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martedì 31 marzo 2020

A PIÙ VOCI
“Cosa ci ha insegnato la tragica esperienza del coronavirus?”

Risponde Angelo Gaccione

"Povera Patria"

Premessa
Ho detto a molti amici che dobbiamo parlare ora; dobbiamo mettere in circolo idee e proposte proprio nel corso di questa drammatica contingenza, farle entrare nel dibattito pubblico perché quanta più gente possibile ne prenda coscienza e diventino materia del fare. Naturalmente rispetto le opinioni di quanti ritengono che ora sia prematuro. Per parte mia riconfermo che il salvagente serve mentre si sta annegando.

Sono molti gli insegnamenti che da questa immane tragedia provengono a ciascuno di noi, agli elementi più sensibili dei popoli, ma anche ai membri di governo e agli Stati. La prima lezione, come abbiamo abbondantemente detto in altri scritti, è di tipo biologico. È venuta meno, negli uomini di questo tempo e della civiltà occidentale, l’illusione della invulnerabilità. Ora possiamo finalmente renderci conto di che cosa potrebbe accadere all’umanità nel suo insieme, se gli Stati impiegassero in un conflitto bellico le loro armi chimiche, batteriologiche e nucleari.

Il secondo insegnamento è di tipo economico: il sistema capitalistico con la sua visione liberistica predatoria, è un sistema criminale. Si impossessa di tutte le ricchezze naturali, dei beni comuni che dovrebbero tutelare la vita degli esseri umani, e li concentra nelle grinfie di un gruppo di multinazionali. Privatizza ogni bene possibile riducendolo a puro strumento di profitto, impoverendo miliardi di uomini, donne, bambini. Le élites finanziarie fanno il resto attraverso una scandalosa speculazione che non rende conto a nessuna legge, a nessuna regola, strozzando Stati e Governi che le lasciano agire impunemente.

Il terzo insegnamento è di tipo politico e si lega al precedente. Le classi dirigenti espresse dai partiti politici e i tecnocrati di cui questi ultimi si servono, non facendo nulla per contrastare queste politiche predatorie (anzi, assecondandole) e svendendo i beni collettivi agli speculatori con la scusa del libero mercato, di una malintesa modernizzazione, si trasformano in complici del saccheggio e nemici dei loro popoli e delle Nazioni.

Gaccione
al tempo del coronavirus

Le privatizzazioni di settori chiave del nostro Paese, per esempio, hanno mostrato in questa contingenza, e in modo inequivocabile, cos’è accaduto alla Sanità Pubblica; al settore, vale a dire, preposto alla tutela del diritto alla vita. Diritto che sta in cima a tutti gli altri diritti dell’uomo.
Non è vero che non ci siano colpevoli per la marea di morti di questa pandemia. I colpevoli hanno nomi e cognomi: sono gli osceni farabutti che hanno consegnato ai privati gran parte della Sanità del nostro Paese; che hanno tagliato i fondi per la ricerca, le sperimentazioni, i laboratori, la professionalità dei medici, la strumentazione, lasciando che fossero i privati a ingrassare in questa vasta prateria dove il denaro pubblico scorreva a fiumi. Siamo arrivati al punto che nella “efficiente” sanità pubblica lombarda ci vuole un anno e mezzo per fare una gastroscopia, e un solo giorno se hai soldi per pagartela presso le numerose strutture private.
Sono coloro che hanno trasformato gli ospedali in aziende chiudendone una marea in ogni dove, mettendoci a capo direttori incompetenti quasi sempre lecchini di partito e delle consorterie politiche; che hanno lasciato le strutture sanitarie al degrado e allo sfascio; che non hanno mai terminato quelli inaugurati; che non hanno vigilato sulla corruzione diffusa, sullo sperpero di denaro pubblico, sulla loro efficienza; che si sono ben guardati di coinvolgere cittadini e lavoratori nella gestione e nella supervisione della loro conduzione. Molti dei farabutti che hanno ridotto la Sanità in questo stato, sono stati da tempo divorati dai vermi, ma molti, molti altri, siedono in Parlamento, occupano posizioni di potere nei posti più ambìti della burocrazia e delle istituzioni, e sono parte integrante della vita civile.

Il quarto insegnamento è di tipo culturale: tutti dovremmo avere imparato che fra un respiratore, un letto d’ospedale, un macchinario per la risonanza magnetica, un farmaco salva vita e l’acquisto di un carrarmato o di un cacciabombardiere c’è un’abissale differenza. Le prime sono scelte in favore della vita, le seconde in favore della morte. Non sono scelte neutrali queste che abbiamo portato come esempio; presuppongono due concezioni di vita, due culture contrapposte. Se accettiamo che si acquistino ordigni di morte, significa che non ci importa se i nostri ospedali chiudano o siano privi di attrezzature utili per le nostre vite. Se accettiamo che si sprechi per l’apparato militare la ricchezza della Nazione, vuol dire che abbiamo rinunciato a che di quella ricchezza benefici la sanità.  

