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domenica 17 maggio 2020

IL COVID I TEDESCHI E LA CARTA IGIENICA
di Lisa Mazzi
 
Lisa Mazzi

Berlino. Come in Italia all’inizio della pandemia gli scaffali dei supermercati sono stati presi d’assalto per paura di dover fare la fame in quarantena, anche in Germania, pur con notevole ritardo rispetto all’Italia, alcune cose sono andate a ruba e gli scaffali sono rimasti vuoti per un notevole lasso di tempo. Quello che stupisce però, oltre alla comprensibile carenza di disinfettanti e mascherine, è che l’articolo più conteso sia stata la carta igienica, irreperibile per parecchie settimane e diventato per questo anche sui social oggetto di un interesse particolare.
Di fronte ai tanti interrogativi sul perché di questo smodato accaparramento, anch’io mi sono chiesta da cosa potesse dipendere, perché, pur risiedendo in Germania dal tempo dell’università e quindi germanizzata di tutto punto e ufficializzata pure dal passaporto tedesco, ho trascorso gli anni della mia infanzia e adolescenza in Emilia Romagna. All’improvviso mi si è presentata alla mente come in un lampo l’immagine del lunotto posteriore delle auto dei turisti tedeschi che tra gli anni 60 e 70 venivano in vacanza in Italia.
Sul ripiano tra il sedile e il lunotto troneggiava infatti un oggetto, a prima vista non identificabile perché ricoperto da un, chiamiamolo, copricapo di lana colorata, fatto generalmente a uncinetto, come fosse un vaso di fiori su di un tavolino. Mi ci volle un po’ di tempo, allora, per capire che sotto questo grazioso involucro di lana si nascondeva immancabilmente un rotolo di carta igienica. Probabilmente la paura di doversi liberare durante il viaggio di qualche fardello intestinale portava i parsimoniosi e cauti turisti ad optare per una sicurezza “fai da te”. Si tratta, come ho detto, di immagini della mia infanzia e adolescenza legate al fatto che, avendo io iniziato molto presto lo studio della lingua tedesca, nutrivo particolare interesse per quelle auto dalle targhe bianche avvistate lungo tratti della via Emilia, mentre con i miei genitori andavamo a raggiungere il mare di Rimini.


Ovviamente poi questi romantici “copricarta” sono passati di moda e usciti anche dalla mia mente. Fino al marzo 2020 quando i rotoli di carta igienica sono scomparsi dagli scaffali di supermercati e drogherie diventando oggetto di brame e desiderio.
Essendo una germanista e linguista di professione mi ero occupata anche in passato del turpiloquio italiano e tedesco per cercarne le radici psicologiche che stanno dietro alla scelta delle parole e così ho pensato di rendere partecipi i lettori delle mie osservazioni per una miglior comprensione tra i popoli sia con pandemia che senza. E proprio qui troviamo anche la spiegazione della carta igienica.
Eccovi dunque una serie di Disquisizioni sociallinguistiche sull’uso di ingiurie, invettive o semplicemente parolacce in latitudini diverse.

Max Hamlet Sauvage
"Fior di loto" 2020
                                                               
Analisi contrastiva, anche se certamente non esaustiva, tra l’italiano e il tedesco.

