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venerdì 22 maggio 2020

A PROPOSITO DELL’APPELLO

Renato Guttuso
"Il garofano" 1953

Dopo la pubblicazione dell’Appello al presidente della Repubblica sull’esagerato uso di termini inglesi, sono giunti alla redazione di “Odissea” una marea di email e di messaggi. Ne pubblichiamo alcuni.

Pavia. Caro Angelo, sono d’accordo con te e mi diventa insopportabile ogni volta che in un programma televisivo o altrove la lingua italiana viene sostituita con termini inglesi. Credo che i francesi non lo farebbero mai. Se ne dovrebbe occupare il Parlamento presentando una proposta di legge di poche righe per dire che in tutte le assemblee pubbliche: parlamento, regioni, province e nei programmi Rai è vietato. Non so se ho firmato la petizione. Se non l’ho fatto aggiungi il mio nome. Tra l’altro, questa diffusione di termini inglesi ha compromesso anche i nostri dialetti. Mi ricordo che in un incontro all’estero, tra i tanti ai quali ho partecipato quando ero sindaco, un intellettuale svedese mi chiese se a Pavia si parlava il dialetto perché a suo parere era molto importante e io risposi che a Pavia il dialetto di un quartiere della città poteva includere termini diversi da altri quartieri. Quel professore era molto contento e interessato. D’altronde da sindaco ricevevo i cittadini due volte la settimana e ho dovuto imparare anche io i termini essenziali perché loro parlavano tutti in dialetto pavese. Erano i tempi in cui Pavia aveva la Necchi e altre fabbriche nelle quali lavoravano almeno 15 mila operai e la classe operaia era fondamentale anche nel partito socialista. Ciao.
Elio Veltri

Milano. Caro Angelo, 
complimenti per il tuo intervento, che condivido del tutto: da anni sono infastidito non solo dall’uso pervasivo di termini inglesi, anche quando sarebbe più incisivo usare termini italiani; ma anche dalla pronuncia dei termini stranieri tutti come se fossero inglesi: come pronunciare Walter Benjamin se non come Uolter Bengiamin!?!? Non solo la pronuncia tedesca è sparita dall’orizzonte anche più colto (ammesso che ci sia entrata mai), ma persino il francese si pronuncia all’inglese!
Ma noi continueremo a non soccombere.    
Gabriele Scaramuzza

Milano. Caro Angelo,
fantastico! Ogni parola è da condividere. Mi chiedevo appunto a chi denunciare la progressiva scomparsa dell’italiano. Una volta ho posto il problema a un funzionario della Crusca, che mi ha risposto debolmente, e in pratica non ha voluto esporsi.
Questo appello al presidente della Repubblica, facciamolo girare il più possibile. Intanto, sottoscrivo anch’io, e spero altri si aggiungeranno. Ma l’appello deve arrivare al Presidente in persona.
In Spagna e in Francia, non senti questo chiacchiericcio ‘mix’ alla radio e alla televisione. In Francia la ‘privacy’ si chiama ‘confidentialité’ e da noi ci sarebbe ‘privatezza’.
Non senti dire “sold out” per “tutto esaurito”, o “fake news”, anche solo “fake” per falso, e addirittura “food” per “cibo”, eccellenza italiana.  Ah, stanno lanciando anche l’antipatico “wow”. L’appellativo di “governatore” è una vergogna nazionale.
BASTA!   
Andiamo avanti.
Avevo pensato anche di fare una colletta, o raccolta fondi (crowd funding!) per comperare uno spazio sul “Corriere della Sera” o “la Repubblica” a tal proposito. Bisogna vedere quanti ci stanno,
e ciao, e grazie per le tue iniziative.
Claudia Azzola

Berlino. Caro Angelo, 
ho letto l’appello a favore della lingua italiana e penso che sia importante davvero riconoscerne il valore. L’anglicizzazione qui in Germania è avvenuta già prima della digitalizzazione, anche perché i dialetti della Germania del Nord e l’inglese hanno una matrice comune. L’uso di termini inglesi nell’ IT e in parte nella scienza è normale, quello che dispiace è l’impoverimento della lingua italiana e tedesca nel loro splendido lessico tramandatoci da secoli di cultura. Questo va di pari passo con la semplificazione delle menti, causa spesso insegnamento non adeguato e lassismo politico sociale. È un vero peccato assistervi senza intervenire, quindi ben fatto.
Cordialmente
Lisa Mazzi

