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lunedì 31 agosto 2020

DI PESSIMO GUSTO…
di Marzia Borzi


Body Shaming tra democraticità del gusto 
e limite d’intelligenza.

La bellezza e il gusto sono tra le cose più democratiche del mondo. L’intelligenza no, non lo è affatto. Se uno è cretino è cretino e che sia cretino è un dato di fatto che balza all’occhio subito, che si denota da ciò che dice e scrive, da come si comporta e non di certo dal “gusto personale”.
Che il gusto sia democratico ce lo sta dimostrando da qualche tempo anche il mondo della moda che, sempre più spesso, sceglie modelle anticonvenzionali cioè non rientranti nei canoni comuni dell’estetica.
È bello che questo accada perché apre la strada all’abbattimento dei pregiudizi che, lo sa bene chi un po’ di latino lo mastica, deriva da prae (prima) e iudicium (giudizio), cioè giudicare prima di conoscere e soprattutto rafforza la fiducia di quelle persone che magari si sentono meno “belle” o più lontane da quella bellezza patinata che dovrebbe essere, a detta di alcuni, la qualità esclusiva di chi calca le passerelle.
Peccato invece che l’intelligenza, che, assai poco democraticamente, non è stata distribuita a tutti allo stesso modo, fatichi a comprendere questi meccanismi e si presti ai soliti, stupidi luoghi comuni e soprattutto ricorra al Body Shaming cioè agli insulti gratuiti, fatti soprattutto dai “webeti social”, nei confronti di chi non è conformabile, di chi non rientra nel canone classico della bellezza.
Per “body shaming” si intende l’atto di deridere una persona per il suo aspetto fisico, prendendo di mira qualsiasi sua caratteristica: l’adiposità o la magrezza, l’altezza o la bassezza, la presenza o l’assenza della 
peluria corporea, l’acconciatura, il naso, lo sguardo e molto altro ancora. E chi si presta a queste cattiverie? Incredibilmente soprattutto le donne, quelle che oggi si vantano tanto di essere “anticonformiste”, “fuori dagli schemi” ma che, in realtà, sono ancora ferme ad una visione tutta maschile della bellezza o, come bambine non cresciute, si fermano fin troppo spesso a dirsi fra di loro “Tu sei molto meglio…”, “Tu sì che potevi fare la modella”, mettendo in scena un falso teatrino di frasi melliflue e cordiali che solo apparentemente cela una tonalità verde d’invidia contro chi, forte di un carisma che non è solo fatto di tratti somatici regolari, ce l’ha fatta più di loro. Donne sempre in competizione, sempre ferme allo stereotipo maschile del femmineo, sempre bisognose di essere accettate per quello che mostrano e non per quello che sono, sempre rancorose come la matrigna di Biancaneve davanti allo specchio delle sue brame.
Eppure le vere donne, quelle che hanno cambiato il mondo e sradicato il pensiero comune, non sono mai passate attraverso la bellezza, non si sono mai prestate all’omologazione, alla trasformazione chirurgica per rincorrere assurdi canoni inesistenti o al freddo e statico estetismo.
Per questo se le donne si fermassero un attimo a ragionare su se stesse, sulle lotte civili che hanno caratterizzato il loro percorso storico, anche solo sull’evoluzione dei canoni del gusto nel corso dei secoli, capirebbero che etica non fa mai rima con estetica e che stanno sbagliando tutto.
Che sono ancora delle cretine ferme al palo dell’evoluzione umana.
Per fare ciò però c’è bisogno di intelligenza e questa, a differenza del gusto, non è affatto una qualità democratica e purtroppo è ancora molto lontana dall’essere diffusa in modo capillare.  






