Pagine

giovedì 31 ottobre 2019

BERNARDO BELLOTTO 1740 VIAGGIO IN TOSCANA
di Giorgio Colombo


Lucca, una bella giornata di ottobre; superate le vecchie mura e un intreccio di vicoli e vicoletti, si arriva all’antico Complesso di San Micheletto dove, al primo piano si apre la mostra di Bernardo Bellotto 1740 Viaggio in Toscana, Fondazione Raggianti (già presentata in settembre alla Fondazione Cini di Venezia), a cura e ricco catalogo di Bozena Anna Kowalcczyk dal 12 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020. Si tratta dei capolavori d’esordio, in questa mostra radunati per la prima volta insieme, con prestiti raramente concessi.
Bernardo Bellotto frequenta fin dalla gioventù l’atelier dello zio Canaletto, affascinato dai giochi di luce e ombra… “dalla magia della prospettiva, che restituiva la verità ai luoghi, e della luce che ne cristallizzava la bellezza”. In quell’ambiente incontra “nobili clienti britannici, giovani viaggiatori del Grand Tour, i personaggi più importanti del milieu culturale veneziano… Nel ’38 risulta iscritto alla Fraglia veneziana dei pittori, è dunque indipendente, guadagna e paga le tasse, ma il rapporto con Canaletto (per il quale prepara anche abbozzi) continua… Schizzi con la camera ottica ripresi en plein-air già con l’idea della veduta prospettica del luogo, e poi composti in studio, secondo il gusto e l’ispirazione del momento, in vari disegni o dipinti… allargando la visuale, introducendo figure e barche diverse” (catalogo p.15 e seguenti).         
1740 Invitato dalla nobiltà toscana, il giovane pittore veneziano, diciottenne,  è al suo primo viaggio di lavoro che comprende Lucca e Firenze. A Lucca dipinge “Piazza San Martino con la Cattedrale” (opera prestata eccezionalmente dalla York City Art Gallery), ora esposta insieme a cinque disegni (dalla British Library) che riprendono le diverse angolature dei luoghi intorno alla stessa chiesa. Le absidi, invisibili dal portico della facciata, hanno richiesto al pittore di arrampicarsi sul tetto dell’arcivescovado. Sulla carta s’intravvedono i sottostanti segni a matita, coperti dal ricco insieme rappresentativo a penna, tracciato con mano sicura, senza ripensamenti.
Il dipinto incontrò subito un grande successo, tanto che ne esistono alcune copie, pure esposte in questa occasione.
 La mostra si arricchisce delle opere eseguite a Firenze nello stesso periodo, tra le quali Piazza della Signoria con vivacità di personaggi (alcuni si esibiscono su di un palco) e insistiti tagli prospettici; a seguire cinque vedute dell’Arno che attraversa la città con abili trasparenze e riflessi sull’acqua, barche, pescatori, curiosi e i grandi palazzi ai lati, gli uni in ombra, gli altri illuminati dal sole.
La vicenda del giovane Bellotto s’inserisce in una vivace attività di ricchi collezionisti che da Venezia a Firenze seguono con interesse l’esplosione, la freschezza del pittore sulla via sicura già tracciata dal Canaletto. La sua vita, che sempre seguita da illustri Signori e conoscitori d’arte, continuerà fuori d’Italia sino alla sua morte a Varsavia nel 1780.

LIBRI
AFORISMI
La copertina del libro

Nicolino Longo, assieme a Laura Margherita Volante, è di sicuro il più prolifico autore di aforismi qui in Italia. Negli ultimi tempi quasi quotidianamente ne va pubblicando sulle pagine di “Odissea”. Sono aforismi di argomento il più diverso (esistenziali, morali, di critica politica, ecologisti, e così via), ma sono anche riflessioni, pensieri turgidi, visioni filosofiche, provocazioni ironiche. Questo nuovo volume ne raccoglie in totale duecento cinquanta, selezionati da una raccolta molto più ampia. Longo ha una quasi naturale predisposizione verso questa forma secca, sintetica, efficacissima per la sua immediata comunicabilità e perentorietà. La bella nota critica che accompagna il libro, a firma di Carmine Chiodo che da anni segue Longo soprattutto nel suo lavoro di poeta, riporta questo passaggio che sottoscrivo in pieno: “Questi di Longo sono aforismi ben articolati e sono degni di stare accanto a quelli dei più noti e celebrati autori del Novecento e della nostra epoca”. Sarebbe un atto di giustizia assegnare a Nicolino Longo e a questo suo libro, il premio Torino In Sintesi dedicato a questo genere espressivo così affascinante e così difficile. [Angelo Gaccione]

Nicolino Longo
Aforismi
(Corti circuiti dell’area di Broca)
Bastogilibri Editore 2019
Pagg. 120 € 20,00

Per richieste:
BastogiLibri
via Giacomo Caneva n. 19
00142 Roma
Tel. 340-6861911
email: bastogilibri@alice.it


RIVISTE
CALABRIA SCONOSCIUTA


La copertina della rivista

Segnaliamo ai lettori di “Odissea” l’uscita del nuovo numero della rivista “Calabria Sconosciuta”. Numerosi gli scritti di grande interesse, fra cui “Un pezzo di Rinascimento in Calabria: da Benedetto da Maiano ad Antonello Gagini” di Gianluca Sapio; “La chiesa di santa Maria di Portosalvo di Siderno” di Giuseppe Pelle; “Palazzo Migliorini: da dimora gentilizia a risorsa culturale per la promozione del territorio” di Giuseppina Vitetta; “Longobardi: dal Fascismo alla Repubblica” di Nicola Bruno, e così via.

