Pagine

venerdì 31 luglio 2020

BIPEDI


“Ci sono uomini che usano i propri piedi
non tanto per camminare, quanto per ragionare”.
Nicolino Longo

AMAREZZE


“Ai buoni se ne fanno di tutti i colori,
persino in famiglia”.
Laura Margherita Volante


giovedì 30 luglio 2020

CONFRONTI
A proposito de L’incendio di Roccabruna

La copertina del libro

Desidero fare una breve considerazione relativa alle storie che compongono L’incendio di Roccabruna dove Lei descrive situazioni che portano a violenze che, con ogni probabilità, sono state perpetrate nei secoli in seno alle società contadine e non solo.
Nel corso della lettura ho notato, cosa che non viene rimarcata nei numerosi giudizi e recensioni, che Lei nel contesto della narrazione non si è soffermato sui dettagli delle crudeltà commesse, rendendo così la lettura adatta anche a persone particolarmente sensibili. Le chiedo se ritiene che io abbia colto la veridicità di questo aspetto dei suoi racconti.
Jana Giupponi

***

Ha perfettamente ragione: la violenza è una costante della storia, come la guerra. Ha riguardato ogni tipo di società, non solo quelle di tradizione contadina, e non solo al Sud. Direi che lei ha colto con precisione il discorso sulla crudeltà su cui l’autore non indugia e soprattutto non mostra alcun compiacimento. Non ne esibisce i dettagli e i particolari, come lei ben scrive. C’è un passaggio di un racconto particolarmente crudele dal titolo “I cannibali”, in cui l’autore prende le distanze in maniera inequivocabile con questa considerazione finale: “A volte, devo confessarvelo, sono terrorizzato, pensando a che sangue mi scorre nelle vene”.
Angelo Gaccione

LEGGE ELETTORALE E TAGLIO DEI PARLAMENTARI


Una risposta di Astengo a un articolo di Migone 
e un commento di Felice Besostri.

L'articolo di Gian Giacomo Migone e la lettera di Adriana Re pubblicati dal “il Manifesto”, meritano una replica immediata, collocata all'altezza della qualità di argomentazioni da essi addotte che richiedono il massimo di considerazione.
La riduzione del numero dei parlamentari, il monocameralismo oppure la differenziazione del bicameralismo paritario con altre modifiche della legge elettorale hanno storicamente fatto parte dei programmi istituzionali della sinistra comunista, sia della commissione problemi dello Stato del PCI, sia del CRS diretto a suo tempo da Pietro Ingrao, anche dello stesso PdUP e della Sinistra Indipendente (si ricordi la relazione Milani - Pasquino alla Commissione Bicamerale Bozzi del 1985, proprio sul tema della legge elettorale).
In quei progetti si sommavano diversi elementi (anche tecnici) che puntavano a garantire la piena espressione della volontà dell’elettorato, la rappresentatività istituzionale delle forze in campo, la formazione di governi coerenti con la capacità programmatica delle forze disponibili.
Contrapposizione vi fu con la “grande riforma” craxiana perché orientata verso il presidenzialismo, l’accentramento nell’esecutivo, il cosiddetto “decisionismo”.
In seguito tutto questo patrimonio fu azzerato e si procedette per colpi di riforma elettorale (considerata come la panacea di tutti i mali) perseguendo un duplice scopo: “accompagnare” in negativo il mutamento di natura dei partiti da soggetto di massa a personalistici “catch all party”; considerare la “governabilità” come la frontiera esaustiva dell’agire politico (tanto è vero che il PCI fu sciolto all’insegna dello “sblocco del sistema politico”).
Nacque a quel punto, beninteso fin dal “Mattarellum” il meccanismo di “nomina” dei parlamentari da parte non tanto delle segreterie dei partiti ma da parte delle cordate che si stavano spartendo il potere al loro interno oppure da parte del “padrone” nella logica del “partito-azienda”.
Nel frattempo diminuiva esponenzialmente la partecipazione politica (e quella elettorale) e si aprivano le porte a fenomeni di vera e propria degenerazione: prima l’egoismo razzista della Lega al quale fu sacrificato il titolo V della Costituzione, poi l’antipolitica di basso profilo etico-politico del movimento 5 Stelle.
Intanto i diversi sistemi elettorali affinavano il meccanismo della nomina in luogo dell’elezione al punto da provocare, da parte di giuristi illuminati, i ricorsi alla Corte Costituzionale che in ben due occasioni provvedeva in materia con sonore bocciature, unico caso nella dimensione europea.
In questo quadro è intervenuta la proposta di riduzione nel numero dei parlamentari, proposta in chiave meramente propagandistica adducendo il motivo dei costi troppo esorbitanti “da tagliare”. Una motivazione quest'ultima che, oltre al profilo di bassa macelleria, ha evidentemente assunto una veste “punitiva” nei riguardi della rappresentatività. La rappresentatività collettivamente organizzata delle opzioni politiche è sempre stata e rimane il vero bersaglio di queste operazioni.
Operazioni di riduzione della democrazia che puntano ad aprire le porte ad un inasprimento della personalizzazione della politica e quindi condurre al presidenzialismo, in modifica della Costituzione: già tante volte soggetta ad attacchi, per due volte respinti con il voto popolare.
Franco Astengo