L’OPINIONE
Elon Musk

Elon Musk e l’intelligenza artificiale

È di questi giorni la notizia che il fondatore di Tesla e Space X ha presentato alla stampa una maialina, “Gertrude”, che ha installato nel suo cranio un dispositivo prodotto da “Neuralink”, azienda di proprietà dello stesso. Questo impianto cerebrale di circa 8 mm. di diametro dovrebbe poi essere successivamente posizionato nella scatola cranica umana per la cura di diverse malattie neurologiche e altro. Ne hanno fatto richiesta alle competenti autorità americane l’anno scorso e sono in attesa di una risposta.
Parlare di intelligenza artificiale, come fosse una cosa “normale”, senza problemi, quando c’è chi parla di soldati-robot o di demandare a un cervello artificiale la possibilità di iniziare una guerra anche nucleare, raggiunte alcune situazioni considerate pericolose, che lo stesso potrebbe registrare, deve porci interrogativi. Il personaggio, Musk sembra abbastanza spregiudicato, per porseli. Lo stesso giornalista Massimo Gacci del Corriere della Sera on-line, da cui ho tratto qualche informazione, indica che il suo vero obiettivo, è fondere intelligenza umana e artificiale. Altro che uomo figlio della Natura come altri uomini, guidato dall’intelligenza propria, che ha saputo correggere gli errori del passato e non un uomo “dominatore” di qualsiasi evento, come fosse obbligatorio! C’è un altro aspetto che vorrei rimarcare. Le protezioni che potrebbe avere dall’alto. Musk è la persona che potrebbe permettersi di andare su un altro Pianeta e prendersi l’eventuale materiale “prezioso” disponibile. Secondo i Trattati agli Stati sarebbe proibito: non è stata contemplata l’eventualità del singolo.
Giuseppe Bruzzone

domenica 30 agosto 2020

CASCINA TORCHIERA
di Angelo Gaccione

Il saluto a Paolo Finzi alla Cascina Torchiera

C’è un luogo a Milano dove da 27 anni sventolano le bandiere anarchiche. Questo luogo è al numero 18 del Piazzale del Cimitero Maggiore, perché qui c’è il cimitero più grande della città. I milanesi lo conoscono anche come “il Musocco”, perché prima di essere inglobato come altre frazioni e piccoli comuni autonomi, si trovava nel comune di Musocco, non lontano da Garegnano. Gli amanti di “pietre vive” e di musica sacra come me, sanno che a Garegnano c’è l’omonima Certosa, ora meno isolata ed appartata di come era ai tempi della sua costruzione trecentesca. Il cimitero Maggiore fu costruito in meno di un decennio (1886-1895) su un’area che era stato un vero e proprio bosco: l’antico Bosco della Merlata, dicono le fonti. Vi traslocarono le spoglie custodite nei vari cimiteri della città, divenuti nel tempo troppo angusti e troppo centrali, come quello di San Rocco al Vigentino (che aveva accolto i corpi di molti dei caduti durante le Cinque Giornate), quello di Porta Garibaldi noto come la “Mojazza”, il “Gentilino” in Porta Ticinese, quello di Porta Magenta che qualche anziano ricorda ancora col nome di “Fopponino”, o quello di Porta “Tosa”, zona ribattezzata Porta Vittoria dopo le insurrezioni antiaustriache del 1848. 

Il Cimitero Maggiore

Non si può negare che il Cimitero Maggiore abbia una sua imponenza: già il suo frontale vi si presenta come una sorta di bastione militare, come un massiccio e robusto fortilizio. Più che a defunti fa pensare a un Mausoleo per la custodia di glorie belliche. Per arrivarci con i mezzi pubblici da casa mia in Porta Romana, è una bella tirata. Lo era ancora di più nel 1906 quando una delle stazioni funebri si trovava proprio in Porta Romana, a ridosso delle mura spagnole; in seguito la struttura divenne dopolavoro dei ferrotranvieri, sala da ballo, e ora ospita le raffinate e costose Terme di Milano. Da qui partiva il tram con le sue vetture rigorosamente nere, che Comune e società Edison avevano voluto. Era il tram che l’ironia macabra dei milanesi aveva battezzato “La Gioconda”; io lo appresi per la prima volta dal racconto orale del commediografo e poeta dialettale milanese Sandro Bajini, di cui sono stato amico e che collaborò all’edizione cartacea di “Odissea”. 
Ricordo di essere rimasto molto colpito dal nome conferitogli dalla geniale inventiva popolare dei milanesi, e di averne anche riso. Era, mi disse Bajini, il loro modo di esorcizzare un evento doloroso come la morte.

"La Gioconda"

Chiedo scusa ai lettori per questa lunga digressione, ma non vorrei che si fossero fatta l’idea che le bandiere rosse e nere degli anarchici sventolino sugli spalti del Cimitero o al posto dei suoi candelabri. Vorrei subito tranquillizzarli informando loro che il numero 18 è di fronte al cimitero, e che le bandiere sventolano, dunque, sopra e dentro la Cascina Torchiera. Cascina che i Padri della vicina Certosa custodirono fino al 1888, e, di questo possiamo starne certi, se ne sono presi minuziosamente cura facendola prosperare. Finita in mano al demanio comunale, il cosiddetto bene pubblico, è stata lasciata andare in malora. 