Rivista Trimestrale di Cultura e Turismo
Pagg. 80,00 € 7,50
Anno XLII numeri 161/162
Gennaio-Giugno 2019

Per abbonamenti e richieste:
Direzione – Redazione
Via Brancati n. 8
89123 Reggio Calabria
Tel. 0965 – 21456


mercoledì 30 ottobre 2019

È TUTTA COLPA DELLA LUNA
di Franco Astengo


È tutta colpa della luna, scriveva nell’Otello William Shakespeare, quando si avvicina troppo alla terra fa impazzire tutti”. Dev’essere successo questo alle nostre istituzioni, dev’essere l’effetto di un evento astrale, che spinge giù la luna. Giacché la democrazia italiana è lunatica come un adolescente implume, come una ballerina di flamenco. Da qui la sua cifra distintiva: gli sbalzi d’umore, l’incoerenza, le scelte capricciose. E un’onda emotiva perennemente inquieta che sommerge la ragione”.

Questo l’incipit di “Demofollia” l’ultimo lavoro di Michele Ainis nel quale il costituzionalista affronta i temi della Costituzione sotto assedio, dei sistemi elettorali rinnovati di continuo, di sentenze che coprono le lacune legislative.
L’occasione di lettura del testo di Ainis è quindi buona per affrontare il tema della realtà delle nostre istituzioni in un contesto di riflessione più generale.
Andando per ordine questa una possibile chiave d’interpretazione della complicata situazione in atto. Nell’evidenza della crisi dei sistemi politici liberali e in attesa di un futuro ancora imperscrutabile che si vorrebbe fondato sulla tecnologia e all’interno di questa vera e propria “demo follia” sta sorgendo addirittura una nuova categoria: quella delle democrazie cosiddette “illiberali”. Ciò sta avvenendo all’interno di un quadro fenomeno che abbiamo definito più volte di “arretramento storico”: in una fase nella quale si è innescato un processo troppo rapido di cessione di sovranità da parte dello “stato nazione” nel quadro del fenomeno che è stato definito della globalizzazione. Questi fenomeni ci hanno richiamato alla necessità di ripensare il nostro modo tradizionale di intendere l’azione politica.
I processi di modernizzazione sociale e culturale e di differenziazione strutturale hanno imposto una più chiara distinzione tra il potere politico e le altre forme di potere che oggi si vanno esprimendo in particolare nel rapporto tra politica e tecnica e tra politica ed economia.
In buona sostanza, per quanto non in maniera centrale ed esclusiva, gli interrogativi classici su chi detiene il potere e su come lo si esercita (interrogativi posti anche in maniera normativa: chi dovrebbe avere il potere e come dovrebbe esercitarlo?) informano ancora l'analisi contemporanea della politica e anche i teorici della “democrazia illiberali” o del “neo-sovranismo” saranno chiamati a farvi i conti. Il potere sembra fenomeno più pervasivo di altri, più generale e più generalizzato, più diffuso e meglio caratterizzante di diverse attività. Il tema centrale sotto quest’aspetto rimane quello dello Stato ed a questo proposito va intesa la crisi della democrazia liberale. Una crisi, quella della cosiddetta democrazia liberale, che principia (dopo la caduta in Europa dei sistemi a “rivoluzione avvenuta”) da un lato con l'innegabile manifestarsi dell'autonomia del politico, dall'altro con il diffondersi di analisi di antropologia politica su società definibili come Senza Stato, ma niente affatto senza politica. Da qui la nuova e, in un certo senso, definitiva definizione di “politica” alla quale pervenne dopo un'ampia ricognizione storico-critica, David Easton “un'attività di assegnazione imperativa di valori per una società”.
In questo senso qualsiasi sistema politico ha tre componenti: la comunità politica, il regime e le autorità. Oggi si tende a confondere queste tre componenti costruendo veri e propri “mostri” sia sul piano istituzionale, sia sul piano giuridico-amministrativo. La confusione tra Governo e Parlamento rappresenta proprio un punto fondamentale di questa “costruzione di mostri”. Il Parlamento è stato sicuramente il luogo privilegiato dai partiti per garantire rappresentanza agli elettori, acquisire visibilità per le loro politiche e ottenere cariche per i loro esponenti. Oggi questa funzione del Parlamento è messa fortemente in discussione nell’idea di ridurne il ruolo a semplice posto di ratifica del dettato governativo e di rappresentanza corporativa. Naturalmente, ci sono differenze, in termini di quantità e di qualità, in quella che è stata la centralità dei parlamenti così come sono differenti le modalità di spostamento e di vero e proprio annullamento nella presenza dei consessi elettivi all’interno dei diversi sistemi politici.
Proprio a partire dal controllo sull'esecutivo è facile capire quanto importante sia stato il compito dei parlamenti, nella costruzione dei regimi democratici.
Più impegnativa si presenta una ricognizione della loro evoluzione, per la molteplicità dei parlamenti attualmente esistenti, per la varietà dei loro compiti, per la diversità degli stessi sistemi politici nei quali si collocano e, anche, per una qualche confusione analitica e interpretativa perpetuata dai politici e perfino dagli studiosi.
Ci si aspetta, naturalmente, che nei regimi democratici il tratto strutturale dominante dei parlamenti sia il loro carattere elettivo.
Qualunque attività siano destinati a svolgere i parlamenti democratici debbono essere e continuare a essere, anzitutto e soprattutto, assemblee elettive in grado di rivendicare ed esercitare la rappresentanza politica di una società, dei suoi interessi, delle sue preferenze: ed è questo il punto oggi messo in discussione dall’evoluzione dei sistemi politici nel senso dell’esaustività dell’azione politica all’interno della pratica della governabilità e l’ipotesi di trasferimento alla tecnologia dell’esercizio dell’azione politica e dell’espressione del consenso. Con queste considerazioni di carattere generale ci inoltriamo nel percorso dell'analisi funzionale.
Infatti, per sostenere in maniera convincente che un parlamento funziona bene oppure male, è forte oppure debole, mantiene alto il suo potere politico oppure tramonta, bisogna stabilire con precisione quali compiti gli siano effettivamente affidati, quali le modalità con cui debba svolgerli, in quali tempi e se e come si dimostra all'altezza delle regole e delle aspettative.
Un punto deve essere ribadito con chiarezza: I parlamenti non debbono soltanto legiferare. È opportuno partire da quest’affermazione poiché un’identificazione totale fra parlamenti e funzione legislativa è tanto fuorviante quanto l'identificazione totale fra governi e funzione esecutiva.
Abitualmente si tracciava una linea distintiva abbastanza precisa tra parlamenti di “parlamentari” e parlamenti “di partiti”, fra parlamenti nei quali gli eletti godevano di grande autonomia e libertà di voto (nel “caso italiano” il riferimento è all’articolo 67 della Costituzione del resto votato da un’Assemblea come la Costituente dominata dalla presenza dei grandi partiti di massa) e parlamenti nei quali gli eletti avevano poca autonomia ed erano sottoposti ad una rigida disciplina di voto.
Alla tesi del declino di un parlamento che dovrebbe essere facitore di leggi e dissipatore di governi, va esaltata quella delle funzioni del parlamento sul terreno della capacità di rappresentanza e, insieme, di decisione.
In conclusione si possono sviluppare alcune annotazioni riguardanti la situazione politica italiana nella quale la spinta verso ipotesi di “democrazia illiberale di stampo sovranista” e quindi di “Demofollia” per dirla con Ainis appaiono molto forti.
Deve essere ricordato che la funzione costituzionale assegnata al Parlamento dall’Assemblea Costituente è rimasta inalterata sul piano costituzionale.
Il punto di vero deperimento, però, nel ruolo dell’istituzione parlamentare è stato riscontrato, almeno dal punto di vista di chi tende a privilegiare la funzione di rappresentanza, nella capacità di espressione del dibattito politico in relazione alle diverse “sensibilità” (per usare un termine “togliattiano”) culturali, politiche, sociali presenti nella società.
Sia l’eco del principio della tripartizione dei poteri, interpretato in modo forse eccessivamente meccanico come l’equivalenza tra Parlamento e potere legislativo, sia l’architettura del testo costituzionale italiano che dedica grande attenzione alla formazione delle leggi (com’è definita la sezione II del titolo I della seconda parte), sia, infine, l’evoluzione specifica del nostro sistema istituzionale nell’arco della seconda metà del ’900 che aveva visto le due Camere (e le loro commissioni) essere sedi effettive dell’elaborazione di gran parte dell’attività legislativa, hanno a lungo spinto per un’identificazione pressoché completa delle funzioni parlamentari con la funzione legislativa.
Il Parlamento italiano, però, come del resto tutti i Parlamenti degli Stati Democratici, resta titolare anche di altre funzioni, alcune delle quali altrettanto importanti rispetto a quella legislativa.
Prima fra queste la funzione rappresentativa: a ben vedere, infatti, quella rappresentativa non è “una delle funzioni” ma la natura stessa che contraddistingue il Parlamento: tant’è che in sua assenza lo stesso Parlamento non potrebbe definirsi tale ed è proprio in nome della rappresentanza, di questa sua natura rappresentativa, che è chiamato a svolgere tutte le funzioni che gli sono attribuite. Riassumendo possiamo così reinterpretare le cinque funzioni fondamentali del Parlamento:

1.La funzione d’indirizzo politico, inteso come determinazione dei grandi obiettivi della politica nazionale e alla scelta degli strumenti per conseguirli, in specificazione dell’attualizzazione e dell’opposizione - dai diversi punti di vista - del programma di governo;
2.La funzione legislativa, comprensiva dei procedimenti legislativi cosiddetti “duali” che richiedono cioè la compartecipazione necessaria del Governo o di altri soggetti dotati di potestà normativa;
3.La funzione di controllo, definita come una verifica dell’attività di un soggetto politico in grado di attivare una possibile attività sanzionatoria;
4.La funzione di garanzia costituzionale, da interpretarsi come concorso delle Camere alla salvaguardia della legittimità costituzionale nella vita politica del Paese;
5.La funzione di coordinamento delle Autonomie, sempre più complessa da attuare in un sistema che, nelle sedi di raccordo esistenti sia a livello internazionale che infra-nazionale tende a privilegiare il dialogo tra esecutivi.
In conclusione si può affermare che è chiamata in causa l’attività del Parlamento come organo dello Stato-ordinamento: cioè la Repubblica e di conseguenza la priorità dell’assolvimento del compito della più elevata capacità rappresentativa della molteplicità di articolazioni politiche, sociali, culturali, esistenti nella realtà nazionale.
Al fine di realizzare al meglio questo compito entra in scena, quale fattore fondamentale, la legge elettorale: un tema di grande delicatezza al quale va prestata attenzione in un’ottica “sistemica” e non certo d’interesse contingente di questa o quell’altra forza politica. Ed è questa l’ultima annotazione che può essere svolta in funzione di ripresa di un discorso di piena democrazia costituzionale che oggi nel nostro Paese ma non solo sta attraversando un momento di vera difficoltà lucidamente individuata nel testo da cui sono state prese le mosse per questo intervento.