Max Hamlet
Gli animali Sterminatori - 1980 -

Se questi sono alcuni degli insegnamenti, dobbiamo tirare le somme seppure in modo parziale e provvisorio. Non possiamo allora sottrarci a qualche suggerimento necessario. Dobbiamo pretendere l’immediata nazionalizzazione del Sistema Sanitario Nazionale e toglierlo dalle mani dei partiti politici. Dobbiamo pretendere che non venga speso più un solo euro per l’apparato militare spostando metà del personale delle tre armi in una rivoluzionata Protezione Civile che allarghi il suo compito alla tutela del patrimonio idro-geologico-paesaggistico e artistico-ambientale. Un’altra buona parte deve confluire nei Vigili del Fuoco e un’altra ancora nella Guardia di Finanza per avviare una spietata lotta all’evasione fiscale, alla corruzione, ad accelerare la confisca e l’uso dei beni delle mafie, nei confronti dei quali regna una scandalosa indifferenza. Il resto dovrebbe essere impiegato per l’unica guerra di difesa necessaria: le forme plurime e diffuse di criminalità, nemici veri che abbiamo in casa, dentro i nostri confini.

Dobbiamo pretendere il ritorno dei beni essenziali della Nazione (acqua, energia, trasporti, patrimonio immobiliare, industrie strategiche, manifatture essenziali, ricerca, cultura e quant’altro ritenuto inalienabile) sotto il controllo pubblico, coinvolgendo nella sua gestione i cittadini, perché li tutelino e se ne prendano cura contro ogni abuso e corruzione.

Dobbiamo pretendere che quanti si sono smodatamente arricchiti in questi decenni, versino il 20% del loro patrimonio in un Fondo di Salvezza Nazionale da predisporre, per risollevare le sorti del Paese. Presto ci troveremo in una crisi economica devastante e avremo bisogno di molto denaro, per evitare un conflitto sociale spaventoso.

Dobbiamo esigere un taglio del nostro debito pubblico del 50% frutto della speculazione finanziaria e monetaria, e una moratoria sul pagamento del resto del debito a quando la fine della crisi lo permetterà. Dobbiamo pretendere il varo di misure radicali che aiutino chi non ha reddito per salvaguardarne la dignità, e intraprendere al più presto un massiccio avvio di lavori pubblici (potenziamento del sistema ferroviario, messa in sicurezza dei cavalcavia e del territorio, bonifiche, rimessa in funzione degli ospedali chiusi, terminare quelli lasciati incompiuti, rimozione dell’amianto, ripresa seria dei lavori nei paesi colpiti dal terremoto, sostegno alle aziende che non hanno delocalizzato, alla produzione di auto elettriche, alla mobilità sostenibile, all’economia verde ed ecologica che aiuti a preservare l’ambiente e il cambiamento climatico). 

Abbiamo visto come con lo scoppiare della pandemia, in un battibaleno i trattati internazionali sono stati sospesi da molti Stati europei, incuranti da quanto sottoscritto. Chiuse le frontiere, violato il patto di stabilità, e così via. Segno che davanti ad eventi drammatici le formalità giuridiche diventano carta straccia. Davanti al rifiuto degli Stati di accollarsi collettivamente il costo della crisi europea, dovremo con forza rivendicare persino il nostro diritto di stampare moneta per sostenere quella che si annuncia come la crisi più grande del XXI secolo.
Può darsi che alcuni salteranno sulla sedia nel leggere questi suggerimenti, ma devono sapere che se non facciamo nulla, potremmo saltare in aria. Le prime avvisaglie ci sono già.



Post Scriptum
Non si creda che non avendolo citato in questo scritto (è un semplice articolo di giornale, non un trattato), io intenda assolvere quanti nel cosiddetto mondo scientifico e sanitario, hanno dato in questa contingenza prova di superficialismo, ignoranza, arrogante sicumera. Hanno ancora l’improntitudine, dopo avere colpevolmente minimizzato la portata della catastrofe, parlato di semplice influenza, di affacciarsi agli schermi televisivi e pontificare dai microfoni di cronisti servi e stupidi. Non assolvo l’Istituto Superiore di Sanità, come non assolvo politici e burocrati che nulla hanno predisposto in tutti questi lunghi anni per far fronte ad una sicura pandemia. Il campanello d’allarme era già suonato con le diverse precedenti epidemie, e molti scienziati avevano avvertito che sarebbe stato solo questione di tempo. Non assolvo nemmeno molti dei medici (non si sono comportati tutti allo stesso modo), e in tantissimi hanno disonorato il loro ruolo e la loro missione. Hanno mostrato colpevole superficialità non approfondendo i sintomi di moltissimi infettati, lasciando prosperare il virus. Non si sono fatti venire un solo dubbio davanti a tante polmoniti gravi e diffuse, e, addirittura, hanno rifiutato i tamponi a loro stessi colleghi o a operatori impiegati in prima linea.
Quanto denunciato da Report nella trasmissione di ieri 30 marzo, è di una gravità inaudita; ci sono gli estremi per un processo come quello ai nazisti a Norimberga. Riproduciamo qui il link di Report per quanti vogliono rendersene conto.