Dal 1992 è divenuto uno spazio aggregante per il quartiere e per segmenti di città che mal tollerano il degrado, i beni lasciati allo sfascio, le speculazioni immobiliari che ingrassano le fameliche consorterie che fanno incetta di aree edificabili. Nel 1995 la Giunta Comunale di allora taglia la fornitura dell’acqua alla cascina per costringere i collettivi ad andarsene, ma questi resistono, e provocatoriamente la ribattezzano: “Cascina Autogestita Torchiera Senz’Acqua”. Nel 2009 il Comune decide di vendere l’intera area attraverso il gruppo bancario BNL Paribas; un migliaio di metri quadrati non sono cosa da poco. “Dal gennaio 2011 la Cascina Torchiera è stata stralciata dall’elenco dei beni immobili in vendita nel Fondo Immobiliare del Comune di Milano ed è tornata proprietà del demanio”, ma come abbiamo appreso dalle notizie di questi giorni, il rischio di sgombero è tornato alla ribalta. Cosa è stata in questi lunghi anni la “Cascina Senz’Acqua”, lo leggerete nelle brevi note che seguono a questo scritto. 

Cascina Torchiera Senz'Acqua

La Città degli ipocriti (IpocriCity, come hanno definito le varie Giunte succedutesi, i frequentatori della Cascina, suona troppo raffinato alle mie orecchie) veste una casacca identica ed ha un identico pensiero, anche se tenta di mimetizzarsi sotto simboli differenti. Incassare un po’ di soldi per ripianare qualche debito e fare il deserto della socialità è una veduta comune. La Lega ladrona ha avuto persino la spudoratezza di andare a protestare davanti alla Cascina, ma ben protetta dalla polizia, qualche tempo fa. 


Uno striscione per la Lega

Uno striscione prontamente realizzato dai creativi della Cascina con la scritta: “49 milioni di buone ragioni per difendere 27 anni di autogestione”, è stata l’ironica risposta. Per chi l’avesse dimenticato, i 49 milioni sono la cifra che la Lega deve alle casse pubbliche, per averli intascati illecitamente e fatti sparire attraverso un complesso gioco di scatole cinesi con la complicità delle banche. Finanziamento statale che non spettava alla Lega ladrona di Salvini-Bossi, dunque un furto pubblico ai nostri danni. 

Il tetto si ripara

La Città degli ipocriti si divide in due nettissime categorie: una componente minoritaria, ma che amministra ed ha potere, pronta ad alienare, a cancellare esperienze, a fare della solidarietà un deserto; e una componente maggioritaria che subisce, che è danneggiata. Dentro questa maggioranza è presente un’area di donne e uomini di buona volontà che non si piega, non si arrende, resiste e si adopera per costruire, riparare, medicare. Lo vedrete dalle foto con cui accompagniamo questo scritto: spesso a mani nude; da anni rigorosamente senz’acqua. Dategliela voi a queste donne e uomini la definizione che più meritano.

Lavoro in Torchiera

Egoisticamente vorrei che i Torchieresi abbandonassero volontariamente la Cascina; è in diverse parti coperta di amianto, uno dei minerali dalle fibre più letali. Lo dico perché i libertari mi stanno a cuore più degli ipocriti che vogliono sfrattarli, e gli Stati con i loro apparati di morte mi fanno più paura di chi dissente. Ma so altrettanto bene che sono due visioni di mondo che si fronteggiano dentro e fuori dalla Cascina: quelli di dentro si prendono cura della vita e delle sue forme, quelli di fuori non se ne curano. La differenza è abissale. Dovete scegliere da che parte stare. Io sto con loro.