CONSTATAZIONE AMARA




“Nella vita, quanto più si va avanti negli anni, tanto più
si resta indietro col corpo”.
Nicolino Longo


IL PENSIERO DEL GIORNO


“La femminilità non è donna”.
Laura Margherita Volante

martedì 29 ottobre 2019

A CUORE SCALZO
di Gabriele Scaramuzza

Antonia Pozzi

Dobbiamo innanzitutto esser grati a Graziella Bernabò e a Onorina Dino - a tuttora le più accreditate studiose del mondo di Antonia Pozzi (di cui hanno pubblicato i diari e le lettere) - per averci donato questa nuova, snella e significativa antologia. Essa segna un percorso personale entro l’universo pozziano, raccoglie il senso di una lunga, attenta e fruttuosa frequentazione di esso, ne enuclea un senso con cui tutti noi, ammiratori di Antonia, o anche solo interessati a lei, dovremo confrontarci. In questo contesto non è da passare sotto silenzio che alle autrici della nostra antologia non è mancata l’attenzione alle fotografie in cui Antonia si è espressa, accuratamente studiate, raccolte e rese pubbliche da Ludovica Pellegatta: Nelle immagini l’anima. Antologia fotografica (Àncora, 2017); lo scorso 2018, poi, il Centro Insubrico ha edito l’album fotografico 1938. Primo album, a cura e con contributi di Marina Lazzari, Carlo Meazza e Fabio Minazzi. Aggiungo con l’occasione che in questi giorni, come mi ha riferito appunto Fabio Minazzi, è apparsa una nuova traduzione spagnola delle poesie della Pozzi; preceduta qualche mese fa da un’edizione argentina de La vida sonada apparsa nella collana La Sofia cartonera promossa dall’università di Cordoba. Quanto all’edizione spagnola: Antonia Pozzi, Poemas elegidos, Prologo de Fabio Minazzi, traduccion de Raquel Vicedo y Manuel Astur, Colleccion Mitades de una gota, Somos Libros, Madris 2019 ISBN 978-84-120754-2-7. Sono pubblicate alcune poesie della Pozzi, con il testo in spagnolo a fronte, insieme ad alcune sue foto e ad alcuni suoi manoscritti. L’effetto complessivo, mi assicura Fabio Minazzi, è “editorialmente molto bello e commovente”. La scelta di Graziella Bernabò e Onorina Dino – come la loro Introduzione chiarisce benissimo - ripercorre l’intero arco della produzione pozziana, in senso vuoi cronologico (dall’adolescenza alla tragica scomparsa) vuoi tematico: in una linea che va da affettiva a esistenziale, da socialmente avvertita a metapoetica, da paesaggistica (e attiva in particolare nel suo amore per le montagne, oggetto di studio da parte di Marco Della Torre) a storico-politica, a squisitamente letteraria. Giustamente si evidenzia che alla “riscoperta” della personalità e della scrittura di Antonia, al suo “straordinario successo postumo”, ha fortemente contribuito la “rivalutazione della creatività delle donne” verso la fine degli anni Ottanta. Nel primo risvolto di copertina troviamo un’efficace sintesi del percorso culturale di Antonia, riflesso nell’antologia; vale la pena riprenderla: “Estranei ai canoni letterari degli anni Venti e Trenta, questi versi restituiscono, in un linguaggio tanto calibrato quanto limpido e comunicativo, l’identità appassionata di una giovane donna costantemente protesa a un raccordo autentico e libero con la vita, con il mondo e con la scrittura. Muovendosi in modo originale tra realtà e visione, Antonia Pozzi resta fedele a una concreta, e spesso difficile, esperienza personale, ma si apre nello stesso tempo alle profondità del cuore umano e all’essenza delle ‘cose sorelle’, alla bellezza salvifica della natura come alla desolazione delle periferie milanesi e alle tragedie della storia. La sua è una poesia di ampio respiro che coinvolge i lettori in un dialogo straordinariamente attuale”. E ora due parole circa il titolo, che a tutta prima com’è ovvio colpisce. Devo qui confessare che A cuore scalzo ha suscitato qualche perplessità in me. Riprende un verso di Antonia, è vero, come del resto quasi sempre i titoli delle opere a lei dedicate. Volendo esemplificare: Per troppa vita che ho nel sangue di Graziella Bernabò, L’infinita speranza di un ritorno di Fulvio Papi, ripreso nell’omonima rappresentazione teatrale di Elisabetta Vergani; In riva alla vita di Alessandra Cenni; Poesia mi confesso con te, raccolta curata da Onorina Dino. Altre antologie con diversi titoli sono disponibili, e seguono altri percorsi, diversi ma pur sempre degni di considerazione: innanzitutto quella curata, e tradotta splendidamente in tedesco, da Gabriella Rovagnati: Parole/Worte (ed. Wallstein, Göttingen, 2008); e anche Desiderio di cose leggere, a cura di Elisabetta Vergani e con prefazione di Eugenio Borgna (ed. Salani, Milano, 2018); di recente è infine uscita Mia Vita cara (edita da