IL COMMENTO DI BESOSTRI


Giangiacomo Migone ha fatto benissimo ad esprimere dubbi e riserve, che circolano a sinistra, avendo, però il merito o la prudenza di non giungere alla conclusione di molti di loro, che quindi ci si debba astenere. L’astensione in un referendum ex art. 138 Cost. senza quorum, a differenza di quello abrogativo previsto dall'art. 75 Cost., non rappresenta una terza posizione ma un bel SI', in forma ipocrita. A questo atteggiamento non sono estranee altre considerazioni, che il responso del popolo è scontato, che quindi sia sbagliato non stare dalla parte del popolo, cioè distaccarsi dalle masse sia tatticamente, che in linea di principio. Preferisco il Maxim Gorki, che diceva "Proprio perché sto dalla parte del popolo non gli posso perdonare tutto quello che fa!". Ma la vera ragione di fondo è un'altra. Ci sono due concezioni del popolo una mitica, che però funziona meglio chiamandolo, alla germanica, Volk, che quando decide è sempre nel giusto e ha ragione e presto trova la sua guida, che lo interpreta ed incarna, con nome derivato dal latino o tradotto in tedesco. L'altra concezione è quella della nostra Costituzione, nella quale "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art. 1.2 Cost.), che per come è stata fatta la viola, perché viola l'art. 3 della Costituzione, quindi l'art. 139 Cost. È un errore chiamarlo Taglio dei Parlamentari, che dal 2005 (porcellum) non possiamo più tagliare noi con un voto, eguale, libero e personale (art. 48.2 Cost.), invece di Taglio del Parlamento, cioè della rappresentanza e della democrazia.
Carlo Felice Besostri

La Poesia
Costruirò


Costruirò un castello sulla ghiaia
dei miei tormenti
Non sarà un castello di carte
che cade ad un soffio d'alito
No... sarà il tempio delle mie ferite
per l'ultima preghiera.
Laura Margherita Volante

UN WEEK END TUTTO POESIA A PONTE DI LEGNO


L'undicesimo premio nazionale apre “Un montagna di cultura... la cultura in montagna” - Domenica consegna del Premio MirellaCultura ai rappresentanti di medici e infermieri per la lotta al Covid 19. Poi serate a tema e concerti fino al 20 agosto.

Ponte di Legno - Con il weekend dedicato alla poesia, si apre la sesta edizione di “Una montagna di cultura… La cultura in montagna“. Tocca, come già lo scorso anno, a PontedilegnoPoesia, giunto all’11ª edizione, fare da apripista alla rassegna, organizzata da Pontedilegno-MirellaCultura, in questa occasione con la collaborazione della Pro Loco, della Biblioteca civica dalignese e con il supporto del Comune, della Comunità montana di Valle Camonica, del Rotary club Lovere-Iseo-Breno, di Valle Camonica Servizi Vendite e con il patrocinio di Regione Lombardia. Rassegna che si chiuderà il 20 agosto.
Il weekend tutto-poesia sarà inaugurato, alle 17.30 di venerdì 31, nella piazzetta Belvedere, dall’installazione del decimo totem, che conterrà l’opera “Effatà” di Nina Nasilli. Poi, in serata, al centro congressi Mirella (sede di tutti gli appuntamenti, quest’anno), toccherà ai primi tre poeti finalisti confrontarsi con la giuria e il pubblico: Tiziano Broggiato, Angelo Gaccione e Claudio Pasi. Sabato sera, seconda terna di finalisti: Massimo Scrignòli, Gabriella Sica e EvaTaylor. Domenica mattina, la premiazione: oltre ai primi tre premi, saranno consegnati quello deciso dal pubblico (intitolato al ricordo delle vittime del Covid 19), il PontedilegnoPoesia alla carriera, destinato a Curzia Ferrari, poetessa, scrittrice, traduttrice, giornalista. Infine, sarà attribuito il tradizionale Pontedilegno-MirellaCultura che esula dalla poesia e guarda all'attualità e al sociale. In questo particolare anno, è stato assegnato, insieme, ai medici e agli infermieri e che hanno costituito la prima linea nella battaglia al Covid 19. Lo ritireranno i rappresentanti della Federazione nazionale dell’Ordine dei medici e della Federazione nazionale dell'Ordine delle professioni infermieristiche.
Esaurito il capitolo poesia, cominceranno le varie serate a tema che toccheranno sport, storia locale e internazionale, letteratura, ambiente, religione: su quest'ultimo versante si segnalano in particolare due appuntamenti, quello nel ricordo di Papa Paolo VI (6 agosto, 42° anniversario della morte, nella Chiesa della SS. Trinità) con un recital di Luciano Bertoli accompagnato da immagini e musiche, e l'incontro con don Marco Pozza, imperniato sul racconto di quella via Crucis, da lui guidata, in San Pietro deserta che ha commosso il mondo e da cui è nato il suo ultimo libro “I gabbiani e la rondine”.
Come da quattro edizioni a questa parte, ci sarà anche un Festival con la grande musica, intitolato quest'anno “In montagna con... l'assoluto musicale”: aprirà il tradizionale concerto di pianoforte di Francois-Joel Thiollier il 7 agosto, proseguiranno Giulia Rimonda (violino) e Ilaria Cavalleri (pianoforte) l'11 e poi il giovane pianista cinese Antonio Chen Guang il 14 per chiudere il 16 con il concerto di Ferragosto affidato a Guido Rimonda (violino) e Cristina Canziani (pianoforte). In mezzo, nel pomeriggio nel 13 agosto, un incontro-dibattito su Gasparo da Salò e Stradivari e due violini fra storia e leggenda.

mercoledì 29 luglio 2020

PIOLTELLO. FESTIVAL DI POESIA





Le opere inedite (sia le poesie sia i testi musicati) dovranno essere inviate digitalmente entro il 30 settembre 2020 all’indirizzo e-mail: protocollo@cert.comune.pioltello.mi.it. A valutarli sarà una giuria tecnica composta da poeti e artisti della comunità culturale pioltellese e non solo. In palio, tre premi per ciascuna delle sezioni in concorso (300,00 euro per il primo classificato, 200,00 euro per il secondo e 100,00 euro per il terzo).