Si ristruttura

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IPOCRICITY

Fare insieme


Da 27 anni la nostra comunità si riconosce in un obiettivo comune: restituire alla città, attraverso l’autogestione, uno spazio di libera aggregazione, di cultura dal basso, di autorganizzazione. Ci siamo riusciti e siamo orgogliosi di essere diversi da un pub o da una discoteca: entrando nei nostri spazi non sarà necessario compilare tessere associative e non ne uscirete con il portafogli svuotato, ma sarete arricchiti dalle tante attività, concerti, dibattiti, proiezioni, mostre, cabaret, saltimbanchi, la Banda degli Ottoni a Scoppio, la squadra di calcio antirazzista, la scuola di Italiano, la sala prove, il corso di yoga, le presentazioni di libri, il mercato contadino, la biblioteca-archivio, il tutto in uno spazio reso accessibile per chi ha disabilità motorie.
Oggi, consapevoli di essere bersaglio di una possibile svendita bandita da chi ci definisce “luoghi rimasti a lungo senza identità”, all’IpocriCity delle amministrazioni rispondiamo con l’unica arma possibile: occuParty della città! Il prossimo 19 settembre ci riverseremo per le vie del quartiere e della città con chi si preoccupa da sempre di beni comuni: saltimbanchi del libero mutuo soccorso, acrobati dello scambio gratuito di saperi, equilibristi dell’impiego sociale del tempo. Un’umanità consapevole, allegra e resistente, che sfilerà per le strade di Milano, con lo stesso spirito con cui, nei mesi di lockdown si è fatta brigata solidale. Non stiamo convocando solo una marcia, stiamo invitando la cittadinanza a una performace collettiva: feconda interzona culturale libera da sessismi e razzismi, fucina di relazioni, linguaggi e pratiche libertarie, circo(lo) di sapere, storie, generazioni, ecologia di arti, immunità di gregge all’asfissia di una metropoli pacificata, operosa e impoverita. Torchiera non si cancella con un avviso d’interesse pubblico, così come siamo complici e solidali con il Centro Sociale Lambretta, nuovamente sotto sgombero in una città incapace di cogliere il valore delle esperienze autogestionarie.
Sabato 19 settembre coloreremo le strade milanesi con una parata di gioia, rumore, arte e cultura per ricordarlo ai distratti, agli ingenui, agli smemorati, ai feroci banditori di città pubblica.
[Cascina Torchiera]

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GIÙ LA MASCHERA

La corte della Cascina

Da oltre 27 anni Cascina Torchiera Senz’Acqua è uno dei punti di riferimento di un’altra Milano, Da oltre 27 anni è la fucina di un pensiero libertario che si è tradotto in azione sul vivere quotidiano.
Laboratorio del vivere solidale, antimilitarista, antisessista, laboratorio includente e senza barriere a cominciare da quelle architettoniche, al di fuori dalle logiche del denaro e del mercato. Una zona liberata.
Cascina Torchiera Senz’Acqua è stata ed è una delle identità di una città che altrimenti sarebbe solo una vetrina orribile dove vivere sarebbe un incubo.
[Cascina Torchiera]


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ASSEMBLEA PER RIPARTIRE


Il valore dell'autogestione

Ciao a tutte e a tutti,
Milano si è fermata. La pandemia ha realizzato l’impensabile bloccando i corpi, la vita sociale, la produzione. Ogni certezza ha vacillato, l’ineluttabilità yuppie del meneghismo militante è stata messa in discussione, ma non è stato come nei film hollywoodiani: nel finale, la sofferenza e la crisi incombente non ci hanno permesso di festeggiare sulle macerie del discorso tossico ben riassunto da 
#milanononsiferma.
Eppure oggi è un giorno perfetto per dichiarare che, fuori dalle beatificazioni effimere degli angeli della pandemia, c’è una città che non si è mai arresa. Si è fermata, non c’è vergogna in questo, ma non si è arresa. Tante e tanti di noi hanno animato le brigate, le staffette e le colonne della solidarietà. Altre e altri di voi si sono attivati per costruire forme alternative di socialità, d’incontro, di mutuo soccorso. Ancora nell’autogestione, nel sindacalismo di base, nelle associazioni, si è tessuta la trama delle relazioni, delle lotte nel lavoro riconosciuto e non, nel sostegno agli ultimi e alla comunità tutta.
Tutto questo è una parte integrante di Milano, importante, diversamente protagonista di un rimboccarsi le maniche che non si misura in termini di PIL, altezza dei grattacieli, volume di turisti, ma fa dell’inclusione e della solidarietà pratica quotidiana, piuttosto che vocazione elettorale.

È il caso della Cascina Autogestita Torchiera SenzAcqua che da 27 anni osa la pratica della convivialità, dell’autogestione, delle controculture, dentro questa città, anzi meglio, in una delle sue periferie. Cascina Torchiera, al pari di storie che oggi portano il nome di Ri-Make, Lambretta, Fornace, rappresenta la città che non si è arresa, antifascista, migrante, femminile, bambina, e che resiste perché crediamo che una città senza conflitti, informalità, stress alle maglie del diritto, non sia una città pubblica.
Un’epidemia ha rinfrescato la memoria sull’importanza della sanità pubblica, dell’istruzione, del lavoro di cura. Il prezzo pagato da tutte e tutti noi è stato enorme e ingiustificabile. Non permetteremo che sia una tornata elettorale o l’assenza di coraggio della politica maiuscola a mostrare l’asfissia di una Milano normalizzata e privatizzata. Un’epidemia ha mostrato la fragilità della folle rincorsa alla turistificazione e all’aumento dei valori immobiliari, dunque non dimentichiamo quale sarà l’ulteriore prezzo da pagare non appena si esaurirà l’interregno dello stop ai licenziamenti.
Torchiera in musica