Interno Poesia), curata da Elisa Ruotolo. Contestualmente è da sottolineare che, nelle opinioni che si possono avere circa i titoli, in gioco non è affatto un giudizio sui versi pozziani ripresi, quanto piuttosto la loro estrapolazione come titoli. Il verso che dà nome al titolo lascia a mio avviso risuonare in sé armonici di “spontaneità”, di chiarezza e di sincerità, di immediatezza tutta “femminile”; rasenta quei toni da “poesia di sfogo, fatta di sola confidenza e di sole effusioni” - che già Eugenio Montale nel 1948 vedeva incombenti, anche se superati, nella poesia di Antonia Pozzi. Il rischio è, ancora, di lasciare ai margini gli aspetti più inquietanti, scabrosi, degli scritti pozziani, la loro sensibilità per le zone d’ombra e le ambivalenze che a ogni vivere si accompagnano - e di trasmettercene con ciò un’immagine che non rende ragione della complessità e della varietà di sfumature del pensiero pozziano. “Pensiero”, propriamente, senza dubbio attivo anche nei versi, dato che li innerva e in essi si esprime. Il titolo, tuttavia, incorrerebbe nei rischi di cui s’è detto se non si ponesse mente al fatto che A cuore scalzo è un verso tratto da una delle ultime poesie (datata 27 gennaio 1938) di Antonia: Luci libere - inclusa da Elisabetta Vergani, ma non da Gabriella Rovagnati nelle loro scelte, ma riportata non a caso (nella sua originaria versione manoscritta) nella quarta di copertina della nostra antologia. Poesia non semplice, ossimorica a tratti, e che sicuramente riflette le estreme inquietudini dei lunghi mesi che precedono, e preparano, il suicidio. Si deve tener presente infatti che A cuore scalzo è seguito da e con laceri pesi di gioia, dove i termini “laceri pesi” inibiscono la libera luce della gioia. Il verso è certamente giustificato nel contesto della poesia; ma, isolato nel titolo dell’antologia, suona piuttosto problematico, almeno nella mia ottica. La contestualizzazione, per altro verso, è indispensabile per comprendere appieno ogni evento, culturale o meno. Ma di tutto sono possibili contestualizzazioni, e questo non giustifica senza residui ogni interpretazione e ogni scelta; nella fattispecie esse poco tolgono alla sostanza vissuta, da un lettore, di un titolo. Non tolgono in questo caso che proprio quel verso sia stato scelto, e con esso si sia privilegiata un’immagine di Antonia. Non a caso nell’antologia qui in causa, oltre a trovarvi tante poesie che amo, non ritrovo poesie a me care quali Amor fati (del 13 maggio 1937). Una complessa e tormentata poesia, su cui si è molto discusso nel marzo di quest’anno tra Tiziana Altea, Graziella Bernabò, Fulvio Papi e Gabriella Rovagnati e me. Neppure Elisabetta Vergani del resto la include in Desiderio di cose leggere; Gabriella Rovagnati la traduce invece nella Parole/Worte. “Amor fati” risuona infine in un significativo scritto di Ludovica Pellegatta: “Antonia Pozzi e la fotografia: Amor fati.” La poesia è molto breve, e la si può facilmente citare: “Quando dal mio buio traboccherai / di schianto / in una cascata / di sangue - / navigherò con una rossa vela / per orridi silenzi / ai cratèri / della luce promessa”. Graziella Bernabò la definisce enigmatica, la associa a un’altra poesia pozziana, Pan (neppure essa peraltro inclusa nell’antologia). Amor fati (ma credo anche altre poesie pozziane) può conciliarsi con l’a cuore scalzo del titolo? ha qualcosa di conturbante, di “enigmatico” appunto, che contrasta ogni franca immediatezza. Non riflette anch’esso qualcosa di costitutivo della personalità, e dei versi, di Antonia? Queste le mie impressioni personali, dovute a una frequentazione non specialistica, parziale, degli scritti di Antonia. Ma ci sono motivi di fondo che mi hanno legato a lei, e tuttora restano indimenticabili: soprattutto motivi problematici, che mettono in discussione non poco dell’ambiente banfiano; la mia frequentazione dunque non è immotivata, nell’ambito dei miei interessi per quella che si chiama “Scuola di Milano”. In essa la figura della Pozzi si staglia con un suo ruolo imprescindibile, agendo da cartina di tornasole in riferimento agli aspetti più sintomatici e discutibili (cui di rado si dà evidenza) del mondo in cui operò. Non è da sottacere infine che questa mia recensione si è costruita, infine, in dialogo con Tiziana Altea, profonda conoscitrice dell’universo pozziano, verso cui ho molta stima: mi ha offerto spunti che completano, ma anche contraddicono, i miei. Che non li hanno invalidati, ai miei occhi; ma contribuiscono a leggerli con più equilibrio. Li riporterò qui più avanti. Voglio tuttavia farli precedere dalle considerazioni