Si informa che è stata estesa la partecipazione al concorso di poesia "Regala una poesia alla tua città" ai city users, che concorreranno all’assegnazione di uno dei tre premi messi in palio da podio, e ai non residenti sul territorio del Comune di Pioltello, le cui opere concorreranno per una “Menzione d’onore” o per eventuali altri Premi Speciali (con deliberazione di Giunta Comunale n. 91 del 16/07/2020).


IL REGOLAMENTO

Pagina 1
Pagina 2
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LA SCHEDA DI PARTECIPAZIONE

La scheda di partecipazione


QUESTIONE MORALE, CONFLITTO, POTERE
di Franco Astengo

E. Berlinguer

Il direttore della “Stampa” Massimo Giannini ha affrontato il 27 luglio, in un editoriale, il tema della nuova qualità della “questione morale” ricordando il trentanovesimo anniversario della celebre intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari da Enrico Berlinguer nel corso della quale il segretario del PCI affrontava il tema della degenerazione morale del sistema dei partiti esprimendosi, in un fondamentale passaggio in questo modo: «I partiti di oggi non fanno più politica. Sono soprattutto macchine di potere e di clientela, scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società; idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, senza perseguire il bene comune... I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai... Molti italiani si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più...».
Se si rilegge quell’intervista confrontandoci con l’articolo di Giannini si ravvedono prima di tutto i temi della complessità che  oggi la “questione morale” presenta: ad esempio nel testo viene prestata particolare attenzione al tema del ruolo della magistratura che sempre, non solo sotto questo fondamentale aspetto specifico della “questione morale” ma anche dal punto di vista più propriamente legislativo, ha svolto un ruolo di supplenza rispetto ai vuoti presenti nel sistema politico.
Per rafforzare questo discorso pensiamo alla funzione svolta dalla Corte Costituzionale in materia elettorale in un’opera di vera e propria sostituzione legislativa (in verità sotto questo aspetto si è mossa molto, negli ultimi anni, anche la Presidenza della Repubblica).


È necessaria una premessa: dall’intervista rilasciata da Berlinguer a oggi sono mutati alcuni punti fondamentali sia al riguardo della “finalità generale” espressa dall’agire politico, sia nell’insieme della strutturazione delle relazioni sociali. Vale la pena allora ricordare che la diversità tra l’allora e l’oggi si sta esprimendo proprio nelle motivazioni generali di fondo che muovono l’azione politica: una differenza che si colloca tra “finalità universalistiche” ed espressione di “single issue”. È anche necessario rammentare come gli alfabeti politici del secolo scorso fossero materia ardua. Venivano frequentati a lungo, prima di imbracciarli. Cattolici, laici, libertari e comunisti camminavano con lentezza dentro le parole della politica imparando a trasformarle in azioni. Prima nei quartieri, poi nei comuni poi nei vasti collegi elettorali. Fino al teatro della politica nazionale che era selezionato al netto degli scandali, delle trame e della corruzione che pure esisteva, intendiamoci bene. Era un lavoro, quello dell’esercizio dell’azione politica che impegnava la giovinezza, le passioni, l’esperienza. Era apprendistato prima che comando.
Queste affermazioni non debbono suscitare semplicemente la (legittima) nostalgia per il passato ma anche sollecitare una proposta di riflessione per l’oggi e soprattutto per il futuro.
Nell’oggi emerge una domanda: che fine ha fatto il progetto di estensione verso il basso del meccanismo del potere tramite il livellamento sociale che si pensava il web avrebbe finito con il produrre all’insegna dell’“uno vale uno”?
L’“uno vale uno” sembra ridotto ormai a veicolo per il conseguimento di unico obiettivo “il potere” (di uno scranno, di una toga, di una divisa).
In tempi non sospetti per definire questa situazione ci era capitato di elaborare la formula dell’ “individualismo competitivo”.



La competizione individualistica sta, infatti, non soltanto alla base della costruzione delle nuove formazioni politiche, ma anche dell’insieme della costruzione della rete delle relazioni e degli scontri di potere nell’insieme della società (per restare ai temi affrontati nel citato articolo di Giannini, pensiamo alle correnti nella magistratura). Torno all’analisi delle nuove formazioni politiche non più formate da militanti collegati attraverso un collettivo, ma da singoli che intrecciano “cordate” (cerchi e/o gigli magici) finalizzate a spingere personaggi singoli verso l’acquisizione di posizioni di, più o meno, presunto potere.
Sotto questo aspetto va ripresa una ricerca , partendo da una domanda “
È questa di oggi la politica con l’individualismo competitivo come forme dominante?” oppure era politica quella del ‘900 dei grandi partiti di massa e della “fatica dell’appartenenza”?
Per rispondere efficacemente occorre ritornare alla sostanza delle cose che riguardano l’umana coesistenza, quando questa assume l’aspetto consapevole di un’identità collettiva.
Una identità collettiva che deve essere considerata tanto dal punto di vista del Potere, quando dal punto di vista del Conflitto.
In questo suo duplice aspetto di Potere e di Conflitto la politica è pensabile come un’Essenza, rintracciabile attraverso la risoluzione di alcune questioni:


1) Qual è l’origine della collettività e quali i suoi fondamenti di legittimità?
2) Quale rapporto c’è tra l’energia originaria delle forme politiche e le loro realtà istituzionali?
3) Quali sono i soggetti dell’azione del potere politico, cioè chi agisce, chi comanda che cosa a chi?
4) E questo comando come avviene, con quali limiti, a quali fini?
5) Quali sono i confini dell’ordine politico, come e da chi sono individuati, chi includono e chi escludono?
Le concrete risposte a queste domande possono arrivare soltanto attraverso una riflessione sulle forme storiche della politica e sono determinate soltanto dalle modalità con cui le categorie che abbiamo fin qui indicato, conflitto, ordine, potere, forma, legittimità, sono di volta, in volta organizzate praticamente e pensate teoricamente. Non si può sfuggire a questo livello di analisi semplificando tutto all’interno di una sola categoria: quella del potere. Della politica, infatti, fa parte anche il modo con cui essa viene discorsivamente mediata e criticata dai suoi soggetti e dai suoi attori: la politica è una pratica che deve essere sempre un’elaborazione intellettuale e valutativa. Le “armi della critica” rimangono fondamentali, non alienabili. È il caso di ripetere la nostra domanda: ciò che accade, da molti anni, all’interno del sistema politico italiano può essere considerato “politica” oppure semplicemente lotta per un potere indefinito, al di fuori da qualsiasi riferimento sistemico a valori, progetti, programmi? Insomma: si è cercato e si cerca di esercitare il potere al di fuori da qualsiasi possibile visione del mondo esaltando, proprio nello specifico del “caso italiano”, l’antica categoria del “trasformismo”. Dal nostro punto di vista la domanda è retorica e la risposta scontata: non ravvediamo tracce di politica nell’agire sulla base dell’individualismo competitivo. Tanto più che va aggiunta una considerazione: nonostante che si tenti, come sta accadendo o forse è già accaduto, di ridurre così la politica a “simulacro del comando” non sarà possibile cancellare l’idea del conflitto sociale. Così ridotto l’esercizio del potere inteso come frutto dell’affermazione individualistica sarà sempre arbitrario ed eccederà sempre la norma: in questo modo la “questione morale” sarà sempre direttamente connessa con l’arbitrarietà e l’eccesso. Il punto di fondo dell’interrogativo che si intende porre in questa occasione rimane allora quello del come, attraverso i meccanismi della democrazia, si possa riuscire a limitare l’eccesso del potere rispetto alla norma e portare il conflitto dentro la politica.
Sicuramente come dimostrano le vicende attuali interne al sistema politico italiano non ci si riuscirà limitandoci a un’espressione dell’angoscia di sé con l’obiettivo rivolto a provocare una lotta destinata soltanto a determinare l’esclusione degli “altri” in nome della propria solitaria “affermazione di potere”.
Si tratta della grande questione che riguarda la possibilità dell’”inclusione collettiva” attraverso l’espressione dell’intermediazione politica svolta in funzione della rappresentanza sociale: un tema che nel ’900 si affrontò nello scontro tra totalitarismi e organizzazione democratica fondata sui partiti di massa e che oggi, toccato con mano che “la storia non è finita”, dovrà essere ripreso in termini nuovi sui quali però non pare essere ancora partita una adeguata riflessione.


martedì 28 luglio 2020

AUTOSTRADE
di Marco Vitale


Una riflessione a bocce ferme 
ora che la vicenda si è conclusa.

L’operazione Autostrade presenta troppi aspetti importanti ancora da definire per permettere un giudizio professionale serio e completo nel merito del suo esito. Tuttavia, l’impostazione dell’accordo è definita ed è chiara e, ipotizzando che i fattori ancora da definire, vengano conclusi ragionevolmente, è possibile riflettere sul suo significato, soprattutto dopo che, ancora una volta, si sono lette, in molta stampa, delle fantastiche sciocchezze.
Innanzi tutto, si è incominciato con il solito futile gioco di: chi ha vinto? Coppi o Bartali? Lo Stato o i Benetton? Giuseppe o Luciano? E invece abbiamo perso tutti, perché ha perso l’Italia. Ha perso l’Azienda che si è trovata in condizioni prefallimentari. Ha perso lo Stato che ha dovuto registrare un nuovo fallimento di una importante privatizzazione. Hanno perso i morti del ponte Morandi. Ha perso la città di Genova. Ha perso la scuola di ingegneria italiana. Ha perso il management italiano che ha espresso alla guida di una importante azienda italiana una qualità desolante. Ha perso il gruppo familiare Benetton che pure è stato, nella prima fase della sua vita, un gruppo innovatore, bandiera della nuova industria italiana (e che per questo passato merita l’onore delle armi) prima di essere travolto dall’avidità della finanza.
Ciò detto, l’intervento di salvataggio da parte del Governo è stato, professionalmente, una scelta corretta, necessaria e utile per tutti. Di fronte a un disastro come il crollo del ponte Morandi, di altri minori incidenti sulla rete autostradale, di comportamenti da parte del management e degli azionisti di maggioranza del Gruppo, a dir poco, discutibili e inaccettabili, la revoca della concessione era inevitabile. Quelli che dicono che prima bisognava attendere che la magistratura penale decidesse le eventuali responsabilità penali, non possono dire questo in buona fede. Ma la revoca esercitata verso una società quotata sui mercati finanziari con molti azionisti di diversa natura avrebbe comportato dei costi economici e di immagine paese altissimi che, insieme alle inevitabili azioni legali da parte del concessionario revocato, avrebbe portato a un mezzo disastro economico con un danno altissimo distribuito tra azionisti di maggioranza e di minoranza, creditori, fornitori, dipendenti, Stato.
E, dunque, l’intervento di salvataggio da parte dello Stato, attraverso la CDP, con la graduale e negoziata uscita dei soci di maggioranza, è stata, parlando da un punto di vista professionale, una decisione saggia, responsabile e utile per il bene comune. Che, di rimbalzo, siano cresciute le azioni di Atlanta può stupire e rattristare solo persone in mala fede. I mercati, temendo il peggio, avevano penalizzato terribilmente i titoli che si sono giustamente ripresi appena l’incubo del fallimento è stato accantonato.
Certamente questa operazione chiude una privatizzazione mal fatta e peggio gestita sin dall’inizio, la cui responsabilità risale, se non vado errato, al Governo D’Alema e al Ministro Letta (Enrico) e a tutti quelli, dopo di lui, che hanno permesso che l’esercizio della concessione si traducesse in una “bonanza” per il concessionario, senza verificare e assicurare le necessarie manutenzioni e investimenti. Si passò allora da un monopolio pubblico ad un monopolio privato senza assicurarsi che il monopolista privato non come tale si comportasse ma come un normale concessionario, con diritti ma anche con tanti doveri.
Molti hanno gridato al lupo al lupo, urlando che questo intervento evidenzia una rinnovata volontà di statalismo, che la CDP si sta trasformando in un nuovo IRI e simili. Io non so se nella testa dei governanti stia maturando un nuovo desiderio di statalismo. Non mancano segnali di questo rischio che, per me, è un pericolo. Ma questa operazione in sé non è un intervento di questo tipo. È un intervento di salvataggio nell’interesse comune ed ha, semplicemente, evitato il peggio per tutti. Era, quindi, necessaria ed è stata una buona operazione.