A PIÙ VOCI
Tra memoria e speranza
di Emilio Molinari

Emilio Molinari

Una analisi impietosa sulle contraddizioni che oppongono mondo del lavoro e destino comune. Ora è tempo di riprendere il discorso. Non possiamo più tollerare fabbriche di morte e armi militari di sterminio. Il coronavirus è un monito per tutti. [A.G.]

Uno spunto per ragionare su di un avvenimento senza precedenti e i segnali che vi si possono leggere nei comportamenti della gente. Ecco, qui vorrei parlare di una classe sociale che si è evaporata e di alcuni suoi comportamenti poco osservati: i lavoratori hanno scioperato autonomamente per la salute di tutti. I sindacati hanno minacciato lo sciopero generale. Il governo sotto pressione chiude le fabbriche. Per la prima volta, a memoria di un ottantenne come me, alla minaccia del collasso economico e dei posti di lavoro, la gente dice: prima la salute.

Prima la vita?
Sono solo comportamenti e solo di alcuni lavoratori che si sommano all'altruismo straordinario di chi lavora per garantirci servizi essenziali.
Uno sguardo verso gli altri? Voglio sperarlo e forse lo enfatizzo, ma è da non dimenticare nei ragionamenti che si faranno dopo, su questi giorni.
Conserviamone memoria per il dopo virus, quando i problemi che abbiamo ignorato o accantonato ce li troveremo ancora tutti, drammatici come pandemie: clima, acqua e aria inquinate, profughi, emigrazioni ambientali e guerre, consumismo e collasso produttivo globale. Che si potranno affrontare solo con profonde trasformazioni. Ora voglio solo soffermarmi su questo spiraglio degli scioperi.
A memoria di un ottantenne i lavoratori hanno sempre ignorato i disastri prodotti dalle loro fabbriche inquinanti, dalle loro miniere, dalle loro estrazioni di petrolio, dai loro rifiuti tossici, dalla loro plastica, dalle loro armi... in una parola, indifferenti da ciò che genera il loro lavoro.
Giustificabile, quando non c'era conoscenza dei pericoli della Casa Comune... e quando l'alternativa era la fame e non l'ultima generazione di cellulari.
A mia memoria, i lavoratori hanno sempre contrastato e talvolta minacciato chi chiedeva di modificare o convertire le produzioni pericolose per l'umanità.
In una parola, sono stati e sono il più forte ostacolo di massa al cambiamento del modello produttivo che ci sta portando al disastro planetario.
Solo pochi mesi orsono, lavoratori, sindacati e istituzioni locali, sono insorti per una piccola tassa sulla plastica.
La memoria mi rimanda a scontri con i lavoratori davanti ai cancelli delle fabbriche dell'Acna di Cengio e di Paderno, della raffineria Rondinella di Pero, della centrale nucleare di Caorso, della Caffaro di Brescia... Mi rimanda alle mie denunce, inascoltate dai lavoratori, nei primi anni '90 per le tonnellate di rottami radioattivi che arrivavano nelle acciaierie bresciane e diventavano tondini, pentole e una discarica radioattiva di Capriano del Colle (Bs). Chiusura, incomprensione, sguardo che non esce da confini vicini, che non vede mai l'umanità e la natura, ma posto di lavoro da difendere passando sopra ogni valore, stretti, assieme al destino del proprio padrone, contro i cittadini, contro gli ambientalisti.
Questi scioperi, queste priorità date alla vita e al bene pubblico, restituiscono umanità ad una classe, che l'ha persa grazie alla suicida debacle dei grandi partiti di riferimento.
I lavoratori sono usciti per questo dalla storia e se perdono l'occasione di questa drammatica situazione, la loro uscita sarà per sempre. Diventando ancora più strumenti per nazionalismi impazziti e crudeli.
Si è fermato il Mondo! È successo qualcosa di incredibile, che solo la fantascienza ha delineato. Ed è una occasione, non posso che sperarlo, quella della classe lavoratrice che può tentare di riprendersi un ruolo.
Una occasione che chiede leader sindacali e politici all'altezza... che per il momento non ci sono.
Ma ci rendiamo conto che il Mondo ha solo due leader? Un vecchio Papa e una ragazzina come Greta Thumberg.
Gli scioperi, l'altruismo, i mille esempi di solidarietà, possono diventare segnali di disponibilità ad affrontare le emergenze poste dal Pianeta che ci respinge. Le fabbriche e le produzioni, lo vediamo, si possono fermare e si possono convertire. Si possono abbandonare le produzioni che generano disastri, come le armi, l'energia da combustibili fossili. Si possono rallentare i consumi inutili ed effimeri. Si può produrre per il recupero ambientale e per i diritti fondamentali come la salute. Sintetizzerei così un nuovo ruolo per i lavoratori: Riconversione ecologica, priorità a lavori che garantiscono i diritti alla vita, universalità, gestione partecipata (cogestione) delle aziende strategiche e dei servizi essenziali, finalizzata alla conversione.