Quella del prossimo 19 settembre non può e non deve essere una parata di Torchiera o per Torchiera. Ci piacerebbe fosse una parata di quella città che non si arrende ad una Milano esclusiva e quindi escludente. Di questo luogo sì, ci sentiamo parte integrante. Non sappiamo garantirvi cosa accadrà poi: un fuoco fatuo o l’inizio di un percorso? Possiamo garantirvi che non siamo un vuoto (d)a rendere, uno spazio privo di identità, un pezzetto di città da mettere sul mercato perché il Comune è indebitato mentre investitori, fondazioni, sviluppatori hanno fame di affari. Tutte le giunte che abbiamo conosciuto in questi anni hanno sistematicamente disapplicato gli strumenti di legittimazione degli spazi sociali per costringerci e quindi accusarci di essere illegali. A noi questa definizione non crea problemi, e non crea problemi perché crediamo nella legittimità della nostra azione e siamo consapevoli che senza autogestione non esisterebbe alcuna Cascina Torchiera.

Ci piace immaginare che questa parata sia l’occasione per la città dei territori, della cura, dei diritti ma anche la città della creatività piuttosto che delle regole stantie, della festa piuttosto che degli eventi, dell’accessibilità piuttosto che dell’iconicità, della diversità piuttosto che del decoro. Le voci, i suoni, le tappe, le arti performative che metteremo in campo, non devono essere che un pezzetto di quanto coralmente sapremo esprimere. Vogliamo vivere, non solo resistere in una colata di cemento. Vogliamo respirare, non solo ansimare nell’aria che resta. Vogliamo realizzare quello che non hanno previsto, non solo accontentarci delle conquiste di ieri.
Questi appunti sono un invito. Vi aspettiamo tutte e tutti a un’assemblea cittadina che convochiamo il prossimo giovedì 3 settembre, alle ore 20.48, nell’aia della Cascina. 

[Cascina Torchiera]
 ALBUM
Al lavoro per ristrutturare

Partigiani

Bandiere in Cascina

Pacifisti in Torchiera

La Cascina dipinta

Le insidie dell'amianto


IL PENSIERO DEL GIORNO


“Il desiderio realizzato in breve
nasce già bruciato; esso si pregusta
nell’attesa di raggiungerlo”.
Laura Margherita Volante

