Pagine

sabato 23 maggio 2020

“NO TAMPONE, NO PARTY”                    
di Gabriella Galzio

Grafica di Giuseppe Denti

In ritardo su Emilia e Veneto, finalmente anche in Lombardia il 7 maggio è stata varata la circolare inoltrata ai medici di base che istituisce la tanto sospirata procedura per mettere in sicurezza i cittadini a partire dalla medicina territoriale (fonte: Corriere della Sera dell’8 maggio 2020). Non più il cittadino alle prese con anonimi numeri verdi o di emergenza, praticamente abbandonato a se stesso e alle sue ansie in caso di sospetta malattia, ma finalmente il cittadino affidato al medico di base com’è giusto che sia, il quale segnala il sospetto positivo al portale covid19, che a seguito della segnalazione viene preso in carico dall’ATS (soggetta a programmazione regionale) la quale, a sua volta, entro le 48 ore procura al cittadino il tampone e, a seguire, la tempestiva comunicazione del risultato. Questa la circolare, questa la teoria. Peccato che a distanza di due settimane, coincise con la riapertura e l’inizio e della fase 2, la pratica mostri un altro volto: su 3 sospetti covid segnalati dai medici di base soltanto a 1 di essi viene procurato il tampone (fonte: Il fatto quotidiano del 22 maggio 2020) E gli altri 2? Possono essere divorati dall’ansia, attaccarsi al telefono, cercare un ambulatorio privato che gli faccia a pagamento il tampone?… chissà… oltretutto continuando a circolare e, se positivo, infettando la città… Il quotidiano peraltro non dice esattamente con che tempi quell’unico tampone sia arrivato al cittadino, ma riporta che di questo test dopo due settimane non si conosce ancora il risultato, cosa che, ai fini di una diagnosi tempestiva, per un cittadino è ansiogeno a dir poco. Perché di questo si tratta: prima si interviene sulla malattia sul nascere, più probabilità di guarigione si hanno, evitando la degenerazione in ricovero ospedaliero che è costato alla Lombardia ospedale-centrica tanti decessi o danni devastanti a tanti sopravvissuti. Tanto per fornire un dato spurio ma certo di confronto, a Reggio Emilia - era ben prima della riapertura - un mio cugino è stato segnalato come sospetto covid dal suo medico di base e in 3 giorni ha potuto fare il tampone (con modalità drive in, restando cioè nell’abitacolo della sua auto), e dopo 24 ore ha avuto il risultato. In Lombardia, invece, tuttora la medicina territoriale appare sguarnita.
Sguarnito appare intanto il monitoraggio sul territorio, come la capacità di accertamento diagnostico e gestione dei contatti da parte della regione; dei parametri da monitorare e trasmettere al governo, infatti, la percentuale dei tamponi positivi ad esempio, non tiene conto, come abbiamo visto, delle segnalazioni dei sospetti da parte dei medici di base, che potrebbero triplicare i dati rilevati; oppure il tempo tra data inizio sintomi e data di diagnosi come fa ad essere rilevato, se non viene eseguito il tampone? o ancora, il numero e tipologia di figure professionali dedicate in ciascun servizio territoriale al contact-tracing, come fa ad essere rilevato, se per tracciare i contatti ci vogliono i tamponi? In buona sostanza chi controllerà il monitoraggio a colabrodo della regione?


La medicina territoriale appare poi ancora più sguarnita e dimenticata nelle intenzioni di spesa da parte della regione. Come sarà coniugata, infatti, in Lombardia la quota spettante di quel finanziamento di 1,4 mld destinato dal governo alla medicina territoriale? In un’ennesima azienda ospedaliera? O nel potenziare le USCA (Unità speciali di assistenza continuativa) sul territorio, come già auspicato dal governo e da numerosi sindaci della provincia di Milano? Verranno davvero assunti quegli infermieri concepiti dal governo per affiancare i medici di base? Verranno garantiti dispositivi di protezione, tamponi (e reagenti) gratuiti al personale sanitario e ai cittadini su base territoriale, o questi verranno “invitati” a rivolgersi al privato (data la penuria del pubblico)? Non amo la critica destruens fine a se stessa, ma in senso construens la gestione sanitaria in Lombardia deve ripartire dagli investimenti sulla medicina territoriale proprio per tracciare, testare e trattare (le famose 3 T) tempestivamente a domicilio la sua cittadinanza. In tal senso si è espresso il personale sanitario lombardo, purtroppo senza vedere accolte le proprie proposte da parte della regione, che per ironia della sorte ha eretto il suo “modello di eccellenza” proprio sullo smantellamento della medicina territoriale oggi così strategica. Non meraviglia che tutto ciò venga taciuto o messo a tacere (vedi l’intervento in parlamento
dell’on. Ricciardi del 21 maggio), e in ogni caso posposto alle granitiche ragioni della ripresa economica come fosse ragion di stato, ora che la gran torta di miliardi mai vista prima esige la “pace politica” anche fra governo e opposizione; che siano le grandi multinazionali come la FCA o l’ultimo barista della movida, business is business, e viene prima della salute, come i dividendi vengono prima dei posti di lavoro. Ma quando un cittadino sa che, nel caso si ammali, il suo medico di base non potrà garantirgli un tampone, come può credere quel barista che uno sia invogliato a farsi l’aperitivo nella calca della movida? A tutti coloro, magnum o mignon del profit, che si accingono a festeggiare il taglio della torta, non possiamo che rispondere: “No tampone, no party”, e andare in giro per le strade con i cartelli affinché i sostenitori del business facciano finalmente pressione sulla regione a mettere in sicurezza i loro potenziali consumatori.