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mercoledì 27 maggio 2020

DALLA CENTRALITÀ DELLA MOVIDA
ALLA “DIVERSITÀ POSITIVA”
di Franco Astengo

Vinicio Verzieri
"Tentativo di apertura"

Un pallido accenno di fuoriuscita dall’isolamento vissuto nella fase acuta dell’emergenza sanitaria ha immediatamente scatenato un’apparente “centralità della movida” verso la quale si sta promuovendo addirittura una ridicola deriva securitaria. L’Italia non è riuscita neppure a ricordare degnamente gli oltre 30.000 morti fin qui registrati nel corso della vicenda (un numero destinato ad aumentare) e la questione dirimente sembra essere quella dell’affollamento che si sta creando nei luoghi degli aperitivi.
C’è da chiedersi quale società sia mai questa?
Ne scrive Donatella Di Cesare nel suo “Virus sovrano?”: “ciascuno coltiva la propria individuale utopia… Qui viene alla luce la disfatta della politica che priva di slancio, concentrata sul presente senza domani, procede di emergenza in emergenza, tentando di assecondare gli eventi, di cavalcare l’onda. L’irresponsabilità. Cioè la mancanza di risposte alle generazioni future, sembra esserne il tratto peculiare.
La Storia ha perduto di senso, siamo alla privatizzazione del futuro: l’epidemia ci ha reso subalterni all’insindacabile funzionamento della civiltà tecnico-scientifica e per coltivare l’illusione di fuggirne non resta che nasconderci nell’oblio. In questo caso mimetizzandoci nell’apparente euforia di un altrettanto apparente scampato pericolo. Pericolo che abbiamo inteso come riguardante soltanto noi stessi, dispersi e separati in un destino singolare e indecifrabile. A questo declino sociale, politico e soprattutto morale è necessario contrapporre un’alternativa.
Negli anni scorsi si è molto scritto e parlato di “società del limite” e di “decrescita felice”: la società della crescita ha legato il suo destino ad una organizzazione fondata sull’accumulazione illimitata e questo appariva  il punto da aggredire ai fautori di questa possibilità di individuazione del limite.
Serve qualcosa di più ampio e più profondo.
Preso atto dell’esistenza di un deficit culturale diffuso e della necessità di far emergere, come filosofia di fondo, l’idea che non esiste alcuna possibilità al di fuori dell’utilizzo di criteri sovranazionali dovrà essere sfruttata l’occasione per affrontare i temi del modello di sviluppo e della stessa convivenza civile, delle relazioni umane, degli interscambi non esclusivamente legati alla logica del profitto, delle comunicazioni d’informazione e culturali.


Esaurite le forme politiche che hanno segnato il ’900, tra l’idea dell’onnipotenza della tecnologia e quella del ritorno all’indietro del tipo (tanto per ridurre all’osso) della già citata “decrescita felice” bisognerà pur individuare un nuovo equilibrio. Vale allora la pena di ripetere alcuni concetti, già avanzati nel corso di questi mesi, che si ritengono utili ad alimentare una riflessione necessaria se si intende davvero procedere verso un’iniziativa di ricostruzione di una sinistra capace di offrire un’alternativa allo scivolamento nel passaggio dalla crisi della democrazia liberale verso l’autoritarismo della “fobocrazia”, com’è avvenuto ad esempio in Ungheria.
Non sarà sufficiente pensare alla “green economy” e ai possibili relativi modelli di vita: anche in questo caso serve qualcosa di più ampio e strutturalmente orientato nel suo complesso.
Risulterà limitato anche un richiamo alla società dei 2/3 di Gorz: analisi che negli Anni ’80 rappresentò una sorta di bandiera della socialdemocrazia europea in condizioni ben diverse dalle attuali.
La ricostruzione di un intreccio tra etica e politica potrebbe rappresentare il passaggio fondamentale per delineare i contorni di una “società sobria” avendo come base di proposta una nuova “teoria dei bisogni”.
Servirà studiare per definire un aggiornamento teorico relativo proprio alla realtà delle “fratture” esistenti, sulla base del quale riaggregare primordialmente interessi specifici.
Nell’evidente inadeguatezza dei modelli cui ci si è ispirati nella globalizzazione del consumismo individualistico, la vicenda dell’epidemia ci  sta dimostrando che siamo rimasti fermi a contemplare ciò che accade senza disporre di idee e di organizzazione per attaccare, come sarebbe necessario, il muro della separatezza tra i popoli e tra i ceti sociali rilanciando la prospettiva di  una “programmazione del limite”.
Una separatezza mai così marcata, almeno a partire dal Secolo dei Lumi.
Aggredire la separatezza, ricostruire un “capitale sociale”, riorientare l’agire politico nel senso della programmazione e dell’uguaglianza, esprimere collettivamente una “diversità positiva”: questi punti potrebbero rappresentare fondamentali per un progetto cui dedicarci nel momento in cui si sta cercando di insistere sulla necessità di una ricostruzione della sinistra.