TEMPI HORRIBILIS


“Oggi, ci si guadagna la vita, togliendola”.
Nicolino Longo

PER IL LOBO D’ORO
di Chicca Morone

Tomaso Kemeny

Avvicinarsi a Tomaso Kemeny attraverso la lettura dell’autobiografia Per il lobo d’oro, significa entrare in un mondo di fiaba dove eroi senza macchia e senza paura, draghi sputafuoco, cavalieri dall’armatura scintillante e damigelle imprigionate nelle torri da salvare, avvolgono risucchiando nella narrazione chiunque sia in grado di percepirne il calore e il colore.
I personaggi della saga sono archetipi: indossano abiti del nostro tempo, ma sono personaggi di un mondo altro, un mondo parallelo, sospesi in un tempo non tempo, nonostante la collocazione temporale ben definita.
Ungherese di nascita, a dieci anni fugge velocemente con i genitori da Budapest, prima di essere “liberato definitivamente” dai compagni stalinisti, al partito dei quali il padre adottivo aveva rifiutato di iscriversi (il padre biologico era morto eroicamente in Russia): da possidente, la famiglia si trova in difficoltà economiche, ma nulla può scalfire minimamente la gioia di vivere del ragazzino, fermamente determinato a seguire l’esempio valoroso del padre e la bellezza non solo esteriore della madre a cui si riferirà per tutta la vita. «Fight for Beauty!» sarà il suo mantra per sempre.
Il cittadino, già poeta in tenera età, ha imparato presto cosa voglia dire esser liberi e pagarne le conseguenze. Il lobo d’oro è la narrazione della sua formazione da un punto di vista interiore: gli episodi vengono tradotti attraverso un sostrato animico esperienziale totalmente libero da strutture coercitive, caratterizzate da un profumo di anarchia persistente. Anche se nell’apparirgli in sogno il padre gli ricorda “L’amore per il coraggio, privo per l’amore per lo studio, porta all’anarchia”. Tomaso Kemeny non è certo privo di studi ed è per questo, forse, che si può permettere un’assoluta libertà di pensiero e… di azione! Un’anarchia sacra, come quella di Antigone che si contrappone a una legge iniqua.
Ed è il poeta che ci porta nel paese occupato dai tedeschi, terra successivamente “liberata” dai russi, violenti stupratori e ladri, come nelle migliori tradizioni dei popoli invasori.
Un periodo della sua vita nel quale impara il contatto con la natura, con la facoltà di sognare dando libero sfogo alla sua fantasia: quella fantasia che lo accompagnerà tutta la vita, al cui confronto qualsiasi ottovolante potrebbe essere paragonato a una lunga strada nel deserto.
Anche nella descrizione dell’allegria di una contadina settantenne e vergine, contenta di essere stata finalmente profanata, c’è lo sguardo ironico di chi vuol vedere oltre la realtà. In quel “Mi hanno presa finalmente, finalmente ho perso l’onore!” c’è tutto il tragico e insieme il poetico di chi non si arrende, di chi vive qui e ora sapendo di avere in mano le carte per essere padrone della propria vita, al di là delle tragedie più o meno gravi che si incontrano cammin facendo.
Tutta l’autobiografia è permeata da quel funambolismo tra il romantico e il surreale che fa leggere pagina dopo pagina con la speranza che queste si moltiplichino, che il racconto non finisca mai.
Perché pensare al professore universitario di letteratura inglese - che sale sul ring a Chicago con il nome di Absolute Tiger (sarà un caso che il suo anno di nascita sia sotto l’influenza di questo felino per i cinesi?) per disputare il titolo mondiale dei pesi medi - e nello stesso tempo al poeta di Transilvania liberata potrebbe portare un po’ di scompiglio nella mente del lettore, interessato ad approfondirne il mistero.
A questo punto non mi resta che citare Kalil Gibran ne Il folle: “E ho trovato nella follia la libertà e la salvezza: libertà dalla solitudine e salvezza dalla comprensione, perché quelli che ci comprendono asserviscono qualcosa in noi”.
Noi tutti, però, per Tomaso desideriamo la piena libertà, nessun tipo di asservimento, per cui anche se si intravvedono in lui lampi di quel qualcosa di cui percepiamo l’esistenza, ma non ne comprendiamo appieno la profondità… va bene così, dobbiamo accontentarci e non varcare quei limiti.
Lui è il nostro capitano e lo seguiamo nell’onda mitomodernista che ci accomuna in azioni poetiche sin dall’ormai lontano 1994, quando sul sagrato di Santa Croce a Firenze, vestito con la divisa da ufficiale ussaro declamava i postulati del movimento poetico insurrezionale!


Tomaso Kemeny
Per il lobo d’oro
Effige edizioni
Pagg. € 12,00

sabato 29 agosto 2020

Minima Immoralia
CÉLINE E GLI UOMINI
di Angelo Gaccione

L. F. Céline

Louis-Ferdinand Céline ha sporcato il suo onore di uomo e di scrittore con la stesura di alcuni libercoli antisemiti: Bagatelles pour un massacre, L'École des cadavres e Les Beaux draps. Da sempre le destre razziste e xenofobe se ne fanno vanto e mettono in circolazione questi scritti nei modi più diversi. E tuttavia lo scrittore francese ha contraddetto in maniera clamorosa le idee aberranti contenute in quegli scritti. Ha usato la sua professione di medico in maniera gratuita a favore di famiglie povere in diverse occasioni, mostrando umanità e solidarietà. Di sicuro contraddicono quelle idee, certi passaggi virulenti ed apertamente critici, di sapore anarchico, che si riscontrano in quel capolavoro che è Viaggio al termine della notte, nei confronti degli uomini e dei loro comportamenti. Alcuni di quei passaggi mi sono tornati prepotenti alla memoria di recente, a seguito di fatti che mi hanno riguardato; non ho potuto fare a meno di provare una dose di condivisione verso le parole di Céline, e di comune amara sfiducia verso gli uomini. Per fortuna il mio pessimismo non è così totale come il suo, ma chissà quante volte è capitato di provare sentimenti simili a quelli espressi dallo scrittore con queste parole: “(…) Non crederò mai più a quel che dicono, a quel che pensano. È degli uomini, di essi soltanto, che bisogna aver paura”.  Di altrettanta amara verità sono intrise queste altre: A questo mondo ci sono per il povero due grandi modi di crepare, sia con l’indifferenza assoluta dei suoi simili in tempo di pace, sia con la loro passione omicida appena scoppiata la guerra”. Non sempre per fortuna è così, non sempre.  

