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giovedì 3 ottobre 2019

CAMPANELLO D’ALLARME PER LA COSTITUZIONE
di Franco Astengo


Sta suonando l’ennesimo campanello d’allarme per l’integrità della Costituzione Repubblicana.
Un campanello d’allarme che squilla soprattutto per PD e LEU uniti nella sorte dall’appoggio comune al governo costruito con il M5S.
Un richiamo che vale in primo luogo verso chi sta già pensando alla formazione di un nuovo “blocco politico” in modo da innescare un inedito confronto con l’alleanza di destra egemonizzata dalla Lega.
Sono due le questioni che, invece, fanno propendere nel ritenere che il M5S stia impastando assieme il trasformismo attraverso il quale il governo è stato costruito (dall’alto di quel livello di trasformismo non dovrebbe essere semplice accusare singoli di un atteggiamento consimile) e il ribellismo attraverso il quale cerca di tener buona almeno una parte del suo elettorato originario, aggregatosi sull’onda di quella che era stata definita “antipolitica”:
La riduzione nel numero dei parlamentari presentata esclusivamente in termini demagogici di riduzione della spesa;
L’introduzione del vincolo di mandato per deputati e senatori da realizzarsi attraverso la modifica dell’articolo 67 della Costituzione.
L’obiettivo è chiaro: quello di stravolgere l’impianto portante che la Costituzione prevede al riguardo dell’esercizio della democrazia repubblicana.
Esercizio della democrazia repubblicana portato avanti fin qui, tra strappi e contraddizioni, attraverso la centralità del parlamento e la rappresentatività politica.
 Attaccare l’impianto costituzionale “classico” potrebbe anche essere un gioco apparentemente facile, per chi, appunto, intende limitare - prima di tutto - la possibilità di una piena rappresentatività democratica nell’insieme delle sensibilità politiche presenti nel paese, puntando sul facile populismo originario del M5S.
Proprio per ridurre questo dato della piena rappresentatività democratica si è pensato di proporre il taglio indiscriminato del numero dei parlamentari e ancora, dopo che è stata compiuta una delle più imponenti operazioni trasformistiche nella storia politica italiana, si è messo sotto attacco l’articolo 67 della Costituzione che, letteralmente, recita: Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Sarà  bene riflettere sul significato profondo dell’articolo 67.
Il parlamentare, infatti, deve poter agire in piena autonomia e indipendenza e non può essere costretto a mantenere gli impegni assunti durante le elezioni, né può essere soggetto a sanzioni disciplinari per essersi discostato dalle indicazioni e direttive fornite dal partito che l’ha candidato.
Al più potrà venire in rilievo una sua responsabilità politica che si traduce, per i cittadini, nella decisione di non votare di nuovo il parlamentare in scadenza di mandato, e per i partiti nella scelta di ricandidarlo o meno alle successive elezioni o comunque di non appoggiarlo politicamente.
Che significato assume, ancora, la definizione “rappresenta la Nazione”?
Il compito primario di ogni parlamentare è di lavorare per realizzare gli interessi del popolo nel suo complesso, cioè della Nazione.
Ciò non impedisce di prendere in considerazione i bisogni degli elettori della circoscrizione (zona del territorio comprendente un certo numero di elettori che elegge un determinato numero di parlamentari) nella quale sia stato eletto, con l’unico limite di rendere compatibili questi interessi con quelli della Nazione che devono essere sempre prioritari nelle scelte dei parlamentari.
Ho cercato di redigere queste brevi note esplicative allo scopo di proporre, qualche spunto di riflessione da inserire nel quadro generale oggi molto di moda di vera e propria “rozzezza istituzionale”.
Così come meriterebbero attenta riflessione istituti come quello dell’immunità parlamentare (sorto per consentire ai parlamentari socialisti e comunisti di entrare all’interno delle fabbriche poste “in serrata” dai padroni) e quello del finanziamento pubblico ai partiti il cui scopo originario sarebbe stato quello di combattere la corruzione e di consentire a tutti di esercitare l’attività politica.
 Sicuramente al riguardo del finanziamento pubblico della politica sono avvenute degenerazioni gravissime ma, proprio per questo motivo, è necessario tornare alle motivazioni di fondo dell’origine di quel provvedimento.
Il trasformismo ha rappresentato anche in certe fasi particolari la possibilità di imprimere una “svolta” nell’attività politica, pensiamo al “discorso di Stradella” del 1876 (personalmente, però faccio risalire il fenomeno al “connubio” tra Cavour e Rattazzi, ancora nel Parlamento Subalpino).
Nel caso dell’incontro tra PD, LeU e M5S c’è da mettere in conto e da non dimenticare come si sia sbarrata la strada a una possibile assunzione di potere quasi incontrastato da parte dell’estrema destra rappresentata da una Lega xenofoba e da FdI in cui si esprimono sempre più “spiriti” di stampo prettamente nostalgico del fascismo.
Preso atto di ciò rimane l’interrogativo: riduzione del numero dei parlamentari (con l’emergere da più parti di un ritorno di tensione verso il maggioritario ben oltre lo stesso tentativo referendario promosso dalla Lega) e abolizione del vincolo di mandato ci conducono, come hanno già fatto osservare in queste ore autorevoli analisti e commentatori, verso un’ulteriore mortificazione nel ruolo del Parlamento.
Tornando al vincolo di mandato è bene rammentare alcuni precedenti storici: avrebbero dovuto dimettersi dal Parlamento i deputati che, nel gennaio del 1946 formarono il PSLI uscendo dallo PSIUP, oppure nel gennaio 1964 quelli che uscirono dal PSI per formare di nuovo lo PSIUP e, ancora, quelli del “Manifesto” radiati dal PCI nel 1969 e quelli di Rifondazione Comunista, formatasi al momento del congresso di Rimini considerato che, legalmente, l’erede diretto del PCI era il PDS?
Come si vede quando si riflette sulle forme della democrazia e sulla legalità istituzionale gli interrogativi sorgono e non sono risolvibili semplicemente attraverso il taglio di nodi (apparentemente) gordiani.
Altrimenti la democrazia soffre, eccome se soffre.