Il nuovo ponte di Genova

Lo statalismo come politica e come modello è un male e va combattuto, ma non con letture improprie di casi di interventi di salvataggio, come quello in esame. In altri casi, come l’ILVA, sarebbe stato assai meglio per tutti (e io lo suggerii) se lo Stato fosse entrato da subito nel capitale con un intervento di salvataggio magari insieme a qualche imprenditore operativo nell’ambito di uno schema per razionalizzare e rafforzare la filiera siderurgica, piuttosto che concludere un accordo perdente con gli indiani. L’accordo con gli indiani è stato una cosa peggiore della privatizzazione di D’Alema e Letta. Cose analoghe si potrebbero dire per l’Alitalia.
Ma non bisogna essere vittime di pregiudizi. In Germania e Svizzera la rete autostradale è a gestione pubblica e assicura un servizio all’utenza di alta qualità e a costi nettamente inferiori a quelli italiani. Il costo di un solo viaggio di andata e ritorno Milano - Venezia Mestre è ampiamente superiore al costo della “vignette” svizzera che vale per 14 mesi di libera circolazione su una rete di 1382 km.  
L’errore di prospettiva nasce quando verso la fine del secolo scorso la classe politica italiana nella sua interezza, coadiuvata dalla complicità del mondo degli economisti accademici e dei giornalisti, in nome di un fantomatico “efficientamento” del sistema, ha coltivato la fiaba che ciò che è privato è per definizione buono e ciò che è pubblico è per definizione cattivo. Che questo credo sia stato coltivato soprattutto dagli uomini di sinistra, diventati entusiasti e puerili neoliberisti, dimostra che aveva ragione Goethe quando diceva che la storia è l’arcano laboratorio di Dio.
Dobbiamo risvegliarci da questa ondata di ebetismo e la vicenda Autostrade può essere un utile scossone per tale risveglio. Purché non ci ricamiamo su delle nuove sciocchezze.
Ma con l’ingresso in maggioranza di CDP si apre il tema della responsabilità imprenditoriale e manageriale. La presenza di eventuali altri investitori di mercato non deve trarre in inganno. C’è solo una cosa peggiore dei “padroni”, ed è la mancanza di padroni cioè di chi esercita la responsabilità imprenditoriale. Il pubblico può essere un padrone intelligente e responsabile, purché faccia il padrone per davvero e non si comporti da monopolista irresponsabile, pubblico o privato che sia.


PAROLE E LINGUA
di Nicola Santagada


La verità

Mi sono sempre chiesto come siano giunte a Roma le numerose radici linguistiche dei greci. Ho pensato a due possibili ipotesi: 1) contatti di contaminazione anteriori alla colonizzazione greca; 2) radici arrivate con i latini, provenienti da territori di cultura greca. Personalmente propendo per la seconda ipotesi.
Questa volta la riflessione è sulla radice λαθ, da tradurre: genera lo sciogliere il crescere, che il pastore greco interpretò come gravidanza incipiente e a ciò che ne consegue. Nel trovare il filo rosso che lega le parole che furono dedotte, si fanno scoperte sorprendenti.
Da λαθ i greci derivarono λανθάνω: nascondo, concetto mutuato dalla creatura in grembo, che c’è, ma non si vede. Sempre nel mondo greco da λήθη, per i dorici λάθα, furono dedotti: dimenticanza, oblio, in quanto tutte le esperienze della vita intrauterina non fanno parte del ricordo e dei ricordi e, comunque, c’è una fase del divenire della creatura che è della quiescenza. Questo aspetto del processo formativo dell’essere, come tanti altri fenomeni, diventa mito: il Lete, rivissuto e rielaborato da parte di Platone, di Virgilio e di Ovidio, che canta l’amore infelice e disperato di Orfeo per Euridice agli Inferi. Inoltre, da λήθη fu dedotto letargo, come lungo sonno che obnubila.
Dalla radice ληθ, i greci coniarono aleté: vero e aleteia: la verità. Il pastore greco dedusse dal grembo, appena abbozzato, da ciò che ognuno constata de visu, ciò che è vero. Allo stesso modo ragionò il pastore latino, quando coniò vero, che, tra l’altro, trova nel tempo la verifica. La certezza, che è appurata dalla notizia incontestabile (i greci dissero: δλος: chiaro, evidente, manifesto), viene data dal grembo conclamato, per cui il non vero è imputato all’errore della vista: mi sono sbagliato, mi era sembrato. Incidentalmente, si ricorda che sembra è da collegare a σμα σματος, che indica, senza ombra di dubbio, il segno della gravida.
I greci dal verbo nascondere (λανθάνω) dedussero l’avverbio λάθρ (variante: λάθρ): di nascosto, per cui da colui che si aggira di nascosto si dedusse ladro, che viene inseguito dai latrati
La radice λαθ servì per denominare il territorio in cui i Latini abitarono: il Lazio, terra ferace (genera lo sciogliere il crescere) per eccellenza, abitato dal re Latino e dai Latini. Ma da λαθ, con il deduttivo molto forte, che è eo, nel senso che è ciò che il pastore ricava dalla sua esperienza, i latini coniarono lateo: mi celo, mi tengo nascosto, latente e latenza, latitanza, latebra (nascondiglio segreto, in quanto al buio). I Francesi con il deduttivo ek coniarono éclater: scoppiare, mentre la cultura italica elaborò eclatante, che, nel senso di lampante, è il contrario di latente.
Da questa radice, i latini dedussero l’aggettivo latus (largo) e latitudine, latere, laterale e, persino, laterizio, ad indicare che la costruzione che cresce ha bisogno di mattoni.
I latini, inoltre, pensarono che il nascosto (nel grembo) viene anche portato, trasportato (dalla madre), per cui utilizzarono λαθ per formare il supino latum di fero: porto. Pertanto, da latus (portato) fu dedotto latore. Da delato (ciò che è stato deferito, accusato, riportato, svelato) furono dedotti delatore e delazione; da collatus (nel senso di portato confrontato, paragonato) fu dedotta collazione; da illatus (è ciò che si genera in chi ha portato dentro) si ebbe illazione; da prelato (portato sopra) si ebbe l’eminente della Chiesa, mentre da prelato (nel senso di preferito) si ebbe prelazione; da differo differito, mentre dal participio passato dilatus (differito) si ebbe dilazione; da obfero si ebbe oblatus (che ha offerto, che è stato offerto), quindi l’ostia come oblata, le oblate, oblazione, come offertorio e oblazione come pena pecuniaria; dal portare si ebbe riportare (anche notizie), per cui da relatus: riferito furono dedotti relatore, relazione su, mentre gli italici dedussero il concetto di ciò che si ricava da quel  portato: relazione tra e relativo a. Da sottolineare che i latini non solo ebbero il superlativo assoluto, come qualità in sé posseduta al massimo grado, che dev’essere rapportata al solo (quello che nasce), ma anche il comparativo assoluto: alquanto bello (pulchrior), senza introdurre confronto con chicchessia.
Inoltre, la radice λαθ determinò altre espansioni logiche; infatti dallo sciogliere il crescere generò: dilatare, dette luogo a lasciare (il grembo da parte della creatura), a lascito, a λαθso: lasso, nel senso che la creatura a causa delle spinte continue resta sfinita, ma, nella cultura italica lasso significò la perdita della tensione muscolare, per cui si ebbe il prolasso; infine, gli italici dallo sciogliere il crescere dedussero elastico ed elasticità.