Un idealistico sogno da quarantena?
Ho lavorato in fabbrica 25 anni. I lavoratori del mio tempo non avevano coscienza dei problemi ambientali. Per un attimo negli anni ’70 con Medicina Democratica fummo protagonisti di una grande stagione, quella della “Salute in fabbrica”; ma non riuscimmo a guardare oltre i muri aziendali. E sempre per un attimo, negli anni '80 alcuni compagni operai di Democrazia Proletaria furono protagonisti di esperienze straordinarie, alla centrale di Caorso nella denuncia puntuale degli incidenti e alla Breda di Milano nell'impedire l'uscita di componenti bellici durante la guerra Iran-Iraq. Democrazia Proletaria costruì persino un muro di mattoni davanti ai cancelli.
Episodi isolati dagli stessi compagni di lavoro, condannati dai partiti, gli ultimi fuochi del '69. I lavoratori del mio tempo però avevano coscienza dello stato sociale e di essere i pilastri della democrazia. Lo vedemmo in piazza Duomo nel 1969 dopo la bomba di Piazza Fontana. E avevano coraggio i lavoratori. Il coraggio che gli veniva da una appartenenza e da un ideale.
Generazioni che hanno rischiato il posto di lavoro, le cariche di polizia e gli arresti per questo ideale, sfidavano i capi e i padroni per questo. Negli anni '50 entravano in fabbrica mostrando l'Unità, il giornale proibito e nell'autunno caldo distribuivano i volantini dei CUB, altrettanto proibiti.
Memoria di un ottantenne soggetto a rischio? Nostalgia, stupido idealismo?
La nuova organizzazione del lavoro ha annullato i lavoratori? Forse.
Ma forse è solo il consumismo che è passato come un rullo compressore su tutte le coscienze, su tutte le classi, su tutti i generi, e noi non abbiamo riletto sufficientemente Pier Paolo Pasolini che definì il consumismo la forma più totalitaria del fascismo.
In questi giorni confesso che ne ho piene le scatole di bandiere tricolore e inni di Mameli, di martellanti richiami al “ce la faremo perché siamo un grande paese”.
Il tempo del coronavirus è diventato uno show globale. Io non riscopro il '900, ma dalla mia ringhiera ho cantato l'Internazionale. E ho scoperto quanto siano belle le sue parole. Quanto siano lontane dal mito del lavoro, dalla retorica ideologica. Quanto siano prive d'ogni chiusura settaria, comunista o anarco/antagonista, quanto sia grande universale lo sguardo che abbracciano.
“(...) Noi non siam più nelle officine, sotto terra, nei campi, al mar. La plebe sempre all'opra china senza ideale in cui sperar... Su lottiamo l'ideale nostro alfine sarà l'Internazionale futura umanità...
Bello eh? Non siam più... un invito ai lavoratori a non stare più chiusi con cuore e cervello nello stretto orizzonte del proprio lavoro, del proprio paese... Di non essere più plebe china, di alzare lo sguardo all'Umanità... all'umanità capite? termine a cui nessuna politica odierna pensa più.
[Milano, 26 marzo 2020]





























NON BASTERÀ PIÙ LA SOCIOLOGIA DEI NUMERI
di Franco Astengo



Quando ci sarà la ripresa non sarà sufficiente lo studio basato sulle statistiche. Le statistiche funzionano quando i mutamenti hanno un ritmo lento, ma perdono efficacia dinanzi a svolte improvvise e radicali come quelle in corso. Bisognerà anche rompere la gabbia della subalternità del pensiero alla tecnica e della rinuncia, avvenuta nel corso di questi anni almeno dalla caduta del muro in poi, all’articolazione che la storia ha sempre offerto al pensiero umano. Sul piano della soggettività è entrato in crisi l’individualismo esasperato mentre sarà del tutto insufficiente occuparci di alcuni temi politici che pure sono emersi all’interno di questa crisi come punti nevralgici: la fiscalità, il decentramento dello Stato, il valore complessivo del “pubblico” rispetto al “privato”. Ci sarà da riflettere sull’acquisizione di una nuova nozione di “senso del limite” che ci arriva dall’aver vissuto una tragedia epocale ma non basterà neppure quella riflessione per giungere a un livello di elaborazione sulla quale poggiare una prospettiva di “pensiero lungo”.
Servirà una ripresa di costruzione dell’ideale. Un ideale che rompa l’idea dell’ineluttabile soggezione all’esistente proponendo anche di riappropriarci del senso del limite, senza che ciò significhi ritorno all’indietro.
Non basterà richiamarci ai canoni novecenteschi.
Sarà necessario lavorare, usando tutti gli strumenti disponibili, intorno al rapporto tra cultura e politica.
Il rapporto tra cultura e politica accusa ormai da molti anni un ritardo particolarmente vistoso rispetto alle necessità dei tempi.
Un rapporto quello tra cultura e politica che è stato infatti ormai ridotto all’assemblaggio di un insieme di tecnicismi.
Ciò è avvenuto in diversi campi da quello accademico, per arrivare a quello istituzionale, economico e soprattutto della comunicazione laddove la politica appare ormai confusa con l’economicismo e il giurisdizionalismo astratto.
Si tratta invece di ripartire per una ricognizione di fondo, prescindendo dal proposito di sviluppare una “ricerca di parte”.
L’ambizione di questa ripresa di ricerca dovrebbe essere quella - prima di tutto - di intrecciare i diversi insegnamenti che ci vengono dalla storia della “filosofia politica”.


