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domenica 19 aprile 2020

A PIÙ VOCI
METANOIA
di Oliviero Arzuffi

Oliviero Arzuffi

Villa D’Almè.Sono circondato da ombre di morte”: sono le uniche parole che mi vengono in mente in questo momento. Parole di un salmo di oltre duemila anni fa, ma quanto mai illuminanti per ciò che stiamo vivendo qui, tra questi pittoreschi monti e tra i verdeggianti declivi delle Orobie, trapuntati da borghi medioevali di rara bellezza, con le loro chiese romaniche famose nel mondo intero.
Scrivo da Bergamo, centro della pandemia. Di più. Scrivo stando conficcato nell’occhio del ciclone epidemico, all’imbocco delle valli bergamasche, dove solo le sirene delle ambulanze, dopo aver squarciato continuamente per giorni e notti il silenzio irreale di questi luoghi ameni, ora si fanno sentire quasi di soppiatto in modo intermittente, quasi uno stridulo singulto, come per attutire la disperazione onnipresente.  
Persino le campane da morto si sono stancate di suonare, e tacciono, rendendo queste contrade ancora più spettrali e l’atmosfera più surreale che mai. Con noi seppelliti in casa o recintati nei pochi metri quadrati del giardino, almeno per i più fortunati, a guardare sgomenti la vicina di casa trasportata di notte in ospedale, e subito morta, a sentire l’affanno dell’amico del giardino di fianco attaccato alle bombole di ossigeno, a scorgere sulla via, pochi metri più in là, le bare di due che hanno appena esalato l’anima e vengono portati via da camion militari per ignota destinazione. Morte, dappertutto. Così che noi, che ancora che respiriamo, siamo afferrati alla gola dalla paura o ci sentiamo oppressi dalla sindrome dei sopravvissuti.

Arzuffi e Gaccione
a Villa D'Almè

Coronavirus: un nome dal suono gentile e dall’apparenza innocua, apparso come una meteora dall’altra parte del mondo e diventato all’improvviso simbolo di devastazione planetaria e portatore di un severo monito, almeno per chi ha orecchie per intendere. Ma: vogliamo davvero intendere? Se consideriamo la storia, non sembra che il bipede umano abbia imparato molto dalle calamità naturali che gli sono piombate addosso o tratto dei salutari insegnamenti dalle sciagure che, a fasi alterne, si è procurato da sé. Non mi stupirei perciò che anche questa volta, passata la paura ed esorcizzata la buriana come un incidente di percorso, si rimettesse a fare la solita vita di prima come se nulla fosse successo, magari con più bramosia e più cattiveria, per rifarsi del tempo perduto e delle opportunità svanite con l’imposizione del “lock down” universale. Come dire: passato il virus, gabbato lo santo.       
Questa volta, ignorare gli insegnamenti della pandemia risulterebbe fatale per tutta l’umanità. E quali sono, in poche parole, questi insegnamenti da trarre, che solo degli ottusi di mente o degli aspiranti suicidi o dei duri di cuore o degli accecati nello spirito non saprebbero cogliere?



Il primo di questi è quello che papa Francesco ha ben espresso con la metafora del “siamo tutti sulla stessa barca”. Mai come oggi siamo conglobati in un unico destino. Ciò che avviene in qualunque parte del mondo ha ripercussione sull’intera umanità, senza vie di fuga, senza furbesche scorciatoie, senza terre promesse da raggiungere o da conquistare, senza spazi reconditi dove poter fuggire per mettersi in salvo. Nel mondo globalizzato o ci si salva tutti insieme o tutti siamo condannati a perire. La solidarietà oggi non è più un optional per le “anime candide”, un desueto orpello per i “buonisti”, e neppure una scelta etica lasciata alla buona volontà dei singoli o degli Stati: è una necessità per la pura sopravvivenza della specie. Punto. D’ora in poi, la politica non potrà che fare i conti con questo dato di fatto, che implica necessariamente una “governance” mondiale, una condivisione senza doppiezze e il disarmo totale, per la semplice ragione che, venuta meno l’idea tribale dell’altro come nemico e preso atto che non ci sono confini che ci possano tenere al riparo dalle sciagure, nessuna guerra avrebbe senso.

San Tomè

Il secondo insegnamento è la consapevolezza della nostra irriducibile fragilità.
Il delirio di onnipotenza, che da decenni ci ha reso la vita un inferno con l’implementazione della smania produttiva e della coazione consumatoria, con un’economia al soldo di pochi per impoverire i più e una finanza dai connotati criminali che ha creato immani disuguaglianze e ingiustizie, con una scienza idolatrata come ultimo e unico criterio di giudizio sulla realtà, ci ha spinti a pensarci come degli immortali ai quali tutto è concesso, perché il mio “io” è il tutto e gli altri sono solo un mezzo. Abbiamo scordato da tempo che una convivenza diventa vivibile, e una società evolve in civiltà, solo se parte dal farsi carico dei bisogni dell’ultimo dei suoi membri, diversamente regredisce inevitabilmente nella violenza e nella barbarie, con una platea di “scarti umani” in continua espansione come una bomba ad orologeria. Non illudiamoci: alla fine pagheremo il conto e sarà salatissimo!
Il terzo insegnamento è la violenza della terra.

Oliviero e Marcella
Per decenni abbiamo strapazzato irresponsabilmente la natura con inquinamenti di ogni tipo, depredato le sue preziose risorse, fatto ecatombe di intere specie viventi, come se noi stessi non appartenessimo ad un meraviglioso ed insieme fragilissimo ecosistema, da custodire con amore e da contemplare con meraviglia, perché fonte della nostra stessa vita. Ci siamo sentiti padroni del mondo, con davanti un pianeta da usare a nostro piacimento e da conformare al nostro desiderio, del tutto dimentichi che se sporco l’acqua non la posso più bene, se inquino l’aria mi ammalo senza rimedio, se avveleno la terra muoio di fame, se disbosco o incendio le foreste non respiro più. Abbiamo anche colpevolmente ignorato i segnali di pericolo che madre terra ci sta mandando da tempo, finché, esasperata, ha dovuto reagire per non soccombere alla nostra sciagurata devastazione. Ed è bastato una sua microscopica e invisibile forma di vita per metterci in ginocchio ed arrestare la nostra folle corsa verso l’auto-annientamento. Nessuno mi toglie dalla testa che questo virus è una sorta di violenza di riporto e un ultimo avvertimento al genere umano: sapremo coglierlo?
Se vogliamo salvarci, fraternità, umiltà, sobrietà, compassione devono tornare a guidarci: antiche virtù da troppo tempo confinate nello spazio religioso o lasciate all’ambito etico, considerate da una mentalità predatoria per lo più come patrimonio dei “poveri di spirito” o come magra consolazione per gli sconfitti dalla vita, quando non derise come anticaglie di un sentire magico-sacrale, che non hanno più niente a che vedere con la “sana competitività del mercato”, il “giusto” cinismo che non guarda in faccia a niente e a nessuno, la volontà di potenza che ignora il limite e dissemina morte, più ancora del coronavirus.
Perciò quanto mai è necessaria una “metanoia”, come dicevano i greci, ovvero un cambiamento di mentalità, un nuovo modo di pensare e vivere il mondo e i rapporti umani, lasciando aperto anche lo spazio al Mistero, per non diventare schiavi e vittime della nostra stessa presunzione, se vogliamo dare continuità al genere umano e preservare vivo l’unico pianeta che abitiamo. Ma occorre far presto, perché di tempo non ce n’è più.  

[Villa d’Almè: 18 aprile 2020]