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mercoledì 13 febbraio 2019

Immigrazione sulla scena
di Mila Fiorentini
Bernardino De Bernardis


Conversazione con l'attore e regista napoletano
Bernardino De Bernardis.


Di immigrazione e clandestinità si parla quotidianamente e spesso si sparla: nemmeno Sanremo ne è stato risparmiato. Sul piccolo e grande schermo l’argomento è ormai uno dei temi delle sceneggiature. Da qualche tempo anche il teatro si è fatto avanti, forse su questo fronte con qualche ritardo. Abbiamo incontrato il regista, autore del testo e interprete della pièce Immigrati brava gente con l’occasione che, dopo una stagione a Roma al teatro dei Servi e a Milano al Martinitt, torna in scena nella Capitale (al Teatro Marconi dal 28 febbraio al 10 marzo prossimi), per parlare del ruolo del palcoscenico su questo argomento e dell’interazione con il pubblico. Sul tema immigrazione e clandestinità, tra l’altro, il teatro mi pare si sia mosso in ritardo rispetto ad altri mezzi di comunicazione.
D. Nella società ‘mediatizzata’, dove quasi tutto è apparenza e comunicazione, pena non esistere, sempre più condizionata dallo schermo del computer in un’esposizione e rappresentazione costante virtuale, qual è il ruolo del teatro?

R. “La forza del teatro, ancor più oggi di ieri, è proprio quella di offrire l’opportunità di una condivisione vera e non virtuale che garantisca ancora un sincero processo di socializzazione sempre più minato dall’era dei social. Il teatro, a differenza di tutte le altre forme d’arte, ha come peculiarità quella di necessitare della co-presenza hic et nunc di chi “usufruisce” dell’evento e di chi lo “fornisce”; questa co-presenza fa sì che l’evento si trasformi in un rito in cui il ruolo tra spettatore e attore per certi versi si confonde e si sovrappone diventando un’unica entità al servizio dell’emozione.”

D. Il tuo pubblico da chi è costituito principalmente? In particolare mi piacerebbe capire se i bambini vanno a teatro, come andavano nella Grecia antica o se c’è una barriera tra le fasce di età.

R. “È un problema principalmente culturale: i bambini vanno se trovano genitori sensibili che intuiscono l’importanza del teatro, soprattutto per la loro corretta crescita emotiva; il fatto che sempre più il laboratorio teatrale venga concepito come strumento didattico da inserire organicamente nei percorsi formativi scolastici è la dimostrazione di quanto sia importante per i bambini avere un rapporto sano con le proprie emozioni; ritengo che il teatro sia rimasto l’unico baluardo contro l’imperante imperversare di realtà virtuali di socializzazione in cui le emozioni sono sempre frutto di filtri che alterano la veridicità dei rapporti, in questo il teatro, pur essendo paradossalmente tra le più antiche forme d’arte, si proporne come strumento tra i più trasgressivi, rivoluzionari e innovativi.”

D. Com’è cambiato il clima sull’argomento da quando hai deciso di scrivere questo testo a oggi che torni in scena?

R. Il clima è cambiato anche in ragione del contesto politico che nel frattempo si è delineato in Italia; pur non volendo entrare in questioni strettamente politiche, ritengo che, pur comprendendo l’oggettiva difficoltà di coniugare l’ineludibile impegno a garantire l’aiuto a persone innocenti che hanno l’unica colpa di essere nate in paesi in guerra e in gravi difficoltà economiche con la legittima tutela alla sicurezza delle singole nazioni che li accolgono, la soluzione non può essere quella di alzare muri indiscriminatamente senza porsi il problema di quelle che sono le cause che determinano i flussi migratori; così come ritengo che il problema non possa essere considerato una questione esclusivamente italiana. Il teatro, a mio parere, ha il compito di rappresentare la vita in tutti gli aspetti sollevando domande più che dando risposte, mantenendo vigile la coscienza.”