Milano. Quello che forse bisognerebbe ulteriormente precisare, è che non dell’americano di Whitman si tratta, ma dell’americano del marketing, è cioè una lingua che nasce già orientata al mercato (market oriented) e dunque tutt’altro che neutra nelle sue intenzioni, attraverso questo shot-english passa il predominio del mercato sulla politica e la cultura, solamente che passa desguised (sotto mentite spoglie). Però non ci si illuda che tolta la lingua manigolda, ci si liberi del dominio del mercato, se ad esempio la Legge 502 del 1992 in perfettissimo italiano trasformava le Unità Sanitarie Locali in Aziende orientate al mercato dando tragicamente inizio alla privatizzazione della Sanità precipitata nello sfascio che, soprattutto in Lombardia, ci è toccato conoscere.
Gabriella Galzio

Milano. Ho scritto varie volte sugli attuali orrori linguistici.
Maurizio Cucchi

Roma. Il tuo pezzo “Una battaglia persa”, mette in evidenza, secondo me, una vera tragedia visto che è il linguaggio a strutturare la coscienza. E mi ha fatto tornare in mente due frasi, una di De Masi: “Non è giusto che i giornalisti vadano in pensione a sessantacinque anni, cioè quando hanno appena imparato i congiuntivi”; l’altra, bellissima, citata dal prof. Sabatini, di Luigi Settembrini: “Quando l’uomo ha perduto la sua patria e va disperso per il mondo, la sua lingua è la sua patria”.
Petronilla Pacetti

Milano. Angelo carissimo, un gustoso aneddoto. Ho avuto modo di invitare una persona, al sempre uso della parola “fan”, a conoscerne l’etimo. Ora sembra aver almeno il dubbio nell’usarla (e non solo a sproposito).
Bell’abbraccio.
Cesare Vergati

Milano. Ciao Angelo. Io da anni mando a “il Fatto Quotidiano” l’indignazione per l’uso di termini stranieri ma anche di strafalcioni linguistici approvati perfino dall’odierna Accademia della Crusca.
Franco Paone

Pioltello. Bravissimo! Vedi che faccio bene a scrivere sempre “Buon fine settimana” e non “Buon weekend?”.
Un abbraccio.
Max Luciani

Milano. Caro Angelo bravo, giusto difendere la necessità di amare la propria lingua contro la pratica malamente orecchiata di mescolarla balordamente con manufatti estranei.
Saluti.
Giorgio Colombo

Milano. Non sono una purista, ma concordo sostanzialmente con il tuo ragionamento, caro Angelo
Elena Hileg Jannuzzi

Perugia. Aderisco volentieri visto che ho sollevato più volte questo problema dell’uso di parole inglesi nel nostro parlare quotidiano e soprattutto nella comunicazione da parte di politici ed economisti. L’importante è non fare capire quello che si dice e si fa e si prepara per fregare i comuni mortali.
Francesco Curto

Milano. Ciao Angelo. Piena condivisione sull'uso delle espressioni esterofili, piccolo particolare: oltretutto per confondere meglio le povere vittime si usano tra tutte le espressioni, le più distorsive possibili e ingannevoli.
Tipo "Jobs Act" per dire abolizioni di corposi diritti dei lavoratori dipendenti.
Oppure assessore al welfare che in inglese non viene usato al posto di salute dove viene invece usato il termine health.
Con Affetto.
Francesco Saverio Lanza

Verona. Caro Angelo.
È veramente doloroso leggere quanto da te scritto. Secondo me dovrebbero fare una Legge per proteggere la lingua italiana. Abbiamo una lingua bellissima, usiamola. L’inglese usiamolo solo quando dobbiamo parlare in inglese. (…)
Buona giornata.
Maria Spinelli

Acri. Molto, molto bene. Condivido tutto… ogni parola. Il Fascismo impose, fino al ridicolo, la lingua nazionale. Decisione, forse con intenti non del tutto “nobili”, ma intelligente e furba quanto l’altra.
Filippo Gallipoli

Villa Dalmè. Condivido e sottoscrivo. Proprio per questo mi sono per principio rifiutato di usare nei miei scritti qualsiasi anglicismo.
Oliviero Arzuffi