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mercoledì 20 maggio 2020

UNA BATTAGLIA PERSA
di Angelo Gaccione

Max Hamlet
"Il ballo" 2020

L
’appello in favore della lingua italiana e contro l’abuso di termini inglesi che qui sotto riproduciamo, rinfocola una vecchia diatriba che ogni tanto riemerge. Potrei ricordare il “Manifesto” lanciato molti anni fa dagli amici e collaboratori di questo giornale, i poeti e critici Franco Manzoni e Filippo Ravizza. Potrei ricordare l’articolo indignato dell’amica scrittrice Gina Lagorio su una prima pagina di “Odissea” di tanti anni fa. Allora Gina evidenziava la vergogna della esclusione della nostra lingua dalla redazione degli atti della Commissione Europea, eliminata con noncuranza e nella indifferenza generale, parlamentari italiani compresi, che non mossero un dito. Potrei ricordare gli interventi risentiti della poetessa Claudia Azzola su queste pagine, lei che da anni dirige una rivista internazionale di traduzioni, e che con la lingua inglese ha molto a che fare. E potrei ricordare anche i miei di interventi, in occasione di incontri pubblici. Non ricordo più dove ho scritto che volendo fare l’insano mestiere che faccio, e pur gravandomi sul collo il ricatto del “servizio” militare (e Dio sa quanto detesti tutto ciò che ha a che fare con divise, militarismo e guerra), non ho voluto andarmene all’estero per paura di perdere la lingua che alimentava la mia immaginazione di scrittore. Ho molto ironizzato, scrivendo dei racconti, su alcuni aspetti di questa diatriba. Uno di questi racconti divertì non poco Cesare Segre. E tuttavia è una battaglia persa: è una battaglia persa perché la generazione degli scrittori successivi a quella dell’amico Consonni e di Graziella Tonon, che sono tra i firmatari di questo appello, così come la generazione successiva alla mia, sono impastate fino al midollo di americanismo. Di quella spazzatura sottoculturale che nelle sue varie forme, impazza da almeno mezzo secolo nelle televisioni che le ha abbondantemente nutrite. Il ceto piccolo-borghese da cui queste generazioni provengono; la livellatura ideologica interamente neocapitalistica (coperta dal rifiuto di quelle che sprezzantemente vengono definite ideologie) che ne ha formato il gusto, le scelte e il pensiero; la subalternità provinciale; l’illusione di credersi moderne, la pigrizia mentale e una massiccia dose di conformismo, hanno fatto il resto.


È da tempo che sono state giustiziate le lingue madri dialettali considerate quasi come un marchio di vergogna. A Milano sono decenni che le scritte Calzoleria e Barbiere, sono state sostituite da “Shoes-shop” e addirittura da “Hair Stylist”; e si è cominciato molto presto a fare incetta di termini inglesi. Oggi a parlare di fashion week e di city book sono sindaco e assessori, non solo i fighetti della Bocconi; e open week corre sulla bocca di un austero rettore della Cattolica.
Da sempre Milano è la città più pronta ad accogliere tutto quanto, soprattutto di deteriore, proviene dagli Stati Uniti; da questo punto di vista resta la più “vulnerabile”. Non c’è stato tipo di droga o fenomeno giovanile che non si sia subito imposto qui. Trendy, essere trendy, città trendy, avvenimento trendy, te lo senti ripetere ad ogni pie’ sospinto.
Il ridicolo è che queste formule inglesi le trovi oramai dappertutto in una omologazione che ha investito il nostro Paese da Nord a Sud. E d’altra parte vuoi mettere quanto suoni moderno ed internazionale Joseph Wolf, rispetto ad un Giuseppe Lupo qualunque!).
Il compianto Pio Baldelli, per anni aveva lavorato alla demistificazione del linguaggio come strumento di potere, e a smascherare le trappole che le parole nascondono. Altri tempi e altra coscienza. Le parole non sono neutre: se uso la formula: ha ricevuto bustarelle al posto della inequivocabile: è un ladro, ho fatto una scelta precisa, una scelta intenzionale. Se uso incapienti o esodati al posto di licenziati o scartati, sto deliberatamente mentendo; voglio perfidamente coprire gli attuali rapporti di lavoro basati su un assetto ingiusto di società. In politica ed in economia l’uso di parole straniere raddoppia questa ambiguità e questa menzogna. Più sfuggente è il senso, più impalpabile diviene il concetto. È per questa ragione che politici ed economisti ne fanno largo uso.
I giornalisti, che sono per la gran parte replicanti idioti, si prestano molto volentieri a questo indegno teatrino. Non per nulla la libertà di stampa in Italia viene collocata al 70° posto nelle classifiche internazionali. Sono stati loro a promuovere al rango di “governatori” semplici presidenti di Regione, come se qui da noi ci fosse un sistema di Stati federali come negli Stati Uniti.


Scienza e tecnologia, da parte loro, impongono un peso linguistico pari al peso economico che le sorregge; e non c’è dubbio che il primato, da molti decenni, lo hanno assunto il capitalismo americano e il Governo degli Stati Uniti che vi investono cifre considerevoli. Ma per quanto riguarda l’uso pervasivo di termini inglesi, la loro diffusione si deve, come ho più sopra accennato, ad una piccola borghesia modaiola fortemente integrata nel sistema neocapitalistico, vincente su tutta la linea. È dalle sue viscere che il consumo, l’edonismo, il “fare tendenza”, il frivolo, l’imitazione di modelli, attingono a piene mani. E noi, caro Consonni, ce ne dovremo fare una ragione, con buona pace dell’Alighieri e del suo “bel Paese dove il sì suona”.   
      

