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martedì 8 ottobre 2019

UN LIBRO INQUIETANTE E COIVOLGENTE
di Graziano Mantiloni

Graziano Mantiloni


Una riflessione su L’incendio di Roccabruna
  


Sono qui a riflettere terminata la lettura del libro L’incendio di Roccabruna. E quando un libro ti fa “fermare”, ti fa raccogliere il pensiero, ti induce a tornare indietro sulle parole lette, credo che sia stato raggiunto un ottimo risultato: sia per chi lo ha scritto, ma anche per chi lo legge.
L’incendio di Roccabruna è la raccolta di quindici racconti dove il protagonista principale è il mondo della Calabria, la terra degli Enotri, luogo di nascita e sviluppo di antiche civiltà, consolidate tradizioni, luogo di scontri e di incontri, di asprezze e dolcezze insieme. E la Calabria, proprio per questo, non credo sia facile da raccontare. Come non è facile raccontare un cuore che pulsa, un sangue che scorre, valvole che si aprono e che si chiudono secondo un arcano mistero. Un groviglio di immagini, sensazioni, brividi, paure sedimentate, a volte incomprensibili per chi non ha le “mani in pasta” come Angelo Gaccione.
E questo è L’incendio di Roccabruna, o meglio un libro la cui risultante di lettura attrae, coinvolge, sferza il pensiero con aspra ironia come nel racconto “Il documento rubato”, respinge di terrore per un ineluttabile e amaro destino come ne “L’innocente”. In ogni caso un fantasmagorico affresco incastonato di abitudini, codici non scritti che raggiungono il culmine ne “La faida”. Ecco, proprio in questo racconto credo che Angelo Gaccione riesca meglio a concentrare in sé l’espressione più alta del raccontare storie, disseminando iperboli, paure, drammi umani che pur caduti nel dimenticatoio della storia “aleggiano” come fantasmi solo - dice - per chi è del luogo.
La scrittura dove a tratti mi è parso echeggiare il conterraneo Strati de Il selvaggio di Santa Venere, vive di contrasti appassionati, talvolta brutali e spietati, e sin dalle prime battute del libro mi è suonato nell’animo un insolito rintocco, un sapore amaro di sole, terra, sudore, un richiamo verso antiche leggi non scritte, atmosfere metafisiche, grottesche, molto spesso favolistiche e non per questo meno interessanti. Eppure, al di là delle singole storie, sono convinto che Angelo Gaccione, abbia voluto rappresentare l’animo umano, l’essenza di un popolo che gli è familiare, che gli scorre nelle vene, e il suo sforzo di rappresentare la vita lo abbia portato anche all’eccesso di raccontare la disperazione della morte come un limite stupefacente, un termine incomprensibile di quel segmento che pur sempre appare “dopo” la nostra misera esistenza.