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mercoledì 12 agosto 2020

PER FRANCA VALERI
di Gabriele Scaramuzza
 
Franca Valeri
                                    
 
Franca Valeri non si è portata via solo una tranche importante della nostra storia personale, né della storia di coloro che più immediatamente, tra Milano e Roma, in lei si sono riconosciuti. Così, non appartengono solo a chi poté frequentare il Piccolo o La Scala, Brecht e Maria Callas (che peraltro recitò in non pochi altri teatri, italiani e non) negli anni Cinquanta. Sono eventi culturali di ben più ampio respiro, estesi nello spazio e nel tempo. 
Il primo incontro con Franca Valeri per me è stata la Signorina Snob: di essa mi ha preso non solo il modo con cui ha saputo cogliere, perfettamente, un certo mondo milanese: un ambiente che non era il mio, ma che era fatale incontrassi. Dava gioia la sua capacità di evidenziare cadenze colloquiali, pose nel gestire, modi di fare che incontravo, che mi erano estranei e ciononostante vicini. Qualcosa di analogo mi è successo con la Signora Cecioni, pur avendo io sempre vissuto lontano da ambienti romani. Ma non era solo questo: uno stimolo, piuttosto, a renderci conto di tipologie umane presenti in mondi assai diversi da quelli in cui eravamo cresciuti. Come è di ogni autentica arte.
Si è parlato troppo questi giorni celebrativi e luttuosi, si è riascoltato e rivisto molto di Franca Valeri. Ho dapprima letto su “Avvenire” l’articolo di Patrizia Zappa Mulas, Franca Valeri, cent’anni da regista “contro”; anticipa un suo libro in uscita presso Sem Libri che qui voglio segnalare; mi è capitato di rintracciare notizie a non finire, quasi sempre ripetitive. Non saprò dire nulla che non sia già stato detto, solo il mio costante apprezzamento, l’aura affettiva da cui è stato accompagnato, mi spingono a riprendere qui i motivi che più ora nel ricordo mi prendono. Di uno ho già accennato: la Signorina Snob.
Un altro, di particolare pregnanza etico-politica: Franca Valeri andò a guardare i cadaveri appesi a piazzale Loreto. «Mia mamma - racconta - era disperata a sapermi in giro da sola. In quei giorni a Milano si sparava ancora per strada. Ma io volevo vedere se il Duce era davvero morto. E vuol sapere se ho provato pietà? No. Nessuna pietà. Ora è comodo giudicare a distanza. Bisogna averle vissute, le cose. E noi avevamo sofferto troppo» (cito dall’intervista di Aldo Cazzullo apparsa sul Corriere alla fine del giugno 2020). Sandro Pertini fece subito portare all’obitorio i cadaveri non appena vide la scena; vi furono in effetti comportamenti inammissibili verso dei cadaveri. Franca Valeri, come dice, voleva accertarsi che Mussolini era morto; non risulta che fosse mossa da altre intenzioni. E la si può ben comprendere in quel clima.

Maria Callas

L’ultimo motivo di questo mio ricordo è il rapporto con Maria Callas: “L’ho incontrata a Ischia […] era già magra: mangiava pochissimo, solo carne cruda e insalata scondita. Stava studiando Anna Bolena che doveva portare alla Scala, era molto preoccupata di non sfigurare. Insieme abbiamo fatto la giuria di un concorso di bellezza... Poi preparò La Traviata con Visconti. Era una donna di grande volontà». 
Indimenticabile Maria è il titolo dello scritto di Franca Valeri apparso in Mille e una Callas. Voci e studi, a cura di Luca Aversano e Jacopo Pellegrini, (Quodlibet, Macerata 2016). Ne riporto qui qualche passo:
“La Maria amica che abbiamo conosciuto prima che la mannaia Onassis si abbattesse sulla sua vita era “una” fino alle quinte del suo magico regno. Spesso allegra, altrettanto spesso preoccupata […]. I suoi collaboratori come suo marito, i direttori d'orchestra come i colleghi, gli amici assiepati in teatro, tutti sapevano che il suo perfezionismo non li avrebbe mai traditi. Una grande magnifica professionista si presentava nelle vesti di Norma. […] Ecco la Callas interprete miracolosa: il suo imprevedibile gioco fra le sue note e il suo cuore, quelle misteriose intuizioni incantano sempre la nostra emozione.
I ricordi della nostra amicizia sono intensi, ma non sono moltissimi […], si depositano senza regole: Karajan che salta come un ragazzino da un motoscafo a Ischia e va incontro a una Maria colla testa ancora piena delle note di Anna Bolena, tanto che mi sembrava distratta. Maria, flessuosa in un costume bianco fin de siècle, è Fedora, io sono in palco alla Scala e lei fra le braccia di Corelli. Spira, i grandi occhi spalancati. […] I Vespri siciliani alla Scala, 1970, applausi finali, Maria si affaccia elegantissima, ospite attesa […]. L’ultima volta che l’ho ascoltata, alla Scala, nella Medea del congedo, sottilissima, non contenta, mi ha detto col suo incancellabile accento veneto: «Franca… sono stanca»”.