che in seguito mi ha offerto Graziella Bernabò, indispensabili a chiarire meglio il discorso. Mi è grato riportarle: “C’è stata l’incertezza tra il titolo scelto e Luci libere. La casa editrice ha preferito il primo, e devo dire che la cosa non mi è dispiaciuta perché in questo titolo non c’è soltanto metaforicamente l’anima di Antonia  (il “cuore”), ma anche il corpo, la fisicità (anticipo di tanta poesia, non solo delle donne, del secondo Novecento), e non una fisicità  generica (“scalzo” rimanda ai piedi, a una parte del corpo, se vogliamo, molto semplice,  non serafica,  dunque non da poesia di signorine). L’insieme della poesia, non a caso collocata in quarta di copertina, fa sentire Antonia “corpo vivo” tra gli altri “corpi vivi”, di fronte ai quali si pone in un atteggiamento di ascolto e di totale empatia. La poesia è poi da leggere in combinazione con Periferia e Via dei Cinquecento. Amor fati è una poesia interessante, ma tra questa (che nel titolo richiamava letteralmente Nietzsche e sarebbe stata, come ben sappiamo, di  complessa e non univoca interpretazione) e quella immediatamente successiva, Bambino morente, abbiamo preferito la seconda (non inserita nelle antologie di Gabriella Rovagnati e di Elisabetta Vergani), che a me personalmente ricorda piuttosto la tragicità delle varie versioni di La  Morte nella stanza dell’ammalata di Munch (pittore peraltro non  presente ad Antonia Pozzi), attestando  nel contempo  la sua empatia  verso  l’altro da sé: dietro la poesia c’è un fatto reale a cui ebbe ad assistere Antonia stessa. Nell’ottica di una maturazione umana, civile e perfino in qualche modo politica, dell’ultima Pozzi abbiamo poi inserito un’altra poesia del 1937 di forte impatto espressionistico, La Terra, assente nelle suddette antologie. Il 1937 è presente in A cuore scalzo anche con altre poesie; e noi nell’antologia dovevamo rappresentare tutte le varie fasi della produzione pozziana.    
Convengo che la poesia di Antonia Pozzi non deve apparire effusiva. Proprio per questo abbiamo lasciato poco spazio a un certo suo simbolismo crepuscolare, rendendo in fondo più severa la scelta rispetto ad altre antologie. Purtroppo lo spazio a disposizione era veramente poco, considerando anche l’introduzione e la cronologia. E, d’altra parte, noi avevamo pubblicato l’edizione integrale di Parole, a cui indirizziamo naturalmente un pubblico già iniziato alla poesia pozziana”. E veniamo infine alle notazioni di Tiziana Altea. Riportarle qui mi sembra non solo giusto, ma anche giovevole per ogni lettore di A cuore scalzo - che potrà poi su questa base farsi un’idea personale più ragionata. Resta d’altronde che una lettura convincente di ogni poesia può nascere solo da un vivo dialogo tra diversi, e non da un tener indiscutibilmente (dogmaticamente) ferma una propria tesi.     
“Rispetto al titolo, le offro un'altra lettura. Quel “a cuore scalzo” non inficia la personalità complessa e sfaccettata di Antonia, a mio avviso. Rappresenta semmai un anelito, una tensione di Antonia, un suo desiderio che si capisce non si avvererà. E sta qui la potenza di questo verso. Rafforzato poi dal seguente “e con laceri pesi / di gioia”. La grandezza poetica sta anche in questa semplicità apparente che vela, senza nascondere, tutta l’inquietudine. Le chiedo: e se fosse proprio questo “cuore scalzo” a volere l’“amor fati”? Un cuore radicale, che non vuole suole, con tutto quello che ciò comporta: leggerezza e libertà da un lato, lacerazione della pelle/carne dall’altro. L’importante è il contatto diretto, il non avere filtri, il potersi perdere nella “danza / di un vecchio organo”. C’è insieme molta spiritualità e molta fisicità in questa poesia, grazie proprio a questo ‘cuore scalzo’: in esso la grazia e la potenza di un orizzonte che non si può raggiungere. La poesia è come se fosse scissa in due, con la seconda parte più fissata sulle mancanze. Amor Fati non c’è in questa antologia che, in quanto tale, è una selezione. Ci sta. Ma allora le domando: qual è il filo rosso che attraversa questa raccolta, secondo lei?”  
“Il filo rosso” dunque: provo a rispondere. Questo filo per me è dato dal trascorrere delle poesie di Antonia tra temi e toni diversi, che l‘introduzione all’antologia e il modo in cui è costruita rendono bene. Ma è dato inoltre dalla sua aperta sensibilità, dalla profonda curiosità verso tutto quanto la circonda - rende bene il titolo un simile trascorrere? Ma “il filo” è insieme dato dal mantener tuttavia fermo e vivo in tutto quel “trascorrere” una tensione etica ed esistenziale che la salva, e che il titolo, questo sì, non nasconde.  