Il risultato dovrebbe essere quello di provocare una riflessione complessiva con il superamento delle settorializzazioni e degli schematismi oggi imperanti. Schematismi imposti appunto dall’egemonia della “sociologia dei numeri”.
Schematismi che, alla fine, hanno danneggiato non soltanto la qualità degli studi e delle ricerche, ma soprattutto la qualità dell’“agire politico”.
 Nel compiere questa operazione intellettuale il primo traguardo dovrà essere quello di ricostruire una sorta di percorso nella storia del pensiero politico, cercando di riassumerne le fasi più importanti, individuare i passaggi al fine di orientare l’idea di una dialettica possibile.
L’esigenza di ricercare questo equilibrio tra “storia del pensiero politico” e realtà “dell’agire politico”, nasce dalla convinzione che il pensiero politico sia un “pensiero concreto”, coinvolto attivamente nel mondo, sia come critica dell’esistente, cioè come de-costruzione, sia come costruzione, cioè come progetto di edificare un ordine migliore, ovvero rispondente a criteri di legittimità diversi da quelli dell’ordine presente.
Servirà legarsi a un filo conduttore, coscienti del fatto che il pensiero politico non si sia rivolto sempre ai medesimi problemi attraverso le medesime categorie.  Insomma, è necessario mettere in rilievo che la concretezza del pensiero politico consiste proprio nel fatto che esso aderisce alle drammatiche discontinuità dell’esperienza storica, e anzi le riconosce, le interpreta, le mette in forma. Sarà importante anche sottolineare la coesistenza della storia del pensiero con la geografia del pensiero, rivolgendosi quindi all’illustrazione tanto dell’evolversi delle tradizioni intellettuali che innervano la riflessione politica quanto alle specificità, rilevanti e riconoscibili, con cui ciascuna delle grandi aree geografiche le ha sviluppate e interpretate.
Occorre mostrare, come, di volta, in volta nel corso della storia si sia strutturato quello spazio nel quale si sono attuate le relazioni tra i sistemi politici; la globalità nelle scelte, il rapporto tra la politica e la guerra (o la pace), la relazione fra l’ordine interno e l’ordine (o disordine) esterno.
Si deve avere fiducia, ed è questa l’unica nota di ottimismo permessa, nell’importanza e nell’efficacia formativa della storia del pensiero politico, nel suo senso più vasto, lavorando per costruire strumenti che ci mettano in grado di decifrare i momenti di crescita e di crisi, di dramma e di trionfo, di chiusura localistica e di apertura universale della nostra civiltà intellettuale e politica. Sarà necessario accingersi ad affrontare la complessità assolvendo a un compito rispetto al quale, dal mio modestissimo punto di vista, ben pochi altri possono essere giudicati più importanti e affascinanti.
Un lavoro da cui deve sortire la riattualizzazione nella capacità di individuazione della qualità delle contraddizioni sociali favorendo così l’elaborazione di una teoria del cambiamento all’altezza del presente e del futuro. Una teoria del cambiamento appare indispensabile per affrontare ancora il senso dei nostri inalterabili richiami storici alla relazione tra democrazia e uguaglianza e dell’evocazione di un adeguato concetto di progresso morale, sociale, economico evitando le trappole di cui appare disseminato il futuro. Ricostruire l’idea di progresso: questa la sola sintesi possibile per  indicare la necessità e l’urgenza di aprire un discorso molto difficile in questo momento di apparente invisibilità dell’orizzonte.

lunedì 30 marzo 2020

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LA FIABA DEL CORONAVIRUS
di Angelo Gaccione


In questi giorni “Odissea” sta pubblicando numerosi articoli sulla pandemia. Ho scritto “La fiaba del coronavirus” pensando ai tanti bimbi segregati in casa, alle aule delle scuole materne vuote e tristi, alle piazze senza voci, ai nonni senza nipotini. Una sorta di rito liberatorio per stemperare ansia e malinconia. I disegni illustrativi sono stati eseguiti da Adamo Calabrese che ringrazio.


Nel contado di Lombardopoli con l’arrivo dei primi freddi invernali, con molta facilità i bimbi si ammalano. Vederli al mattino imbacuccati recarsi all’asilo col gelo e il cielo grigio, non è uno spettacolo allegro.
Quanto starebbero meglio al calduccio dei loro lettini! Ma imparare e giocare in compagnia, vale qualche sacrificio.