Che esista un divario tra Nord e Sud Europa per esprimere rabbia, ira ed emozioni negative è appurato scientificamente e basta analizzare la frequenza e l’uso di termini una volta considerati sconvenienti nel quotidiano per rendersene conto.
Se ancora negli anni 70/80 una delle parole più offensive in Finlandia era “perkele” equivalente di “diavolo” lo si può forse ricondurre al fatto che i finlandesi, a differenza degli italiani, non erano avvezzi all’uso dell’acqua santa e alle giaculatorie esorcizzanti in grado di mettere ko qualsiasi diavolo si potesse parare davanti.
Per quel che riguarda i tedeschi, uno studio pubblicato anni or sono confermava che, per quel che riguarda lo scambio di ingiurie, in terra teutonica non era stata ancora superata quella che Freud definì la “fase anale”. Ne fanno fede le espressioni “Arschloch”, (letteralmente buco del culo termine offensivo rivolto a persone) “Leck mich am Arsch!” (leccami il culo) “Arschgeige“ (paraculo) “Arschgesicht”(faccia da culo) “verarschern”(prendere per il culo) e  l’onnicomprensivo “Scheisse” (merda), legate appunto allo stadio anale nella fase di sviluppo di ogni individuo. Dal punto di vista semantico sono parole che potremmo definire “unidimensionali” in quanto tutte riguardano l’organo della defecazione ritenuto sporco ed esprimono sentimenti di ribrezzo e di disprezzo nei confronti di chi ha commesso qualcosa di negativo verso qualcun altro.
Anche nell’italiano ci sono espressioni che ricordano la fase anale, ma è già visibile nelle scelte linguistiche il superamento della stessa: la parola “merda” chiaramente un prestito dal francese e diffusasi soprattutto tra le più giovani generazioni esprime disappunto se usata in modo avverbiale o disprezzo se usata come termine di paragone “sei una merda”, ma una signora difficilmente ne fa uso. Più frequente “Stronzo” espressione di disprezzo totale nei confronti di qalccuno. Se mettiamo a confronto l’italiano e il tedesco vediamo che quest’ultimo descrive la parte anatomica come qualcosa di sporco, mentre lo stronzo è il prodotto della defecazione, già espulso dal corpo e osservabile quindi dal di fuori come oggetto di repulsione. Da “stronzo” la parola “stronzata” con una connotazione di azione cattiva e dispettosa a differenza della “cazzata” che è una stupidaggine.
Nell’italiano abbastanza frequenti anche le forme “fogna” e “chiavica” come ricettacolo di lordure e le forme volgari come “va a cagare” e la parola “cagata” che pare possieda, per chi la usa, e fortunatamente non sono i più, una connotazione positiva quasi come “figata”, ma alle mie orecchie suona molto più volgare. La connotazione positiva deriva probabilmente dal sollievo che si prova dopo giorni di stipsi, come ben descrisse l’autore de “Il male oscuro”.

Max Hamlet
"Buon giorno mondo" 2020
                                                                
“Culo” in italiano,oltre che all’offesa, si presta anche ad associazioni positive come “bel culo” “culo da sposa” “Che culo!” per dire “che fortuna!” dove il corrispondente tedesco sarebbe Schwein (maiale che è considerato un portafortuna). Ormai internazionale è diventata la forma “va’ffa n’culo”: a differenza di “Leck mich am Arsch” che vuole far leccare la propria sporcizia all’avversario, è indice invece di un comportamento sessuale adulto, anche se in origine con connotazione dispregiativa perché rimandava ad un comportamento sessuale considerato ancora deviante. Esiste anche la variante “Vai a farti fottere, come calco dal francese. Indica il disprezzo verso la persona a cui l’ingiuria è rivolta. Altre forme analoghe nel tedesco sono “Verpiss dich” e “Fick dich”, per altro espressioni molto volgari, soprattutto la seconda: (pisciati via e chiavati). Equivalente invece di Arschgeige è “leccaculo” e di “verarschen” è “prendere per il culo”.



L’italiano sostanzialmente si muove, psicoanaliticamente parlando, all’interno della fase edipica, cioè quella di una sessualità più sviluppata legata all’uso di parole che definiscono gli organi genitali maschili e femminili, usandoli per esprimere nel quotidiano oltre che rabbia, anche sensazioni positive come stupore e meraviglia. Le espressioni idiomatiche e i neologismi derivatene sono innumerevoli e non trovano alcun corrispondente nel tedesco anche perché considerato il registro linguistico possiamo dire che l’uso di Arschloch, Fotze, (figa) Eier (coglioni) o del verbo ficken (chiavare) sono estremamente volgari e una ragazza o una signora, se non si trova proprio in una situazione al limite, non li usa nel normale quotidiano, mentre cazzo e figa sono accettati. Per i bambini più piccoli in italiano si usa il termine “uccellino” e per quelli più grandicelli o nei dialetti anche il termine “uccello” che il tedesco riprende in forma verbale con “vögeln”. (Vogel = uccello).
Senza corrispondente invece sono le parole come “cazzeggio/cazzeggiare”, “cazzata”, “testa di cazzo”, “incazzarsi”, “scazzo” “incazzatura”, oppure “che cazzo vuoi/fai/dici?” parole che si sono inserite nel linguaggio parlato quotidiano e non scandalizzano più nessuno. Forse la più antica di loro è “testa di cazzo” lemma molto interessante perché il binomio ha in comune la funzione procreativa, di generare pensieri, idee, l’una; e figli, l’altro. Molti anni fa circolava tra i giovani adolescenti, alle prese con la mitologia latina la seguente “domanda” che pretendeva una risposta esatta a rigor di logica: “Minerva è nata dalla testa di Giove, cosa si deduce da questo fatto? Che Giove aveva una testa di cazzo”. Oggi alle scuole Medie non si fa più latino come un tempo e probabilmente questo detto è oggi “out”.
In ogni caso la connotazione sottintesa e comune a tutte le forme derivate da cazzo è quella di stupidaggine, scemenza, o comunque qualcosa di superficiale e privo di spessore, quindi negativa. Un lemma che si è fatto strada nell’italiano ordinario, ma di provenienza sicula, diffusosi grazie ai filmati televisivi del Commissario Montalbano, celebre personaggio creato dallo scrittore Andrea Camilleri è “minchia” sinonimo di cazzo e da qui anche il sostantivo “scassaminchia” che trova nel Norditalia il suo pendant in “rompiballe o scassamaroni”.
Nonostante l’origine di “minchia” venga collegata sempre al Suditalia, non dimentichiamo che anche nell’italiano standard e anche in dialetti del Norditalia esiste l’aggettivo sostantivato “minchione”, cioè una persona non particolarmente dotata che si lascia facilmente imbrogliare, in tedesco paragonabile al “Dorfdepp”.