Antonia Pozzi
A cuore scalzo. Poesie scelte (1929-1938)
a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino 
Ed. Ancora, Milano, 2019; pp. 128, € 12.

Il volume è pubblicato col patrocinio del “Centro Internazionale Insubrico ’Carlo Cattaneo’ e ‘Giulio Preti’ per la Filosofia, l’Epistemologia, le Scienze cognitive de la Storia delle Scienze e delle Tecniche” dell’Università degli Studi dell’Insubria -Varese.




I DIOSCURI
I DUE FRATELLI DE CHIRICO
di Giorgio Colombo        



Giorgio de Chirico nasce a Volo in Tessaglia (Grecia) nel 1888, il fratello Andrea tre anni dopo. Il padre Evaristo, ingegnere ferroviario, di carattere esuberante, musicista e spadaccino, muore nel 1905. La madre Gemma decide di tornare in Italia, dove vivevano alcuni parenti. Si ferma a Milano e a Firenze. Viaggia a Monaco con Giorgio e ammirano i pittori Friedrich, Boeklin e Klinger. Giorgio dipinge “Enigma di un pomeriggio d’autunno”. Giorgio e Andrea si recano a Parigi, incontrano Apollinaire, leggono Schopenhauer. Nella silenziosa Torino sentono l’urlo di Nietzsche. I due fratelli, sempre insieme, li chiamano ‘i dioscuri’. 1915 è la guerra, i due fratelli devono tornare in Italia, Andrea rimane sotto le armi, Giorgio è ricoverato all’ospedale psichiatrico ‘Villa del Seminario’ di Ferrara, dove lo raggiunge la madre, che seguirà le vicende dei due figli sino alla sua morte nel ‘37. Nel periodo ferrarese, con la presenza anche di Carrà, Giorgio de Chirico elabora ‘la Pittura Metafisica’. “Nella parola “metafisica” non vedo nulla di tenebroso: è la tranquillità stessa e la bellezza priva di senso della materia… agli antipodi di ogni confusione, di ogni nebulosità”. Le strade dei due fratelli si separano.  Giorgio de Chirico prosegue la sua escursione pittorica di successo internazionale, Andrea assume il soprannome di Savinio e si dedica, prevalentemente in Italia, alla scrittura: recensore, storico, musicista, ironico e, più tardi, con l’esempio del fratello, anche originale pittore. Passano gli anni. I due fratelli si ritrovano casualmente a Firenze, per le scenografie del Teatro Comunale. Qui ritorno alla parola di Giorgio, al “fatale anno 1952, che rappresenta per me un punto immensamente triste della mia vita, poiché è stato l’anno in cui ho perso il mio valoroso e sfortunato fratello (che non impedisce - lui stesso si vanta - che il numero dei miei estimatori e delle persone a me favorevoli aumenti continuamente)… Negli uffici del teatro, mentre stavo aspettando qualcuno, vidi passare mio fratello nel corridoio; mi guardò, mi salutò dicendomi; “Arrivederci”. Io gli risposi: “Arrivederci”. Pochi giorni dopo, a Roma, nella sua abitazione di viale Bruno Buozzi, lo rividi steso sul suo piccolo letto, riposante nelle braccia della buona Morte. Il suo volto era soffuso di un’espressione di calma, di serenità ed un appena percettibile sorriso di gioia intima e pacata, e di gentile ironia e forse anche di tristezza, di compassione per quelli che amava e che aveva lasciato quaggiù, gli sfiorava le labbra… Quando l’ora del mio destino sarà suonata… ti verrò incontro e ti dirò: “Fratello, eccomi!” (Memorie della mia vita’, Rizzoli 1962). In pagine precedenti Giorgio aveva scritto con grande ammirazione le attività del fratello, “dell’uomo eccezionale che sa. Mio fratello era anche pittore e musicista; il suo valore più grande però fu quello di scrittore e di poeta” (p. 223). Ma il finale è scoraggiante, intende “essere il contrario di quello che sono oggi (nel dopoguerra) tanti signori che si occupano delle cose dell’arte” (p. 248) e per dare un esempio della sua serietà anti-modernista termina con un prontuario di tecnica pittorica. Ho volutamente tralasciato il contributo artistico fondamentale e indiscusso di Giorgio De Chirico, ben presente nell’attuale mostra. Il mondo dopo la guerra era cambiato anche per lui. Non intendo intervenire in un ginepraio di polemiche e di incomprensioni. Dopo aspri scontri, lui stesso ritorna poco per volta ad un atteggiamento più conciliante, anzi scherzoso, anzi autoironico, presentandosi come un principe del '600.






QUATTRO NOVEMBRE




PICCOLI MARTIRI DI GORLA




La Poesia
AVVENNE MA NON ACCADDE


Giunsi di notte nel tuo paese

Tutti gli alberi
verticalmente sdraiati
nel sonno dei rami
I piani delle case
coricati l’uno sull’altro

Solo le strade ancora in piedi:
e ad esse m’accompagnai
in un colloquio senza sosta
di scarpe ed asfalto

Rasentando
file d’auto immerse
in metallici sonni
(ma che mi contavano i passi
coi loro tachimetri)

ed attendendo
l’apertura degli occhi
delle russanti finestre

Finché le “mie”
al mattino
(per il sonno socchiuse)
non urtarono (svegliandomi)
contro le tue già sveglie

E ci ritrovammo in sangue
e frantumi      
Ma
rattoppato ogni squarcio
con la stoffa del cuore

noi papaveri fummo
più alti del cielo
nel grano
ormai pane del sole nascente

Nicolino Longo


lunedì 28 ottobre 2019

IL PENSIERO DEL GIORNO


“In politica, mai un asino che ragli, per mancanza di paglia”.