L’APPELLO
Signor Presidente Sergio Mattarella,


siamo un gruppo di cittadini preoccupati e infastiditi dall'abuso di parole inglesi che si riversano in ogni ambito, sempre più numerose e frequenti specialmente nel linguaggio dei mezzi di informazione, del lavoro, della politica e dell'istruzione. Ognuno è libero di parlare come crede, naturalmente, ma chi si rivolge a tutti dovrebbe essere consapevole della propria responsabilità, del proprio ruolo nella diffusione dell'italiano e nell'impronta che contribuisce a dargli nella sua evoluzione verso la modernità. 
Riteniamo inaccettabile che le parole inglesi vengano utilizzate soprattutto nel linguaggio istituzionale, amministrativo e politico, per la trasparenza e il rispetto che si deve ai cittadini italiani e anche al nostro patrimonio linguistico che in questo modo si svilisce. Preferire gli anglicismi e ritenerli segno di progresso è deleterio. 
Dovremmo smetterla di ostentarli come se ci vergognassimo della nostra lingua, che all'estero gode invece di un forte richiamo e di un grande potere evocativo. Mentre da noi sentiamo parlare di question time, nel Canton Ticino si dice l'ora delle domande, in Parlamento e sui giornali. Siamo dispiaciuti che un'importante azienda dei trasporti italiana abbia sostituito la figura del capotreno con quella del train manager, nella comunicazione ai passeggeri e persino nei contratti! 
Ci intristisce sentire sempre più spesso job invece che lavoro o premier al posto di Presidente del consiglio come è scritto nella nostra Costituzione. Ci addolorano, proprio in ambito istituzionale, il welfare per indicare la salute e lo stato sociale, o la privacy per la privatezza/riservatezza. Siamo amareggiati e a disagio davanti a neologismi come navigator e a espressioni per molti incomprensibili come spending review o quantitative easing
Insomma, vogliamo rispettare le leggi italiane e non gli act e vogliamo pagare le tasse e non le tax. Non intendiamo dare vita ad alcuna “crociata”, il nostro è un appello alla resistenza contro l'eccesso di inglese non per purismo, ma perché i numeri sono allarmanti. 
Gli anglicismi aumentano nella loro frequenza, dal linguaggio politico e mediatico si riversano nel vocabolario di tutti. Sui dizionari, negli ultimi trent'anni sono più che raddoppiati (dai 1.600 del 1990 agli oltre 3.500 di oggi) e circa la metà dei neologismi del Nuovo millennio è in inglese. La nostra lingua sta perdendo la capacità di evolvere autonomamente (per via endogena), di creare e utilizzare le nostre parole, e la soluzione prevalente è quella di ricorrere a vocaboli inglesi e pseudo-inglesi crudi, senza tradurli, senza adattarli e senza saperli reinventare. 
Ci rivolgiamo a Lei nella speranza che con la Sua autorevolezza voglia esercitare un richiamo almeno nei confronti della politica e delle istituzioni, perché si usi la nostra lingua, che consideriamo un bene che andrebbe promosso e tutelato come avviene all'estero e come facciamo con tutte le altre nostre eccellenze, dall'arte alla gastronomia. 
La preghiamo, infine, di incoraggiare una campagna mediatica per difendere e favorire l'italiano che denunci l'abuso dell'inglese, come si è fatto con successo in Spagna o in Francia, e come da noi è avvenuto per sensibilizzare tutti sui temi sociali più importanti, dalla violenza contro le donne al bullismo. 
Ci piacerebbe vedere un'analoga iniziativa anche contro la discriminazione lessicale delle nostre parole. 
Cordiali saluti, grazie.



Petizione sottoscritta e promossa da (in ordine di adesione):

Antonio Zoppetti, redattore, saggista, insegnante;
Giorgio Cantoni, fondatore del portale Italofonia.info,
lavora presso una multinazionale informatica statunitense;
Fabio Bernieri, in arte Douglas Mortimer, divulgatore,
consulente, formatore;
Maria Luisa Villa, già professore ordinario di Immunologia,
socio corrispondente dell’Accademia della Crusca, divulgatrice scientifica;
Luigi Quartapelle, professore di Fisica e Dinamica dei Fluidi;
Gabriele Valle, saggista, traduttore, docente;
Corrado d’Elia, attore, regista;
Giorgio Comaschi, attore, scrittore, giornalista;
Graziella Tonon, poetessa, già ordinario di Urbanistica;
Giancarlo Consonni, poeta, prof. emerito di Urbanistica;
Piero Bevilacqua, storico, scrittore, già ordinario
di storia contemporanea all’Università La Sapienza di Roma;
Giorgio Kadmo Pagano, artista e teorico dell’arte,
architetto, giornalista ed esperto di Economia linguistica. 

PER ADESIONI scrivere a:
zoppaz@yahoo.it



TERZINE

Nel mezzo degli step di nostra vita
mi ritrovai in location oscura,
che la best practice si era smarrita.

Ahi a dirne about è cosa dura
on the road selvaggio sì hard e forte
che nel mio inside rinnova la paura!

Tant’è strong che il benchmark è la morte;
ma per il tracking del good ch’i’ vi trovai,
dirò delle altre news ch’i v’ho scorte.

(La Divina Comedy, by Dante Alighieri
translated by Antonio Zoppetti, Infernal tour)