L’altro attributo sessuale maschile sono i testicoli per i quali l’italiano ha una serie di sinonimi anche fantasiosi dagli “zebedei” dal sapore biblico, ai “maroni” adatti per i vegani, ai “coglioni” presenti anche nel francese e nello spagnolo, alle famigerate “palle” di fascistoide memoria, di grandi dimensioni, che dovrebbero essere, come il gesto che spesso le accompagna, grosse così. Si usano per esprimere sentimenti di noia o come sinonimo di forza, coraggio e virilità. Come forma idiomatica spesso abbreviata “non rompere” sottinteso appunto maroni, coglioni palle e zebedei, cioè non infastidirmi/annoiarmi oltremodo. Inoltre, come sostantivi Spaccamaroni e Rompipalle.
A dispetto della superiorità della razza così diffuso in terra teutonica il termine della lingua parlata per “Hoden” (testicoli) è “Eier”, cioè uova  e a me, tedesca non di nascita, ma di adozione, la prima associazione che fanno venire in mente è quella della frittata, pur non dimenticando che in Germania le uova vengono etichettate e prezzate a seconda della grandezza, oltre che ad attributi vari se cioè sono di batteria, di campagna o biologiche, cosa del tutto avulsa dalla funzione fisiologica di cui sopra. Insomma a me le uova non appaiono mai con una connotazione di virilità, anzi in tedesco si sottolinea, scegliendo appunto il termine “Eier” la loro dimensione di fragilità. Basti pensare alle conseguenze dolorose di un “Tritt in die Hoden” cioè di un calcio nelle palle, espressione che anche nell’italiano si usa per esprimere un gesto punitivo. In ogni caso nella mia mente italiana vale il binomio uova/ frittata e questo richiama sempre alla memoria una qualche fallimentare “ejaculatio praecox”.
Un’altra espressione gergale e volgare che considera i cosiddetti nel loro insieme è la parola Sack, (sacco) forma abbreviata di Hodensack. Molto diffusa tra i giovani la forma “er/sie/es geht mir auf den Sack” indica che una persona o una cosa - per esempio una conferenza -annoia/infastidisce, in altre parole ci sta sulle palle.
Interessante direi la differenza nell’uso del verbo di accompagnamento dei cosiddetti, che mentre in italiano è statico (stare) indicante quindi una stabilità di partenza, in tedesco si usa un verbo di moto come gehen/fallen (andare, cadere) denotante la loro sensibile reattività.
Altrettanto interessante è l’espressione italiana “con le pive nel sacco” esprimente una delusione, un’operazione fallita e non portata a termine.