Nicolino Longo

sabato 26 ottobre 2019

MARCIA SU ROMA E COSTITUZIONE ANTIFASCISTA
di Franco Astengo

Carla Nespolo, presidente nazionale dell’ANPI in questi giorni ha richiamato il governo a fornire un segnale antifascista abolendo i “decreti sicurezza” approvati dal precedente esecutivo, del quale - va ricordato - faceva parte egualmente il M5Stelle: un segnale di contraddizione non da poco per la forza politica nata dall’antipolitica. Una contraddizione che sorge su di un tema delicato come quello dell’antifascismo che non può essere affrontato semplicisticamente con una vena agnostica.
In una sua intervista la stessa Nespolo riprende un vecchio motto di Pertini: “Il fascismo non è un’opinione ma un crimine”.
Siamo nei giorni del 97° anniversario della Marcia su Roma.
È bene ricordare quella data per almeno due motivi di grande importanza e attualità:
1.La “marcia su Roma” ha rappresentato un momento di snodo fondamentale nella storia d’Italia, una data nella quale si registrò il crollo definitivo della vecchia Italia liberale e l’avvento al potere del fascismo: un vero e proprio momento di “eversione delle classi dirigenti” come lo definì Antonio Gramsci. Su quel apparentemente lontano avvenimento è necessario alimentare una memoria storica su ciò che il fascismo è stato ed ha rappresentato nella storia d'Italia, al fine di evitare per quanto possibile quei fenomeni di pericoloso revisionismo che pure si stanno manifestando con intensità, in particolare negli ultimi tempi, prendendo soprattutto a bersaglio la Resistenza.
2.Il mantenere la memoria intorno ai fatti e all’esito politico del 28 ottobre 1922 significa anche interrogarsi sul perché la nostra Costituzione non può essere modificata in punti nei quali perderebbe il suo carattere antifascista: ad esempio nell’affermazione della centralità del Parlamento.

Giuseppe Dossetti

Uno dei padri costituenti, Giuseppe Dossetti, metteva in luce la rilevanza dell'evento globale che l'aveva ispirata: " In realtà, la Costituzione Italiana è nata ed è stata ispirata da un grande fatto globale, cioè i sei anni della Seconda Guerra Mondiale.”
L’aver condotto l’Italia nella spirale mortale della guerra rimane la responsabilità più grande del regime fascista ma si tratta di una responsabilità che discende direttamente dal modo con il quale il fascismo assunse il potere, e di conseguenza dalla marcia su Roma e non come molti altri pretendono dall’emanazione delle “leggi fascistissime” promulgate nel gennaio 1925 in conclusione della crisi innestata dal delitto Matteotti o addirittura dall’emanazione delle leggi razziali nel 1938: il fascismo fin dall’inizio è stato feroce interprete della repressione della democrazia.
Proprio la consapevolezza di questo fatto portò l’insieme dell’Assemblea Costituente a superare, almeno in misura considerevole, le concezioni di parte e le esplicitazioni delle ideologie contrapposte, ricercando tutti a cercare, di là da ogni interesse e strategia particolare un consenso comune.
Il mantenere la memoria della “Marcia su Roma” serve soprattutto a ricordarci come il presupposto politico della Costituzione Italiana sia rappresentato ancora e sempre dall'antifascismo.
Su questo punto occorre essere chiari.
La Costituzione italiana è una costituzione compiutamente antifascista, non perché è stata scritta da antifascisti desiderosi di vendicarsi dei lutti subiti; al contrario per voltare definitivamente pagina rispetto alla triste esperienza del fascismo e della guerra.
 I costituenti sentirono il bisogno e seppero farlo, di rovesciare completamente le categorie che avevano caratterizzato il fascismo.
Come il fascismo era alimentato da uno spirito di fazione e assumeva la discriminazione come propria categoria fondante (sino all'estrema abiezione delle leggi razziali), così i costituenti hanno assunto l'eguaglianza e l’universalità dei diritti dell'uomo come fondamento del loro ordinamento.
Come il fascismo aveva soppresso il pluralismo, perseguendo una concezione totalitaria (monistica) del potere, così i costituenti hanno concepito una struttura istituzionale fondata sulla massima distribuzione, articolazione e diffusione dei poteri.


Come il fascismo aveva aggredito le autonomie individuali e sociali, così i Costituenti le hanno ripristinate, stabilendo un perimetro invalicabile di libertà individuali e di organizzazione sociale.
Come il fascismo aveva celebrato la politica di potenza, abbinata al disprezzo del diritto internazionale e alla convivenza con la guerra, così i costituenti hanno negato in radice la politica di potenza, riconoscendo la supremazia del diritto internazionale e ripudiando le nozze antichissime con l'istituzione della guerra.
I principi fondamentali della Costituzione sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo. L’osservare fin qui spirito e lettera della Costituzione ha reso fin qui impossibile ogni forma di "dittatura della maggioranza". Proprio per questo motivo si reiterano i tentativi per modificarla che ancora risulteranno all'ordine del giorno: la Costituzione è vissuta come un impaccio, una serie di vincoli fastidiosi, di cui sbarazzarsi per restaurare l'onnipotenza dei decisori politici. La Costituzione non prevede “pieni poteri” oppure l’apertura del Parlamento “come una scatola di tonno”: perciò deve essere tolta di mezzo. Dobbiamo continuare a respingere questi attacchi e queste pericolose tentazioni e, proprio per queste ragioni, non smarrire mai il senso della memoria storica: anche ricordando un evento funesto e drammatico come quello della Marcia su Roma.

BOLIVIANI IN PIAZZA CORDUSIO A MILANO
Contro il presidente Morales 
accusato di brogli elettorali.










IL PENSIERO DEL GIORNO


“La sinistra è nella camera ardente
in attesa del risveglio… del giudizio universale”
Laura Margherita Volante