D. L’interazione che una rappresentazione teatrale determina, come del resto un concerto, non coinvolge solo il pubblico ma anche gli attori. Hai pensato di impiegare attori di origine straniera a raccontare le vicende di integrazione, clandestinità e immigrazione?

R. “Non ho un’esperienza acquisita da regista in tal senso anche se mi alletta molto perché ho lavorato come attore, allievo del Master di 1° livello di Teatro nel Sociale e Drammaterapia presso Università La Sapienza, con persone di provenienze diverse, ad esempio dei rifugiati. Si tratta di un incontro molto stimolante sia a livello emozionale i percorso psicologico personale, sia di arricchimento dei linguaggi del corpo e verbali, oltre che di contenuti, per lo spettacolo.”

D. In qualche modo com’è accaduto portando il teatro in carcere, potrebbe diventare una fonte di catarsi?

R. “Ogni forma d’arte è per definizione catartica, ma il teatro proprio per la sua peculiarità riesce più delle altre a creare le condizioni, sia per l’attore sia per lo spettatore, ideali per proiettare e quindi esorcizzare le emozioni su elementi neutrali come un personaggio permettendo a tutti di vedere da una prospettiva forse più obiettiva il tema affrontato.”

D. Com’è nata l’idea di affrontare l’argomento nella tua scrittura?

R. “Direi che il primo spunto lo ebbi in occasione di uno spettacolo teatrale che affrontava il tema dell’immigrazione: l’idea era cercare di presentare un argomento particolarmente delicato in chiave brillante senza però sminuirlo o peggio ridicolizzandolo. In tal senso la tradizione della commedia all’italiana, che ci ha reso famosi in tutto il mondo, ci ha aiutato a coniugare il senso della tragedia con la forma della commedia creando un genere unico di grande impatto emotivo.”

Una scena dello spettacolo

D. Nella tua commedia la scelta linguistica cade sul dialetto. Il teatro come la vita pone la lingua come ponte o barriera di comunicazione. In questo senso la scelta dialettale mima una lingua ‘straniera’? Facilita o complica la comunicazione?

R. “Il dialetto in genere reputo sia il linguaggio del cuore; un’emozione ha più facilità ad essere espressa nel linguaggio che ha caratterizzato il proprio substrato culturale e familiare. Nel caso specifico penso che il dialetto, qualsiasi esso sia, è un po’ la carta d’identità culturale di un luogo. Da una prima valutazione questo potrebbe sembrare un limite nell’ottica di un confronto inclusivo, invece ritengo che sia l’opposto, proprio perché essendo la carta d’identità di un luogo, ne evidenzia anche tutte le sue influenze e contaminazioni che nel corso degli anni si sono stratificate. Da questo punto di vista, il dialetto napoletano è colmo di richiami ad altre esperienze linguistiche frutto di dominazioni succedutesi nei secoli e in questo si possono trovare anche molte opportunità drammaturgiche in fase di scrittura, un chiasmo di culture mediterranee.”

D. Napoli è tra l’altro una città mediterranea singolare dove lo spettacolo, la commedia in teatro e la musica hanno un’importanza clamorosa e ‘paradossalmente’ una grande universalità. Oggi come si vive questa tradizione nella città?

R. “Napoli è una città che nelle sue mille contraddizioni vive forse più di altre già nelle sue viscere il confronto con le diversità in genere e le paure che questo comporta; tuttavia alle mille contraddizioni contrappone i mille culur come il grande Pino Daniele cantava in quello che è forse il manifesto in canzone di una intera città. L’auspicio è che da questi mille colori possa emergere un affresco di armonia nel rispetto reciproco delle diversità.”

D. Su che linea pensi di lavorare prossimamente?

R.“Ho qualcosa su cui sto ragionando da un po', mi piacerebbe indagare quanto si è veramente liberi nelle scelte della nostra vita e quanto il confine tra il bene e il male a volte sia talmente labile che possa essere inconsapevolmente superato marchiandoti per il resto della nostra esistenza.”

La locandina dello spettacolo