Max Hamlet
"La diva" 2020
                     
Probabilmente per interferenza mental-linguistica, mi sono chiesta se forse questa espressione potesse avere un arcaico risvolto sessuale, ma le mie ricerche, nonostante la piva sia il piffero, cioè uno strumento che potrebbe ricordare il fallo e il sacco sia un’immagine che, sempre al condizionale, potrebbe far pensare all’anatomia maschile, non ho trovato altro che il richiamo all’uso di questo strumento in guerra che serviva a segnalare la disfatta e quindi a battere la ritirata.
Il riferimento sessuale non viene preso in considerazione neppure dall’enciclopedia Treccani, dobbiamo quindi desumere che si tratti quindi di una analogia casuale, o almeno finora mai presa in considerazione.
L’organo genitale femminile “figa “ha invece un’accezione sempre positiva, spesso accompagnata dall’aggettivo bella e si usa oggi comunemente per indicare una donna piacente ed erotizzante, insomma, quella che i maschi emiliano-romagnoli definiscono anche “una bonazza”
Anche se, femministicamente parlando, dissento dall’uso di questi termini, è pur vero che sono entrati nel linguaggio comune maschile, non solo per un aumento dilagante della mancanza di rispetto nei confronti del genere femminile, ma perché ormai privi della loro oscenità. Essi rimangono comunque legati a qualcosa di piacevole.
Del resto la mancanza dell’attributo femminile per eccellenza è chiamato sfiga. Visto che la consonante “s” esprime mancanza, dobbiamo convenire che la sua presenza davanti a figa esprime la sfortuna per antonomasia.
I sinonimi per l’organo genitale femminile variano regionalmente, di solito legati al mondo della flora e della fauna, come per esempio la prugna, (dialettale emiliano-romagnolo antico “brogna”) oppure la “passera” o “passerina”.


Interessanti invece gli aggettivi usati per i maschi, ma derivati da figa per indicare qualità positive come l’aggettivo sostantivato Figo (da non confondersi col giocatore della nazionale portoghese di vari anni fa e che peraltro corrispondeva appieno all’attributo “Un gran bel figo”.  In tedesco l’equivalente è “Ein toller Hecht” forse usato per la velocità con cui questo pesce (il luccio) guizza nell’acqua e ricorderebbe un fallo evoluto che distribuisce i suoi spermatozoi. Ancora gli aggettivi “fighetto”, “fighino” “fighissimo/a” e il sostantivo “figata”, tutti positivi, anche questi senza corrispondente in tedesco, che ripiega per “fighissima/o figata” a neologismi come “mega” e “super”.
Per l’organo genitale femminile il tedesco a seconda del registro linguistico usa vari nomi da “Muschi” usato anche in senso affettuoso, a “Möse” ai piú asettici Scheide e Vagina e al volgarissimo Fotze.



Interessante è anche nel tedesco la presenza di vari sinonimi laddove l’italiano ne usa in pratica solo due: “fare l’amore” e “scopare” in onore della vecchia scopa di saggina la cui forma richiama effettivamente un’unione carnale tra il “manico” (altro sinonimo regionale di fallo) e la scopa di forma lontanamente somigliante, soprattutto pensando al passato quando non esisteva la moda della depilazione completa, all’organo femminile. Esiste anche il verbo “trombare” che richiama il movimento della tromba, o di una pompa (arcaico anche tromba) per l’estrazione dell’acqua e il travaso del vino. Ritengo che l’uso di questo termine sia solo maschile, data la sua accezione volgare e altrettanto volgare è chiavare. 
In tedesco si passa da un casto “zusammenschlafen” cioè dormire insieme e buonanotte… ad un affettuoso “schmusen” (pomiciare) per arrivare al già citato “vögeln”, al piú rumoroso “bumsen” e al volgarissimo “ficken” (chiavare). La forma “Fick dich” viene spesso usata dalle ragazze per allontanare le avances di un uomo sfacciato, Corrisponde più o meno a “chiavati te…”
Non potendo essere esaustiva in questa analisi per quel che riguarda i termini dialettali, ricordiamo quindi solo quelli che godono di un minimo di notorietà oltre i confini regionali vale a dire il genovese “belin”, il veneziano “mona” e il bolognese “soccmel”. Quest’ultimo non si limita ad indicare l’organo sessuale, ma evoca direttamente il godimento orale.
Nella stessa Italia il turpiloquio assume aspetti sempre più folcloristici passando da Nord a Sud, e a Roma e Napoli le ingiurie tra automobilisti offrono a volte una panoramica unica di saggezza e arguzia popolare o comunque di una fantasia ineguagliabile tirando in ballo parenti anche quelli più stretti e pure i defunti.
In Germania invece la varietà linguistica degli insulti è decisamente più limitata e fa capo sempre alla parola Arschloch a dimostrazione che la fase anale non è mai stata superata. Del resto in Germania anche il bidè è praticamente inesistente a riprova di quanto sostenuto.
Non stupisca dunque che in tempo pandemici la carta igienica sia andata a ruba.