Certe mattine è un vero e proprio concerto di colpi di tosse e di starnuti, e le aule non sono molto allegre, nemmeno quella delle Rose, dove ci sono bambine e bambini molto spiritosi. Quasi ogni giorno, in questa stagione, la febbre costringe a letto o a casa Diego, Raffaele, Marianna, Morahil; un’altra volta Michael, Celeste, Anna, Giulia; poi è il turno di Riccardo, Ettore, Diana, Gloria; poi ancora di Ginevra, Firas, Viola e Francesco. Una mattina restano vuoti i banchi di Aurora, Tommaso, Manuel e Andrea; un’altra quelli di Lorenzo, Leonardo, Margot, Michele e Allegra.

È l’influenza” dicono le maestre Daniela e Maria Teresa;

È l’influenza” dicono le mamme e i papà.

Non capisco perché tutti gli anni arriva puntuale questa fastidiosa e noiosa influenza: perché non se ne sta a casa sua? Uffa! è proprio una seccatura…
Quest’anno però non è stata una semplice influenza a tenerli a casa: è stato il Coronavirus. All’improvviso, da un giorno all’altro, si è diffusa la notizia e nessuno ha più potuto uscire di casa. Senza maestre, senza compagni, senza nonni, senza le cose belle che si facevano all’asilo. Di colpo le piazze, le strade, i cortili, i giardini, si sono svuotati: sembrava una città fantasma. Spariti i bambini, le loro voci, le loro gioiose risate, la loro baldoria, la loro allegria. Un mortorio.

No, io non posso sopportare città senza bambini, asili senza allegria, strade prive di voci, nonni senza nipotini: sono o non sono il mago di Altolà? Mi sono messo subito all’opera e ho trovato il rimedio: ho preparato un impasto magico, una poltiglia densa ed appiccicosa, una trappola più avvolgente delle sabbie mobili. A vederla sembrava il cuore di una torta, così ricca di colori e di crema, guarnita di panna bianca e soffice. Chiunque vedendola ne sarebbe rimasto incantato...



“Ehi, tu, signor Coronavirus, hai fatto danni abbastanza in questi mesi e non ti sopporto più. Togliti quella ridicola corona che hai su quella testa malvagia e levati dai piedi, se non vuoi che te la riduca in un…”

Quella stupida testa senza cervello non mi ha fatto neppure finire la frase: ha spalancato gli occhi su quel magnifico impasto, su quella montagna di panna candida come la neve, e senza riflettere un secondo: oplà! ha spiccato un salto da gazzella ed è precipitata dentro la torta rimanendovi prigioniera e soffocata. Ben gli sta!

“Toh!” ho esclamato, “non credevo che i virus fossero così golosi…”


Bene, amici miei, ce l’abbiamo fatta, il pericolo è scongiurato. Da domani tutti alla scuola materna. Daniela e Maria Teresa vi aspettano già da troppi giorni, e la Classe delle Rose senza di voi era diventata malinconica. Oh, mi raccomando eh: appena vi sarà possibile, fate un salto dai nonni, muoiono dalla voglia di abbracciarvi.

[Milano, 23 marzo 2020]




A PIÙ VOCI
di Ercole Pelizzone


“Cosa ci ha insegnato la tragica esperienza del coronavirus?”

Caro Angelo,

è difficile rispondere, anche perché strettamente soggettiva ogni impressione, ogni sensazione. Ad esempio, come medico assisto alla nobilitazione generale della categoria: tutti "eroi", medici e infermieri, mentre in condizioni normali si lasciano scadere i contratti e ci si rifugia nella prescrizione per gli anni più lontani. E questo in condizioni precarie di lavoro già nella normalità, con carenza di personale e di mezzi cronico. Ogni medico, specie ospedaliero, buono da processare con agevolazioni da parte dei legali per procedere contro e ora tutti sugli altari. Dunque, in Italia, si capisce solo ora l'importanza di una Sanità pubblica efficiente? Ci tocca vedere gente che canta e balla sui balconi secondo l'antico vezzo italico della "caciara", senza pensare che il silenzio è davvero d'oro in certi momenti: un silenzio che è riflessione, per chi crede è preghiera. Nessuno si salva da solo ovvero nessun uomo è un'isola: il volontariato dà prova di enorme generosità e questa è veramente una risorsa preziosa in questo Paese così contrastante nei suoi aspetti. Non sappiamo quanto pagheremo per questo disastro planetario anche in termini di economia, il futuro appare ancora troppo incerto. Certo, c'è da sperare, ma ne dubito, serva come insegnamento circa la precarietà delle nostre radici, pronte a essere divelte all'improvviso. Un salto di qualità, morale, intellettuale, "dopo"? Chi lo sa? È ancora troppo presto per tutto, anche per abbozzare una smorfia di sorriso dietro la mascherina.