RICONOSCIMENTO POLITICO E ALTERNATIVA
di Franco Astengo

Francesco Cossiga

Con questo intervento si intende sollevare un punto di discussione riguardante la sinistra di allora (e di conseguenza la sinistra di oggi, o quel che ne rimane) sul tema del riconoscimento politico delle Brigate Rosse durante i 55 giorni del rapimento Moro.
Il tema è stato recentemente sollevato per il tramite della pubblicazione da parte del “Corriere della Sera” (7/8 agosto) di alcuni documenti tratti dall’archivio privato di Francesco Cossiga che l’ex-Capo dello Stato aveva donato alla Biblioteca della Camera dei Deputati.
Dalla lettura di questi documenti è emersa la conferma dei contatti, epistolari e di persona, mantenuti una volta cessato dal suo ufficio di Presidente della Repubblica proprio da Francesco Cossiga con i principali esponenti delle BR.
Sull’argomento è poi intervenuto l’ex-magistrato Gian Carlo Caselli, ospitato dallo stesso “Corriere della Sera” con un articolo titolato “Le lettere di Cossiga ai terroristi? Il riconoscimento che loro volevano”.
Caselli sostiene - appunto - che l’atteggiamento di Cossiga nell’interlocuzione ex-post tenuta con Curcio, Gallinari e altri abbia corrisposto a quel “riconoscimento politico” su cui le BR avevano sempre puntato e che finalmente si sarebbe realizzato nell’occasione, come del resto evidenziato da un testo di Curcio a Cossiga nel quale si accenna ad “una visione più chiara dei sentieri percorsi”. Inoltre Cossiga, sempre rivolto a Curcio, precisava che l’ipotesi di eterodirezione delle BR da parte di CIA e/o P2 avrebbe costituito “una vergogna, una falsità, una viltà, un’espressione di malafede”.
Di conseguenza sarebbero stati questi i punti “dei sentieri percorsi” e della “autonomia di direzione politica” sui quali sarebbe avvenuto, secondo Caselli, il riconoscimento politico delle BR.


Sicuramente a impedire questo riconoscimento non furono sufficienti le sentenze della Magistratura. Di conseguenza vanno ricordate alcune questioni. L’impostazione di partenza delle BR era già propriamente politica e non di mero esercizio terroristico e quindi provvista oggettivamente di una visione strategica. A parte ciò bisogna affermare con chiarezza che il riconoscimento del ruolo politico delle Brigate Rosse era già avvenuto molto tempo prima. Il riconoscimento politico delle BR si era verificato proprio durante i 55 giorni del rapimento Moro. In quel momento le BR realizzarono, infatti, un intervento fondamentale nel provocare una deviazione di diversi equilibri all'interno del sistema politico.
Il “caso Moro” rappresentò l’unico episodio di terrorismo/lotta armata che abbia direttamente inciso sul quadro politico. Non entro qui nel merito della diatriba riguardante l’eventuale etero direzione del gruppo terroristico. Aggiungo invece che la faglia “fermezza/trattativa” apertasi in quel momento proprio sulla base della qualità di intervento esercitata dalle BR è risultata frattura di fondo nel sistema politico italiano. Una frattura di dimensioni quasi al livello di quella “intervento/non intervento” nella Prima guerra mondiale.
L’obiettivo di chi riuscì ad imporre, sulla base dell’iniziativa terroristica, quella divisione come centrale nel convulso dibattito di quei giorni non era tanto quella di arrestare la “terza fase” morotea, quanto di impedire il consolidarsi del sistema a “bipartitismo imperfetto” uscito dalle elezioni del 1976. Il consolidamento della “solidarietà nazionale” era possibile per l’assenza di una proposta alternativa avendo il PCI deciso di congelare la propria forza (oltre 12 milioni di voti il 20 giugno del 1976) dentro il recinto della “conventio ad excludendum” della “rappresentanza nazionale della classe operaia” e del rapporto con i ceti medi interno al solco togliattiano.
I dirigenti del PCI consideravano infatti l’espressione dell’arco costituzionale la sola alternativa possibile all’isolamento all’opposizione (come dall’elaborazione berlingueriana emersa dopo i fatti cileni): fermo restando, in ogni caso, che la DC avrebbe conservato comunque il suo ruolo “pivotale” (Andreotti avrebbe parlato di “teoria dei due forni”).