LO SCAFFALE
di Claudio Zanini

Lorenzo Lotto
"Giovane che legge"

Paesaggi creaturali

Fin dalla prima occhiata, nel Poemetto delle api, primo capitolo della raccolta poetica Tutte le forme di vita, si coglie la densa e molteplice ricchezza di significanti che pervade l’intero testo.
La raccolta è composta di brevi componimenti autonomi, coinvolti tuttavia entro un continuo flusso poetante e filosofico che conferisce loro una intima e salda unità di forma e pensiero. Ciascun testo è caratterizzato da un verseggiare complesso : una miriade d’immagini scaturisce dalla frantumazione del discorso, dove le parole esprimono una molteplicità semantica all’interno d’un tessuto d’allitterazioni, salti percettivi, inattesi flashes, rime interne, richiami, allusioni ad altre cellule del testo. Parole (simboliche e no), che sono “tronchi fossili” carichi di storia, oppure nomi, sostantivi, aggettivi, forme verbali che compaiono come inattese schegge di senso, in sotterranea relazione reciproca. Il loro incontro amplia i significati, ne riflette obliquamente le immagini e istituisce relazioni sorprendenti. Qui, Claudia mette in campo una ricchezza lessicale e una magistrale capacità di cogliere ed evocare connessioni, nella costruzione di senso, nell’intimo nesso di tutte le creature e delle loro immagini entro un unico organismo vivente.
Ogni componimento appare quale nucleo compatto che lampeggia di fulminee illuminazioni, anche per associazioni mentali -  come per esempio: “il bombo e la bombarda”, il “gotico cisalpino veneziano/bombi/bombicina” o “tessuto medioevale/trina architettonica/segni della natura”; in cui entrano in corto circuito: insetti e macchina bellica, arte e manufatto, Storia e natura; oppure, il “nerogiallo delle api” accostato/contrapposto a quello “delle armature dei goti”, e così d’una Storia naturale e della specie  umana.
Tale concetto di “Storia umana e naturale”, mi ha richiamato subito alla memoria una serie di piccole opere di Paul Klee in cui convivono, in un sapiente equilibrio formale, gli elementi più disparati: fiori, animali, insetti, figurine, visi, geometrie e segni, risolti in forme archetipiche. Anche questi brevi testi di Claudia, come molte opere di Klee, hanno l’identità di figurazioni immaginali complesse e gremite di senso. Il senso vasto e profondo che affiora dall’inconscio millenario.

