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martedì 19 maggio 2020

FOLLIA E CONTROLLO SOCIALE
di Petronilla Pacetti

Giovanna la Pazza

Le mille metamorfosi, le molte primavere perdute 
nei giardini del manicomio. (Alda Merini)

In Italia, la legge 180, ha abolito, il 13 maggio 1978, unica al mondo, gli ospedali psichiatrici, i “manicomi”, luoghi di orrore dove venivano sottratti alle persone, oltre la libertà, la propria dignità e ogni diritto fondamentale  dell’essere umano.

“La follia è una condizione umana. In noi è presente come la ragione, il problema è che una società per definirsi civile dovrebbe accettare tanto la follia quanto la ragione, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio in questo caso ha la sua ragione d’essere” dice Basaglia, per il quale la psichiatria serve alla società borghese per giustificare i luoghi in cui rinchiudere i soggetti considerati non produttivi, non “normalizzati” e quindi da allontanare dalla collettività; e dice anche che la follia fa parte della natura umana, riguarda tutti. D'altronde qualcosa del genere l'aveva scritto anche Shakespeare, neLa dodicesima notte”: La follia, mio signore, come il sole se ne va passeggiando per il mondo, e non c'è luogo dove non risplenda”.

Veduta del manicomio di Aversa

Chi scrive, negli anni Settanta e Ottanta, come molti altri giovani professionisti, cercava nella  propria formazione soprattutto dei punti di riferimento per una assistenza (anche psichiatrica) nuova, più umana, basata sulla relazione e non sulla sopraffazione e l’esercizio di rapporti di potere che, Italia, verrà concretizzata proprio dal lavoro rivoluzionario di Franco Basaglia legato ad un approccio fenomenologico ed esistenzialistico e, in particolare, a quello del suo maestro di pensiero, Jean Paul Sartre; altro punto di riferimento fu Frantz Fanon (a sua volta legato a Sartre), psichiatra e antropologo della Martinica, attivista del movimento di lotta del Terzo Mondo contro la colonizzazione. Con questi presupposti, in effetti, Basaglia vedeva una correlazione fra il paziente psichiatrico e l'uomo vittima del colonialismo, un’analogia tra il malato di mente e il colonizzato, entrambi capri espiatori che vengono sopraffatti in un’ottica di dominio; ed è proprio nel territorio del rifiuto del dominio e dell’assimilazione negatrice delle identità culturali che Basaglia incontra la filosofia di Jean-Paul Sartre e l’opera teorica dello psichiatra afro martinichese Frantz Fanon, ideologo dei movimenti di liberazione, come dice Alain Goussot. 

Franco Basaglia

In questo modo Basaglia si allontana, nel suo pensiero e nella sua opera, da un contesto esclusivamente psichiatrico ed entra in territori in cui la riflessione è sociale, politica, psicologica, antropologica, sociologica, filosofica. E possiamo dire anche, per le conseguenze operative e legislative che il suo pensiero e il suo impegno hanno avuto, che Basaglia ha dato vita ad una autentica, profonda e duratura “rivoluzione culturale” modificando il modo di vedere la malattia mentale e tutte le forme di “devianza o diversità”, ma, soprattutto, si può affermare che abbia cambiato le pratiche educative e terapeutiche degli operatori nel rapporto con il disagio psichico, l’handicap e tutte le forme di disturbo psico-sociale partendo dall’idea che l’intervento di aiuto può essere fondato solo su una reciprocità nello scambio comunicativo, come dice ancora Goussot. Basaglia, inoltre, si pone nei confronti della malattia mentale e delle varie forme di “devianza”, con le stesse modalità dell’antropologia culturale di Franz Boas, che criticò radicalmente il paradigma normativo del metodo di osservazione dell’etnologia coloniale nel cui ambito l’osservazione etnografica, ispirata dalle scienze naturali, classificava i popoli conquistati sulla base di una linea evolutiva all’apice della quale si trovavano i bianchi anglosassoni e/o europei. 


Si osservava per definire e classificare l’altro non per comprenderlo nei suoi tratti specifici; Boas, invece, ha introdotto il metodo dell’osservazione partecipante (poi sistematizzato da Malinowski, non a caso anche maestro di Bateson) dove l’etnologo, non più spettatore esterno ed estraneo, ma implicato nella relazione con i popoli indigeni, investiga per comprendere l’universo e il punto di vista dell’altro. E questo oggi è richiesto quotidianamente dall’esistenza di una società complessa e multiculturale in cui è necessario superare le visioni individualistiche e la frammentarietà delle singole prospettive per rivolgersi ad un’ottica interculturale e interdisciplinare anche per l’irrompere di persone e culture diverse nel mondo occidentale. Soprattutto da quei paesi poveri (spesso impoveriti proprio dall’Occidente) che prima ci apparivano tanto lontani e che oggi sono qui con noi e, con la loro sola presenza, richiedono la nostra attenzione e il nostro impegno verso il reciproco riconoscimento e lo sviluppo di relazioni costruttive e di nuove identità sociali che permettano la creazione di territori condivisi e obiettivi comuni, nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità e delle differenti culture, la nostra diversità creativa, per usare la splendida espressione dell’Unesco.