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sabato 25 aprile 2020

VIVA IL 25 APRILE
di Franco Astengo

"Un fiore al partigiano"
Milano 25 aprile 2020

Questo è un intervento con intenti di parte attraverso il quale si cercherà di stare idealmente proprio a fianco dei partigiani che, il 25 aprile 1945, compirono l’opera della Liberazione.
Dev’essere seccamente rifiutato il banale neo-revisionismo di che ha cercato e cerca di cancellare la memoria di questo giorno, magari con la scusa del distanziamento sociale imposto dall’emergenza sanitaria. È necessario riprendere per intero i termini reali che animarono la Resistenza Italiana sul piano morale e politico. C’è ancora bisogno di fare chiarezza e la si può fare soltanto stando con precisione da una certa parte della barricata, dimostrando davvero gramscianamente di “odiare gli indifferenti”.
La Resistenza nasce come moto di popolo, con una forte spinta dal basso: fu quella l’anima vera del movimento di Liberazione. Una simile spinta, fatta di volontà e di passione si verificò in Italia, come in tante altre parti d’Europa, tra il 1943 e il 1945.
Un ideale si delineò nell’animo del popolo: balenò nella mente della grande maggioranza un obiettivo che doveva essere raggiunto ad ogni costo, unendosi per ottenerlo. L’obiettivo era quello della libertà e del riscatto sociale.
Gli operai in numero sempre più grande, i contadini, le popolazioni inermi della città appoggiarono coloro che combattevano; la parte migliore dell’apparato dello Stato si schierò dalla parte dei combattenti, la parte sana della classe dirigente non poté resistere a questa spinta, che fu la realtà vera nella vita della nazione.
Celebrare la Resistenza oggi vuol dire non dimenticare come la Resistenza è sorta, come è stata condotta la lotta e come si è giunti alla vittoria del 25 Aprile.
Oggi, forse, non tutti ricordano quali furono le condizioni di partenza, a quale grado di delusione, di smarrimento e persino di decomposizione era giunto l’animo dei cittadini italiani attraverso l’esperienza dura, umiliante, tragica della tirannide fascista.
Pochi ricordano ormai, a distanza di tanto tempo, quali fossero le condizioni del nostro paese quando quell’infame regime crollò sotto il peso dei delitti che aveva commesso.
Tra il 25 luglio e l’8 Settembre 1943, la vecchia classe dirigente che per una parte aveva tiranneggiato il popolo, sopprimendo qualsiasi vestigia di libertà e per l’altra parte ingrassata all’ombra del regime tirannico, approfittando di tutte le prepotenze, di tutte le violenze, di tutti i delitti per rafforzare i propri privilegi ed estendere il cumulo dei propri profitti materiali, quella classe dirigente si sfasciava, era in fuga, stava scomparendo.
E il popolo, che cosa doveva fare il popolo in quelle condizioni, in cui sembrava che tutto mancasse, in cui la persona semplice, cui fosse stato posto il problema di quello che avrebbe dovuto fare non avrebbe saputo rispondere perché troppi erano i problemi insoluti.
Il miracolo della Resistenza, il fatto più grande che vi sia stato nella storia d’Italia dei tempi moderni, fu quello del passaggio dalla tirannide abbietta alla lotta per la democrazia; dall’asservimento a un imperialismo straniero come quello nazista che metteva il piede sul collo perfino ai suoi servi fascisti alla fiera rivendicazione dell’indipendenza per riconquistare dignità, pieni diritti nazionali e la pace.
La Resistenza consentì il passaggio dalla retorica tronfia e vergognosa che esaltava la guerra come sola igiene del mondo, all’umanità nuova dei nostri partigiani che combatterono e morirono sapendo proclamare di combattere e morire perché sorgesse un mondo nuovo.



Una classe dirigente nuova apparve allora in quel momento sulla scena della storia e fu la stessa classe dirigente che poi, negli anni immediatamente successivi, assicurò - non senza difficoltà - lo sviluppo democratico del Paese. Vi erano partiti politici di cui, irridendo nel corso del ventennio, si era detto fossero stati fatti scomparire, ridotti a qualche gruppo di poveretti che languivano nelle carceri o vegetavano sotto la sorveglianza della polizia in qualche sabbiosa isola del Tirreno, oppure ancora erravano in esilio sotto cieli stranieri. Quei partiti irruppero con irresistibile impeto sulla scena e furono sostenuti dal popolo. Operai, lavoratori, cittadini di tutte le condizioni si raccolsero nelle loro file.
Era una nuova classe dirigente che mise in primo piano coloro che fino il giorno prima erano stati perseguitati, ma soprattutto forze sociali nuove, perché i socialisti, comunisti, esponenti del Partito d’Azione, democratici cristiani, repubblicani, liberali preso il posto che a loro spettava.
Erano sostenuti dagli operai delle fabbriche di Torino, Milano, Genova, Napoli, di dieci e dieci altre città, erano appoggiati dai braccianti e dagli altri lavoratori delle campagne, dagli intellettuali.
Una classe dirigente nuova e forze sociali nuove si collocarono così, di fatto, alla testa dell’Italia.
Non si dimentichi mai che se questo mutamento profondo di classe dirigente non fosse avvenuto la Resistenza, forse, non ci sarebbe stata e certamente non avrebbe potuto vincere.
Una coscienza nuova si era formata e una parte grande del popolo aveva conquistato la capacità di mettersi alla testa di tutto il Paese.
La Resistenza non è stata soltanto il combattimento militare svoltosi tra il 1943 e il 1945.
Incomincia, si può dire, dal momento in cui si era preparata e poi instaurata la tirannide del fascismo: una tirannide la cui natura fu compresa da pochi, soltanto dai dirigenti più avanzati del popolo e della classe operaia: Gramsci, Gobetti, Matteotti.
Matteotti al centro della foto
Sulla base del loro insegnamento e del loro sacrificio una piccola parte della classe operaia e degli intellettuali illuminati lavorò anni e anni per definire ciò che era la dittatura fascista intesa come tirannide instaurata sul popolo nell’interesse del ceto privilegiato reazionario.
I settantacinque anni che ci separano dal giorno della Liberazione vanno ricordati anche in un modo del tutto particolare, legando la memoria a un’idea di trasformazione profonda dei rapporti economici, sociali, politici, nell’interesse delle forze del lavoro, nel rispetto dell’eguaglianza e della libertà di tutti i cittadini.
Il ricordo della Resistenza deve valere, ancor oggi, per stimolarci a fare di quella fase storica una fase permanente, come fondamento di una società diversa da quella, ancora basata su inaccettabili ingiustizie, nella quale stiamo vivendo.
Per questo motivo la Costituzione che è stata la più grande conquista della Resistenza sul terreno della norma regolatrice dei rapporti tra il cittadino e lo Stato non è stata ancora applicata in tutte le sue parti e oggi neppure rispettata perché si tende a mortificarla in parti essenziali.
Con questi propositi va ricordata oggi la Resistenza.
Avendo sempre presente, nel momento in cui ci accingiamo a questo compito, ciò che disse Sandro  Pertini nel comizio di Piazza del Vittoria il 30 giugno 1960, quando si trattò di respingere il ritorno dei fascisti al governo del Paese: “accanto a noi, in questo momento, accanto alle nostre bandiere ci sono i martiri della Benedicta, del Turchino, di Cravasco, di Sant’Anna di Stazzema, di Marzabotto e delle tante altre stragi che i nazifascisti compirono in quei mesi nel corso dei quali la tenacia e l’intelligenza del popolo alla fine prevalse e sorse un avvenire migliore per tante generazioni”.