Paul Klee
"Ad marginem" 1930

Per esempio, il dipinto Ad marginem (1930) di Klee, è risolto entro un testo pullulante di presenze, che permette diverse modalità di lettura (diritto, rovesciato, destra, sinistra), dove lo spazio è aperto, fluido (non c’è spazialità geometrica o cromatica, né prospettica o assonometrica). Un sole centrale suggerisce l’idea compiuta di cosmo. Parafrasando il titolo del trattato di Klee, Storia naturale infinita, allora la raccolta poetica di Claudia, mi appare come il palinsesto per una Storia creaturale infinita (infinita perché rivolta al futuro) recante il sottotitolo Paesaggi creaturali.
Uno dei temi principali di tale Storia creaturale, riguarda gli animali e gli insetti. La loro capacità salvifica. Potrebbero, dunque, salvarci gli animali, con la loro ineffabile e segreta intelligenza? Sono oscuramente consapevoli che il loro destino è d’essere incondizionatamente della natura. E di dover perseguire l’incessante e paziente lavorio di connessione d’ogni suo elemento, all’interno d’un disegno complessivo, al fine di ricostituire un universo di relazioni, vivibile per ogni creatura e forma di vita. Claudia cita una miriade d’animali (che ben potrebbero figurare in un kleeiano ma anche borgesiano Bestiario fantastico); tra questi, “il gatto, che ha vita immaginale”, e “l’essere veggenti delle cicale” in un’epoca d’omologazione assoluta; accanto a “la mitezza della lupa”, “la civetta occhiuta” è sempre all’erta e “l’ermellino bianco che piuttosto muore che insozzare il candido manto”; mentre affermano la loro esistenza “clan di scimmie immutabili” insieme al fervido e costante agire d’altri innumerevoli umili esseri nel ventre guasto della macina della storia. Sebbene “gli insetti si vanno spegnendo”, essi, irriducibili, lavorano per il futuro.
Corrisponde e si oppone a questa sotterranea realtà vitale, sebbene appariscente forse solo all’acuminato sguardo poetico dell’autrice, la dolente realtà del presente, dove la creatura homo sapiens vive l’immediato e ansioso qui e ora (il “dopo gli è indifferente”), soffocato in un’esistenza da topi in una terra bruciata, mettendo in pericolo la propria e l’altrui sussistenza. Il suo linguaggio è corrotto dai “neologismi già putridi della neolingua”. Una lingua arida, omologata a quella dei mercati finanziari e delle merci, che caratterizza gli ”uomini vuoti” (Eliot) che hanno perduto la tagliente qualità dell’ironia (del witz) e l’abitudine al riso liberatorio (“non v’ha arte senza riso”). Anche Jarry e Artaud sono chiamati a evocare l’estrema libertà della loro lingua selvaggia, in cui l’inconscio liberato perversamente rivela la dolorosa frammentazione dell’Io contemporaneo: individuo dall’avida brutalità, che si aggira in un paesaggio creaturale irrimediabilmente devastato.
Alla parola arida e tradita, costretta entro un vuoto di segni e significati Claudia oppone la bellezza di questa raccolta, che racchiude tutto “lo splendore del libro miniato”. Infatti, alla presenza continua degli animali nel contrasto allo sconfortante Stato delle cose, s’accompagna l’ostinato recupero e salvataggio dall’oblio di accadimenti e vicende sotto cui, in trasparenza, affiorano vividi residui della Storia alta, dell’Etica civile. 
Si percepisce, in questo franto e appassionato poema, la costante presenza di “cose”, nella loro sofferta carnalità (grevi, logore, vissute, scarnificate). Sono materiali (nomi, corpi, cose, eventi fattuali…) da cui traspare la memoria profonda e migliore della specie: le tracce di “eroi e tombe”, dei miti immortali, delle stagioni di quando gli dèi se ne sono andati sigillando un’epoca remota di cui custodiamo aurei indizi.
Sono versi sovente velati da un’accorata tristezza che li percorre come dolente vena, da cui, tuttavia, si levano inattesi momenti di feroce ironia e aspre invettive, che richiamano ciascuno alla consapevolezza morale e civile.
Raro e luminoso materiale di recupero, in grado ancora di dare un senso a “tutto ciò che accade”, vale a dire, (per Wittgenstein), al Mondo; mentre della bellezza non rimane che la spoglia mirabile da difendere e custodire. Consapevole della rovina della vicenda umana, il poeta, che solo ha la “voce che splende nella bocca”, ansiosamente cerca chi se ne prenderà carico.

Claudia Azzola
Tutte le forme di vita
La Vita Felice, Milano, 2020.
Pagg. 72 € 12,oo

 ***

IN VERSI
Abbiamo scelto questo testo poetico di Claudia Azzola, 
perché ci è sembrato il più adatto al momento storico 
in cui ci troviamo a vivere, ma anche per le vicende 
che hanno riguardato persone e vicende a noi vicine.

***

Non c’è un “io” più fragile di quello
che non dice mai un witz, fragile
alga rossa in un vaso di vetro,
non sappiamo quanto la struttura
del corpo reggerà l’onda d’urto
sulla spina dorsale e negli organi
interni
ostacolo
oracolo
miracolo
nevrosi
naturale abitacolo
voce dallo s-profondo,
non v’ha arte senza il riso,
il vero che per poco si afferra,
vena rossa di terra, anima:
atomo che ci precede e sfugge.

[Claudia Azzola]

L’AFORISMA

“Chi si fa piccolo per chiedere scusa
Non sa quanto è grande ”.
Laura Margherita Volante



