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giovedì 30 aprile 2020

IL VUOTO
di Angelo Gaccione


Chi è approdato almeno una volta sulla bella, armonica, Piazza del Conte Treccani degli Alfieri a Montichiari, e si è seduto ai tavolini di uno dei suoi caffè, godendo la vista della chiesa dell’Assunta (il Duomo) con la sua troneggiante cupola e il colle del Castello Bonoris con i suoi torrioni, in una bella giornata di sole, non può fare a meno di rimanere sgomento davanti alle foto che la ritraggono completamente vuota, in questi giorni tremendi di dolore e di lutto. È così ricca e così piena questa piazza, come ogni piazza italiana, da non osare neppure lontanamente immaginare che quello che con una locuzione latina chiamiamo horror vacui, potesse un giorno materializzarsi nelle nostre anime e divenire sentimento comune. Improvvisamente tutto questo pieno è diventato vuoto. Tutto il suo formidabile pieno fatto di simboli incantevoli e rassicuranti, di materia solidificata dentro uno spazio organizzato e ben disposto su una superficie, si è trasformato in una presenza muta e angosciante. Un vuoto incolmabile si è impadronito delle anime di quanti sono stati privati delle vite dei loro cari, e un vuoto atroce ha pervaso le nostre, osservando questa piazza in cui ogni presenza, ogni voce, ogni rumore, è stato cancellato. Ora sappiamo con incontrovertibile certezza, che il vuoto altro non è se non una sottrazione, una perdita umana irreparabile. Una perdita di vite, di presenze. Nessuna teoria di fisica quantistica, nessuna speculazione filosofica, può colmarlo questo vuoto incommensurabile, annichilente, che si è andato formando nelle nostre anime. È un vuoto esistenziale profondo, un vuoto che si è inciso nella parte più recondita della nostra esistenza e occorrerà molto tempo per elaborarlo.


Se privato di un occhio che lo legga ogni libro è muto, a maggior ragione lo sono un luogo, una piazza, una cattedrale, se privati del nostro sguardo, della nostra presenza. Quando tutto questo sarà finito e torneremo a riempirle di vita queste nostre belle piazze, - a resuscitare noi con loro - amiamole di più e rispettiamole; rispettiamole come parte inscindibili di noi, prendiamocene cura. E prendiamoci cura di un noi inteso come prossimo, come umanità fragile e vulnerabile, troppo spesso ripiegati come siamo, su un io divenuto ipertrofico ed egoista. Senza solidarietà non esiste umanità: teniamolo a mente, mentre ci prepariamo alla rinascita. Sarà stata proprio la solidarietà, l’abnegazione dei molti, a permettere ai nostri mille e mille corpi di riempire il vuoto di questa bellissima piazza, quando le campane dell’Assunta suoneranno a distesa per convocarci alla festa della vita ritrovata.