Giulio Andreotti

Sicuramente pesavano gli elementi di “guerra fredda” in quel momento ancora cogenti.
Per chi intendeva impedire il solidificarsi del “bipartitismo imperfetto” in “solidarietà nazionale”, la sola possibilità, per introdurre in campo una “strategia dell’alternanza”, era allora rappresentata dalla necessità di “rompere” il quadro determinatosi con l’esito delle elezioni del 1976.
 L’affaire Moro offrì così l’opportunità di aprire una dinamica diversa nel sistema politico. Una dinamica diversa realizzata, sulla base delle richieste delle BR, con l’assunzione da parte del PSI di una posizione di distacco dal quadro della solidarietà nazionale in una ricerca (teoricamente giusta) di un proprio spazio di autonomia e di riequilibrio elettorale.
 Proprio sul punto della capacità di porre il dilemma “fermezza/trattativa” come frattura sistemica centrale il PSI realizzò un recupero di insediamento identitario e si verificò allora l’intrinseco riconoscimento politico delle BR, molto meglio che condonare qualche anno di carcere alla Besuschio.
Tutto questo come fatto politico oggettivo e senza tema di individuazione di un meccanismo di collegamento.
Deve essere riconosciuto: le BR, infatti, furono evidentemente presenti nel sistema politico come componente autonomamente attiva e provvista di un proprio disegno strategico, in una forma posta al di fuori da altre ipotesi e/o sospetto di complotto o trama.
Un riconoscimento politico quello ottenuto dal principale soggetto del terrorismo italiano arrivato non certo per uno scambio di lettere o attraverso visite in carcere.


Su “fermezza” e “trattativa” si realizzò una rottura di fondo provocata dalle BR, che non fu più saldata, non essendo disponibile nel sistema un corrispettivo di alternativa sul piano politico e di governo.
Il punto di frattura fu quello dell’assenza d’alternativa e non certo quello dell’uscita del PCI dalla maggioranza avvenuta a gennaio 1979 (“casus belli” lo SME) fornendo così al PSI l’opportunità di ricostituire il centro sinistra subito dopo le elezioni anticipate.
Fu la divisione “sistemica” su “fermezza” e “trattativa” avvenuta in assenza di possibilità di produrre un diverso equilibrio nel sistema che determinò quella divisione a sinistra portata in fondo fino all’estinzione della “Repubblica dei Partiti”, mentre non era riuscito il cosiddetto “riequilibrio a sinistra” perseguito dal PSI.
Risultò decisiva, in quel frangente storico, l’assenza di una possibilità d’alternativa in un sistema bloccato nel “bipartitismo imperfetto” e senza indicazione di alcuna “terza via”.
L’interscambio possibile tra i due partiti di sinistra si rivelò nei fatti molto limitato e le perdite del PCI si diressero prevalentemente in 3 direzioni: l’astensione, i radicali e successivamente le liste verdi.

E. Berlinguer

I partiti, tra il 1979 e il 1992 non risultarono in grado di ritrovare una propria capacità di coesione istituzionale allorquando Tangentopoli, Trattato di Maastricht, Caduta del Muro di Berlino si succedettero, in un periodo breve e convulso, come fatti che avrebbero imposto un complessivo smarrimento d’identità.
Si produsse così una sindrome da sconfitta epocale cui i grandi partiti di massa si arresero senza condizioni.
Questa analisi è stata esposta non solo per il gusto di un dibattito rivolto al passato ma soprattutto perché si ritorni, almeno sul piano analitico, intorno al fatto che all’epoca era assente un disegno di alternativa e/o alternanza inteso come soluzione immediata al “blocco” del sistema politico italiano.
Su questo punto si dovrebbe, ancor oggi, riflettere anche circa la mancata capacità di presenza da parte di alcune correnti eterodosse della sinistra italiana, pur presenti dagli anni ’60 in una vivacità di dibattito ideologico e politico cui non seguì però una conseguenza di scelte politiche.
Nell’attualità andrebbe impostato un ragionamento sul permanere dell’assenza di una prospettiva alternativa.
Una prospettiva di alternativa che avrebbero il dovere di elaborare i diversi soggetti, organizzati o meno, ancora presenti nella sinistra senza arrendersi al mediocre politicismo imperante.

IL PENSIEROI DEL GIORNO



“La generosità non è in quello che si ha,
ma nelle mani che si hanno, nell’animo disposto a dare”.
Filippo Gallipoli

L’AFORISMA


“Reprimere un sentimento è nutrirlo…”.
Laura Margherita Volante