lunedì 27 luglio 2020

Eventi 
I DIECI ANNI DELLA DI FELICE*
di Valeria Di Felice

Valeria Di Felice
accanto ai libri delle sue edizioni

«Buonasera, non vi nascondo che sono emozionata per questo traguardo che potrà sembrare scontato od ordinario ai più, ma vi assicuro che per me e per l’ambito che rappresento (quello dell’editoria e dell’impresa culturale in genere) è molto significativo.
Ho immaginato a lungo cosa dire questa sera, ma alla fine ho pensato che la cosa migliore per rendere omaggio a tutto l’amore e tutta la dedizione messe per la casa editrice fosse portare direttamente loro - i libri - tra di noi. Dico loro e non essi perché i libri sono diventati delle creature. Proprio come Pinocchio da un pezzo di legno è diventato un bambino attraversando delle prove di coraggio, di onestà, di identità, allo stesso modo i libri - quei libri - da semplici pagine di carta sono diventati esseri con una vita propria, esseri al centro di relazioni, vicende, storie, ponti.
Ricordo che poco prima di aprire la casa editrice nel 2010, un editore con molta esperienza mi disse: «A un certo punto dovrai scegliere tra i libri che non si vendono ma che camminano nel tempo, e i libri che si vendono all’istante ma che muoiono subito senza lasciare traccia. Dovrai scegliere!» Non compresi subito che cosa volesse dire. Mi nutrivo di idealità, mi mancava l’esperienza. Mi buttai a capofitto nella casa editrice come quando ci si innamora: senza pensare alle conseguenze, senza pensare troppo al domani, come se il mondo là fuori non esistesse. Alimentata solo dal motore dell’entusiasmo.
In seguito questo mondo ideale cominciò a fare i conti con la realtà, con i suoi limiti e le sue risorse. Iniziarono le prime delusioni, le prime difficoltà e si manifestò questo atteso bivio: libri che camminano nel tempo o libri senza tracce?
Scelsi i primi, l’unica strada per me possibile per continuare a offrire la mia visione editoriale e per tutelare il valore di ciò che in me aveva una risonanza.
Cosa aveva risonanza in me? Che cosa sognavo a 26 anni? Che cosa mi aspettavo da un lavoro come questo? Tante cose, ma tutte riconducibili a una: il tentativo di cambiare il mondo, il coraggio di abitare il mondo senza subirlo. Come? Leggendo, scegliendo contenuti, confrontandosi.
Per una civiltà della scrittura come la nostra, il libro non è solo un’istituzione da biblioteca, ma è una torcia che accendiamo per fare luce in noi stessi e intorno a noi, è una realtà che riflette e allo stesso tempo struttura l’immaginario collettivo e individuale, crea senso di appartenenza.
E allora, vorrei esprimere la mia gratitudine (che, come disse il filosofo cinese Lao Tse, è la memoria del cuore) a tutti gli autori che in questi anni si sono affidati alla casa editrice condividendone più la motivazione umana che quella commerciale; a tutti gli operatori culturali, i giornalisti, i critici, le associazioni, le fondazioni straniere, i direttori di collana, il grafico Irene Piras, insomma quella rete che si è formata intorno alla casa editrice, non per imprigionarla ma per aiutarla a raccogliere i frutti; ai lettori, queste figure ormai leggendarie che continuano ad abitare i sogni più proibiti degli editori! Grazie a loro che rappresentano la massima espressione di ospitalità, perché sono coloro che accolgono lo sguardo e la voce dell’altro, gli dedicano tempo, attenzione, rendono possibile il confronto. E allora grazie a chi, acquistando un libro, in realtà ha fatto un gesto rivoluzionario perché ha permesso tutto questo.»

[Martinsicuro, 24 luglio 2020]

*Il decennale in realtà è stato il 22 aprile 2020, ma per l’emergenza sanitaria non è stato possibile festeggiarlo.



UN IMPORTANTE TRAGUARDO
Un resoconto della Cerimonia del decennale

La Sala della cerimonia

Martinsicuro. Venerdì 24 luglio alle 21.30, presso l’Hotel Villa Luigi di Martinsicuro, si è svolto il decennale della Di Felice Edizioni, casa editrice fondata a Martinsicuro nel 2010 da Valeria Di Felice. Con 212 titoli, centinaia di incontri e una intensa attività interculturale, la casa editrice è diventata un punto di riferimento soprattutto per la poesia nazionale e internazionale.
Hanno portato i saluti il sindaco di Martinsicuro Massimo Vagnoni, il sottosegretario della Presidenza della Giunta Regionale d’Abruzzo Umberto D’Annuntiis, il presidente dell’Unione Comuni Val Vibrata Angelo Panichi, la presidente dell’Associazione Editori Abruzzesi Elena Costa, il presidente Giovani Imprenditori Confcommercio e delegato FAI di Teramo Pierluigi Latini.
Numerosi i messaggi di vicinanza per questo traguardo significativo. A cominciare da Guido Oldani, fondatore del Realismo Terminale, tra i più importanti movimenti poetici internazionali: «Cara Valeria, desidero partecipare alla festa per il decennale della tua casa editrice complimentandomi per il vostro lavoro editoriale ma anche significandoti apprezzamento per il tuo personale contributo poetico. Un affettuoso saluto Guido Oldani».
E poi l’ambasciata palestinese a Roma: «L'ambasciata palestinese a Roma rivolge i più sentiti auguri alla casa editrice Di Felice Edizioni, con la quale ha avviato una proficua collaborazione per promuovere la reciproca conoscenza e valorizzare in Italia le voci palestinesi più importanti. Si congratula con l’editrice Valeria Di Felice per la tenacia e l’impegno che dedica nell'attività interculturale attraverso la poesia e la letteratura e ci auguriamo che la sua casa editrice possa continuare ad operare con la stessa efficacia dimostrata fino ad ora e che possa contribuire ancora a far conoscere la poesia palestinese».

Una veduta del banchetto
dei libri della Di Felice

Durante la serata sono intervenuti il presidente dell’Istituto Internazionale del Teatro del Mediterraneo Leandro Di Donato, il presidente della Casa della poesia in Abruzzo “G. D’Annunzio” Dante Marianacci, la presidente dell’Associazione Rinascenza Annalisa Frontalini, la presidente della Compagnia dei Merli Bianchi Margherita Di Marco e l’editrice Valeria Di Felice.
La festa per il decennale, condotta dalla giornalista Dorotea Mazzetta, è stata allietata da musiche celtiche a cura dell’arpista Rita Tundo e ha visto la partecipazione del pittore Pino Manzella, con opere tratte da Poeti, scrittori ed altre creature inutili…
L’evento è stato sponsorizzato dalla Libreria La Torre di Martinsicuro, da Studio Latini di Alba Adriatica, dallo spaccio aziendale Ervasia di Martinsicuro, dal negozio di borse Poker di Teramo.