LETTERA APERTA AL SINDACO DI MILANO



Medicina Democratica scrive a Sala: “Requisire cliniche private ed alberghi per far fronte all’emergenza coronavirus”. Finalmente qualcuno che parla chiaro. Noi aggiungiamo anche le tante caserme militari dismesse.

Da giorni lanciamo appelli affinché siano requisite le cliniche private che non collaborano con il Servizio Sanitario Nazionale e se necessario, gli alberghi, per trasferire in quelle strutture i malati senza gravi patologie o in via di guarigione, che devono lasciare gli ospedali pubblici che sono concentrati sulla cura della fase avanzata dell’infezione da Coronavirus. Gli alberghi potrebbero inoltre ospitare una parte considerevole degli anziani ricoverati nelle RSA dove si rischia un’epidemia di massa con risultati drammatici come insegna purtroppo il caso di Mediglia con decine di decessi. Oggi il sindaco di Milano, Giuseppe Sala ha firmato un’ordinanza dove chiede agli uffici del comune di mappare tutti gli immobili del comune vuoti e di concordare l’acquisizione temporanea degli immobili che i privati hanno messo spontaneamente a disposizione: “di acquisire la disponibilità. per il tramite delle competenti Direzioni comunali, di dette strutture ed immobili dai privati cittadini, società ed associazioni, che hanno già manifestato o manifesteranno l’interesse a metterli a disposizione dell’Amministrazione comunale, mediante la sottoscrizione di contratti…”. È un passo avanti. Ma caro Sindaco, forse poteva osare un po’ di più e chiedere al prefetto di requisire, limitatamente al tempo dell’emergenza, almeno le cliniche private e se necessari, gli alberghi per altro in gran parte vuoti. Ciò è possibile in attuazione del DL 18/2020 (art. 6 comma 7), siamo certi che, quale massima autorità sanitaria locale, Lei verrà ascoltato dal Prefetto. Attendere la disponibilità dei singoli proprietari, in una situazione di grave emergenza sanitaria, quale quella che sta vivendo oggi la nostra città, ci sembra un po’ poco. Il sindaco, secondo la nostra legislazione, è responsabile della salute pubblica dei suoi concittadini. Il diritto alla salute viene prima di qualunque altra considerazione.
Marco Caldiroli
presidente Nazionale Medicina Democratica
Vittorio Agnoletto
resp. Osservatorio di Medicina Democratica                                                                                           

PANDEMIA E CONVERSIONE
di Franco Toscani

Disegno di Federico Confortini

Sarebbe auspicabile che da questa tragedia potesse spuntare un "nuovo inizio", una rinascita, affacciarsi un "cuore nuovo" o "di carne" (grande tema della sapienza e profezia biblica. Cfr. Ez 11, 19-20; Ez 36, 26-27; Ger 31, 31-34;1Re 3, 9-12) in alternativa al "cuore di pietra", avviarsi una conversione (non solo etica, ma pure una conversione ecologica dell'economia), un processo di umanizzazione reale, in nome di quella globalizzazione della fraternità e della cooperazione, della solidarietà e della condivisione indicata pure, profeticamente, da papa Francesco. "Svegliati, o Signore!", ha esclamato recentemente quest'ultimo in piazza san Pietro, invocando Dio perché intervenga e ci liberi dalla pandemia. Queste e altre parole del papa sono pietose, lucide e profondamente umane, ma rivelano pure una drammatica impotenza. Su "Avvenire" il sociologo cattolico Mauro Magatti ha espresso apertamente in questi giorni il proprio smarrimento e la propria inquietudine di credente circa la difficoltà di cogliere i segni e le tracce del divino nella situazione odierna. Dio non risponde, non può risponderci. Siamo affidati a noi stessi, alle nostre scelte e responsabilità, alle nostre azioni e pratiche di vita. Il silenzio e l'assenza di Dio - nel tempo presente che sparge paura, sofferenza e morte fra gli uomini - ci lasciano particolarmente sgomenti e ci rivelano l'abisso della condizione umana, ma ci richiamano pure all'esigenza pressante dell'azione e della assunzione di responsabilità. Le attuali tribolazioni e angustie richiedono una radicale conversione dei cuori e delle coscienze, una tensione alla giustizia, a contrastare le enormi diseguaglianze economico-sociali, i vergognosi squilibri di ricchezza e di potere esistenti nel mondo. Ne saremo capaci?  Ci troviamo e ci troveremo sempre più in una situazione in cui sono e saranno richieste molte risorse economiche, in cui occorre e occorrerà applicare il sano e semplice principio secondo cui chi ha di più deve dare di più. Una maggiore giustizia sociale diventa un imperativo morale, se non vogliamo fare delle vane chiacchiere e della retorica insulsa, insopportabile. Una delle verità principali che questa pandemia ci consente di riscoprire è quella che il buddhismo chiama la "co-produzione condizionata" o "genesi interdipendente" di tutti i fenomeni, ossia il fatto che l'interrelazione o interdipendenza universale concerne tutti gli esseri e le cose; nessuno o nessuna cosa può sognarsi uno "splendido isolamento", può fare l'"anima bella". L'uomo non è un dio né una bestia, diceva già Aristotele, ma un animale razionale, sociale e politico. In questa stessa direzione della "vita buona", anche il grande pensiero filosofico europeo e italiano ha parlato sovente di intersoggettività, di relazionismo e di "ontologia chiasmatica": penso qui soprattutto a Edmund Husserl, Enzo Paci e Maurice Merleau-Ponty.  Più che mai attuale è pure il messaggio della poesia La ginestra (1836) di Giacomo Leopardi, che richiama gli uomini - a partire dalla condizione umana e dalla sventura comune - a riscoprire le ragioni della fratellanza e dell'amore reciproco, della solidarietà e della cooperazione. Molti potranno riconsiderare e rivalutare tutto ciò, ma non è scontato. Per il momento, siamo ancora nella bufera, ci occorrono molta pazienza e molto coraggio (o forza del cuore, come dice ottimamente Vito Mancuso), molta coscienza, responsabilità, azione solidale e concreta.

