoambulanza, a causa del fortissimo vento, avrebbe potuto raggiungere la cima della collina, in caso di bisogno. Una cosa veramente brutta. E ancora non sappiamo, se non ci viene erogata la corrente cosa sia successo in paese, come dicevo prima, né in Calabria, né nel resto della Penisola. Dammi tu qualche informazione su questo aeromoto se hai seguito i telegiornali. Un abbraccio da Nicolino.