L’INUTILITÀ AL CENTRO
di Renato Pennisi 

Disegno di Adamo Calabrese
                                          
Questa obbligatoria costrizione domestica pone davanti agli occhi della nostra coscienza (individuale - collettiva) la consapevolezza della inutilità che abbiamo messo al centro della nostra vita. Emerge l’inutilità della quasi totalità dei nostri pensieri, degli oggetti che rintaniamo anche negli angoli meno frequentati delle nostre case, delle nostre azioni.
Ho fissato negli occhi l’inutilità della classe politica e dei governanti, ostinati a non vedere e a non sentire neppure le evidenze, l’inutilità di questa Europa che qualcuno ha tentato di costruire spiegandoci che fosse la migliore possibile, l’inutilità di buona parte delle illusorie tecnologie, dei social destinati soprattutto a chi ama esibire la ruota del pavone, l’inutilità di molti libri, delle risse nei talkshow, l’inutilità degli opinionisti improvvisatori, l’inutilità del culto per il fisico e dei centri estetici, l’inutilità dei molti cibi che stipiamo in frigorifero, degli integratori, delle ossessioni inutili per le calorie, i grassi, i carboidrati, l’inutilità dei televisori piazzati in ogni stanza.
Per decenni abbiamo messo da parte il senso della misura e la capacità di ragionare in proprio senza delegarla ad altri, considerandoli valori scaduti appartenenti ad altre epoche.
Dicono da molte parti che questa emergenza sanitaria ci sta cambiando, che quando terminerà saremo diversi e migliori. Non credo. Tra un anno avremo dimenticato tutto.
                                                                                                       
La poesia
INVOCAZIONE

Disegno di Federico Confortini


Ti parlo dalla porta del mio animo:
quale preghiera, Signore Gesù,
quale preghiera ancora, Signore Gesù
per rinfrancarci?
La gola è secca,
il fiato manca.
Non ci sono più lacrime.
La terra rifiuta i corpi dei morti.
Tutto diventa cenere.
Rianimaci, per la Tua gloria, Signore Gesù,
fai fiorire il deserto.
Tutto sussiste in Te.
Vogliamo ascoltare la tua voce,
Pastore,
abbandonarci al Tuo respiro d’amore.
Dove sei, Signore Gesù?
Dove sei, Signore Gesù?
È primavera non lasciarci
nell'in(f)verno.

Giuseppe Puma


La fiaba
NEL PAESE DI GATÒ
di Laura Margherita Volante


Un topolino abbandonato si trovò solo in una città; aprì gli occhietti e vide… nessuno, allora preso dallo sgomento pensò fra sé e sé: “Ora cosa faccio? Posso correre e saltare, ma poi quando ho fame dove trovo il formaggio che mi dava mamma?”.
D’improvviso incontrò un gattino... si guardarono negli occhi, erano piccini e non c’era la mamma… cominciarono a giocherellare al gatto e al topo finché stanchi si addormentarono l’uno fra le zampette dell’altro.
Un rombo nel cielo li svegliò… scapparono spaventati fino a capitare in un campo… giocarono a nascondino nell’erba più alta di loro… ecco che il pancino cominciò a brontolare.
“Ho fame, ho i crampi… ho sete…!”.
Allora i due amici si misero in cerca del cibo trovandosi di fronte una fatina piccola piccola con una stellina in fronte. I due animaletti indietreggiarono timorosi: “Non andate via!” disse la fatina “avete dimostrato che si può essere amici anche se diversi, quindi avrete una ricompensa, vi accompagno nel paese di Gatò dove i gatti e i topi convivono insieme, dove sarete accolti con amore, perché i gatti non mangiano i topi e i topi non sporcano dove passano”.
L’amicizia non è difficile da stabilire fra chi non ha la mente chiusa e ha il cuore fanciullino.